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Che Borges sia con voi

L’impressione, a frequentare certi siti ‘dedicati’ è che si stra-parli e, sovente, ‘non si sa quel che si dice’. Perché è vero che il tango argentino fa molto ‘letteratura’ e perfino Borges lo cita di striscio, figurarsi! – e qualcuno (come  sempre si fa per le cose che hanno successo) ha pensato bene di spolverarlo a velo di psicologia applicata e liturgia para religiosa, ma, a ben vedere e ascoltare ‘sono solo canzonette’ intorno alle quali viene bene avvinghiarsi (a volte sorreggersi) e ruotare e scalciare con discreta eleganza, quando possibile.

E in certe milonghe l’affanno che mi coglie(va) è quello, autocritico, de: ‘Ma ballerò mica anch’io così!?’ perché, in verità, si vede(va) ‘di tutto e di più’, ma niente che potesse commisurarsi con la letteratura alta di cui sopra e forse solo ‘un pensiero triste che si balla’. Molto triste.

Ma tant’è: il tango argentino è cosa umana, umanissima ed è soggetta alle regole e ai conflitti che tormentano l’umanità da millenni: come il faticoso ‘guadagnare la stazione eretta’ degli avi cavernicoli – e mantenerla il più a lungo possibile durante i drammatici tre/quattro minuti dell’avvinghio (i maestri la chiamano ‘postura’ o ‘restare in asse’). E se già gli osteopati ci dicono che la ‘stazione eretta’ è un azzardo evolutivo, figurarsi il tango e le acrobazie di certuni da bungee jumping con caduta di mille metri all’ingiù perché ‘la vita è adesso’ e senza adrenalina ‘non è vivere’.

E c’è chi ne fa una questione religiosa di ‘sette’ (non nel senso del numero) mistico-sufi, da cui le frequenti domande tra ballerini: ‘Tu balli ‘salon’ o ‘ milonguero’?’ ‘No, no. Io ballo ‘nuevo’. Che nel settore delle minerali si traduce con: ‘Liscia, gassata o ferrarelle?’ con l’inevitabile ‘plin-plin’.

Però, dicono, aiuta a combattere il parkinson e l’alzeheimer e forse qualche altra mezza dozzina di patologie correlate, perciò: ‘Ballate, ballate, ballate.’ e riempite le milonghe. I maestri saranno felici e io pure. E considerate che, se un famoso attore passa tranquillamente dal ruolo di panificatore di mulini felici e galline fedeli a quello di incantevole seduttore e ballerino mirabile, sicuramente qualcuno tra voi, tangheri nuovi e novissimi, ‘ce la può fare’, non foss’altro che per la ‘legge dei grandi numeri’, – e molti nuovi maestri cresceranno e garantiranno la ‘moltiplicazione della specie’ e i ‘cento fiori’ delle cento scuole. Andate e moltiplicatevi, cari. Il futuro è vostro. Che Borges sia con voi e vi elevi lo spirito.

(Per la serie: ‘Tutto quello che avreste voluto sapere sul tango e non avete mai osato chiedere’)

http://youtu.be/4GSYSxaGj9A

I fratelli Macana ballano una milonga al Liberty di Viareggio il 2 gennaio 2010. Il massimo della tecnica.
YOUTUBE.COM|DI DOMENICO0757

noi uomini duri

Tornano gli ‘uomini duri’ anche su f/b -ultima frontiera della comunicazione scarnificata, ridotta a scopiazzature tra un sito e l’altro e ‘mi piace’ a mille -e la frasetta buttata là al mattino, prima del trucco o la barba e di cui ci si pente la sera perché, magari, ha suscitato un vespaio.

www.vespaio.it : provate a cliccare e magari vi apparirà un sito nuovo e interessante e spumeggiante di gossip e cavolate assortite per la gioia e il diletto della Grande Comunicazione Globale del terzo millennio.

Per i più refrattari suggerisco, invece: www.chepalle.it dove non mancheranno gli spunti per un ritorno alle origini e allo spirito dei pionieri e agli ‘uomini duri’ che non dicono le parolette cretine nelle orecchie delle tanghére e le illudono di dolcezze effimere -e, la tanda dopo, giusto due giri di vals distratti e un abbraccio di maniera e gli occhi da predatori incalliti già puntati altrove.

Gli ‘uomini duri’, già. Duri e puri? O ‘uomini veri’? No, perché le care signore ce lo dovrebbero spiegare che significa per loro l’essere uomini. Che è già una complicazione non da poco, di questi tempi. ‘Veri’ e ‘duri’, poi! Che vogliono le donne dagli uomini per apprezzarli e uscire dallo stiracchiato adagio ‘non ci sono più gli uomini di una volta’ -e pare che sia geremiade assai diffusa nell’Altra Metà del Cielo, e la categoria dovrà costituirsi in sindacato o associazione che rivendichi il d.o.p., la denominazione di origine protetta.
Magari ne uscirà un profumo o una griffe: www.uominiduri.it. Così, giusto per verificare e registrare il marchio.

Poi, magari, nel prossimo capitolo, andremo ad analizzare le donnevere.com e chissà che non se traggano indicazioni interessanti per un ‘ritorno alle origini’. Magari si scoprirà che esiste un decalogo, un manuale a cui attingere l’auspicata durezza o, forse, constateremo che il modello più ambìto dalle signore é quello atavico de: ‘Wilmaaa! Dammi la clava!’ e a quel punto ‘ce n’est plus question’ -troppi secoli ci separano dal modello e l’evoluzione della specie non consente Grandi Ritorni.

Non così grandi, perlomeno.vignetta-wilma-fred.jpg

Corazzate Potemkin e ‘cagate pazzesche’

Il rischio che il tango argentino conosca una sua china discendente è alto -tanto alto quanto lo è il suo gradimento ‘di massa’; e, si sa, quando entrano in gioco le masse se ne vedono di tutti i colori -anche colori grigio-sporco e bianchi e neri avvilenti, ahinoi.

 

E, per alcuni versi, in alcune milonghe, quella antica ‘disciplina’ della mente e del corpo che si è meritata il novero de ‘patrimonio dell’umanità’ rischia di precipitare giù per la scalinata della ‘Corazzata Potemkin’, id est: ‘una cagata pazzesca’ secondo la scuola di pensiero fantozziana.

 

Già, perché si dovrebbero mettere i buttafuori all’ingresso delle milonghe più apprezzate e note e attrezzare una saletta dove si provano le coppie e i singoli tangheri/e prima di concedere loro l’ingresso -e una giuria severa chiamata a deliberare la ‘soglia di decenza’.

Chi l’ha detto che la democrazia sia la cosa migliore che possa toccare in sorte a questo ballo così aggraziato ed elegante da meritarsi menzioni solenni e attestati di frequenza di varie e diverse scuole ed esami di riparazione sennò: ‘Fuori!’ ‘Torni a settembre!’ o ‘Ripeta a casa i compiti cento e più volte!’ prima di azzardare l’ingresso in una pubblica e nota milonga cittadina.43fa80768c_1384184_med.jpg

 

E, l’altra sera, fronte laguna, -la luna era chiara e immensa sulla linea dell’orizzonte- osservavo infastidito il comportamento di un tale, -un lupo solitario, uno che ‘cento-ne-batte-per-cuccarne-una’- che gira intorno alla sala e fiuta le ‘solitarie-e-in-pena-d’amor-finito’ e balla da cani, ma gli serve solo a rimediare la cuccata serale -e anche per questo genere di personaggi necessiterebbe una giuria all’ingresso che valuti e decida l’ingresso o l’espulsione permanente da tutte le milonghe d’Europa.

 

Perché il tango argentino si merita altro da questa china discendente che ci avvilisce -e ho preso l’abitudine di abbandonare le milonghe sbagliate dopo una mezz’ora o poco più -dopo averne fiutato l’atmosfera asfittica e previsto il vergognoso sviluppo.

Perché le cose belle vanno salvaguardate e non inflazionate e l’emozione del tango è la cosa più preziosa -che va selezionata e mantenuta integra contro tutti coloro che l’avviliscono e l’abbruttiscono, esibizionisti da ‘tai chi-tango’ compresi.

http://youtu.be/JajStSY2SoI

 

 

il senso del mettersi in gioco

L’espressione ‘mettersi in gioco’ è curiosa. E presuppone che ‘si giochi’, che si partecipi, cioè, a un’applicazione, un’invenzione di ruolo e comportamento dove si è attori o si è agìti da chi ne sa più di noi e può trattarci da pedine per un suo gioco e tornaconto personale.

 

E c’è chi dice che anche il ballare sia un ‘mettersi in gioco’ -e l’espressione ‘il tango si balla in due’ lo ribadisce e conferma la responsabilità dell’agire reciproco, del mettere in comune passi e movimenti più o meno aggraziati e ‘mirabili’ (‘e mira ed è mirata e in cuor s’allegra’ – G.Leopardi – Il passero solitario) per un fine che, da sempre, mi sfugge ed è questa la ragione per la quale ho cominciato a ballare dopo i cinquant’anni e l’ho fatto per una segreta disperazione e una volontà di punirmi, mostrando a me stesso la mia iniziale imperizia e la legnosità: un ‘gioco’ al massacro, il mio, un voler ‘farsi del male’.

 

E ancora mi chiedo, -giunto ormai al decimo anno di partecipazione al gioco e acquisita una discreta perizia- perché mai tutta quella gente che partecipa alle milonghe si metta in gioco: perché le signore si vestano in quel loro modo strano, con quelle calze a rete che, teatralmente, si troncano poco sopra la caviglia e quei guanti di pizzo nero che lasciano libere le dita e i fiocchi o la rosa tra i capelli. Un armamentario da teatro di rivista che espone quelle attrici improvvisate, quelle tanghére, alle critiche feroci di coloro che, nelle milonghe, si ritagliano il ruolo tristo di ‘taglia tabarri’ e stanno nelle retrovie e non si espongono e non partecipano al ‘gioco degli incontri e degli inviti’ che è croce e delizia di ogni milonga.DSC00572.JPG

 

E chissà che cosa cercano e trovano, i ballerini, in quell’abbraccio stretto e quell’andare con passi sincopati e giri e agganci e voleos, chissà che sentimento segreto, che ‘gioco di seduzione’ svolgono che li unisce o respinge – perché il tentativo di ‘portare a sé’ (seducere) può avere anche l’esito infausto di un’improvvisa freddezza, un sorriso gelido, un diniego; una frustata, per me, per evitare la quale molto raramente rivolgo l’invito a una tanghèra sconosciuta.

 

E, invece, è proprio quell’azzardo crudele che dà un senso profondo al gioco degli incontri e degli inviti e conforta e consola le solitudini interiori. E se, come raramente càpita, il ballo con una sconosciuta si fa inno alla gioia e consonanza di interne melodie e passi eleganti e vibranti di emozione ecco l’involarsi silenzioso delle anime e la restituzione di un senso dell’esserci e partecipare che tutto riscatta e il ‘pensiero triste che si balla’ si muta in una rotazione mistica di dervisci, un’ebbrezza memorabile che riscalda il cuore.

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miti che cadono

Una cara amica mi confessava che certi giochi di ‘mirade’ e ‘cabecei’ che avvengono nelle ‘milonghe’ e hanno esiti negativi, -rifiuti che scorticano e deprimono e osservi abbacchiato dal tavolo i ‘maschi alfa’ tanghèri esperti che, invece, se li mangiano cogli occhi e le signore di ogni età e rango sociale e varia eleganza fremono vistosamente e si alzano il ‘decolletè’ e sorridono di denti-trentadue per averne lo scarno ‘invito’- certi rifiuti, dicevo, hanno origine e senso proprio nel gioco di attese e ‘selezioni naturali’ per le quali un uomo non è uguale ad un altro -però un bravo ballerino non si rifiuta mai, fosse anche strabico e gobbo e brutto come Igor, l’assistente imbranato del professor Frankenstin che gli rifila il cervello di un ‘subnormal’ nel film omonimo.143.jpg

 

Allora siete proprio come noi uomini, care le mie tanghere (oops, ho dimenticato l’accento), che, mutatis mutandi, l’amo lo gettiamo dove le pescioline sono vispe e giovani carpe in fiore sculettanti comme-il-faut sui volei e gli altri ‘adornos’.

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Allora è vero quel che diceva quel tale che ‘con il tango si cucca’, povero ingenuo che sono -che mi credevo che certi abbracci fossero teneri e accoglienti e materni e consolanti e un giorno, una signora smaliziata a cui lo raccontavo, mi contraddisse e precisò che ‘materno’ non è proprio un complimento da farsi a una signora nel corso di una tanda e capii che il mondo dei tanghéri è arena di uomini duri e donne scafatissime e ‘tutta vita’ e forse non è un caso che questo magnifico ballo lo dicano nato nei bordelli. Tu vedi dove va a finire tutta la poesia e l’incanto.19138_254087796007_141624686007_3848908_8182746_n.jpg

 

Che avesse ragione Carlo Martello (la canzone è di De Andre’) a dire che: ‘E’ mai possibile, oh porco di una cane, che le avventure in questo reame, debban risolversi tutte fra grandi p……’.?

 

Mi cade un altro mito, mannaggia la milonga.

 

http://youtu.be/42BNb2giVhA