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A dicembre

Sono alla frutta. E lanciano proclami che neanche il peggior imbonitore su piazza azzarderebbe – e si spingono fino a minacciare l’Europa di trovare morte certa sul vallo Adriano della legge di bilancio italica che fa acqua da tutte le parti: dagli stanziamenti per i migranti in crescita esponenziale, grazie agli incessanti arrivi e alla disastrosa e ipocrita politica de ‘l’accoglienza’, alle mancate politiche economiche per far si che i nostri ‘bamboccioni’ si svezzino, finalmente, e si decidano a levare le ancore dalle famiglie di origine e piantino radici in qualche luogo diverso del vasto mondo, come fanno i loro pari età a nord delle Alpi.

E il mite Padoan, fiutando la fredda aria che tira tra i membri della Commissione europea incaricata di approvare o bocciare la manovra d’autunno, si trasforma in un attore dei film pulp di Quentin Tarantino e trombona minaccioso: ‘O con noi o con l’Ungheria!’ – come se quella stupida contrapposizione fosse un coltello brandito per far si che l’Europa apra i cordoni della borsa e alzi la barra del deficit di bilancio e consenta così di finanziare tutti i capitoli di spesa della folle politica economica dello s-governo renziano.

E la chiusura delle frontiere in Europa ci ha messo con le spalle al muro e siamo soli a fronteggiare una emergenza-migranti che il duo Renzi e Alfano non ha saputo/voluto contrastare – riempiendosi la bocca con lo slogan atroce e bugiardo de ‘salviamo vite’ e nessuna politica di dissuasione e contrasto della tratta degli schiavi in partenza dalle coste libiche. E oggi paghiamo cara, paghiamo tutta l’insipienza e la non volontà di avviare e accelerare i rimpatri dei clandestini come ci chiedeva l’Europa di fare prima che si chiudessero le frontiere a causa delle ‘giungle’ di Calais (e di Como e di Ventimiglia) che abbiamo colpevolmente alimentato per anni.

Sarà per questo che la frase ‘O con noi o con l’Ungheria.’ , detta da una persona che, fin qui, ci era sembrata controllata e ragionevole, ci pare la sguaiata conclusione e il miserabile ‘coup de theatre’ di una sceneggiata che si è aperta due anni fa con una congiura di palazzo (‘Enrico stai sereno’), è proseguita con una irritante e fallimentare vendita di pentole ‘riformistiche’ costituzionali e morirà, presumibilmente, con Renzi che rassegna le dimissioni al Quirinale il 6 dicembre?

S.p.q.r. – Sono pulp e perdenti questi renziani.http://www.repubblica.it/…/padoan_manovra_ue-150386193/…
REPUBBLICA.IT
Gli ‘slums’ delle città europee alimentati dalla folle politica immigratoria del duo Renzi-Alfano. S.p.q.r. Sono pazzi questi renziani.https://youtu.be/pN0QddK8VFk

Maschere quaresimali

E se vai in ‘piazza’ (la sola ‘piazza’ qui in città), oggi che la grande kermesse carnascialesca è finita, ti sorprendi del fatto che tutti gli ospiti turisti si sono adeguati al verbo quaresimale e nessuno prova a mostrarsi in maschera, malgrado la città, per loro, sia davvero un inesausto carnevale e una ‘Veniceland’ tutta piccioni e scatti fotografici a pioggia fitta.

E un ‘quaresimale’ duro e puro ha affisso, nottetempo, su per i muri del sestiere di san Polo una reprimenda savonaroliana rivolta agli ospiti che se ne sono andati e hanno portato seco ( a suo dire ) un cattivo ricordo di pessimi ristoranti e carissimi e la nomea di ‘merce’ turistica da un tanto al chilo per l’ingrasso dei soliti noti: ristoratori e osti e gondolieri e motoscafisti e bottegai della ben nota paccottiglia targata ‘veniceland’. E forse ha ragione, ma la sorte di questa città è segnata da tempo e i binari sono quelli – e ogni mese nuovo ti capita di notare l’ennesimo albergo che apre dove prima c’erano gli uffici del tribunale a Rialto o un altro b§b nuovo di zecca dove abitavano certi nostri conoscenti ‘esodati’ in terraferma.

E del carnevale che se ne è andato ricordiamo una meravigliosa visita all’Archivio storico dei Frari dedicata al tema del carnevale (e dell’expo milanese) che ci ha rallegrato l’animo per la capacità della nostra guida di raffigurarci cinematograficamente la storia della Serenissima e le ‘mude’ che andavano a commerciare le ‘spezie’ nell’Oriente mitico – e ci illustrava sui documenti storici cosa mangiavano i marinai e gli ufficiali a bordo delle galere, con le merci meticolosamente segnate per quantità e genere sui quaderni di bordo risalenti al Tre/quattrocento e la carne veniva imbarcata viva, con le galline che razzolavano tranquille in giro per le stive e sul ponte fino al momento del sacrificio.

E, certo, ricordiamo anche le moltissime maschere magnificenti ed elaboratissime che provocavano autentici orgasmi fotografici ai visitatori, ma nessuna maschera di Maometto col turbante e un cartello appeso al collo ‘je suis charlie’ che avrebbe fatto tanto occidente fiero delle sue storiche libertà e coraggioso.
Ma non si può chiedere troppo agli ospiti del carnevale impauriti per le notizie che vengono dalla Libia – e i fantasmi delle orrende uccisioni li perseguitano di notte e il timore dei ‘turchi’ alle porte di Venezia. E magari una prossima quaresima da trascorrere decollati a decine di migliaia in tuta arancione o tutti convertiti all’islam per amor di quiete e voglia di vivere comunque e malgrado il medioevo di ritorno che tutti ci avvolge colle sue nebbie rossastre di morte e le ceneri e le macerie di un mondo rotto che, davvero, non ce lo aspettavamo così all’alba dei nostri vent’anni.

Ma non era meglio ‘morire da piccoli’, mannaggia?

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Le glorie del vecio leon (Il Teorema Venezia)

Grande era la curiosità che avevo per il film ‘Teorema Venezia’ – ennesima denuncia di uno stato di insostenibilità ambientale che molto ha commosso le platee di mezzo mondo: gli spettatori di ogni nazione riconoscendosi nelle folle sterminate e insaziabili di maggiori intasamenti futuri che percorrono incessantemente la città più fragile al mondo e con un rapporto popolazione-territorio fra i più alti al mondo. Non mi ha deluso, in verità.

 

Il film scorre via dritto, come le grandi navi che riempiono lo schermo e sembrano bianchi icebergs di impatto probabilissimo e fatale o dei king kong minacciosissimi con tra i peli una miriade di insetti-turisti infestanti – e la bella tra le loro grinfie, di cui quei king kong sono innamorati per ragioni di volgarissimo lucro, è Venezia.

Città che sembra non avere futuro – stimano gli studiosi – e la didascalia finale stima al 2030 l’anno in cui a Venezia non abiterà più nessuno, – e i nuovi ‘abitanti’ saranno i turisti di cui all’affanno e alla denuncia di insostenibilità e gli studenti universitari: finalmente liberi di fare la loro ‘movida’ notturna e gozzovigliare fino a notte fonda e sparare alti i decibel della musica-rumore dei loro bar, togliendo il sonno ai giusti che oggi vi lavorano e vivono.

 

Il limite del film è il ‘macchiettismo’ dei quattro protagonisti: un vecchio gondoliere in disarmo, una aristocratica scrittrice misantropa sempre avvolta nel suo fumo come Crudelia Demon, un desolato procacciatore di immobili prestigiosi in faticosa vendita, che molto ha a cuore la qualità dei restauri e le malte che ‘non sono più quelle di una volta, signora mia’ e non garantiscono più l’eternità dei manufatti e un simpatico barca-trasportatore che lamenta, malgrado la professione che ritenevamo parecchio remunerativa (dati i molti traslochi), di non potersi permettere gli affitti altissimi vigenti in città ed è condannato all’espatrio e al definitivo esilio.

 

Che pare non essere una condanna così atroce, in verità, se è vero (ed è vero) che molti dei ‘mestrini’ esuli non rimetterebbero piede a Venezia ‘gnanca se i ma paga in oro’.

Perciò Venezia è condannata all’ergastolo del suo quotidiano ludibrio: i troppi ‘barbari’ infestanti (eccolo il ‘teorema-venezia’), i Carnevali invivibili e i vaporetti stracolmi – e gli imbarcaderi strapieni di gente incacchiata e livorosa che spinge per salirci comunque.

 

E gli stolidi amministratori cittadini che si gloriano, politicamente, davanti ai microfoni dei giornalisti, di aver riempito la città di qualche migliaio di ‘partecipanti’ in più ai raduni canonici che aggiungono intasamento a intasamento: voghelonghe, maratone, e i leghisti settembrini che, per nostra fortuna, sono sempre di meno – e speriamo che siano destinati a rapida scomparsa come si prevede per gli abitanti storici di questa nostra antichissima e affaticatissima cittade.

 

La consolazione, rispetto alla previsione del fatale 2030 – anno-di-disgrazia ultima -, è che ‘noi non ci saremo’, come cantavano quei tali (I Nomadi?). Io non ci sarò di sicuro, poichè mi appresto a vendere cara la pelle (la mia casa) e ad espatriare a mia volta verso nordici paesaggi montani. E chi s’è visto s’è visto e i cocci sono suoi.

 

Libiam, libiam dai lieti calici e: ‘Viva le glorie del nostro Leon’.800px-Venice_-_Winged_lion_02.jpg

 

 

lo struzzo e il buco sulla carta geografica

Dateci qualcuno in cui credere, implora un giornalista, di questi tempi che un papa si è dimesso e perfino il satrapo puttaniere ha lasciato il posto ai tecnici-cerusici che han tagliato e cucito da par loro nella carne viva del paese, cerusici appunto -che forse era meglio osservare il decorso della malattia e toccarsi di sotto del loro intervento chirurgico di malnati.

E tutti, tutti pronunciano il gran rifiuto, il Grillo in primis che ‘se votate la fiducia’ vado a fare il Cincinnato nella mia Genova – Genova per noi che coltiviamo la campagna / in questa calda e grigia primavera che ci bagna.

C’è davvero bisogno di ‘qualcuno in cui credere’, brava gente? O, dopo aver mandato allo s-governo della cosa pubblica il barabba dei cento processi perché se li prescrivesse e scassasse le istituzioni di garanzia e affondasse l’economia del paese coglionandoci coi ‘ristoranti che sono pieni come non mai’, ci siamo tutti ritirati sull’Aventino e, come le stelle’ ‘stiamo a guardare’, per vedere di nascosto l’effetto che fa?

E non sarà che nessun governo sia il migliore dei governi possibili, come in Belgio, e la politica dello struzzo rispetto allo spread che s’invola e ai mercati e alle agenzie che ci danno voti di merda sia una buona politica, alla fin fine?

Chi vivrà vedrà, folks! E i cocci sono i nostri. E, giusto per creder in qualcuno, ecco che arriva il papa-castigamatti che strapazzerà la curia romana (illusi!) e la guerra nucleare alle porte della Cina – che se scoppia farà un gran bel buco sulla carta geografica.
Ma, lo sappiamo, le guerre sono l’igiene del mondo (Marinetti dixit), e, dopo ogni guerra che si rispetti, le economie sono ripartite a razzo ed ecco a voi la quadratura del cerchio e l’umanità che risorge e riprende il cammino delle ‘magnifiche sorti e progressive’.

E toglieteci di torno il berlusconi, per favore. Antigua o Cayman come dorato esilio andrà tutto bene, purchè da latitante.


Rosso di sera

Che il futuro sia ‘nelle mani degli dei’ è espressione tuttora in auge, malgrado gli dei siano stati derubricati a ‘leggenda metropolitana’ da gran tempo e i loro templi distrutti già in antico dagli invasati ‘cristiani’ che affermavano con la violenza il loro ‘verbo unico’ (vedi la fine di Ippazia, la filosofa pagana).

 

Ed è vero anche che ‘gli dei accecano chi vuol perdere’ perché gira un virus micidiale, di questi tempi, una malattia di Crohn che costringe gli elettori tutti, di ogni schieramento e convinzione a votare ‘di pancia’, seguendo l’ira e lo sdegno piuttosto delle considerazioni assennate sullo spread che ci tallona da presso e la Fitch che ci declassa impietosamente.

 

E chissà che cosa succederà alle prossime elezioni – da qui a sei mesi, dato il semestre bianco- e se saremo ancora in Europa e se l’economia si riprenderà. L’oracolo di Delfi avrebbe predetto, ambiguamente, com’era suo costume: ‘Diffida del canto del grillo e affidati al rosso’.

No, non Bersani, che avete capito!? Al ‘rosso di sera’ che com’è noto ‘bel tempo si spera’.

 

That’s all, folks!2003210171458_5_378696.jpg

La testa e la pancia (eppur si cresce).

Ci vorrebbe il mio professore di storia economica qui a Ca’ Foscari per averne conferma. Però pare che si: il grafico della crescita economica dell’ultimo secolo mostra una linea secante in salita – malgrado la gravissima crisi del 29 e quella che stiamo vivendo in questi anni.

 

Non saranno le ‘magnifiche sorti e progressive’ che hanno segnato gli ultimi decenni dell’Ottocento – colle scoperte dell’elettricità e del gas che illuminava i lampioni sulle strade e i rubinetti dell’acqua dentro le abitazioni, e le prime vasche da bagno in cui ammollava il sogno di una vita più comoda per tutti – e la coscienza collettiva che bastava far ‘scoppiare un 48’ per vedere la ricchezza redistribuita e ‘sior paron dali beli braghi bianchi / fora li palanchi, fora li palanchi…’

 

E, tuttavia, si va, si cresce, di poco per volta, certo, ma si cresce – e ci si infutura colle tecnologie nuove che dicono possibile riequilibrare il pianeta sconvolto dai ghiacci che si sciolgono che ci ospita e ipotizzare i viaggi spaziali e la conquista del cosmo.ghiacciai-9.jpg

 

E, badate bene, il grafico della linea in salita secante le varie e diverse crisi economiche, prescinde dalle dittature che sono state e dalle guerre – che, anzi! lanciano all’insù, come razzi propulsori, lo sviluppo economico post bellico e sembrano indicare le maledette distruzioni di Shiva quali vettori potentissimi di inauditi sviluppi economici e industriali futuri – se non fosse per la tragedia delle centinaia di migliaia di morti che si mostrano sulle lapidi dei ‘cimiteri di guerra’.

 

Però la linea secante in salita c’è. Non sappiamo quando riprenderà la sua corsa, ma si fa beffe statistica delle attuali predizioni nere del 2013 della disoccupazione che scoppierà a due cifre, quale portato inerziale delle fabbriche che hanno chiuso e di quelle che chiuderanno.

 

Ed è come il dato statistico sulle immigrazioni selvagge che accompagnano i periodi di crisi. Dicono gli esperti e gli studiosi che questo sangue nuovo proveniente da terre e nazioni diverse è foriero di ‘nuovi sviluppi’ e impetuose crescite future, malgrado, nel breve periodo, si riempiano le carceri di immigrati costretti a delinquere e il mendicismo visibile e deprecabile aumenti di qualche unità ogni giorno che passa.

 

Mistero delle statistiche – che si incaricano di smentire la cosiddetta ‘coscienza comune’ e trasferiscono nelle sinapsi neuroniche le considerazioni gassose ‘di pancia’ su cui fonda il proprio consenso elettorale berlusconi e la lega di lotta e di s-governo.

 

Del dirsi cristiani in un Natale di guerra

Ci risiamo colla storia sempiterna del Natale. Che torna uguale ogni anno e ogni anno uguali sono le recriminazioni sul Natale che non è quello del bambolino nella cuna – già profeta in grembo della madre e tanto di stella cometa sopra la Capanna nunzia di un Amore universale e redentore erga omnes – bensì un Natale consumistico e dimentico di tutte le belle cose che si facevano in famiglia.

E quest’anno , invece, le statistiche delle vendite di ogni genere di merce saranno al ribasso e, passando per le diverse zone della città a piedi, si notano sempre più numerosi i cartelli ‘vendesi’ e ‘affittasi’ fuori dalle vetrine dei negozi – a dire di una crisi che ‘pareggia tutte le erbe del prato’ ed è come le locomotive d’antan che fermavano sbuffanti in tutti i paesini e nessuno, oggi, che scende dai vagoni perché un gelo immobile paralizza tutto, e non si commercia, non si produce, non si esporta.

E altrettanto gelo e maggiore paralizza la coscienza civica dei molti che paventano da queste elezioni un ritorno alla follia berlusconiana dello spread impazzito e della predicazione anti europea e anti euro e non sappiamo che cosa ci accadrà in quest’altr’anno che viene -orribilis già in partenza per le facili predizioni negative di un barabba che non vuole scomparire dal palco disastrato e dalle assi sconnesse dove saltella ingessato in viso come in un vaudeville di quart’ordine – e battute sempre più avvilenti e meschine e la maschera del bauscia-pensopositivo che gli si sfila dal viso e ne rivela il ghigno malvagio e revanscista.

Eppure abbiamo futuro e un futuro senza più quest’attore tragicomico di quarta fila è possibile e un’altra Italia cova sotto le ceneri dell’impazzimento collettivo di tre lustri di s-governo e avvilimento istituzionale e, ‘forse ce la faremo’ perché la speranza sempre risorge e ci riscatta e ci dice uomini capaci di cavalcare l’onda negativa della storia e risorgere dalle ceneri – con e senza l’aiuto di leggendari profeti palestinesi che, 2012 anni dopo quei lontanissimi accadimenti, ancora ci dicono ‘cristiani’.

finirà, credete ammè

Dobbiamo la nostra longevità di specie all’incredibile capacità che abbiamo di risorgere dalle peggiori catastrofi e non dubito che il 31/12/1917 nelle trincee dolomitiche i soldati di entrambi i fronti, intabarrati e coi fucili a tracolla, levassero alte le gavette piene di acqua gelata e si auguravano ‘Buon Anno Nuovo- con tanta più forza e augurale disperazione quanto più la tragedia che avevano davanti agli occhi di compagni feriti e i corpi straziati gli rendeva evidente che nessun augurio avrebbe risolto al meglio quella guerra e se sarebbero individualmente sopravvissuti agli assalti del giorno dopo.

Così, ierisera, riuniti in piccoli gruppi tribali nelle case e nelle piazze, abbiamo levato i calici e brindato colle bottiglie di vino di sempre alla facciaccia della crisi globale che ci attanaglia e moltissimi giovani, camminavano ierinotte, intorno alle 3, diretti alla stazione e si inventavano una felicità illusoria ad onta della precarietà del loro lavoro e alla cassa integrazione del padre o della madre.

Così, dal fondo delle molte catastrofi della Storia a cui siamo sopravvissuti, mi sento di poter predire che ‘ce la faremo’ e ‘ne usciremo’ in un modo che non ci è ancora chiaro -forse meno ricchi, ma più ‘lenti’ e avendo imparato a declinare le azioni meritevoli e i pensieri di una ‘decrescita felice’ e discenderemo ancora le nostre piste da sci e ancora viaggeremo e ameremo qualcuno che ci riamerà. E perfino i ‘nemici’ non saranno più tali, chissà.

Buonissimo Anno Nuovo a tutti. Proprio a tutti, neh.
Fate i buoni o, se proprio non vi riesce, abbassate le vostre lance puntate contro il nemico vostro immaginario e chiedetevi:’ Che cosa succederebbe se provassi a disfarmene?’
Già il chiederselo è un ‘Buonissimo Inizio’, credete ammè.

come va, ragazzi/e?

Come va, ragazzi? Preoccupati per i vostri risparmi? Mica li avete messi in Borsa, vero? Beh, fatevene una ragione. Sull’ottovolante si va su e giù tenendosi stretti alle maniglie e chiudendo gli occhi. Ma già oggi andrà meglio, grazie ai ‘rimbalzi tecnici’.

Lo sapete, vero, che i più bravi tra gli operatori del settore finanziario guadagnano di più in questi periodi di picchi e scarse e faticose risalite che durante i periodi di bonaccia ed economie in ripresa.
Tutto questo per dirvi che la vita continua e – come diceva il poeta: ‘Nei tempi bui si canterà?’ e si rispondeva: ‘Si canterà. Dei tempi bui.’

Attrezzatevi. La vita è bella anche per i clochards -se il sole splende al mattino e qualcuno gli ha regalato il mezzo euro per sbocconcellare una baguette fresca di forno.
E Ungaretti scriveva: ‘Si sta /come d’autunno / sugli alberi / le foglie.

Come dite? Che non vi va di condividere quel genere di precarietà delle foglie e degli autunni che incombono? Beh, le stagioni diverse e gli eventi meteorologici correlati sono le condizioni al contorno delle nostre vite e la presente alluvione finanziaria che ci inonda si appaia alle alluvioni annunciate e a quelle già trascorse -che hanno mutato il paesaggio dei diversi luoghi. Ma poi segue, quasi sempre, ‘la ricostruzione’.

Gli induisti hanno un dio che presiede e comanda la distruzione e la successiva rinascita. E noi mortali ce ne facciamo una ragione e preghiamo quel dio di non volerci troppo male e risparmiarci il peggio.

E’ il bello delle nostre vite questo trascorrere di evento in evento contrario che sempre ci sorprende.
Sursum corda. Forse ne usciremo vivi e ancora capaci di costruire futuro, ma ci vorrà pazienza.

specchietti e perline colorate

Ho seguito anch’io, con moderata attenzione e una sottile commozione, la vicenda umana e l’avventura ultima, (il suo magnifico modo di affrontare la morte annunciata) di ‘Steve’, il geniale e fortunato inventore della Apple e di tutte le piccole diavolerie che quell’azienda ha prodotto.
Mi ha commosso il sapere che in gioventù ha fatto le cose che molti di noi suoi coetanei hanno fatto, seguendo le suggestioni dell’epoca nostra: il viaggio in India, l’esperienza tutta intellettuale di testare alcune droghe come curiosità di altri ‘viaggi’; la curiosità di sapere quanto possa aprirsi la mente umana in direzione del futuro dei sogni.

Ma, poi, la sua vita ha preso quel corso concreto e positivo della curiosità per la tecnica e l’invenzione ed è divenuto il beniamino di tutti coloro che amano i postmoderni tamagochi sui quali esercitano compulsivamente le dita e riversano tutta l’attenzione che, prima, riservavano al loro prossimo per la strada, sui tram e dovunque si sia in contatto e in relazione con il nostro prossimo.

Già, perché, per le strade e sulle scale della metro e sui tram e vaporetti, si incontra uno sterminato numero di mutanti che sono proiettati negli altrove futuristici dei loro tamagochi -e i loro occhi sono vuoti e lontani, come se non ti vedessero e riconoscessero e tocca fare ‘ciao ciao’ con la mano o toccargli la spalla per risvegliarli e riportarli a terra, al ‘qui e ora’ dei loro corpi fisici e della loro presenza sulla scena concreta dei giorni che viviamo.

Ed è uscito un libro, di recente: ‘Facebook in the rain’ che viene pubblicizzato col sottotitolo ‘l’amore ai tempi di facebook’ e, anche se non l’ho letto, sono certo che dà conto e dice che gli amori scritti e astratti che nascono e si consumano sui ‘social networks’ e sulla ‘Rete’ sanno già di stantio virtuale e dovremmo tornare al qui e ora dei corpi fisici e del tenersi la mano e guardarsi negli occhi e tuffarsi in mare e correre sulla spiaggia e farci l’amore perché non se ne può già più di tutta questa tecnologia virtuale che ci cambia le vite e le rinsecchisce dentro ai video e nei troppi ‘altrove’ della tecnologie informatiche.

Non ho mai posseduto uno di quegli strumenti partoriti dalla fantasia creatrice di Steve Jobs e da quella dei suoi collaboratori, ma alcuni amici me ne decantano le straordinarie capacità di ‘fare’ e ‘comunicare’.
A me basta il computer di casa e quel poco di telefonia mobile che uso solo in casi di vera necessità e urgenza, ma non ho dubbi che le invenzioni di Jobs appartengano al futuro della comunicazione globale e che i posteri ne faranno un uso meno malaccorto e più equilibrato di quello che che ne facciamo noi -preistorici fruitori di aggeggi formidabili che attirano la nostra attenzione ilare e stupita come fossimo i ‘buoni selvaggi’ di Rousseau o quelli incontrati da Colombo sulle spiagge americane e bastavano le perline colorate e gli specchi a indurli a scambi dispari.