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bivacco di notte al passo di Leh

 

La terra friabile sotto le ruote si sgretolò dal lato del maggior peso dovuto allo sbandamento e franò giù, lungo la scarpata. Dallo specchietto retrovisore vidi una nuvola di polvere levarsi da sotto la ruota e la ruota galleggiare sul vuoto.

 

Non realizzai subito il pericolo. Se solo ne avessi avuto un’intuizione, avrei sterzato di colpo a sinistra raddrizzando il peso della bestia meccanica, ma non lo feci. Mi sentii sollevare verso l’alto insieme alla cabina dove stavo seduto.

 

Fu come se il grosso mezzo che guidavo fosse stato improvvisamente sollevato da mille angeli burloni e poi lasciato cadere. Con gli occhi sbarrati vidi il camion scivolare piano e poi più forte giù per la scarpata, in quel punto profonda almeno trecento metri.

Uno  sguardo eterno, fisso sull’ora e sul paesaggio della mia morte che ingrandiva nei miei occhi aprendosi sulla distesa di alberi e cespugli e rocce che sporgevano aguzze, – annuncio della durezza dello schianto del mio corpo su di esse e su quelle che si mostravano sul fondo colorate del mio sangue.

 

Fu proprio uno di quegli angeli, colto da improvvisa pietà per l’espressione di terrore che avevo dipinta in viso e per la paralisi che aveva colpito i miei arti e il mio cervello ad aprire d’improvviso la portiera e inclinare il camion di lato.

 

Il mio corpo immobile riprese d’un tratto vita e movimento. Precipitai giù dal sedile nel vuoto del vano miracolosamente aperto e poi richiuso pel rigirarsi del camion in discesa libera sull’altro lato. Un rovinoso, libero volo della bestia meccanica felice del suo librarsi sgraziato a portiere aperte e richiuse e dello schianto che la riconsegnava al caos di un informe grumo di lamiere dal quale aveva avuto nascita.

 

Vidi con la coda dell’occhio il suo volo lungo la scarpata, e udii l’enorme rumore dello schianto col viso girato di lato, io sospeso con entrambe le braccia a una grossa radice sporgente in fuori quel tanto che consentiva alle mie mani una presa sicura, seppur disperata.

 

Ero vivo, vivo! sfuggito alla morte per decisione divina, destinato ancora alla luce che dardeggiava su di me colla forza dell’ora del meriggio e sembrava onda che si compenetrava alla tensione dei  muscoli tesi nello sforzo di sollevarmi al di sopra del radice per poter poggiare il ginocchio o il piede e sollevarmi poco più sù, sulla sporgenza di terra e rocce da cui il ramo fuoriusciva…. (segue)

 

la solitudine che strana compagna

 

Rimasi molto colpito, qualche tempo fa, da una critica malevola fattami da un tale che, per contrasto e crudele provocazione da stupido bullo scolastico, collocava, invece, se stesso bene infitto in quell’ambito così particolare e complesso (e talora buffo e crudele) che chiamiamo la ‘socialità’.

Una socialità di destra, nel suo caso, inutilmente rumorosa e poco intelligente: fatta di placcaggi a terra e zomparsi addosso uno sull’altro dei giocatori e di affannose corse ‘a meta’ – come se il nostro fine ultimo e scopo del nostro vivere associati sulla crosta del pianeta fosse quella metafora sciocca del correre a perdifiato colla palla ovale sotto al braccio e piazzarla di là di una linea convenuta nel campo prima che un avversario ci blocchi.

 

Ma ‘ndo corri, sciocchino (e di avatar microcefalo), avrei voluto chiedergli, ma che te ne fai di uno stupido punteggio e di una pretesa ‘vittoria’ in quella avvilente socialità competitiva? E’ esaltazione della ‘forza’ e della potenza il vostro correre e disputarvi la palla in campo? La sublimazione nello sport della guerra atavica degli avi negata alle presenti generazioni e della violenza necessaria all’uomo tribale che ancora vive in noi, ma oggi è irrimediabilmente civilizzato e privato di quello ‘sfogo’?

 

La vita come competizione e zuffa permanente è assunto-simbolo di una appartenenza ‘di destra’ – e l’obbedienza a uno schema prefissato da un ‘mister’ e la gerarchia militare, per dirne un’altra, sono tutti elementi di quel complesso quadro di ‘socialità’ negativa e violenta (anche se solo come rappresentazione) in cui ci specchiamo.

 

Ma, ricordo bene, la gerarchia militare – gli ufficiali di ogni grado e competenza di governo di una caserma – se ne fotteva dei ‘perdenti’ della naia per antonomasia: le giovani leve, i nuovi arrivati – ragazzi fragili che soccombevano al crudele gioco di sudditanza e vera e propria schiavizzazione dei ‘nonni’ versus ‘ le incolpevoli ‘burbe’.

Ma i genitori stupidi e un verbo altrettanto stupido e ‘di destra’ affermavano allora correntemente che ‘fare il militare’ era un modo per ‘diventare veri uomini’ – e ho visto persone stupende e intelligentissime e dolci nell’animo perdere la ragione e la salute in quell’inferno di diciotto mesi di malvagia competizione e violenza coatta finalizzata all’obbedienza cieca del marciare e allo sparare e uccidere in una supposta guerra ai confini della nazione.

Chi per la patria muor vissuto è assai e fare massa ed essere ‘carne da cannone’ è pietra fondante dell’essere soldati e dell’ubbidire alle male intuizioni dei governanti di ogni risma ed epoca.

 

Io mi riconosco, invece, fin da ragazzo, nel grido di rivolta del tenente del film ‘Uomini contro’ (Gian Maria Volontè) che invitava a girare i fucili verso il quartier generale e sparare ‘ad alzo zero’ contro le gerarchie idiote che guidarono il macello della prima guerra mondiale.

 

La socialità, a mio modesto avviso, è uno dei gironi infernali dell’umanità nel suo divenire in cui si odono ‘alti lai’ e imprecazioni rabbiose e si commettono stupri e assassinii e sottili violenze psicologiche e intolleranze conseguenti che, spesso, in alcuni individui fragili, defluiscono o implodono nel misterioso regno della pazzia, – le ‘voci di dentro’ che intessono i privati inferni dei matti.

 

Quel tale che mi criticava desumeva dai miei scritti (in un forum – uno degli strani modi di relazionarsi in quella diavoleria postmoderna che va sotto il nome di ‘internet’) una disperante ‘solitudine’ e, a tutta prima, quella sua intemerata mi ferì, ma poi mi distesi in un’analisi degli eventi della mia storia privata che sempre ha privilegiato l’osservazione attenta di tutto quanto mi avviene intorno e il disincanto che ne consegue.

 

Sono un ‘osservatore’ distaccato dell’agire degli uomini fin da bambino e credo sia un portato della solitudine e dell’abbandono che ho sofferto in quella prima parte della mia vita e di una mancata vita familiare e sociale, ma ‘non tutto il male vien per nuocere ‘ ed ho sviluppato virtù compensative e il sentirmi dire che sono un ‘asociale’ non lo vivo come colpa e condizione di minorità bensì come un punto di osservazione privilegiato: un po’ il Dante (si parva licet) che girava per i gironi infernali e descriveva la socialità negativa della sua epoca e gli eventi che la segnavano e i malvagi che ne erano protagonisti e la raffigurava poeticamente dal punto di vista di un esiliato e transfuga: un ‘asociale’ di genio che ha saputo fissare i regni di pertinenza di ciò che al tempo suo era il ‘bene’ e il ‘male’.

 

E Virgilio è, in un contesto siffatto, la personificazione della solitudine che ben conosce le vie dell’Inferno sempre lastricate di buone intenzioni e di pretesi ‘uomini della provvidenza’ che deciderebbero per il bene del popolo.

o si ama o si è di destra

Adoro la pioggia. La pioggia torrenziale, imperativa, che tutto dilava e ripulisce la città di pietra dalle mille deiezioni fresche o disseccate di cui nessuno si cura (salvo le mosche) e ferma i rumori degli operai edili coi loro stramaledetti strumenti di lavoro: le flex, i martelli pneumatici, i trapani battenti, le seghe.

E’ una pioggia che sana, cura, lenisce, abbevera la terra riarsa e nasconde alla vista (evviva!) le mille persone che vanno e corrono operose e caotiche come formiche, le fa rintanare sotto i portici e ne sospende le vite e i poverini battono il passo e sbuffano, ma questo meraviglioso elemento primigenio non se ne cura: è parte integrante e fondante del movimento caotico dell’atmosfera terrestre e si impone com’è suo costume da migliaia di millenni – ben prima dei tempi calamitosi dell’Arca del patriarca biblico che galleggiava placida sul mare delle acque che avevano coperto tutte le terre emerse e i cadaveri degli umani meritevoli del Castigo divino galleggiavano a milioni insieme alle carcasse degli animali.

E sullo scrosciare della pioggia e l’allegro tuonare delle nubi che cozzano ascolto la canzone triste dell’amore perduto : ‘…siempre fuiste la razon de mi existir (…) es la historia de un amor qual no abia otro igual (…) todo el bien, todo el mal…’ e mi sospendo a pensare al miracolo dell’amore che sembra annullare le differenze tra gli uomini nel divampare della fiamma che brucia dentro, perfino le differenze del pensare ‘politico’: incredibile, ma vero.

Leggevo, mesi fa, su un settimanale di informazione, il bel racconto biografico di un avvocato guatemalteco e si narrava la sua bruciante e romantica storia d’amore con una giovane donna a cui preparava i pranzi e aveva cura che la tovaglia non fosse mai uguale, né mai uguale l’aspetto elegante del desco amoroso al centro del quale troneggiavano i mazzi di rose rosse e, alla fine del racconto, si dava conto dell’appartenenza politica di destra di questo donchisciotte di non so più quale sua personale causa contro la corruzione di governo – ed ebbe spezzata la lancia e la vita nella lotta contro il presidente del Guatemala che diceva pubblicamente corrotto e colpevole di malgoverno.

Che strano, pensai, un uomo di destra può essere anch’esso ‘amoroso’ al modo degli altri; il deragliamento amoroso, a quanto appare, unifica gli opposti di fede politica e provai il fastidio di chi si sente defraudato di qualcosa di esclusivo e nobile.

Perché l’amare, l’amore, un certo tipo di amore che merita attenzione e suscita meraviglia, non può appaiarsi all’abiezione di chi si identifica, che so, con l’agire ( e l’amare) di un Berlusconi, giusto per fare il primo nome che mi capita a tiro.

Vi è una poesia dell’esistere (e dell’amare) che davvero non ha niente a che fare con un sentire ‘di destra’ perché quel sentire è rozzo e volgare e becero, a quanto ci è dato di osservare della vita del nostro satrapo osannato dai suoi laudatores, e porta seco la considerazione di un ruolo femminile che è quello delle ministre di alcova e di governo e delle tante Noemi che la danno via facile e adorano il loro Papi perché gli sistema il futuro di consigliere regionali o di veline, faccia lui.

No, l’amore di destra non è vero amore; è qualcos’altro, che so: un’infiammazione delle basse vie, uno scherzo neuronico di cattivissimo gusto, un’ircocervo sentimentale.

L’amore come io lo concepisco: alto, nobile e bello e poetico non può coniugarsi a destra mai: è un assioma non soggetto a discussione. Fatevene una ragione. O si ama o si è di destra.

la vita in diretta e il mar delle storie (due)

E ieri sera il cane abbandonato ululava a quel poco di luna che si è mostrato perché i cani hanno ‘natura sociale’, come si dice, e non riescono a elaborare la solitudine e la soffrono come bestie.

E la cosa rischiava di prolungarsi durante tutta la notte, ma qualcosa è intervenuto che ha placato il suo dolore di cane o, forse, la sua padrona, la drogata cronica, l’amante del rap duro, stupido, ossessivo, è tornata, l’hanno rilasciata e io non l’ho sentita rincasare.

Si perché era stata arrestata, non ve l’avevo detto?

La conclusione dell’azione di ieri, – la violazione del domicilio, il muro scavalcato, la posta fatta dai quattro dell’ave maria per oltre un’ora ai due slavi, che se ne stavano rintanati sperando che non ci fosse irruzione – si è risolta con una perquisizione e un arresto in flagranza e prima ho visto uscire i due slavi tenuti al braccio dagli agenti, poi la loro ospite e ho registrato la frase dell’agente che la accompagnava e lei che biascicava inutili scuse idiote: ‘Devi ringraziare i tuoi amici, per questo’.

 

Che significa? Che qualcuno del suo giro di droga e spacciatori aveva fatto la spiata? Beh, forse l’interrogatorio del magistrato l’ha scagionata del reato più grave o, forse, i due slavi (supposti) si sono fatti carico del reato per intero, fatto sta che anche stamattina la drogata ha chiuso il portone di ferro alle sue spalle e se ne andata non so dove del suo quotidiano vagare e gioco degli incontri e degli inviti sbagliati che condannano la sua vita.

Storia chiusa? Ma no.

Nessuna storia si chiude mai e chi pretende di conoscere la fine di una storia sbaglia perché ogni fine è un nuovo inizio e bisognerebbe riandare coi flash black narrativi al come e perché tutto è iniziato e in che modo quella povera crista – che quando esce al mattino è tutta tirata a lustro e ha la pancia piatta e il bunigolo di fuori con tanto di piercing e ha glutei tondi e ben disegnati dai pantaloni attillati e si guarda intorno e si mostra superba di una sua pretesa bellezza – bisognerebbe riandare, dicevo, al momento primo del suo essere stata stolida e curiosa di che cosa si prova ad infilarsi un ago in vena.

Conosciamo l’inizio del nostro personale inferno, ma i gironi successivi li discendiamo piano piano, uno alla volta, sempre più spaventati dal dolore nuovo e maggiore che ci è riservato.

E l’inferno della sua vita per come si è disegnata poi lo conosco bene perché me l’ha raccontato suo padre, ma questa è un’altra storia ancora dell’infinita concatenazione che tutti ci lega e ci dice, anche noi uomini come i cani, ‘sociali’.

la vita in diretta e il mar delle storie

Mi chiedo sempre da dove traggono origine le storie e se davvero hanno un’origine o sono rami laterali di un’altra storia in cui confluiscono come gli affluenti di un fiume – e lo ingrossano man mano e tutti insieme vanno a morire nel ‘mar delle storie’ che leggevo a mia figlia quand’era bambina (Il mar delle storie – Salman Rushdie – Il club degli editori, Mondadori editrice).

Questa a cui ho assistito stamattina, ad esempio, da dove trae origine, quando è iniziata – se mai un inizio si dà: una sorgente di alta quota o sotterranea che alimenta il fiume?

Inizia alla Questura, dove qualcuno ha telefonato per segnalare un silenzio, una puzza di cadavere, un’assenza anomala – delle tante che si danno ad agosto, mese di scomparse, mese di abbandoni e dimenticanze?

O trae origine dall’arrivo di quei due giovinotti che osservavo due giorni fa dalla terrazza mentre innaffiavo – che entravano nel portone di ferro con chiavi proprie e mai li avevo visti prima e sembravano slavi e cosa ci facevano lì e da due giorni non vedevo la titolare che sempre mi dava segno della sua presenza con quelle sue musiche rap dure, odiose, fastidiosissime, che mi facevano chiudere le finestre con rabbia e attivare l’aria condizionata?

Fatto sta che, stamattina, la pioggia incombeva e me ne rallegravo perché dilava pipì e pupù dei troppi cani che asfissiano questa città di pietra al pari dei troppi turisti – e sopra le pietre malate girano le mosche e i mosconi e tutto puzza di putrefazione e materia che si decompone come, forse, sta succedendo dentro quella casa a cui fanno la posta quei quattro tizi in abiti borghesi che spiano di sotto al portone e toccano l’oscuro con sperimentata perizia per verificare se sia ben chiuso o se, invece si possa forzare.

E c’è un delatore che indica loro il portone giusto e confabula con i quattro prima di eclissarsi al secondo piano dove ascolta sempre le sue telenovele stupide e i quiz a premi che detesto e mi sento a disagio per questa curiosità insana che, tuttavia, mi spinge a osservare la ‘vita in diretta’ e forse la ragazza è morta per overdose o, forse, i due slavi sono dei maledetti spacciatori e hanno con sé il malloppo e la narcotici ha avuto una soffiata e tende l’agguato.

Il tutto dura un paio d’ore.

Telefonino all’orecchio, uno dei quattro fa intervenire i vigili del fuoco che forniscono provvidenziali scale e superano l’ostacolo del muro e ti aspetti che le vittime sorprese nel sonno diano in grida e escandescenze e oppongano resistenza – come fanno tutte le vittime: i maiali destinati al macello e le galline alla decapitazione e spiumatura conseguente – e, invece, tutto avviene in silenzio e, dopo che i quattro dell’avemaria sono entrati, arriva perfino una tizia di apparenti sessant’anni, vestita di rosso, che apre il portone con chiavi proprie (un’assistente sociale?) ed entra a sua volta e non odi una parola e tutto è così surreale e una vecchia dal terrazzino segue l’avvenimento minuto per minuto con manifesta apprensione e vedo muoversi ombre dietro le persiane al terzo piano di fronte e chissà che succederà di questa vita in diretta che ci affanna e, intanto, piove dolcemente come in primavera e forse questa storia è una storia di pioggia e lacrime e acqua fastidiosa, costante, che tutto dilava.

scarnificazioni e introduzioni

 

Mi manca l’incipit di questa intuizione. Il pensiero è confuso e, come ogni volta che ti capita di considerare che qualcosa è cambiato – troppe cose sono cambiate – giri intorno alla ‘cosa’ osservandola dai diversi lati e non sai come definirla.

 

Credo che c’entri il sesso, – il sesso c’entra quasi sempre, di riffa o di raffa – e il fastidio che ho provato leggendo ‘Ho qualcosa da dirti’ di H. Kureishi. Nel libro si parla di desiderio e di ‘innamoramenti’ (le parentesi sono d’obbligo data la nebulosità della cosa) e i protagonisti – chissà perché – finiscono a fornicare in quei postriboli postmoderni che chiamano i ‘privè.

 

Roba da romanzieri, ho pensato con fastidio, che nei romanzi introducono certi argomenti perché pruriginosi, – aspetti del vivere associato piuttosto marginali e ‘cochons’ e a tutt’oggi ci stupiamo e scandalizziamo e ne facciamo oggetto di chiacchiericcio ironico e/o aperta riprovazione.

Però intriga perché sembra che una tal cosa dia le risposte che, altrimenti, non sappiamo darci.

Tipo: perchè il desiderio sessuale dura così poco a lungo nelle coppie e poi ossida e arrugginisce, dannazione?

 

E, invece, mia figlia, – che è una finestra aperta sulle generazioni che seguono – mi dice che la cosa è parecchio diffusa, che ci sono lunghe file di gente più che disposta a questa scarnificazione e semplificazione dell’atto sessuale e la voglia di introdursi di dritto e di sghimbescio nel corpo di uno sconosciuto/a è così forte da far aggio su tutte le paure sanitarie che conseguono alla pratica del sesso promiscuo.

 

E io mi stupisco e prendo nota che molto è cambiato intorno a me e il ‘ragionar d’amore’ e gli struggimenti e le romanticherie delle canzoni e delle poesie e delle lettere d’amore sono nuvolette stupide che stanno a mezza altezza di cieli incerti sul colore da assumere e, di sotto, a Sodoma e a Gomorra ne fanno di cotte e di crude e nessun fuoco sterminatore scende dal cielo a punire i peccatori e nessun inferno li accoglierà – e per loro il Paradiso è costituito da quei gemiti e ansimi che conseguono allo sfregamento insistito di mucose inumidite e il venir meno del piacere che scioglie l’ossessionante groppo del desiderio.

 

Come si sentono ‘dopo’ quei dessi: il professore universitario e l’idraulico che si sono scopati, dopo brevi convenevoli, la commessa e la dentista o la bibliotecaria? Dentro, intendo, nella testa, – nell’anima è troppo dire perché è espressione angelicata e gli angeli, è noto, non hanno sesso e non lo scambiano. Si sentiranno bene o piangeranno lacrime di coccodrillo su quella loro vergognosa reductio ad unum, ripromettendosi di smettere il vizio assurdo quanto prima?

 

Dovrò documentarmi perché pare che esistano libri-inchiesta sull’argomento e gli psicoanalisti fanno affari d’oro nell’analizzare queste pulsioni animali profonde che interagiscono e confliggono coi neuroni preposti alle funzioni ‘alte’ – e quei dottoroni si provano a curare i sensi di colpa eventuali e le nevrosi che le muovono e rendono irresistibile la ricerca del postmoderno bordello dove annegare una/due volte a settimana senza inutili parole da scambiare e sciocche complicazioni ‘amorose’.

 

Occorre aggiornarsi. Oppure regredire a quel distico di una vecchia canzone della mia giovinezza che giurava su alte e drammatiche note : ‘non parlerò d’amore, non ne parlerò mai più!!’ e chissà che gli era capitato al poveretto che quel distico ululava – dal momento che di privé, all’epoca, neanche l’ombra e le scarnificazioni del sesso e le introduzioni rapide e sbrigative erano obbrobri da non confessarsi a nessuno per non passare per ‘pervertiti’ che si erano venduti l’anima (quel che ne restava) al diavolo.

amor ch’a nullo amato

 

C’è un tale che gira per le milonghe la cui voglia d’amore è così forte da mostrarsi spudorata e causa imbarazzi alle signore per il troppo di esplicito che è riversato su di loro.

Intendiamoci: tutti noi apprezziamo il segreto gioco della seduzione e le attese di incontri e inviti che contiene e riscalda il cuore, ma resta sottotraccia, rispettoso delle convenzioni sociali e delle opinioni, non arriva (quasi) mai al ‘fuori scena’ – non è mai ‘osceno’ – a meno di non avere chiare risposte alle timide e ritrose ‘avances’ contenute nei tanghi e nel linguaggio dei corpi e si trasformi, d’incanto, in aperta o segreta relazione.

 

Fa tenerezza la voglia di amore di un vecchio, per di più brutto e sgraziato, e, se non è mediata dai soldi o dalle posizioni di potere che ‘conquistano’ miserabilmente le donzelle e le veline (come si racconta del vecchio satrapo che abita palazzo Grazioli), può diventare una narrazione deliziosamente retrò e commuovere e appassionare.

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Di recente, mi è giunta voce di un innamoramento condiviso di quel tale e ne ho sorriso. Forse è una delle sue solite vanterie, forse è un suo triste ripiegare sulla ‘narrazione delle illusioni’ che prendono il posto della realtà – come capita a noi vecchi. Forse è solo un suo sogno – della sostanza dei quali siamo fatti, come faceva recitare Shakespeare ai tempi suoi – e il narrarlo agli altri/e gli conferisce lo spessore dei baci e delle suzioni e le penetrazioni e il ‘morire dentro’ immaginati e fortemente desiderati.

 

Amor che a nessun amato perdona l’amare. Già.

colori folli e solitudini pazzesche

 

Ero a Burano ieri, un’isola di colori folli: rosa shoking, fucsia, blu elettrico, verde bandiera, zafferano, che insorgono dallo smeraldo opacizzato della laguna nord. Le guide turistiche, mi ha detto una brunetta ‘nic(s)oise’, affermano che è per via della nebbia e i pescatori che rincasano vedono l’isola in distanza proprio grazie a quel cromatismo folle, ma io credo che la cosa gli abbia preso la mano e diano di matto più per il compiacimento che ricavano dalle foto a raffica dei mille e mille turisti piuttosto che per una pesca che ormai è praticata da poco più del venti per cento della popolazione.

 

Ho parlato con un vecchio di ottantasette anni che non si reggeva in piedi e gli ho detto di mio nonno che partì da quell’isola per approdare a Venezia e consumare la vita mendico e i figli che cambiavano strada quando lo vedevano sui ponti in distanza che tendeva il cappello.

Oggi è un rendere miseria alla globalizzazione e cambiamo strada e ignoriamo i neri senegalesi che sui ponti ristanno con le borse taroccate dentro ai borsoni sempre pronti alla fuga, ma dilaga anche il mendicismo, tra loro, che, prima, era appannaggio degli zingari e dei balcanici avanti in età e le donne.

 

Non è più questione di ‘recherche’ proustiane in quest’isola dimenticata da Dio, ma baciata dal turismo di massa. Con quest’isola l’impatto emotivo è forte per via dei colori e della ‘popolarità’ esibita ‘alla greca’ – come sanno i viaggiatori che approdavano alle isole meno conosciute trent’anni fa e si beavano della ‘grecità’ di paesuoli defilati e abitati da dieci persone e ammaliava il silenzio metafisico della piazzetta sopra il monte sotto al castello fortificato e, di fronte, era il biancheggiare di un monastero con solo un monaco dentro.

 

Non saprei tollerare l’isolamento di un isola dentro un atollo lagunare e già Venezia mi va stretta per la sua insularità – peraltro coniugata benissimo col mondo che l’assedia e la fa ricca.

 

Guardavo quelle donne di Burano che entravano e uscivano dai loro piccoli appartamenti a piano terra e mi sembravano formiche intente al poco costrutto del vivere e sopravvivere nel silenzio assolato della calle e del campiello. E neanche le vedi andare in giro, spingersi fino all’altra metà di un’isola che si visita in un’ora – due se sconti l’incanto dell’angolino tipico, del colore che incanta e costringi dentro una foto.

 

Ma come si fa a sopravvivere così: tutte casa, chiesa, marito e, la sera, neanche più il popolo dei turisti a dirti che sopravvivi in un Eden di colori folli e solitudini pazzesche?DSC02892.JPGDSC02881.JPGDSC02875.JPG

la malaeducacion (2)

 

….e quando uscii dalla gabbia guardavo la città come fosse un mondo tutto da scoprire, in basso e in alto: i piani alti delle case che sfumavano nell’azzurro del cielo perché quando sei in gabbia l’unica uscita possibile è verso l’alto e nelle ore d’aria, dopo il gioco e le corse, mi sedevo sull’unica panchina e seguivo a naso in su il correre e il modificarsi delle nuvole – che vanno senza costrizioni dove le sospinge il vento e, dopo un po’, arrivava il prete a scuotermi e dirmi di riunirmi ai compagni perché ‘non va bene di starsene per conto proprio’. La socialità come obbligo e pedagogia costrittiva. E lì dentro, per fortuna, non esistevano i bulli, ma tutto confluiva nel terzo grado meticoloso del confessionale che ravanava nei tuoi pensieri segreti e la santa messa tutte le mattine.

 

Non sapevo bene che fare delle giornate chiare di quella mia prima estate di libertà se non camminare fino a perdermi nel labirinto delle calli e delle fondamenta tra Quintavalle, Sant’Elena e via Garibaldi. E ascoltavo le nenie e le canzoni lanciate a piena voce fuori dalle finestre aperte dalle donne che stendevano i panni al sole e gli insulti sanguinosi che le opponevano e offrivano raffigurazioni infernali all’odio covato. Giravo intorno agli isolati tre, quattro volte volte prima di accorgermi che mi ritrovavo sempre nello stesso posto di partenza e alle domande di mio padre su quale scuola volevo, rispondevo: ‘Il classico’, ma faceva orecchie da mercante e mi rispondeva che dovevo pensare a ‘un mestiere per le mani’, pochi grilli per il capo e a lavorare il prima possibile. Un’opposizione sorda che, tre anni più tardi, divenne fatale. Mi presentai agli esami di scuola media unificata facendomi prestare i testi scolastici da un compagno di voga. Falsificai la sua firma e ottenni la media del sette, ma il bidello era un suo cliente e glielo disse e si chiuse ogni spiraglio di dialogo e solo la malattia che lo portò alla morte otto anni più tardi ci riunì brevemente.

 

Mi mandava a mangiare gli gnocchi da una mia zia dolce e affabile che abitava in via Garibaldi e lei mi spiegava che non era per cattiveria, ma anche lui, alla mia età, aveva dovuto tirarsi su le maniche e darsi da fare e così tutti i suoi fratelli e del nonno nessuno mi diceva nulla e solo molti anni più tardi una cugina mi raccontò che quando lo incontravano mendicante sui ponti i familiari tiravano dritto e fingevano di non averlo visto. Storie terribili di quegli anni che al ricordarle mi appaiono narrazioni incongrue e mi lasciano senza fiato.

 

Ma avevo uno zio ciabattino, che lavorava (e mangiava e dormiva) in un luogo buio e odorosissimo di colle e scarpe ammassate. Mi piaceva ascoltarlo perché si appassionava e insieme rideva delle molte e diverse cose che raccontava e mi si apriva un mondo altro e diverso di quanto era avvenuto negli anni prima della mia nascita e  le cui conseguenze si osservavano negli anni che vivevamo. Non leggeva l’Unità né era iscritto ad alcun partito, ma era documentato e gli piaceva la storia e le storie del mondo e gli facevo un sacco di domande e di alcune mi rispondeva che dovevo andare in biblioteca e studiare perché lui arrivava solo fino a un certo punto e si compiaceva della mia voracità intellettuale.

Un giorno mi raccontò di un poveretto, un mezzo mongoloide, che aveva subito molestie da un porporato e si era confidato con lui perché nessuno gli credeva. Mi raggelai. Era l’epoca in cui, a raccontare quelle cose, ti dicevano un ‘mangiapreti’ e le passavano sotto silenzio in famiglia e nella società, ma nel racconto di quel mio zio c’era l’eco rabbiosa di una sofferta partecipazione per quel poveretto che si struggeva di non essere creduto e per la prigione di solitudine che lo opprimeva.

 

Poi vennero i viaggi in treno verso Padova e Abano e la scuola professionale che frequentavo obtorto collo e presi familiarità con tutto quanto di strano e buffo e appassionante mi accadeva intorno e fui felice di partire per la Svizzera appena compiuti i sedici anni per il mio primo stage di lavoro e di salire sul trenino delle Alpi che arrancava sulle salite e quando tornai non avevo un soldo, delle poche lire che ti pagavano come apprendista, ma la valigia piena di libri (in francese) di Platone, Spinoza, Camus – che quando entravo nella cartoleria di Les Diablerets la proprietaria mi sorrideva e mi chiedeva se stavo preparando un esame. Aveva un modo delizioso di esprimersi nel suo francese cantonale e ogni volta che varcavo la soglia mi accoglieva con un ‘Bonjour Franco!’ che sembrava l’incipit di una canzone…..

 

la malaeducacion

 

Avevo dieci anni non ancora compiuti e uscivo da sei anni di un collegio di suore e mio padre, che mi aveva in affido giudiziario, pensò che fosse una buona idea l’affidarmi, per la colonia estiva, a quelli di don Orione – istituto che allora occupava un palazzo in Lista di Spagna.

Affido demandato ad altro affido, come si fa da sempre per gli appalti e poi si scoprono le rogne e i costi proibitivi e tutti scaricano le responsabilità a monte o a valle.

A sua discolpa bisogna dire che mio padre non aveva ancora una casa e dormiva e mangiava nel retrobottega umido del negozio. Mio padre, questo sconosciuto.

 

Quella della colonia non fu una bella esperienza anche perché il prete-direttore preposto all’accoglimento, mi accolse al modo che oggi riempie le pagine dei giornali di mezzo mondo: con melliflue parole e bonarie, ma la sua mano di ‘padre’ (così si facevano chiamare all’epoca e le suore ‘madri’, – chissà perché e per colmare quale carenza della loro personali realizzazioni), la sua mano, dicevo, andava a cercare chissà che di impubere su per i pantaloni corti che allora usavano scostando delicatamente l’elastico delle mutande. Dopo, una volta adulti, ci si chiede sempre se abbiamo avuto una qualche colpa per il nostro restare lì impalati senza saper reagire, – strillare, che so, dire male parole o piangere (ma ai maschietti si insegnava che non si doveva) e hanno sempre facile gioco i ginecologi accusati di molestie e i pedofili che rivestono un certo ruolo di responsabilità a dire che le pazienti (e i bambini loro affidati) spesso equivocano i loro gesti professionali e/o ‘paterni’ e sono preda di ‘suggestioni’.

Alla fine della colonia avvisai mio padre di quella strana cosa che mi era accaduta e del profondo disagio che aveva suscitato nel mio animo di bambino e lui mi iscrisse alle medie in un altro istituto, gestito stavolta dai salesiani, dove tutto si svolse come si deve, per la mia e l’altrui fortuna.

Non la migliore delle storie e infanzie possibili, ne converrete.

 

E allora non usavano le denunce eclatanti e i giornali, forse, in maggioranza, avrebbero difeso a spada tratta l’onorabilità dei tanti anni di servizio di quel tal direttore e molti testimoni a difesa già ospiti di quell’istituto avrebbero sostenuto a spada tratta che si trattava di spaventose calunnie di una mente fragile, forse malata.

In ogni caso, all’epoca, glissare e passare le cose sotto silenzio e dimenticare le ‘brutte cose’ che ci accadevano pareva a tutti una buona idea. In fondo erano passati solo quindici anni dalla conclusione di una guerra mondiale e si cominciava a star bene anche grazie alle cambiali e la Dc governava il paese coi suoi uomini migliori usciti in gran parte dalle parrocchie e dall’Azione Cattolica e amministrava la ‘cosa pubblica’ con destrezza e agli italiani faceva più paura il comunismo cannibale di bambini che si denunciava ad ogni tornata elettorale. E nella cabina elettorale ‘Dio ti vede, Stalin no’.

 

La ‘malaeducacion’ comincia sempre con un furto di fiducia: con una mente recettiva e fresca di bambino il cui naturale percorso di vita viene turbato ( a volte irrimediabilmente) da questi poveretti incapaci di sublimare le loro naturali pulsioni sessuali nel mistico approdo del servizio alla Croce e alla Dottrina della fede. Bisogna capirli, anch’essi sono uomini fallaci e, tuttavia, la divina Grazia sacramentale, ci veniva spiegato nell’ora di religione, è come l’acqua limpida di un torrente che non viene sporcata dal letto sudicio su cui può capitarle di scorrere. Sursum chorda.

 

Ma non sarebbe più semplice rinunciare a quella stupidaggine, a tutti palese, del celibato dei preti e lasciare a questi ‘predestinati’ e che ‘hanno la vocazione’ l’opportunità di misurarsi concretamente con l’amore pieno tra un uomo e una donna che vanno predicando senza nulla conoscere?

 

Sembra semplicistico, dopo tanti secoli di ottusa resistenza e migliaia di ‘molestati’ e vite rovinate, ma sovente sono le cose semplici – se, umilmente, si rinuncia a definirle ‘dogma’ e fregiarsi di insensate ‘infallibilità’ – che salvano dagli abissi della cattiva fama. Una mala fama che affossa millenarie istituzioni e le dice, definitivamente, non più credibili e convincenti all’alba del terzo millennio.