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la sostanza dei sogni

I sogni son desideri? E’ appena l’alba e mi sveglio con la testa piena di colori.
Quadri sono stati dipinti per tutta la notte, o forse no. L’estensione temporale dei sogni è strana: si sfilacciano, si dilatano, assumono immagini apparentemente disordinate e le intrecciano in volute prive di senso in cui rintraccio figli di strani genitori inizialmente orfani che dipingono, dipingono.

Dipingono i genitori che non ci sono più e nelle diverse stanze ci sono quadri di diversa elaborazione e capacità figurativa: ritratti ottocenteschi in una stanza, poi elaborazioni moderne degli stessi genitori in divenire: cambiano le loro pettinature e i volti si disfano si fanno diafani e osservabili e intelligibili solo a distanza .
E gli orfani crescono e le pitture di quei volti dilagano in altre stanze sempre diversi e di diverso colore e pienezza di materia che cola sulla tela e la crescita dei figli incrocia la pubertà e l’adolescenza e i volti dei genitori scompaiono e le pitture sono ora vaste distese di puro colore: campi di erba a perdita d’occhio, masse liquide in movimento dipinte in un unico quadro che si estende per tutte le stanze e si sovrappone alle altre pitture.

Infine, a dipingere è il genitore redivivo o forse mai veramente morto e riprende le tele di puro colore dei figli e cerca di capire che senso avevano quei volti ossessivamente dipinti dagli orfani e copia i loro dipinti e li elabora ridipingendoli, aggiungendo particolari; poi passano strani cani biancoazzurri dalle code lunghissime sullo sfondo di cieli grigioazzurro e divengono anch’essi quadri e volute di nubi e i cani diventano un branco e corrono verso una collina eterea e sono silenziosi e intrecciano le code e si morsicano tra di loro furiosamente per liberarsi e tutto il colore si disfa in grumi di colori sempre più sfumati e ampie volute di cieli turneriani e, al risveglio, sento l’impellenza di trascriverlo per cercare un senso, ma non c’è senso ai sogni, al caotico intrecciare di storie che fa il cervello privo di governo razionale e abbandono la notte e il letto e comincia il giorno.
Siamo della stessa sostanza di cui son fatti i sogni?

morire per raccontarla

Lo sappiamo tutti che i morti non camminano ‘là fuori’, come tenta di farci credere Garcia Marquez nel suo ‘romanzo dei romanzi’ ‘Viverla per raccontarla’. I morti semplicemente sono morti e hanno membra pesanti che ricadono con tutto il loro peso se provi ad alzarle.

Però la letteratura ha le sue furbizie e se tenta di farci credere che i morti camminino fuori delle porte dei luoghi in cui abitiamo è perché vuole appropriarsi del miracolo della vita che misteriosamente si prolunga di là della morte e dell’inquietudine senza speranza di coloro che son morti per costruire altri mondi paralleli al nostro e altrettanto veri.

Finché dura la narrazione, ben s’intende.

La letteratura è inquieta e febbrile e i suoi personaggi non fanno cose normali o, se le fanno, sotterranei fili e percorsi ci avvisano che quella normalità imploderà, prima o poi, e ci condurrà sui più rassicuranti percorsi della follia di un romanzo che si avventura in una ragnatela di orrori e uccisioni e morti misteriose e anime morte.

 

E abbiano bisogno di sapere che ‘i morti camminano là fuori’ perché è nei nostri segreti desideri che i morti non sian morti e che, come loro, anche noi cammineremo ‘lì fuori’ per un tempo senza confine. In fin dei conti, il più forte dei messaggi religiosi che ci è pervenuto dai secoli lontani è proprio questo: che la morte corporale è un simulacro, un incidente di percorso, un avvenimento a cui fa seguito, il dì seguente, la pasqua di resurrezione e, tutti quanti siamo stati ospitati in questa valle di lacrime, ci ritroveremo con gran giubilo di riconoscimenti da qualche parte nei dintorni di Giosafatte.

 

E i morti che camminano di fuori delle porte del villaggio di Aracataca – che diverrà il Macondo dei romanzi maturi e di ‘Cent’anni di solitudine’- sono i morti di una rivolta e di un abbandono conseguente. Rivolta dei braccianti agricoli che raccoglievano le banane e furono falciati a migliaia dall’esercito schierato a difesa delle palazzzine dei funzionari e dei dirigenti e definitivo abbandono della United Fruits del villaggio maledetto dalla rivolta e conseguente suo precipizio nel vuoto e nel polveroso nulla dei luoghi dove non c’è lavoro, dove vivere è invenzione fragile di un attimo dopo l’altro e rimpianto e nostalgia di quando si stava peggio, ma si stava, vivaddio! Si lavorava, si viveva in tanti tutti insieme e c’erano negozi e una farmacia e un’ospedale.

 

Ed è l’inquietudine di una vita sospesa e nostalgica del suo malessere che fa si che i morti camminino, di giorno e di notte, e ci riempiano i ricordi e ci cooptino nel loro mondo di redivivi inquieti e stanchi del loro far nulla e rabbiosi per il loro essere morti invano.

 

 

instromentorum potaentia

 

Potenza dello strumento. Mi è capitato, qualche tempo fa, di intercettare il mugugno di due non più giovani donne relativo al comportamento dei loro partners.

La recriminazione che le due donne si scambiavano (nel corso di una visita a un museo: quale ambito più favorevole di questo alle recriminazioni? non è forse anch’essa – la recriminazione – una forma d’arte: se ben svolta, argomentata, rappresentata?) riguardava la ‘tendenza’ dei relativi partners a ‘interagire’ con altre femmine nell’ambito della tribù di pertinenza (il tango), ma con incursioni anche più perverse in quella ‘terra incognita’ che è Internet, la stramaledetta Gomorra del terzo millennio.

 

Internet-terra di nessuno, ma ancora per poco: perchè ogni ambito di eccessiva libertà viene necessariamente ristretto non appena qualche uomo politico in forte odore di ‘barabbismo’ o iraniana dittatura o cinese fiuta il pericolo che gliene viene: di mancato rispetto dei suoi populistici desiderata di obbedienza e ‘rispetto’ – parola chiave (non a caso) di quel mondo chiuso e asfittico che è l’universo delle mafie, di ogni mafia: russo-putiniana o ucraina o cinese o capezzon-buonaiutan-berlusconiana che dir si voglia.

 

Ma per tornare ai musei e alle due non più giovani donne: lamentavano entrambe che i rispettivi partners si allontanassero vieppiù dalla tenda di pertinenza/residenza per un nomadismo di ritorno (e pascolo conseguente) pericolosissimi, ai fini della stabilità della relazione intrattenuta.

 

E Internet, terra incognita, è perfino più pericoloso delle milonghe: dove si scambiano pubblici ‘abbracci’, ma convenuti e accettati e quindi edulcorati, depotenziati, a sentire le due donne.

Al proposito, io qualche dubbio lo mantengo.

 

Però Internet: potenza dello strumento!! Parli con chiunque. Incognito tu, incognita lei e niente è più passionale e arrapante dell’incognito – salvo le rare ‘verifiche’ degli incontri che – con percentuali altissime- si risolvono in un nulla di fatto: perchè la gamma delle persone vocate a un incontro fruttuoso è necessariamente ristretta e occorre investire cento per portare a casa cinque: se si è fortunati o di ‘bocca buona’.

 

‘E’ tradimento!’, diceva rabbiosa una delle due donne al museo – mirando una tela di Klimt.

Si tradisce anche con l’intenzione ed è storia vecchia: come quella del peccare col pensiero – e sai quanti inferni bisognerebbe allestire per ospitare i peccatori-del-pensiero del terzo millennio che abitano l’inferno-paradiso di Internet: pieno di diavoli e diavolesse tentatori e poco importa che, al dunque, si rivelino illusori e attempati/e e rugosi/e e avviliti dalle loro vite trascorse e speranzosi di una seconda e terza occasione, ma, ahinoi, quanta fatica è rinnovare la speranza e ri-alimentare i desideri un po’ spenti!

 

Però si pecca. Col pensiero, più spesso che con le opere, ma è quel che basta per la condanna – e a poco vale il ricordare che siamo su questa terra per amare-ed-essere-riamati: in quali forme non è chiaro. Per questo navighiamo, chattiamo/fornichiamo: perchè non c’è chiarezza su quanta libertà possiamo usare e a quali nobili o meno nobili scopi.

 

Forse un post-moderno Savonarola da un suo qualche restituito pulpito fiorentino ci potrebbe aiutare.

Forse tutta questa libertà di costumi e i troppi ‘papi’ condiscenti e prodighi di regali alle giovanissime vergini in cerca di opportunità di lavoro e altro non aiutano.

Forse un medioevo di ritorno sarebbe auspicabile e aiuterebbe a capirci qualcosa in tanta confusione e marasma dei pensieri.

variazioni di senso e impazzimenti

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E’ vero che l’arte (moderna) è un potente motore di ricerca. Spiega l’universo (a modo suo), lo complica, lo raffigura in mille variazioni di senso e in cento e cento ‘impazzimenti’ e inusitati cambi di direzione.

E’ come la particella della fisica quantistica: si sa che c’è, ma non sappiamo mai dove sia esattamente ed è un rompicapo che ci preoccupa perchè noi esseri umani vorremmo sempre sapere dove siamo (prova ne è la domanda-principe di ogni stupida conversazione al cellulare: ‘ma dove sei?!!’).

E’ una continua, a volte estenuante, ricerca di senso quella di ogni artista che si rispetti ed ecco allora un geometrico tunnel di lunghissimi filamenti di cassette audio/video stendersi per tutta la lunghezza di una vecchia chiesa (Scuola Grande della Misericordia – partecipazione nazionale lituana) che ci ricorda l’analogo, lunghissimo, tunnel scavato in Svizzera dagli operatori del C.e.r.n. per far collidere le irridenti particelle subatomiche e permetterci di stanare la materia oscura che permea tutto l’universo in espansione.

 

Ma forse è più interessante muoversi nel caotico mondo delle umane nostre percezioni: quelle, per intenderci, delle ‘paure percepite’ che hanno fatto vincere il centro-destra da noi e animato i tanti, troppi dibattiti sull’esercito in piazza e le ronde in giro di notte, ed ecco allora pronto il ‘Divano Occidentale-Orientale’ (partecip.nazion. afghana, iraniana, pachistana alla Scuola Grande della Misericordia) dove assidersi comodi e che ci propone una rivisitazione delle antiche stampe della tradizione Moghul e araba o i grandi quadri in acrilico che raffigurano i familiari dell’autore (Koshrow Hassanzadeh): un iraniano che si picca di dimostrarci che quella grande foto pittorica della nonna col velo nero che ben conosciamo non ha nulla a che fare col terrorismo e tuttavia inquieta e non ci rassicura del tutto perchè la ‘paure percepite’ di noi occidentali fanno leva sull’irrazionale dei simboli e il maledetto velo islamico è un simbolo potente del ‘velare’ nascondere, occultare la donna e la sua identità e la sua potenza sociale e dopo uno, dieci, cento attentati di cui si è data notizia nel recentissimo passato è difficile non dare ragione a quell’addetto alla sicurezza di un aeroporto che fa spogliare da capo a piedi tutte coloro che portano un velo o hanno facce manifeste da mediorientali.

I tempi cupi son tempi cupi e qualche eccesso e discriminazione, a volte, lo si giustifica, se serve a prevenire un attentato a bordo.

 

Di tutt’altro tenore e riflesso di allegra irrisione di tutto il nostro kitsch postmoderno è, invece, la proposta che ci fanno gli artisti della partecip. nazionale thailandese. E’ un allegro (e allegramente irridente) lumeggiare di altarini consumistici e video/manifesti di tutto ciò che è modernamente ‘paradisiaco’ e oscenamente ‘artistico’ di conseguenza.

Ecco allora che l’arte loro diventa un coloratissimo manifesto luminoso che ci informa che ‘art is rice and watermelon’ o una sua variante alimentare col mango e la papaya e una sensazione di freschezza ne consegue e di sorriso – che è il biglietto da visita turistico, il ‘luogo comune’, che si vuol irridere, della dolcezza del popolo thai, delle sue meravigliose donne specialmente.

Però hanno poco da (ir)ridere stando a quel che si legge sui giornali di manifestazioni di piazza laggiù e di tycoon golpisti che si provano a sovvertire le storiche istituzioni e prendere il potere per la via nostra berlusconiana (soldi e tivù).

 

E’ divertente. E’ arte. E’ moderna. E’ il riflesso del mondo rutilante e caleidoscopico che viviamo. Venite a visitarle (le mostre), ma pochi per volta, per favore: qui da noi si cammina a stento e ti zompano addosso come citrulli per le calli perchè guardano sempre in alto e indicano col dito le troppe meraviglie e, nel contempo, raccontano tutto quel che vedono al cellulare (aiuto!!).

storie di tango

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Non so bene cosa significhi, nel linguaggio del tango, l’espressione ‘porti bene’. Non credo abbia a che fare con la fortuna e con certi oggetti designati e rituali nostri convenuti che ‘portano bene’, appunto.

Suppongo che sia, invece, riferito a un modo dell’accordarsi/avvitarsi dei corpi sulla musica e in se stessi (un po’ com’è dei numeri primi: vedi il post ‘la solitudine dei numeri primi’ del luglio 2008 su questo stesso blog): un modo di ‘stare insieme’ e comunicare una felicità del ritmo e dei languori musicali che ci uniscono durante una tanda.

In teoria dovrebbe essere una sorta di complimento: ‘porti bene’ nel senso del condurre, domesticare e persuadere la partner col solo intuito dei corpi all’avanzare e ‘fintare’ e girare in tondo e giocare con ‘ocho’ e ‘sacade’ e ‘rastrade’: per dire della serie di complicate figure che, come in una corrida, mandano in visibilio gli spettatori e gli amanti del genere.

Ma non finisce quasi mai in modo cruento, per nostra fortuna di torelli inesperti e focosi, e al massimo ci portiamo a spasso qualche banderilla sul groppone caracollando per la sala – com’è capitato a quel tale, una sera di qualche tempo fa, che è stato ‘congedato’ dopo un solo tango (massimo dell’ignominia: si balla, per convenzione, un’intera tanda: tre tanghi di fila, a meno di dichiarato disagio dell’uno o dell’altra).

Con grande disprezzo del pericolo, mi sono fatto sotto alla ‘torera’ e le ho chiesto ragione di quell’inopinato ritorno al tavolo furiosa e ho saputo che il poveretto non ingranava: niente accordi, niente consonanze, niente armonie di passi e di corpi: un disastro.

L’ho invitata a riprovarci con me e ha funzionato, evviva! Come una giovane e agile puledra lipizana si muoveva leggera e leggiadra su ogni melodia diversa e mai una ‘stecca’ e un passo men che incerto e quella sua mano e il braccio nudo cinto di un leggerissimo braccialetto d’argento a tramatura fitta (tu vedi dove si fissano gli occhi nell’incanto di un ballo!) che sottolineavano i diversi modi dell’abbraccio rinnovato in corso d’opera e si piegava sinuosamente e si rialzava creando figure nuove nello spazio e nella complice penombra tra l’affollarsi delle coppie sulla pista.

 

E’ lì, in un certo punto e momento di quella creazione esaltante, che ho sentito risuonare nelle mie orecchie, ancora una volta, il noto adagio ‘porti bene’. Qualcuno dei miei, poi, mi ha chiesto perchè sorridevo al passaggio ai tavoli, cosa rara nel mio privato teatro tanghèro del ‘pensiero triste che si balla’.

Sospetto che, il più delle volte, quel ‘porti bene’ sia detto nel senso in cui lo diceva una mia cugina della quale mi dicevo innamorato all’età di quindici anni. Le avevo chiesto, con adolescenziale ingenuità. se mi trovava ‘un po’ bello’ e mi rispose: ‘Bello-bello no, ma sei un tipo.’ e da lì inizia il mio calvario di uomo e della mia autostima – quasi sempre a livello del paiolato.

Di chiunque si dice ‘sei un tipo’ per dire che proprio schifo non fai.

 

Però quella sera sembrava diverso e quel ‘porti bene’ e quel suo ridere felice al cessare di una melodia e prima dell’inizio della successiva comunicavano una segreta euforia e l’abbraccio si faceva sottile condiscendenza del corpo flessuoso e domesticato e segreto vibrare di corde come in una ‘sera del dì di festa’: quando ‘la gioventù del luogo mira ed è mirata e in cuor neDSC02106.JPG gode’ e, come per incanto, spariscono le canute incertezze e le tristezze e riappare quell’immagine lontana di una giovinezza che ‘ci allaccia i malleoli’ e sempre ci illude ‘o Ermione’.

angeli,santi,cristi,greggi

 

Ho capito, finalmente! perchè sono specialmente attratto dalla visione degli angeli statuari e statue di santi e cristi che incombono dai cornicioni delle chiese e sovrastano le eleganti cupole con metafisica leggerezza.

E’ perchè si sono staccati da terra, non sono più di questo mondo e le greggi turistiche di sotto sempre più folte non sono più cosa loro dai secoli saeculorum. Le osservo stagliarsi nel nitore del cielo del primo mattino – quando la città appartiene solo ai pochi che corrono: per restaurare un fisico male in arnese o per mantenere, invece, una giovanile forma strepitosa – e ne noto le petrose, sofferte espressioni di santità e le corrosioni del salso e degli inquinanti post moderni che le rendono ancora più ‘spirituali’, mistiche e figlie dell’aria.

Ho della città una concezione aristocratica e ‘proprietaria’. Esco qualche ora prima che aprano le porte i termitai delle grandi navi da crociera e dei torpedoni turistici e dei treni e rientro quando le prime greggi turistiche appaiono sullo sfondo delle principali vie di accesso. Ri-esco nelle prime ore della notte, a volte, ma la città mi appare esausta e stremata – per la sporcizia che solo nel primo mattino scomparirà agli sguardi (non tutta, non sempre).

 

Forse questa mia concezione proprietaria dei luoghi risale alla mia formazione: nei Cinquanta il turismo non aveva questi suoi numeri folli e non era ancora ‘di massa’.

Vi è chi sostiene che questa pioggia umana ormai sistematica, permanente, sia benefica e sottolinea la positività di questo ‘amore’ turistico per la città, ma alcuni uffici dell’Unesco incaricati di redigere studi di ‘compatibilità ambientale’ dei luoghi hanno idee radicalmente diverse e affermano che, più delle acque alte, sia questa marea umana in costante rialzo a costituire un pericolo per il fragile tessuto di questa specialissima città d’arte.

 

Come che sia, le masse formicanti hanno di brutto che uccidono la poesia dei luoghi, la loro capacità di essere ‘evocativi’ e ‘spirituali’: luoghi dell’anima prima che dei portafogli di osti, proprietari di B&B, negozi di maschere, motoscafisti e gondolieri.

 

Ricordo la stizza di un tale che incontrai nell’isola di Kalimnos-Grecia. Gli magnificavo la bellezza dell’essere stati, io e mia moglie, i soli visitatori fuori stagione delle caverne che la leggenda vuole essere state quelle del Ciclope accecato da Ulisse-Nessuno.

Mi rispose acido : ‘Scusate tanto se vi abbiamo disturbato.’

Non era quello lo spirito del mio raccontare, ma non importa: siamo tanti e tutti diversi nell’intuizione e rappresentazione che ci facciamo della vita, della poesia, dell’epica e dei luoghi che l’hanno ospitata.

 

‘Uccidete il chiaro di luna’ (sopra Venezia) – gridava Marinetti in un suo famoso e furioso manifesto provocatorio. Era il tempo ‘futurista’ in cui si farneticava di tangenziali autostradali che sarebbero approdate sulle Fondamenta Nuove, dopo aver toccato Burano e Torcello, e solo l’opposizione ferrea del Duce (una delle sue poche ‘buone cose’) fermò l’esecutività di quei progetti demenziali.

 

Oggi uguali farneticazioni architettonico/urbanistiche si fanno progetto (quasi finito) di ‘people mover’ e di metropolitane che passano sotto ai fanghi delle barene per meglio riempire, e più in fretta, una città già straripante e invivibile.

Davvero il futuro mi è alle spalle.

besame mucho

 

Sono dappertutto. Stanno davanti ai ristoranti di questa città finto-allegra, – in realtà condannata dalla sua struttura di ‘città del passato’ a un sempiterno fondo di tristezza: ‘Com’è triste Venezia’.

 

Sono di provenienza balcanica e hanno capito che la tristezza paga, è la colonna sonora di queste pietre vecchie nell’anima – perchè in realtà i troppi restauri le hanno rinnovate più e più volte e niente è più quel che è stato e anche il ‘vecchio’ delle case e dei palazzi è una quinta teatrale, un teatro dell’antico dove va in scena la maschera e la commedia dell’arte e tutte le banalità e le stupidaggini che vi si accompagnano.

 

Suonano ‘Besamo mucho’ con solo lo strazio della fisarmonica e ancora quell’altro tango, – che ti uccide per la tristezza che induce nell’animo: ‘Es la historia de un amor qual no abia otro igual….todo el bien, todo el mal.’

 

Vien voglia di andargli vicino e pagarli perchè la smettano di suonare, ma cambierebbero zona e te li ritroveresti davanti mezz’ora più in là.

 

Venezia è una condanna a vita, una tristezza che uccide e se piove e tira vento vorresti essere altrove e sentire voci diverse, aliene magari, voci di una diversa vita da questa che ti è stata data in sorte…

allegorie che illuminano le vite

 

Allegorie e metafore ci illuminano la vita. E ‘Il deserto dei tartari’ di Buzzati (di cui ho ri-visto ieri la bellissima riduzione cinematografica con la regia di V. Zurlini) è una delle belle e potenti allegorie del nostro vivere.

Al pari di ‘Aspettando Godot’ è allegoria di attese vane e senso delle vite nostre che ci sfugge, ma, a differenza della pièce di Beckett, non ci immerge nella disperazione per tutto quanto di assurdo ci sommerge, non è una stanza chiusa dove ci aggiriamo impotenti e prigionieri come belve in gabbia, bensì è magnificenza di paesaggi aperti e orizzonti lontani dai quali ci aspettiamo che verranno, prima o poi, le orde barbariche che daranno senso alle nostre azioni e giustificheranno gli assetti sociali e politici e militari degli imperi e quelli segreti e nascosti delle anime nostre.

 

La bellezza del film e dell’allegoria a cui dà forma sta nell’elegante mostrare che ad ogni ordine sociale o personale che abbiamo costruito corrisponde un disordine latente e potenziale che saremo costretti a contrastare. Estote parati.

Tutti sappiamo – fin dall’infanzia e dall’adolescenza in cui facciamo le scelte della vita adulta – che esiste un Nemico potenziale contro il quale opponiamo la forza e la granitica certezza di una vittoria militare per le virtù di un potente apparato e di rituali antichi che tengono vive le coscienze del come siamo e perchè siamo a quel modo e in cosa crediamo che valga la pena di una battaglia e di una guerra che affronteremo e vinceremo.

Abbiamo una Disciplina e un Regolamento a cui dobbiamo attenerci e Ordini che vengono dallo Stato Maggiore ai quali dobbiamo obbedienza. Perchè tutto si tiene: l’alto e il basso, l’Imperatore e il Comandante militare, gli ufficiali e i soldati e il maneggiare la spada e l’oliare i cannoni e i fucili per mantenerli in efficienza e lo strigliare i cavalli e tenere in ordine le divise perchè all’Ordine necessario e che dà un senso alle vite appartiene anche l’Eleganza di una forma.

E la vita e la morte di ognuno – ufficiale o soldato che sia – segue quegli antichi binari rassicuranti dai quali non si può uscire pena il deragliamento, il collasso delle menti e di un ordine sociale che è fragile e ha bisogno di rituali che si perpetuano nel tempo tramite nostro e di norme sicure a cui obbediremo.

Il Nemico è sempre alle porte e ci si mostra per vaghe luci lontane e ombre inquietanti e presagi e simboli (il cavallo bianco) dei quali dobbiamo tenere giusto conto. Ma dobbiamo anche temere i vaneggiamenti, le interpretazioni sbagliate. Un solitario cavallo bianco che trascorre sotto i nostri occhi allibiti non equivale l’avvistamento di una colonna in marcia lungo l’orizzonte.

Bisogna saper interpretare i segni e i simboli, non si può lanciare allarmi ingiustificati e mobilitare l’intero battaglione su una nostra idea sbagliata, un vaneggiamento, una segreta speranza.

E Occidente e Oriente, Nord e Sud non sono solo coordinate geografiche buone per l’orientamento e il saper rintracciare la via di casa, bensì Frontiere Culturali lungo le quali ci giochiamo l’identità sociale e il senso dell’esistere al modo degli avi e del presente nostro di eredi.

 

La fortezza di Bastiano dove è stato comandato il sotto tenente Drogo alla sua prima nomina è un monastero e i soldati sono monaci silenziosi ma non meno mistici e gli ufficiali sono gentiluomini che rispondono con precisione e fede ai rituali dell’eleganza del vestire e dell’ ‘officiare’ i riti consolidati di quella vita di volontaria segregazione.

Nel vuoto dell’attesa di un nemico fantasmatico, di un Godot terrestre, si dànno purtuttavia le azioni forti e significative della vita militar-monastica: si va e torna dal presidio avanzato, si tira di spada tra ufficiali, ci si fronteggia e ci si scontra sull’interpretazione più o meno rigida del Regolamento da cui dipendono le vite di ognuno e chi sgarra e assume iniziative personali muore perchè siamo nel Branco fin dalle lontane origini e il Branco si fece Urbe e l’Urbe organizzò i manipoli militari per la sua difesa e poi gli eserciti che conquistarono gli Imperi e oggi ne difendono i confini.

 

Ma di vane attese si può morire e si muore e la malattia misteriosa e allegorica che colpisce alcuni ufficiali e stroncherà il protagonista è malattia dell’anima prima dei corpi. Malattia è il contemplare la propria vita che non si traduce in azione, bensì resta attesa irresolta e quando finalmente il Nemico si rivela e richiede la nostra presenza sugli spalti e tutta la bella sapienza militare che abbiamo imparato e perfezionato è troppo tardi e chiudiamo gli occhi sul Nulla che ci ha torturato e annichilito.

 

Già lo scriveva Kavafis in una sua magistrale poesia: ‘Aspettando i barbari’: dopo tanto vano aspettare, la notizia che i barbari non arriveranno più ci affloscia ed uccide.

Quei barbari erano una soluzione, dopotutto, e senza più un Nemico da fronteggiare ci spegniamo a poco a poco e gli occhi fissano il vuoto perchè abbiamo il vuoto dentro.

ritratti

 

Io sono ciò che manca

dal mondo in cui vivo,

colui che tra tutti

non incontrerò mai.

Ruotando su me stesso ora coincido

con ciò che mi è sottratto.

Io sono la mia eclissi

la contumacia e la malinconia

l’oggetto geometrico

di cui per sempre dovrò fare a meno.

 

valerio magrelli  ‘ora serrata retinae’

a che punto è la notte

 

Capita di alzarsi in piena notte e chiedersi assonnati ‘che ore sono?’ perchè la notte è dura da digerire quando certi sogni malati ti allagano i meandri neuronali e non trovi vie di scampo da quei fantasmi insorti nel buio.

Cerchi l’orologio a tentoni e ti chiedi ‘a che punto è la notte’: metafora della presente notte di cose che ci accadono che non si aprono sull’alba luminosa che vorremmo vedere aprendo le finestre.

 

Forse sono umori di primavere dimenticate questi quadri onirici inquietanti che si riaprono dietro agli occhi chiusi nel vano tentativo di riaddomentarsi, forse azzardi di predizioni – che abbiamo cercato da sempre, dai tempi delle pizie a Delfi e tutti gli oracoli che l’hanno preceduta e seguita – perchè predire significa poter preparare l’animo pauroso dell’inadeguatezza a ciò che ci accadrà.

 

Non c’è inquietudine maggiore del non sapere come finirà questa storia o quell’altra che tangono le nostre vite e le condizionano o le sovrastano – lo sanno bene i maghi e i cartomanti che campano truffaldini sulle speranze e le attese dei loro clienti.

C’è anche chi si affida al Mago supremo – con atto di fede che considero strano e buffo per l’astrazione su cui si è costruita nei millenni una figura leggendaria collocata in un improbabile Cielo delle nostre vite e se vai in chiesa e preghi davanti a un Crocefisso la preghiera ti ritorna indietro come le lettere che spediamo di cui non si trova il destinatario.

‘Alice non abita più qui.’ era il titolo di un romanzo e di una canzone. Già.

E neanche quel fuoco che si fece corna di luce sulla fronte di un Mosè illuminato dal Verbo del Sinai abita più da nessuna parte e questa nostra assordante solitudine rende più cocente il dolore di vivere e giustifica i fantasmi della notte e li stabilizza nella mente e ci costringiamo a guardarli perchè a generarli sono le nostre vite e storie.

 

Provi a girarti sul cuscino, ma ognora ti domandi ‘a che punto è la notte?’ e spii le fessure degli oscuri nell’attesa che una luce di fuori le illumini e annunci il giorno nuovo.