Archivi categoria: peregrinazioni

O tempora, o mores

O tempora o mores

Se dai Frari passo per san Giovanni Evangelista trovo un negozio di rigattiere e altro che espone vecchi libri e vecchie cassette video con certe sue scaffalature gentili che non disturbano il transito delle persone. Il negozio è gestito da un geniaccio rustego e burbero, come certi personaggi dei films di Walt Disney che, in finale di film, si rivelano buoni come il pane e perfino un filo mistici.

Il geniaccio mi ferma e mi chiede una firma di solidarietà per una petizione al Comune che gli permetta di mantenere l’esposizione delle gentili scaffalature e continuare l’attività di vendita (1 euro ogni vecchio libro) altrimenti compromessa e, nel dialogo che ne segue, parliamo di turisti poco sensibili alla gentilezza che interrompono le persone senza una vera urgenza e neanche ti dicono ‘grazie’, ma poi dei mala tempora che currunt : di gente persa in permanenza dietro ai loro tamagochi smartfonici che ha perso da tempo il contatto con la luce del giorno e con la luce che c’è dentro gli occhi delle persone che incontrano.

E mi racconta, il geniaccio, – che si diletta di cosmologia e buchi neri e onde gravitazionali ed ha affrontato ponderosi dibattiti con professori universitari sul merito di una sua teoria – che, una sera, stava con la testa rivolta al cielo stellato (il cielo stellato sopra di noi, la legge morale in noi) e muoveva la bocca dietro ai suoi pensieri e un tale, un tamagochi-dipendente, gli si rivolge chiedendogli che tipo di auricolare di nuova generazione usava che non si vedeva nelle orecchie e senza i fili. ‘Ma va in mona!’ lo ha gentilmente invitato il geniaccio cosmologo, interrotto nelle sue alchimie di pensieri celesti. O tempora, o mores!

 

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Sermoni per i giorni di pioggia

Sermoni per i giorni di pioggia

Certi sguardi sono come i memorabili scatti fotografici che segnano un’epoca: vedi il bacio degli amanti parigini post bellici che dicevano il trionfo della vita sulla morte seminata a piene mani nelle trincee e sui fronti di guerra; o come i lavoratori immigrati – in bilico tranquillo sulle putrelle pencolanti sul vuoto a cento metri di altezza – che costruivano i grattacieli della Grande Mela.

Così i motoscafi che solcano le acque del Canal Grando pieni di genti orientali coll’impermeabilino di nailon leggero che gli coprono il capo e fanno ciao-ciao con le mani e i sorrisi a piena bocca dicono del cambiamento epocale di questa città destinata ai loro figli e nipoti: zero abitanti storici, prossimamente, e solo turisti che si avvicendano a milioni sul ‘teatro dell’antico’ che qui egregiamente si rappresenta (vedi il link più sotto per i dettagli sull’argomento).

E se questo è il progresso lo lasciamo volentieri ai nipoti che, certo, conosceranno e vedranno il profilarsi delle ‘magnifiche sorti e progressive’ di un’umanità avviata verso orizzonti di gloria. E così sarà, malgrado le batoste dell’odierna ‘crisi globale’ pestino a sangue le odierne generazioni del ‘lavoro zero’ e le armate dell’Isis che ci consegnano un Medioevo di ritorno col dettaglio ferino delle teste mozzate di incolpevoli ‘inviati’ e/o volonterosi e ingenui ‘cooperanti’.

Perché, in parallelo, e sia pure ‘un passo avanti e due indietro’, vediamo disegnarsi, in televisione e sul web, gli scenari futuri di tecnologie sempre più avanzate e stupefacenti nel loro raccontare un mondo davvero diverso e, forse, il mondo non sarà ‘salvato dai ragazzini’ come si racconta nel romanzo omonimo, o dall’astratto Amore del Dio di Francesco e delle sue folle festanti a piazza san Pietro, bensì dalle tecnologie: che diranno stupidi tutti i comportamenti bellici di minoranze di imbecilli preistorici e mostreranno le stelle dei viaggi spaziali quali nuovi orizzonti di riferimento.
Amen e così sia.

Sermoni per i giorni di pioggia

Certi sguardi sono come i memorabili scatti fotografici che segnano un'epoca: vedi il bacio degli amanti parigini post bellici che dicevano il trionfo della vita sulla morte seminata a piene mani nelle trincee e sui fronti di guerra; o come i lavoratori immigrati - in bilico tranquillo sulle putrelle pencolanti sul vuoto a cento metri di altezza - che costruivano i grattacieli della Grande Mela.

Così i motoscafi che solcano le acque del Canal Grando pieni di genti orientali coll'impermeabilino di nailon leggero che gli coprono il capo e fanno ciao-ciao con le mani e i sorrisi a piena bocca dicono del cambiamento epocale di questa città destinata ai loro figli e nipoti: zero abitanti storici, prossimamente, e solo turisti che si avvicendano a milioni sul 'teatro dell'antico' che qui egregiamente si rappresenta (vedi il link più sotto per i dettagli sull'argomento).

E se questo è il progresso lo lasciamo volentieri ai nipoti che, certo, conosceranno e vedranno il profilarsi delle 'magnifiche sorti e progressive' di un'umanità avviata verso orizzonti di gloria. E così sarà, malgrado le batoste dell'odierna 'crisi globale' pestino a sangue le odierne generazioni del 'lavoro zero' e le armate dell'Isis che ci consegnano un Medioevo di ritorno col dettaglio ferino delle teste mozzate di incolpevoli 'inviati' e/o volonterosi e ingenui 'cooperanti'.

Perché, in parallelo, e sia pure 'un passo avanti e due indietro', vediamo disegnarsi, in televisione e sul web, gli scenari futuri di tecnologie sempre più avanzate e stupefacenti nel loro raccontare un mondo davvero diverso e, forse, il mondo non sarà 'salvato dai ragazzini' come si racconta nel romanzo omonimo, o dall'astratto Amore del Dio di Francesco e delle sue folle festanti a piazza san Pietro, bensì dalle tecnologie: che diranno stupidi tutti i comportamenti bellici di minoranze di imbecilli preistorici e mostreranno le stelle dei viaggi spaziali quali nuovi orizzonti di riferimento.
Amen e così sia.

Autunni, inverni, primavere

Autunni, inverni, primavere

E sarà perché gli autunni ‘lungamente ci dicono addio’, come scriveva il poeta, che certe immagini dell’oro vivo e antico quale estremo saluto vegetale e silenzioso inno al colore della vita che muta aspetto vorresti che ti si stampassero in mente e vi restassero e non fossero sostituite da tutto il bailamme della cronaca tragica che inevitabilmente ti travolge al ritorno tra le brume e le incessanti torme lagunari.
E la natura sarà anche ‘matrigna’ come scrive e riafferma con foga il ‘giovane favoloso’ in questi giorni al cinema, ma se sai sceglierti un canto e un lembo e un luogo deputato come tua Heimat del cuore il cuore e la mente ti ringraziano e non sarà così male neanche l’avvento del colore bianco degli inverni che prelude al verde chiaro e commovente della prossima primavera. Che certo verrà e per alcuni no, ma è poco male perché in questo nostro avvicendarci affannoso (e a volte felice) sulla crosta del pianeta sta tutto il senso e la Storia e le ere geologiche e il Futuro delle ‘magnifiche sorti e progressive’ che ancora crediamo possibili, ad onta del’Ebola, dell’Isis colle teste mozzate e di Renzi, che il lavoro fisso vuole che, anch’esso, ‘lungamente ci dica addio’. Contiamo che l’inverno se l’inghiotta (politicamente) e la primavera rimescoli tutto il panorama politico come fa per la vegetazione nuova che rinasce dai suoi colori autunnali.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Incanti poco reclamizzati

Incanti poco reclamizzati

Ci sono incanti poco reclamizzati e visitati qui in città. La mostra ‘Sguardi incrociati a Venezia’, allestita negli spazi della ‘maison’ Louis Vuitton, ex libreria Mondadori, ex cinema san Marco, ci racconta le suggestioni fotografiche, note, notissime, di Mariano Fortuny, che questa città adorava perché perfetto contenitore delle sue passioni archeologiche e di raccoglitore di meraviglie, – e fece del suo palazzo una gigantesca ‘Wunderkammer’ di natura ed arte – qui posto a contrasto e stralunata comparazione con lo sguardo arioso e solare di Jiro Taniguchi, disegnatore di ‘manga’ giapponesi e pittore di freschi acquarelli di una città non meno immaginaria di quella di Fortuny.

Ed è lo scrigno del passato, il primo Novecento, a dircela ‘immaginaria’, questa città, perché il Tempo che tutto muta e dilava e cancella e nasconde nelle fotografie panoramiche, quasi ad occhio di pesce’, ci consegna una città priva di motori e rumori – e vediamo correre un vaporetto old style capace di contenere meglio degli attuali le quantità di visitatori e li distribuisce equamente a prua, al centro e a poppa; e vediamo le antiche ‘caorline’ e le ‘peate’ – e tutto sembra sospeso in un altrove di diverso pianeta e diverso spazio-tempo quantico. E così è per gli abiti delle persone: così pudiche le donne coi cappellini e le velette e le bambine che ‘vestivamo alla marinara’ e così accattivanti e niente affatto aggressive e spudorate le affissioni e la cartellonistica pubblicitaria.

E siamo così presi da quel viaggio spazio-temporale di paesaggi e genti diverse, da non accorgerci (ce lo dice la gentile hostess) che, in una foto del molo e della ‘piazza’, manca ‘el paron de casa’, mozzato alla base dopo l’implosione del 1902 e rimasto mozzo e tronco fino al 1912 – per dire delle stranezze del funzionamento dei meccanismi della nostra attenzione: che danno per scontato ed esistente ciò che, da sempre, abbiamo saputo esserci e campeggiare, e persiste nella mente come l’impressione ‘fisica’ di chi è monco di un braccio o di una gamba; e gli resta e si agita nel cervello la sua viva esistenza perchè il corpo non sa rinunciare alla sua integrità.

E il ‘viaggio nel Tempo’ continua, poco distante, nella sede espositiva della Biennale: puntuale e documentatissimo archivio di Eventi che ci appaiono straordinari, in quel bianco e nero astratto e poeticissimo delle fotografie che ci mostrano Julian Beck e Judith Malina ieratici nei loro movimenti teatrali e nei cortei del loro ingenuo ‘teatro di piazza’ che muoveva dalla ‘piazza’ e concludeva un rito esorcistico davanti alla sede dei ‘morti viventi’: la Borsa – per coloro l’espressione massima di tutte le cattiverie sociali e le insolenze e diseguaglianze sociali.
Ma questa è un’altra storia e Tempo e fantasie che abbiamo attraversato di cui diremo più avanti.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Lungo i corrosivi seculi seculorum

Lungo i corrosivi seculi seculorum

Vivo in una città strana. Dove uno strano cinese, magro e dall’espressione vagamente ‘cinematografica’ trascina un cane a guinzaglio – pure lui!, ma non ve li mangiavate, secondo tradizione consolidata e letteratura!? Una città stracolma di turismo e turisti, ma dove l’azienda del trasporto urbano è in costante rosso e i commercianti lamentano che ‘non si batte chiodo’, malgrado le pacchiane maschere e i vetri taroccati e ‘cinesi’ che riempiono le vetrine – e dove gli ‘affittasi’ e i ‘vendesi’ di negozi e case sono numerosi quasi quanto le epigrafi mortuarie.

Una città dove perfino la festosità del carnevale che la riempirà puzza di mortuario, di allegre celebrazioni funeree, di morti viventi che si immergono nell’antico dei vestiti sontuosi e ridicoli – e un turismo liturgico e autoreferenziale seppellisce, a decine di migliaia ogni anno di più, la ‘città di abitanti’ dietro il suo fastoso rumore di nulla, il suo sentore di parrucche incipriate e orpelli di ‘papier machè e ‘non sappiamo più a che santo votarci’ per sentirci ancora un po’ vivi, noi panda e orsi marsicani, e siamo come i guerrieri di Orlando nel suo poema che ‘andavano per lottare ed eran morti’.

Venezia vive? Si. Come quei compagni che morirono per la causa e di loro si
scriveva e diceva che ‘vivono e lottano insieme a noi’. Tutto sta a crederci. E’ confortante. Come coi santi del paradiso e gli angeli e i beati. Appollaiati sui cornicioni delle chiese e stufi di reggere quella loro vita apparente e immobile lungo i corrosivi seculi seculorum.

Foto
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allegria di naufragi

La giusta tecnica per non provocare ‘onde anomale’ è quella di sollevare il piede sopra l’acqua alzando il ginocchio e affondarlo a partire dal tallone. Naturalmente bisogna avere un ottimo equilibrio sulla gamba che regge il peso perché il rischio è di barcollare e cadere lunghi distesi nell’elemento liquido freddo e ossidato in superficie di gasolio e derivati del petrolio. Aver praticato un corso di tango o di altro ballo aiuta.

 

E, invece, la maggior parte di chi avanza o ti segue trascina i piedi senza sollevarli e questo causa onde perché un corpo in movimento immerso in un liquido apre un solco e l’acqua deborda. Da noi si dice, non sempre con la bonomia di veneziani avvezzi al fenomeno, ‘s’a morti a chi fa onde’ e, se l’acqua alta è al suo livello massimo e i tuoi stivali sono al ginocchio, lo sguardo che rivolgiamo a questi motoscafi umani stivalati alla coscia non è propriamente benevolo.DSC00201.JPG

 

Ed è curioso osservare gli indigeni dentro al negozio del giornalaio fare i loro acquisti come se questa fosse una giornata normale e non, invece, giornata di ‘allarme rosso’ -e il sindaco in contatto permanente con la sala dove il fenomeno viene monitorato cogli appositi strumenti dal pool di esperti e la protezione civile allertata.

 

Tant’è. Chi in questa città vive accetta i ricorrenti, quieti tsunami delle maree montanti come un destino che chissà mai se avrà termine – e il M.o.s.e. è realizzazione lontana nel tempo e sempre rimandata perché i fondi mancano sempre, mannaggia alla crisi globale e ai tagli del governo, e chissà se funzionerà e c’è chi si diverte come i bambini sulle pozzanghere e per i turisti fa tanto ‘colore locale’, con gli appassionati del fenomeno che prenotano a novembre proprio per poterselo godere stivalati meglio di un veneziano. Allegria di naufragi.DSC00205.JPG

newsletter from the beautiful town (6)

Ho viaggiato in paesi dove le chiese aprono alle sei del mattino ed è un incanto di navate vuote e orazioni e le prime luci dell’alba dispiegano lentamente le meraviglie cromatiche dei rosoni e i disegni e le figure prendono forme magiche.
Ma la chiesa della Salute no. Sacrestani e preti di quella chiesa sono sintonizzati sulle colazioni dei turisti e aprono alle nove, con comodo, stiracchiando le membra e sbadigliando il residuo del sonno o l’insonnia.
C’è tempo per le preci e le orazioni. Nessuna urgenza per le anime pie di raccogliersi nel tempio in preghiera. Lassù raccolgono tutto quel che viene da quaggiù ad ogni ora del giorno senza fare la differenziata e forse angeli e santi e beati sono dei tiratardi e dei ‘viveurs’ e non ci sentono di alzarsi dal letto prima delle dieci.

Cammino per la città all’ora in cui corrono i ‘joggers’ ed escono i cani a fare pipì e popò e i gabbiani disfano i sacchetti coi becchi adunchi -e quel loro puntino di rosso dipinto sul becco giallo inquieta perché rimanda alla visione dei piccioni puntati in volo e abbattuti e sventrati, se la predazione del mattino è stata scarsa.

La città si mostra oltremodo sporca, a quest’ora. Oltre ai sacchetti sventrati e il contenuto sparso per tutta la calle o la fondamenta si notano le ombreggiature della pipì di cani ed umani seccate dal sole sui ‘masegni’ e la città è lavata solo dai rari temporali e le acque alte in autunno, ma, certo, nel Medioevo era peggio e sarebbe interessante conoscere quale diverso metodo di garantire la salute pubblica adottassero i dogi di allora – a parte il lasciare scoppiare le pesti nere e bubboniche e costruire, poi, una volta dimezzati gli abitanti, le chiese della Salute e del Redentore.
Forse il nostro Orsoni ha in mente quel genere di gestione antica, chissà, e può essere che, nel prossimo futuro, venuta meno la capacità degli antibiotici di stendere e far tabula rasa dei virus, torni a far capolino la peste, come paventano i medici e gli studiosi delle case di produzione farmaceutica.

E stasera c’è il Redentore, alleluia! No. Non Lui, che avete capito? Lui se ne sta sulle cupole delle chiese in stanca o baldanzosa effigie e non redime più nessuno, poveretto -son duemila e passa anni che ci prova, inascoltato, e adesso, mazzata finale, c’è il bosone: la ‘particella di dio’ che parlerà ai posteri della materia oscura e dei viaggi spaziali, e se lo fileranno anche di meno.
Stasera, dicevo, c’è la festa del Redentore, quella dei fuochi e delle mangiate e delle bevute pantagrueliche e provatevi voi a camminare alle sei/sette del mattino lungo le calli e le fondamenta: una quantità immane di bottiglie di vino e di plastica e sacchetti e cartacce e altro sarà stesa dovunque e chi volesse farsi una scorta di bicchieri lasciati sui gradini dei ponti dai bevitori occasionali non ha che da munirsi di apposita borsa e giornali vecchi e si porterà a casa flutes e coppe da vino e spumante in quantità e potrà rivenderli al gestore del bar sotto casa in cambio di un mese di spritz gratuiti.

 

la tribù, silenziosamente, acconsentiva

Osservo un mondo nuovo che mi sfilava accanto senza essere degnato di attenzione e oggi diventa un palcoscenico dove assisto a guerre tribali -guerre di poveri che si disputano 800/900 euri al mese in nero e senza contributi perché non c’è più trippa per gatti e legalità in questo paese allo sbando, -paese di insolvenze a tutto tondo, compresi quelli che stanno peggio di noi, e quella misera, nera elargizione da poveri a più poveri la capitalizzano e risparmiano (Dio sa come) e, al paese, si comprano la casetta e ricongiungono il coniuge e pare un ‘ritorno al futuro’ dei nostri Sessanta, quando erano i nostri meridionali a tirare la volata dello sviluppo e Torino la capitale industriale dove i miserabili si ammassavano in quindici dentro le baracche in periferia.

Mia madre boccheggia e galleggia nella sua demenza senile che è precipitata rapidissimamente in un mese e l’hanno operata al femore per la seconda volta e, visto che c’erano, di lì a poco, a un tumore al colon maligno e io credo che il suo cervello -posto di fronte a tanto scempio da doversi elaborare in coscienza di vita residua dolorosa e atroce- ha deciso di far esplodere il fumogeno dell’incoscienza/demenza e un volontario ingresso anticipato nel Nulla che ci ha partorito e ci inghiottirà.

La guardo e ascolto parlare ed è spesso ilare e ha gli occhi vuoti e liquidi che sembrano dirmi che finge, che c’è, ma non c’è, invece, ha fuso, si è volatilizzata -come le anime nostre che immaginiamo con le alucce trasvolanti nei fantasiosi empirei delle leggende religiose, -questa madre che fu sempre assente da viva e conclude la sua vita in ulteriore assenza e, se cerco ricordi di famiglia, è un vuoto ad ogni scalino e perfino della mia nonna paterna non so nome e cognome e invano ho provato a rintracciarne la tomba nel corso degli anni.

E intorno a quest’ava assente e ilare e di demenza allegra si aggirano i membri tribali dei rumeni e dei moldavi che, dentro alla casa religiosa che accoglie i nostri vecchi con un piede nella tomba, disputano la sopravvivenza qui e ora -e a casa loro è peggio, e si sognano di notte gli 800 euro di un’assistenza giorno/notte per noi figli mortale, che i fortunati immigrati si fanno bastare ed avanzare chissà come, chissà come.

E ho provato sincera pietà per la moldava ‘licenziata’ da mia sorella dopo dieci giorni di prova perché, dice, ‘non mi dava fiducia’ – ma io ascoltavo allibito le accuse che la sua competitrice rumena le rivolgeva e non avevo modo di verificare se diceva la verità o se era la guerra a coltello tra ‘emergenti’ tribali ‘mors tua vita mea’ -e tutto il neorealismo dei nostri Cinquanta si declina oggi in quelle lingue ostrogote, sgradevoli a udirsi, e se stanno sempre col telefonino all’orecchio per consolare le loro atroci solitudini e noi sappiamo bene-e l’abbiamo condensato in un famoso spot pubblicitario- che ‘una telefonata ti salva la vita’.

E l’ho vista allontanarsi con i due fagotti in mano, l’ombrosa moldava, con un cenno di saluto e la sconfitta disegnata nel viso e le lacrime trattenute ed è vero che aveva un’anima misteriosa e segretamente triste, l’anima slava di cui ci narra Dostoevskij, ma mi pareva gentile e premurosa -mentre la sua competitrice rumena vittoriosa e trionfante rincarava la dose e ci raccontava che l’ingenua le aveva confidato che, con quel genere di pazienti, non bisogna essere troppo teneri e noi, figli assenti, figli gelosi del nostro tempo e autonomia delle vite, la ascoltavamo cogli occhi bassi e riflettavamo su come siamo arrivati a questo generazionale appalto di assistenza e come facevano prima i nostri nonni che non ci sentiamo più di fare noi e, forse, non sarebbe male prendere esempio, finché l’età e la salute ci consente di farlo, da quelle tribù di pellirosse nomadi i cui vecchi, per non pesare e ostacolare la tribù negli spostamenti, se ne andavano di notte verso la selva o su per il monte dove erano facili prede delle belve -e la tribù, silenziosamente, acconsentiva.

le pere tirolesi e l’unità delle patrie

 

Hanno tolto l’impalcatura intorno all’edificio che delimita il ‘ramo’ in cui abito e lo spazio del ‘campo’ prospiciente appare incredibilmente vasto -eppure è lo stesso spazio di prima del restauro, identica metratura e apertura prospettica.

E’ una questione di ‘spazio percepito’ (ricordate la ‘sicurezza percepita’ che convinse molti italiani a votare questo governo?) una sottrazione di orizzonti lontani e, infatti, dietro la linea delle case di fronte, è riapparsa la cupola della chiesa di san Geremia col respiro liquido del Canal Grando su cui affaccia e l’architettura degli spazi si è ricomposta e rassicura e riequilibra l’interna percezione.

 

Ma ieri era la visione della corona alta dei monti rocciosi a chiudere la valle ad anfiteatro e mi chiedevo se quella prigionia tra i torrioni dolomitici non forgi i caratteri fondamentali e le coscienze di popolo e guidi i passi tra i sentieri boschivi e abitui alle solitudini dei valligiani.

Perchè io faticherei ad accettare una vita da montanaro e dovrei capire i meccanismi che presiedono alla sua accettazione e fa dire ‘Heimat’ (patria, culla, luogo natale) ai suoi abitanti come fosse parola analoga alla ‘madre’ e all’interno sentire che provoca. Madre-patria, si dice, e qui ci credono, eccome! ed è vangelo, -non come da noi che, bene che vada, è matrigna e per alcuni anche in odore di costante meretricio di origine caratteriale.

 

I tirolesi non ‘scendono in piazza’ perchè le piazze dei paesi del Tirolo sono lo spazio minuscolo antistante la chiesa e rari sono i momenti dei loro raduni ( per i quali si preferiscono i prati, i ‘Wiese’) e l’ultimo che si ricordi di una certa importanza risale a quando Andreas Hofer capeggiò i moti indipendentisti e ancora ne parlano le vie e le piazze e i monumenti come di un punto altissimo di civismo e ‘risorgimento’ tirolese mai più toccato in seguito -visitate i musei locali per credere.

 

E gli attuali tirolesi che non festeggiano l’unità d’Italia -perchè al massimo la considerano una annessione giustamente pagata a caro prezzo (‘l’Italia paga per avere il confine al Brennero’, si lasciò scappare in pubblico il Durnwalder, presidente di regione pagato quanto un capo di stato, qualche anno fa); gli attuali tirolesi, dicevo, si ritrovano per una birra o un grappino al bar, la sera: una mezz’ora scarsa davanti al bancone a scambiare qualche frase sulla loro giornata passata come maestri sulle piste da sci o alla base degli impianti che per un giornaliero devi stipulare un mutuo (però le piste sono tenute ‘da dio’) -e non capisci una mazza di quella loro lingua dalle sonorità così simili a quelle dello ‘schwitzerdutsc’, ma l’altra sera mi è capitato di captare la parola ‘berlusconi’ pronunciata da un giovane autista del ‘soccorso alpino’.

 

Che ci faceva berlusconi in bocca a un tirolese – come dire il diavolo e l’acquasanta, i cavoli a merenda, Garibaldi redivivo che presenzia a una riunione della Lega mentre benedice il ‘dio-Po’ (variante postmoderna delle antiche bestemmie)? Non so.

 

So, che, subito dopo, la cameriera mi ha presentato il grappino Williams colla fetta di pera cotta infilata da uno stecchino su cui fiammeggiava la bandiera italiana.

Secondo voi, voleva dirmi che siamo dei perecottari berlusconiani o intendeva festeggiare l’unità d’Italia a suo modo?hofer2.jpg

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