Archivi categoria: nel caso ve lo foste perso

Ieri accadeva e oggi accade

Potenza delle parole e del genio che le disciplina e le fa insorgere dai petti umani e gonfia le gole!
Ho appena assistito a una versione cinematografica de ‘Lo zio Vania’ di A. Cechov per la regia di Louis Malle e un cast di attori straordinari e bravi ognuno e tutti – e ispirati e perfetti nei ruoli e di tale capacità espressiva da commuovere e dare i brividi.
Ed era un trattato sull’Amore che scuote le anime e non le sazia e sull’insignificanza delle azioni umane, anche le più nobili, e dei destini e delle aspirazioni e sul senso delle cose che ci sfugge eppure viviamo e proviamo ad amare e ad essere felici, per quanto ci è possibile e intuiamo – nel senso dantesco dell’intuarsi (‘s’io m’intuassi come tu ti inmii’).

E’ questo che vogliono quei personaggi disgraziati e infelici della commedia di Cechov: ‘intuarsi’. Entrare nell’altro che si ama e non ci ama – e tutta la nostra vita ci appare vuota e desolata; e pare naturale che la trama della commedia svolga il dissidio di chi si è sacrificato per un genio da nulla e che ti si insedia in casa o di chi si annichila perché il dottore di cui è innamorata si accorga che tu esisti e potresti sfavillare di amorose dedizioni e invece è un avvizzire nell’infelicità che il destino ci riserva.

E il finale è un inno alla consolazione – pura poesia perché, come scriveva Laing, il poeta-psichiatra (anti psichiatra, si diceva all’epoca) ‘La poesia o è consolazione o non è.’
E ci sarà un paradiso per chi ha molto sofferto e un’altra vita ‘dolce come una carezza’ e il cielo sfavillerà di stelle e l’infinito sarà alla nostra portata e sapremo cosa si prova quando l’Amore ci trascina nei suoi vortici e ci ammalia e ci fa giocare con le stelle.

‘Forse s’avessi io l’ale / da volar su le nubi / e noverar le stelle ad una ad una / e come il tuono errar di giogo in giogo / più felice sarei, dolce mia greggia, / più felice sarei, candida luna.’
Ecco. E’ questo che sanno scrivere i poeti ed è per questo loro saper sognare che ci incantano, ad onta del malefico Vero che ci schiaccia e imprigiona.

 

End of the play. Vanya on 42nd St.
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imbonimenti da fiera

 

Il Cavalier Laqualunque di FRANCESCO MERLO

NELL’ISOLA dei disperati il più disperato è lui. Con la camicia scura aperta sul collo e il doppiopetto nero che è diventato enorme, Berlusconi a Lampedusa è più Cetto Laqualunque dello stesso Albanese.
È venuto a svuotare l’isola così come andò a svuotare Napoli. Lì i rifiuti e le lordure furono caricati sui Tir, dispersi via terra con destinazione ignota, e qui sulle navi, onda su onda il mare li porterà al largo dell’Italia degli egoismi regionali e del ricatto secessionista.
“Sono lampedusano” dice, e sembra la caricatura di Kennedy a Berlino, “stamattina ho comprato una villa su Internet, si chiama “Le due palme””. Più tardi, a un cronista che lo aspetta sulla sabbia nascosto dietro una delle due palme confesserà compiaciuto: “Ma è tutta da rifare”. Le tv mandano ossessivamente l’immagine della facciata, il muro di cinta, e poi sabbia, stoppie, l’intervista ai vicini di casa. Ha già speso due milioni di euro. Il solito vento che, in qualsiasi stagione, qui fa perdere la voce, agita le piante basse e dunque anche Berlusconi, che è gonfio come una mongolfiera, per un momento perde l’equilibro e sembra migrare, lui che vorrebbe migrare lontano da tutte le regole, anche quella di gravità.
Noi italiani sappiamo che Berlusconi si butta sulle disgrazie quando sente di essere in disgrazia. Ma Lampedusa gli serve anche a dissimulare, a tenere occupata l’Italia nel giorno in cui la maggioranza parlamentare, ridotta in servitù, lo sta spudoratamente liberando dei suoi processi. Le promesse ai terremotati furono le sue campagne del grano. Ma questa volta la scenografia lo tradisce. Lampedusa infatti è due volte palcoscenico, due volte finzione: è il solenne e forse fatale teatro espiatorio per attirare e distrarre la più vasta delle platee ma è anche il remake dell’autarchia del “ci penso io” come estrema risorsa per illudersi ancora. Berlusconi fa il palo a Lampedusa, mentre a Roma i suoi scassinano il Parlamento e rubano i pesi della Bilancia.
E però tra il governatore Lombardo e il sindaco De Rubeis, circondato da assessori, imprenditori locali e guardie del corpo che qui non si distinguono dai corpi che hanno in guardia, nel mezzo di una nomenklatura scaltra, truce e goffa, Berlusconi esibisce una fisicità terminale che va ben oltre Cetto Laqualunque. È quella dei dittatori africani e degli oligarchi russi. Ha portato a Lampedusa più Africa lui che gli immigrati.

È atterrato all’ora dei Tg quando i soldati avevano finito di pulire il Porto vecchio, la stazione marittima e la famosa “collina della vergogna”. Il Tg3 documenta la pulizia anche degli slogan di protesta, si vede il sindaco che grida alla folla: “Basta cu ‘sti minchia di cartelli”. Ruspe e camion dei netturbini hanno spazzato via la tendopoli proprio come a Napoli spazzarono le strade, e ora le tv mostrano il “com’era” e il “com’è”.
Resistono, a testimoniare l’inciviltà della miseria, stracci, bottiglie, escrementi accanto ai ciuffi d’erba di una primavera che a fine marzo a Lempedusa è già estate: domina il giallo che solo al tramonto si tinge di arancione. Berlusconi garantisce che porterà “il colore, come a Portofino”. Promette pure il premio Nobel per la Pace, il campo da golf e il casinò che è un vecchio sogno non solo dei lampedusani più eccentrici, vale a dire la risorsa di chi non ha risorse, ma è soprattutto l’aspirazione della malavita intossicata di danaro che ha impiantato in tutti gli angoli della Sicilia le sue bische clandestine, i luoghi sordidi dove si sfogano il bisogno sociale e la pulsione individuale.

Quando Berlusconi scende dall’aereo, i disperati già avanzano sul molo in fila indiana, ciascuno con la mano sulla spalla dell’altro, “una mano sola per evitare l’effetto trenino” mi ha spiegato un funzionario degli Interni. Sono immagini che testimoniano l’umiliazione di uomini ardimentosi. Quasi tutti i primi piani li mostrano con le palpebre semichiuse forse perché non riescono più a vedere lontano. Ai lati, per tenerli in riga, ci sono i poliziotti con i guanti di gomma e le mascherina sulla bocca per proteggersi dal male fisico, per non entrare in contatto con la sofferenza dei corpi che, proprio come aveva ordinato Bossi, si stanno togliendo dalle balle.
E mentre Berlusconi si mette in gioco nella più triste di tutte le sue demagogie, giura di cacciare per sempre gli immigrati che ci sono e quelli che verranno, promette aiuti europei e corrimano, vasi di fiori, niente tasse per tutti, una scuola, investimenti turistici, trasmissioni promozionali della Rai e di Mediaset …, mentre, insomma, Berlusconi delira, la nave da crociera sembra una carboniera del diciassettesimo secolo, con la broda sciaguattante di acqua di mare, le zaffate, un equipaggio militare efficiente a bordo e riservato a terra, e quel carico di neri che non sono più profughi, non sono più clandestini, non sono più rifugiati, non sono più immigrati, ma sono solo deportati.

Se si mettono a confronto queste immagini che, comunque la si pensi, sono angoscianti e dolorose, con quelle della piccola folla festante attorno allo Sciamano, si capisce che non c’è solo lo stridore tra la violenza della realtà e la pappa fradicia della demagogia. Qui c’è anche il sottosviluppo di piazza, il sud di Baaria, – “santo Silvio pensaci tu” – la bocca aperta e lo schiamazzo delle feste patronali, il bisogno del voto, del miracolo, del divo: “Silvio!, Silvio!, Silvio!”. C’è la tristezza infinita di un Meridione che è ancora e sempre lo scenario naturale degli imbonitori, dello zio d’America come quel Thomas DiBenedetto che ha appena comprato la Roma, del messia e del conquistador, il mito antico dell’uomo che viene da fuori, dell’uomo del cargo che può essere un capopartito, un cantante, un calciatore e non importa chi, purché venga appunto da fuori, perché è all’interno che questo Sud non trova pace. Ed è probabile che questa visita diventi un mito rituale, la chimera di una Lampedusa protagonista, porto franco, una specie di Las Vegas del Mediterraneo, il sogno come variante del sonno. Dev’essere per questo che i miei sciagurati paesani lo hanno applaudito invece di mandarlo. .. alla deriva nel suo cargo.

 

 

papà pappone e mamma maitresse

07 marzo 2011

LA GRANDE novità storica sono le mamme istigatrici e complici. Non le lupe di Arcore, ma queste mamme-maitresse che investono e lucrano sul sesso delle figlie, mamme che rompono la gabbia, all’ apparenza inespugnabile, dell’ identità italiana, della mamma chioccia, del “son tutte belle le mamme del mondo”, della sacra famiglia, vetrina dei valori della tradizione: il matrimonio possibilmente d’ amore, la maternità, la dignità. Mi faceva sorridere mia madre quando a mia sorella che si truccava gli occhi diceva: «Che cosa sono tutti questi buttanesimi?». MA CHISSÀ come avremmo reagito noi fratelli, padri e fidanzati dinanzi alla madre di Elisa che contabilizza con ingordigia: «Seimila euro, hai capito, sono dodici milioni delle vecchie lire!». È una mamma che predispone strategie quando la figlia le racconta che «lui mi vedrebbe bene a lavorare in Pubblitalia». È una mamma realista e pratica: «Se poi va male, pazienza, tanto va bene anche cosi». E forse Elisa un poco lo subisce, ma certamente alla sua mamma Berlusconi non basta mai: «Vi ha detto quando vi potrà rivedere?». Non c’ è nulla di speciale nelle lupe di Arcore, nelle escort, nelle professioniste del sesso e meno che mai nelle loro baruffe, negli insulti e nelle rivalità con le gote accese – «si ammazzerebbero tra loro» confessa Iris Berardi – che sono un classico della farsa scollacciata, un topos dei teatri di periferia dove picchiandosi, tirandosi per i capelli e contendendosi i danari del caprone, le Filumena Marturano hanno sempre fatto sghignazzare i Lele Mora e gli Emilio Fede di turno. Ma sono al contrario specialissime le madri di Elisa, di Sara, di Noemie di molte altre, sono mamme-mezzane che dinanzi alla prostrazione psico-fisica, che sempre accompagna i più rozzi e pesanti sapori della vita («sono in condizione pietose») , senza pudore minimizzano («e che sarà mai») ed esaltano solo il valore del compenso «seimila euro, hai detto niente». Qui ci sono mamme che somigliano alle “parrine”, quelle che lenivano i corpi abusati nel cambio della quindicina, le acide ma benevole streghe che preparavano gli impacchi e dosavano e alternavano le tisane e il riposo allo snervamento, e intanto legavano i rotoloni di soldi con lo spago. E i padri, che una volta erano il braccio armato dell’ educazione, ora, come i fratelli, sembrano assistenti ruffiani. E c’ è il signor Faggioli che istruisce la sua Barbara nell’ arte d’ amare: «Tu in questo momento devi fargli vedere che gli sei vicino». Ed è papà che invita Barbara Guerra a dire a Berlusconi che «mio padre, per il grande rispetto che ha nei suoi confronti» è pronto a mettere una cimice nella sede dei finiani: «digli che io ci ho le chiavi». Anchei fidanzati, che un tempo erano gelosi, oggi sono azionisti di minoranza degli amplessi altrui, come Ale che pretende che la sua Imma si guadagni ‘ i vestiti’ , cioè i soldi: «…io penso che non mi dà niente». «No? Perché no, scusa? Mi incazzo! Oh!». «Eh amore, ma che ne so. Io non faccio niente con lui…». «Eh, ma sei scema?». Vendute dalle madri, dai padri, dai fratelli e dai fidanzati le lupe di Arcore non sono le vittime ma l’ avanguardia di un degrado familiare che non esiste in nessuna parte del mondo civilizzato ed è addirittura inaudito in Italia, che è la terra della mamma Madonna, della natalità, la patria del presepe. Non c’ erano mai state, nel pur vasto catalogo nazionale, queste povere mamme sfiorite che cercano un riscatto nel corpo delle figlie offrendolo al cliente ricco e vecchio e, allo stesso tempo, al bisturi del chirurgo estetico. Non c’ era ancora, nel mito mediterraneo e matriarcale della mamma italiana, la signora Anna Palumbo che incassa ventimila euro dal ragioniere di Berlusconi: «La mia Noemi – ha dichiarato ai giornali – è una bambina che ho allevato nella luce del Vangelo e del Signore». Sul viso di Noemi «ci sono almeno 17 mila euro solo di lifting», ha scritto Famiglia Cristiana: ritocchi, contraffazioni, un accanimento sull’ adolescenza della figlia, sulla sua apparenza, un’ educazione familiare che cerca il riscatto nella creazione di un’ antropologia chirurgica, un’ idea del successo fondata sui trucchi estetici e sulle foto con Berlusconi pubblicate dal manipolatore Signorini, tutti a brindare con sugar daddy, con papi, che è al tempo stesso Gozzano e Freud, la tenerezza e la pedofilia. «Mio marito frequenta minorenni» disse la signora Veronica Lario e sul settimanale “Chi?” i Letizia divennero una famiglia-escort, finto fidanzato tronista, mamma allena e papà benedice: «Mia figlia lo chiama papi perché la abbiamo educata nel culto di Silvio». Certo, ci sono nella storia d’ Italia le mamme di Bellissima, con la popolana Anna Magnani che si illude che la bellezza possa riscattare proprio tutto e prima di tutto la povertà, e ci sono i concorsi e le selezioni per miss Italia con quell’ immagine odiosa della mamma che sbottona la camicetta della figlia adolescente per attirare sul seno gli sguardi lubrici della giuria. E c’ è il caso, unico e terribile, e proprio per questo ricordato dalla storia, di una tredicenne ceduta a Vittorio Emaunele II «da una bruttissima mamma» che notò Carlo Dossi «prese a circolare in carrozza». E c’ è l’ Italia in quella madre felliniana che trascina la figlia davanti al divo inglese, «le presento la mia bambina, sa cantare, ballare, recitare ed è stata pure a Londra. Dai, di’ qualcosa…» . E la ragazza: «Salve». Ci sono insomma, nella nostra storia, le mamme disposte a tutto e magari anche ad umiliarsi ma maia vendere le figlieei figli,e proprio perché mamme italiane, proprio perché mamme-mammelle, perché la mamma italiana ha il fascino della fragilità e della determinazione semplice e chiara e mi vengono in mente la mamma della piccola Yara e la mamma di Sarah che, pur così diverse tra loro, trattano i giornalisti con il medesimo rigore della maternità straziata. Ci sono mamme e mogli come Marella Agnellie come Sofia Loren e Mina e come era la stessa mamma di Berlusconi che fu l’ unica cosa dolce della sua vita forsennata, o ancora – cito alla rinfusa – Luciana Castellina e Anna Craxi, Eleonora Moro, Ilary Blasi, Franca Ciampi, la Seredova Buffon, Gemma Calabresi…, signore d’ Italia, padrone di casa, voci e volti antichi e moderni della tradizione della nostra civiltà femminile, donne italiane di oggi, energiche belle e nervose come Isabella Rossellini e Monica Bellucci, o riservate ed eleganti come la vedova di Enrico Berlinguer e Carla Fracci, e penso a come furono meravigliosamente mamme toste Marcella Ferrara, storica collaboratrice di Togliatti, e Palma Bucarelli, la signora dell’ arte contemporanea. Non abbiamo avuto solo Filumena Marturano, la Ciociara e Anna Magnani. Le mamme italiane sono personaggi del romanzo nazionale dei sentimenti. E c’ è “la mamma ignota”, la mamma che ancora una volta è stata cantata a Sanremo, la mamma che sogna la laurea, un genero, i nipoti e diffida delle scuole di recitazione perché pensa, all’ antica, che «femmina che muove l’ anca / o è puttana o poco ci manca» che è certo un proverbio reazionario ma era una difesa contro questa smania di vendersi, contro i concorsi per “miss maglietta bagnata”, contro le selezioni per diventare veline che- va detto chiaro – non è un mestiere. Non ci vuole il metodo Stanislavskij per trasformarsi in eccellenze del tacere agitando i fianchi, campionesse di velocità nel cambio degli stivali e dei pantaloncini corti, non è necessario frequentare l’ Actor’ s Studio per formare corpi senza erotismo, fantasmi televisivi, lolite smaterializzate e desessualizzate, il sesso senza eros, il ballo senza sapori. Eppure la professione di velina eccita queste nuove mamme italiane, perché appunto basta la “bella presenza” e nient’ altro, come ha dimostrato a Sanremo Elisabetta Canalis. Ma forse per capire il degrado e la corruzione della famiglia italiana bisogna per contrasto aver visto in tv quell’ intervista rubata al papà di Ruby, al venditore ambulante marocchino e musulmano. Sdentato, malvestito, povero ma non corrotto come i padri e le madri delle lupe italiane, ha tentato di cacciare i giornalisti urlando in dialetto sicilian-marocchino: «Itivinni, itivinni». E quando gli hanno detto che Ruby lo accusava di averla picchiata perché era diventata cattolica: «Ma quali botte. Ma quale cattolica. Quella di televisione si era ammalata».

FRANCESCO MERLO

repetita iuvant

..che dite? Siamo dei mutanti? O dei dinosauri sopravissuti allo tsunami fecale dell’era berlusconiana?

 

Avrei bisogno anch’io di un “decreto interpretativo” che mi chiarisse,
finalmente, perché ho sempre pagato le tasse. Perché passo con il verde e mi
fermo con il rosso. Perché pago di tasca mia viaggi, case, automobili,
alberghi. Perché non ho un corista vaticano di fiducia che mi fornisca il
listino aggiornato delle mignotte o dei mignotti. Perché se un tribunale mi
convoca (ai giornalisti capita) non ho legittimi impedimenti da opporre. Perché
pago un garage per metterci la macchina invece di lasciarla sul marciapiede in
divieto di sosta come la metà dei miei vicini di casa. Perché considero ovvio
rilasciare la fattura se nei negozi devo insistere per avere la ricevuta
fiscale. Perché devo spiegare a chi mi chiede sbalordito “ma le serve la
ricevuta?” che non è che serva a me, serve alla legge. Perché non ho mai dovuto
condonare un fico secco. Perché non ho mai avuto capitali all’estero. Perché
non ho un sottobanco, non ho sottofondi, non ho sottintesi, e se mi
intercettano il peggio che possono dire è che sparo cazzate al telefono.
Io – insieme a qualche altro milione di italiani – sono l’incarnazione di
un’anomalia. Rappresento l’inspiegabile. Dunque avrei bisogno di un decreto
interpretativo ad personam che chiarisse perché sono così imbecille da credere
ancora nelle leggi e nello Stato.

 

l’amaca – michele serra

perle di saggezza agostane condivisibili

“La mobilitazione permanente è necessaria per contrastare i disfattismi e i personalismi di chi antepone i propri particolari interessi al bene di tutti, al bene del Paese”.

Lo so che state pensando alla solita opposizione parolaia e inconcludente che attacca a testa bassa il solito Berlusconi, ma avete preso un abbaglio.

Questa perla di saggezza, questa proposizione forte e che addita un valore condivisibile erga omnes è -aprite bene occhi ed orecchie- nientepopodimeno che del nostro Beneamato Leader, l’uomo che è entrato in politica per salvarsi il culo da giudici e processi; l’uomo che stipendia una valanga di onorevoli e galoppini di partito e giornalisti-sciacalli ai suoi fini personali di pluri imputato che – se solo gli viene meno il sostegno di una maggioranza di malfidi e disonesti che lo sostengono per le ragioni più disparate e opposte – casca a testa in giù nella voragine processuale senza nessuno scudo più e/o lodo Alfano bis e tris e/o processo breve a paragli la botta fatale.

Davvero sono un popolo di ineffabili beoti osannanti e incensanti senza più vergogna e dignità alcuna quelli dei ‘circoli della libertà’ e i tanti suoi elettori fedeli che si sperticano in elogi nei forum e nei blogs e riescono a non sbellicarsi dalle risate nel leggere e divulgare senza una chiosa divertita, uno spernacchio, una faccina con gli occhi sgranati, gli slogans belluini e ridicoli del Capo, del Beneamato Leader.

Neanche in Corea, durante i congressi del partito comunista coreano, la piaggeria timorosa e reverenziale dei sudditi arriva a tanto.

incatenare il futuro

 http://www.repubblica.it/politica/2010/06/17/news/la_forza_della_verit-4910018/?ref=HREA-1

Ieri il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L. 733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D’Alia (UDC) identificato dall’articolo 50-bis: Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet/;


la prossima settimana Il testo approderà alla Camera diventando l’articolo nr. 60.


Il senatore Gianpiero D’Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo e ciò la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della”Casta”.


In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog a disobbedire (o a criticare?) ad una legge che ritiene ingiusta, i /providers/ dovranno bloccare il blog.


Questo provvedimento può far oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all’estero; il Ministro dell’Interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può infatti disporre con proprio decreto l’interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.


L’attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore; la violazione di tale obbligo comporta per i provider una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000.


Per i blogger è invece previsto il carcere da 1 a 5 anni per l’istigazione a delinquere e per l’apologia di reato oltre ad una pena ulteriore da 6 mesi a 5 anni per l’istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio fra le classi sociali.


Con questa legge verrebbero immediatamente ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta!


In pratica il potere si sta dotando delle armi necessarie per bloccare in Italia Facebook, Youtube e *tutti i blog* che al momento rappresentano in Italia l’unica informazione non condizionata e/o censurata.


Vi ricordo che il nostro è l’unico Paese al mondo dove una media company ha citato YouTube per danni chiedendo 500 milioni euro di risarcimento.


Il nome di questa media company, guarda caso, è Mediaset


Quindi il Governo interviene per l’ennesima volta, in una materia che, del tutto incidentalmente, vede coinvolta un’impresa del Presidente del Consiglio in un conflitto giudiziario e d’interessi.


Dopo la proposta di legge Cassinelli e l’istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al “pacchetto sicurezza” di fatto rende esplicito il progetto del Governo di /normalizzare/ con leggi di repressione internet e tutto il sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.


Tra breve non dovremmo stupirci se la delazione verrà premiata con buoni spesa!


Mentre negli USA Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet in Italia il governo si ispira per quanto riguarda la libertà di stampa alla Cina e alla Birmania.


Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati il blog Beppe Grillo e la rivista specializzata Punto Informatico.


Fate girare questa notizia il più possibile per cercare di svegliare le coscienze addormentate degli italiani perché dove non c’è libera informazione e diritto di critica il concetto di democrazia diventa un problema dialettico.


documentazione diffusa dal
Coordinamento Provinciale Veronese degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani
c/o Provincia di Verona Gruppi Consiliari via S.Maria Antica 1 37121 Verona
Consigliere/i: Allegri, Caldana, Campagnari, Rizzi…..Coord. tecnico: Andreoli,Ferrari,Velardita
www.perlapace.itwww.scuoledipace.it
mail:entilocalipaceverona@alice.it 335 8373877

lupus in fabula (atque sciacalli)

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L’Avvocato e il Cavaliere

di GIUSEPPE D’AVANZO

Si è insediato ieri alla direzione del Giornale della famiglia Berlusconi, Vittorio Feltri, un tipo che – a quanto dice di se stesso – “non ha la stoffa del cortigiano”. Lo dimostra subito.
Feltri scatena, fin dal primo editoriale, un violentissimo, sbalorditivo assalto a Silvio Berlusconi, suo editore e capo del governo. Per dimostrare che, nel lavoro che lo attende, non sarà né ugola obbediente né sgherro libellista, il neo-direttore sceglie un astuto espediente. Le canta a nuora perché suocera intenda. O, fuor di metafora, ad Agnelli (morto) perché Berlusconi (vivo) capisca e si prepari.

Feltri si dice stupefatto per “quanto sta avvenendo sul fronte fiscale”. Trasecola per quel che si dice abbia combinato in vita Gianni Agnelli che “avrebbe esportato o costituito capitali all’estero sui quali non sarebbero state pagate le tasse”. Decide di liberarsi una buona volta di quell’inutile fardello che è il garantismo, favola buona soltanto per il Capo e gli amici del Capo, e picchia duro, durissimo.

Questo “furfante” di un Agnelli, scrive Feltri, “ha sottratto soldi al fisco”, e quindi “ha procurato un danno allo Stato”, “ai cittadini che le tasse le pagano”; ha saccheggiato “per montagne di quattrini neri” le casse di società quotate in Borsa, “derubando gli azionisti”. E allora, si chiede, è più grave “rubare al popolo o toccare il sedere a una ragazza cui va a genio di farselo toccare”? Conclude quel diavolo di un Feltri: “Ne riparleremo”.

E’ l’impegno che Feltri assume dinanzi ai suoi lettori e la minaccia che il neo-direttore del Giornale riserva, nel primo giorno, al suo povero editore. Feltri non è ingenuo e non è uno sprovveduto. E’ un professionista tostissimo e soprattutto ha memoria lunga. E statene certi – questo annuncia il suo editoriale – parlerà presto di quel “furfante” del suo editore. Gli getterà in faccia, senza sconti, le 64 società off-shore “All Iberian” che Berlusconi si è creato all’estero, governandole direttamente e con mano ferma.

Gli ricorderà, e lo ricorderà ai suoi lettori, come lungo i sentieri del “group B very discreet della Fininvest” siano transitati quasi mille miliardi di lire di fondi neri, sottratti al fisco con danno di chi paga le tasse; i 21 miliardi che hanno ricompensato Bettino Craxi per l’approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi (trasformati in Cct) destinati non si sa a chi (se non si vuole dar credito a un testimone che ha riferito come “i politici costano molto… ed è in discussione la legge Mammì”).

E ancora, la proprietà abusiva di Tele+ (violava le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le “fiamme gialle” ); il controllo illegale dell’86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l’acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche; le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma che hanno messo nelle mani del capo del governo la Mondadori; gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato e in spregio dei risparmiatori, favorirono le scalate a Standa, Mondadori, Rinascente.

In attesa di sapere se Agnelli sia stato o meno un “furfante”, Feltri, che non è un maramaldo, ricorderà quanto sia furfantissimo il suo editore, come al fondo della fortuna di Berlusconi ci siano evasione fiscale e falso in bilancio, corruzione della politica, della Guardia di Finanza, di giudici e testimoni; manipolazione, a danno degli azionisti, delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.

E, giurateci, quel diavolo di Feltri non si fermerà qui. Ricorderà le diciassette leggi ad personam che hanno salvato il suo editore da condanne penali, protetto i suoi affari, alimentato i profitti delle sue imprese. Ricorderà, con il suo linguaggio concreto e asciutto, quanto quell’uomo che ci governa sia, oltre che “un furfante”, un gran bugiardo.

Rammenterà ai lettori del Giornale quando Berlusconi disse: “Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conoscevo neppure l’esistenza” (Ansa, 23 novembre 1999, ore 15,17). O quando giurò sulla testa dei figli: “All Iberian? Galassia off-shore della Fininvest? Assolute falsità”.

La trama dell’offensiva di Feltri contro il suo editore già fa capolino. Presto leggeremo un altro editoriale, altri editoriali all’acido muriatico. Nel solco delle menzogne diffuse dal premier che evade le tasse, Feltri ricorderà che è stato Berlusconi a mentire agli italiani negando di frequentare o di aver frequentato minorenni, giurando sulla testa dei figli di condurre una vita morigerata da buon padre di famiglia, prossima alla “santità”, per intero dedicata alla fatica di governare il Paese.

Feltri concluderà che un uomo, un “furfante” che trucca bilanci, deruba i contribuenti e le casse dello Stato, si cucina legge immunitarie perché governa il Paese e per di più mente senza vergogna sull’origine della sua fortuna e sulla sua vita privata, diventata pubblica, non può essere affidabile quando parla del destino dell’Italia, qualsiasi cosa dica o prometta.

(23 agosto 2009)

i segni e le predizioni del prossimo futuro

L’isteria del potere


di EZIO MAURO

 

Un uomo politico che di criminali se ne intende, come provano le condanne inflitte per reati molto gravi ad alcuni dei suoi più stretti amici, ieri si è permesso di attaccare i cronisti politici di Repubblica, indicandoli così: “Quelli sono dei delinquenti”.

Bisogna risalire a Richard Nixon nei nastri del Watergate per trovare un simile giudizio nei confronti di un giornale. Oppure bisogna pensare alla Russia dove impera a carissimo prezzo la verità ufficiale di Vladimir Putin, non a caso amico e modello del nostro premier.

Questa isteria del potere rivela la disperazione di un leader braccato da se stesso, con uno scandalo internazionale che lo sovrasta mandando a vuoto il tallone di ferro che schiaccia le televisioni e spaventa i giornali conformisti, incapaci persino di reagire agli insulti contro la libertà di stampa.

Quest’uomo che danneggia ogni giorno di più l’immagine del nostro Paese e toglie decoro e dignità alle istituzioni, farà ancora peggio, perché reagirà con ogni mezzo, anche illecito, al potere che gli sta sfuggendo di mano, un potere che per lui è un fine e non un mezzo.

Noi continueremo a comportarci come se fossimo in un Paese normale. In fondo, questo stesso personaggio ha già cercato una volta di comperare il nostro giornale e il nostro gruppo editoriale, ed è stato sconfitto, dopo che – come prova una sentenza – con i suoi soldi è stato corrotto un magistrato: a proposito di delinquenti. Non tutto si può comperare, con i soldi o con le minacce, persino nell’Italia berlusconiana.

(8 agosto 2009)