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Quell’arma carica di futuro

Non bisogna prenderli troppo sul serio, i poeti, anche se bisogna distinguere tra grandi poeti (e grande poesia) e la miriade di aspiranti tali che faticano a mettere insieme un endecasillabo a rima incatenata. ‘Anche Mussolini scriveva poesie…’ cantava Francesco De Gregori – e forse è in seguito a quella sua rivelazione che ho smesso di scriverne.

Resta il fatto che alcuni distici della ‘grande poesia universale’ sono di una bellezza folgorante – e se solo troviamo il tempo tra una visitazione di facebook e i cento ‘mi piace’ e un caffè o una partita a carte con gli amici di rileggerli, senti che l’anima sospira e respira a fondo, come per un amore grande che torna dolorosamente a memoria (Paolo e Francesca? Abelardo ed Eloisa) e l’intuizione sconvolgente che ‘vi sono in cielo e in terra più cose di quanto la mente nostra sappia immaginare’, come scriveva quel Tale.

Però è vero che certi concetti sono davvero ardui e lo scavare dei poeti nel senso delle cose a volte produce mostri di cerebralismo – tanto che Prèvert si senti in dovere  di affermare che: ‘le monde mental ment monumentalement’ già ai tempi suoi, figuratevi oggi! che tutto è più complesso e gli adorabili Cinquanta dei capelli cotonati e del ‘boogie’ li vediamo come una rinascita del mondo piena di sogni e di baci (famosi quelli immortalati da un fotografo francese a Paris), mentre oggi ci arrovelliamo su come uscire dalla crisi globale e produrre nuovo lavoro e dimenticare e cancellare dai vergognosi annali i nefasti del berlusconismo di lotta e di s-governo.

Però oggi è la giornata mondiale della poesia (a quando la ‘giornata mondiale dei poveri cristi’?) e l’ottimismo è d’obbligo e una ripassata alla divina Commedia o ai Cantos di Ezra o alla Rime e Ritmi del Carducci è d’obbligo, passando per la ‘Pioggia sul pineto’ dell’ottimo D’Annunzio e gli aforismi barocchi di Lope de la Vega. E senza trascurare la quartine amorose della nostra Valduga.

E, come penitenza per non aver voi mai letto una poesia che sia una negli ultimi quindici anni mandate a memoria questa esaltante e vigorosa affermazione positiva proiettata sul futuro del caro, carissimo Gabriel Celaya – badate che vi interrogo, la prossima volta che metterò piede su facebook.

 

http://cantipoetas.blogspot.it/2009/05/la-poesia-es-un-arma-cargada-de-futuro.html

 

Poesie giovanili

Quoi? L’éternité

 

…a forza trattengo la notte
con mani ghiacciate di pena.
Irrimediabilmente siamo morti
un’altra volta. Sarà -dicono-
definitivo. Che suonino a festa
le campane sul trionfo dell’effimero!
Le stagioni, sai, non muteranno
il loro corso, né accenneranno
i visi a mutamenti d’espressione.
Anche le parole scorrono
fuor di bocca in perfetta
sequela d’idiotismi: adesso
e dopo; il vento, la folla, i santi
il nero, il nudo, il sangue;
canzoni intonate col cuore in tumulto.
Avrà questi occhi la morte?
Solo questo mi é residuo senso.

Carmina non dant panem

C’è stato un tempo in cui scrivevo poesie. Il gusto della parola capace di estrema sintesi concettuale ed evocativa e interattiva (diremmo oggi) con simboli e metafore. E bastava che leggessi Montale e scattava in me il riflesso condizionato dello scrivere ‘alla Montale’. Ed era così quando leggevo le terzine brucianti della Valduga o le raffigurazioni ‘zen’ del bravo Magrelli. L’imitazione è sempre una buona scuola, chiedetelo a quelli che vanno a copiare i Renoir e i Velazquez dentro ai musei e trovano, infine, una loro ‘maniera’.
Poi subentrò il silenzio e la mia vita è cambiata (quale non lo è?) e la parola capace di estrema sintesi e ‘canto’ mi è diventata oziosa, gratuita – ed è vero che i pochi poeti degni di questo nome in circolazione raramente si vanno a visitare ‘nel web’ o se ne colgono le perle di un loro distico giusto per una dotta citazione di breve respiro – sarà per amore di brevità, appunto, in tempi di twitter e f/b, che di gente che vuole passare due ore a leggere un qualche testo in giro se ne trova sempre meno.
Più la biblioteca di Alessandria de ‘il web’ allarga gli orizzonti del ‘vedibile’ e facilmente usufruibile, più si restringono gli orizzonti mentali, chissà perché.
Sarà perché impazza il ‘multitasking’, in questo scorcio di millennio entrante – che vuol dire che uno si fa la barba e legge la mail e occhieggia le offerte di Getbazza e sorveglia l’uovo alla coque e risponde a una domanda oziosa della moglie in vestaglia tutto insieme. Giovani generazioni crescono, proiettate in un futuro che li educa alle nuove tecnologie sempre più sofisticate e ‘veloci’ e chissà chi si ricorderà più del Parini della ‘vergine cuccia’ o saprà citare a memoria una terzina della Commedia.
E, a volte, mi capita di svegliarmi al mattino e di avere in mente i residui di quell’attività neuronica desueta che si esprimeva in rima o in endecasillabi e mi viene da sedermi davanti allo schermo del pc e provare a dargli forma e legame con altre associazioni e intuizioni e oniriche sfilacciature, ma dopo breve ‘poetare’ mi coglie l’affanno del ‘cui prodest’ e la poesia resta in abbozzo o scatta la tagliola del ‘reset’.
Poco male. In fin dei conti, scriveva il poeta già ai tempi suoi, ‘ … a che vale / al pastor la sua vita / la vostra vita a voi ? dimmi : ove tende / questo vagar mio breve / il tuo corso immortale?’
Foto: C'è stato un tempo in cui scrivevo poesie. Il gusto della parola capace di estrema sintesi concettuale ed evocativa e interattiva (diremmo oggi) con simboli e metafore. E bastava che leggessi Montale e scattava in me il riflesso condizionato dello scrivere 'alla Montale'. Ed era così quando leggevo le terzine brucianti della Valduga o le raffigurazioni 'zen' del bravo Magrelli. L'imitazione è sempre una buona scuola, chiedetelo a quelli che vanno a copiare i Renoir e i Velazquez dentro ai musei e trovano, infine, una loro 'maniera'.<br />
Poi subentrò il silenzio e la mia vita è cambiata (quale non lo è?) e la parola capace di estrema sintesi e 'canto' mi è diventata oziosa, gratuita – ed è vero che i pochi poeti degni di questo nome in circolazione raramente si vanno a visitare 'nel web' o se ne colgono le perle di un loro distico giusto per una dotta citazione di breve respiro - sarà per amore brevità, appunto, in tempi di twitter e f/b, che di gente che vuole passare due ore a leggere un qualche testo in giro se ne trova sempre meno.<br />
Più la biblioteca di Alessandria de 'il web' allarga gli orizzonti del 'vedibile' e facilmente usufruibile, più si restringono gli orizzonti mentali, chissà perché.<br />
Sarà perché impazza il 'multitasking', in questo scorcio di millennio entrante – che vuol dire che uno si fa la barba e legge la mail e occhieggia le offerte di Getbazza e sorveglia l'uovo alla coque e risponde a una domanda oziosa della moglie in vestaglia tutto insieme. Giovani generazioni crescono, proiettate in un futuro che li educa alle nuove tecnologie sempre più sofisticate e 'veloci' e chissà chi si ricorderà più del Parini della 'vergine cuccia' o saprà citare a memoria una terzina della Commedia.<br />
E, a volte, mi capita di svegliarmi al mattino e di avere in mente i residui di quell'attività neuronica desueta che si esprimeva in rima o in endecasillabi e mi viene da sedermi davanti allo schermo del pc e provare a dargli forma e legame con altre associazioni e intuizioni  e oniriche sfilacciature, ma dopo breve 'poetare' mi coglie l'affanno del 'cui prodest' e la poesia resta in abbozzo o scatta la tagliola del 'reset'.<br />
Poco male. In fin dei conti, scriveva il poeta già ai tempi suoi, ' … a che vale / al pastor la sua vita / la vostra vita a voi ?  dimmi : ove tende / questo vagar mio breve / il tuo corso immortale?'

risvegliati

 

Sono sopravvissuto alla notte.

Una tempesta di neuroni non sedati

travolgeva l’incerto sonno e il timore

del corpo di trasformarsi in salma

immobile. Niente era più, del tutto

che ha riempito la mente fino a ieri

e le tue cose, la casa, i figli,

le persone amate che restano

a testimoniare l’improbabile tua esistenza

e le doglianze per il suo venir meno.

 

 

‘Eppur si muore’ è variazione

fisica, impercettibile, dell’ ‘eppur si muove’

dell’osservatore del pendolo nella cattedrale

che vive nelle sue opere e se ‘morto’

è parola che impaura, gioverà

ripeterla all’infinito per perderne il senso

-come di ogni parola e azione

del nostro astruso vivere che sconfina

nel sogno caotico di una moltitudine che brulica

nei diversi luoghi di un pianeta

di stratosferica apparenza celeste,

luogo di quiete relativa nel caos

dei movimenti cosmici che si tengono

tra gravità assassine e calori intollerabili

e freddi siderali quali mi accadeva stanotte di provare

e mi dicevo spaventato ‘è l’ora’ e l’onta

era il timore panico del buio e il non-senso

di tutto quanto inanellato nei giorni

di una vita che non ho chiesto di vivere,

ma, chissà perchè, mi chiedeva ragione

del come ho operato nell’ora del trapasso.

 

Poi, finalmente, il buio e il sonno

e questo strano risveglio che mi pare vita

ma forse è un altrove familiare,

il mitico ‘aldilà’ che cerchiamo invano

di rappresentarci, ma è il presente

di ogni nuovo risveglio.

 

A morning’s poem (from a Mahler’s simphony)

a morning’s poem (from a Mahler’s simphony)

C’è un tempo dilatato oltre i bastioni / della memoria che scivola e scorre nel vuoto / con l’ampiezza delle orbite di Saturno / e i ricordi affiorano come cosmici detriti / allineati agli anelli e rilucenti / di quei colori freddi,siderali. / Stanno imprigionati nei ghiacci del tempo / ma basta il sole nostro interno a illuminare le mummie / e in quell’eternità pallida che siamo / in quel fluire lungo le orbite e le radiazioni / riconosciamo i visi amati e le parole / che incantavano i giorni delle nostre vite.

ditelo con dignitose poesie

Canzone del danno e della beffa

Stillicidio di delitti, terribile:
si distruggono vite,
si distruggono posti di lavoro,
si distrugge la giustizia, il decoro
della convivenza civile.
E intanto l’imprenditore del nulla,
il venditore d’aria fritta,
forte coi miserabili
delle sue inindagabili ricchezze,
sorride a tutto schermo
negando ogni evidenza, promettendo
il già invano promesso e l’impossibile,
spacciando per paterno
il suo osceno frasario da piazzista.
Mai così in basso, così simile
(non solo dirlo, anche pensarlo di duole)
alle odiose caricature
che da sempre ci infangano e sfigurano…
Anche altrove, lo so,
si santifica il crimine, anche altrove
si celebrano i riti
del privilegio e dell’impunità
trasformati in dottrina dello stato.
Ma solo noi, già fradici
di antiche colpe e remissioni,
a noi prima untori e poi vittime
della peste del secolo
è toccata con il danno, la beffa,
una farsa in aggiunta alla sventura.

Giovanni Raboni  –    ‘Ultimi versi’

 

p.s. … e considerate quella meravigliosa dedica che la nostra maggiore poetessa vivente fa ai suoi lettori nelle sue prime ‘Centurie’. Scrive la Valduga :  ‘A tutti coloro che combattono i berlusconi della terra, con gratitudine.’

E’ proprio vero che la sola salvezza di una umanità degradata viene dalla vera poesia.

cucendo e stirando

 

Cucendo e stirando puoi osservare

il gioco degli intrecci e delle pieghe

l’una sull’altra e le ripiani e quelle

ostinate riappaiono come ordinate

pieghe celesti obbedienti allo schema

e i fili si raggrumano come nebulose

e non sai dove ha inizio e fine la trama

e dove sta il bandolo che districa la matassa.

 

Creatore confuso cuci e spingi il filo

dentro ai buchi neri e gli sfilacci sono

comete fredde dei loro cosmici detriti

che raggelano i tuoi bollenti spiriti creatori,

ma se apprendi le interne simmetrie

e gli incroci appropriati dei punti ecco

apparire chiara Aldebaran sull’orizzonte

del vuoto

e la costellazione di Orione prende forma

sugli spalti di un navigare tranquillo

e il cosmo sul tuo filo si ordina

coll’ordito e hai ragione dell’entropica

maledizione e la impastoi sulle tue fantasie

creatrici e sai gli orizzonti e i confini

dei paesaggi costruiti dalle dita.

 

ballata di un vecchio tanghero

 

Ballata di un vecchio tanghéro

 

Così magico a vedersi, cosi osè

nel suo invocare un voleo ampio

e credere di volare raso terra

strano uccello senz’ali tutto anima

                                     malata

tanghero officiante un suo tango

iniziatico: un po’ melò e candomblè:

danza di schiavi del senso di esistere

e di amori impossibili sempre posposti

 

e mal riposti in femmine teatranti.

Ah, querida, querida, come mi struggo!

Ma sempre fuggo dall’interrogativo primario

se questo non curare l’orario tra notti e giorni

non sia riconducibile al sogno delle morte stagioni

in cui mi sono perso e i cento visi di donna

e i corpi vostri teatrali e le implicite promesse

di fuoco amoroso redivivo solo braci

 

e fuggevoli baci di incantevoli ricordi

ancorati al largo di isole che visitammo

coi corpi giovani, prestanti e nuotavamo

allato di sirene sinuose ed eran balzi di delfini

in amore, effigiati sugli affreschi di Santorini

                                         senza tempo.

Sarà per questo che il pensiero triste che balliamo

mai non ci appaga e tu sei vaga

sempre d’altri orizzonti e coniugi?

 

Stringimi a te, così come io ti stringo.

Davvero non è importante se fingo

e fingi tu l’amore che si rappresenta.

Importante è l’onda che ci trasporta,

alta, in un altrove sempre sognato.

E se quest’onda ci riempirà i polmoni

sorrideremo distesi in una morte apparente

come si muore in amore l’uno nell’altra.

 

 

 

 

 

 

amori e notti

 

Forse chiediamo troppo e lo carichiamo troppo, l’amore, di pesi impropri e aspettative che appartengono alle attese di ognuno: tutte diverse e di difficile conciliazione.

Una mia amica si chiede (dell’amore) ‘ma ce n’è ancora da qualche parte?’ ed è domanda retorica perché di amore trasuda ogni nostro gesto e voglia di attenzione e i sogni che facciamo – che al mattino svaniscono ma ci lasciano dentro un sapore di amaro per quanto di essi mai trova forma compiuta nella realtà quotidiana.

 

Ma è proprio il quotidiano il nemico e il come non sappiamo più elaborare gli sguardi di amore del marito (o la moglie) con il/la quale conviviamo da troppi anni e l’amore si è perso o ha mutato pelle e ci intriga, invece, lo sguardo nuovo di un qualcuno che per strada ci ha rivolto la parola e il gesto desideranti.

Ma se interviene la malattia o un dialogo duro e una decisione di separazione e sofferenza conseguente subito morde il pensiero dell’amore che è stato e mai muore, ma solo perde smalto, si opacizza e in quel suo ossidare e opacizzare ci stanno tutte le nostre paure e le inadeguatezze e le approssimazioni all’idea di ‘amore’ – che vogliamo ‘alto’ e ‘forte’ e che duri per sempre, ma niente è per sempre e, forse, l’amore si abbina alla morte proprio per il suo essere propedeutico all’idea del morire, del non sapere/potere essere all’altezza della sfida magnifica del vivere e dell’amare.

 

‘Càlati giù, o notte dell’amore, / fammi dimenticare la mia vita, / accoglimi nel seno del tuo cuore / liberami dal mondo e dalla vita!’

(P. Valduga)

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