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l’amore che si ragiona e si canta

Il vento del mattino è relativamente fresco e sarà per questo che, con uno scatto di reni neuronico, il pensiero va a quel verso terribile e tuttavia affascinante del Poeta: ‘S’io mi intuassi come tu t’inmii’. Se io entrassi in te, diventassi te, e tu me.
Fascino eterno dell’amore pieno e che si lascia andare all’emozione che lo contiene e lo esprime, come quei ‘piccoli fiumi di bassa pianura che arrivano dritti nel mare’. Entrare in te, perdermi in te. Canzoni d’amore ripetute nel tempo delle nostre vite con persone diverse; infiammazioni dolorose, a volte; altre volte, molto raramente, fiamme felici di bruciare. Perdersi per ritrovarsi nel viso e nel corpo dell’amato/a.

Non ragioniamo abbastanza d’amore, di questi tempi. Lo consumiamo, invece, come una fame compulsiva, e ne buttiamo le cartacce senza fare la differenziata. Così che, nei pensieri senili, non sappiamo più ricordare e distinguere ciò che è stato amore e chi abbiamo veramente amato e quali fossero le differenze – o se ‘tutto è amore’ come si afferma nel bellissimo film: ‘Film blu’ di Kieslowski, dove perfino le grottesche difficoltà a copulare di due porno attori allo sbaraglio vengono descritte e rappresentate come una forma di amore caritatevole, prima del dispiegarsi della musica finale che strazia e incanta -e scorrono sullo schermo le parole di San Paolo su che cosa è amore alto e pieno e come, senza di lui, non vi siano visioni angeliche ed estasi possibili e senso del vivere e appagamento delle anime.

E, forse, io dell’amore ne ho fatto una malattia: la malattia degli addii. Incapace come sono di staccare i pensieri dalle persone che ho amato e amo e come e perché e, forse, un collegamento c’è con quella mia intuizione di adolescente che voleva ‘essere in tutte le vite contenuto’.
Perché una vita sola non basta a dire/scambiare ‘tutto l’amore’ di cui si ragiona e si canta.

chi siamo

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es la historia de un amor

36442_nombre.jpgFa freddo malgrado il sole e, girano per la città le molte maschere insensate coi costosissimi costumi e le mantelle ornate che, come lo strascico delle spose, scopano dove passano e raccolgono i coriandoli a grumi. Bisogna conoscere benissimo la pianta della città e a memoria per poter bypassare certi groppi di folla con le maschere in cappello piumato e vestiti di raso rosso e oro ferme impettite a farsi fotografare da decine di assatanati. E se li bocci dicendo: ‘Permesso! Permesso!’ con voce stizzita per il blocco e l’impedimento si incaxxiano perchè gli hai rovinato una foto. Di prendere un vaporetto e fare traghetto sull’altra sponda del Canale neanche a parlarne. Tirano via dritti a certe fermate malgrado i bis della linea Arlecchino e Pantalone. Fanc.lo al mondo.

 

I suonatori ambulanti miagolano le loro melodie mielose nei pochi angoli rimasti sgombri e hanno in testa un fez carnevalesco col nastrino e piovono gli oboli misericordiosi sui cappelli a terra.

Hanno preso il posto dei gatti : spariti da anni da questa città che ne andava fiera al punto da dirsi ‘la città dei gatti’. Gira, invece, una quantità di cani da far invidia (si fa per dire) a Parigi – che già nel 1963 con un articolo di G. G. Marquez, allora corrispondente di un giornale colombiano, ne denunciava lo straordinario impatto sanitario.

Ci sono persone (a Parigi e, oggi, a Venezia) che ospitano in un appartamento fino a tre cani e oltre. Panacea per la solitudine, la dicono, e un abbaio festante quando torni a casa e leccatine sul viso e code sventolanti e peli sui divani e dappertutto sostituiscono le umane relazioni che si sono spente per le più varie ragioni.

 

Però a quei suonatori ambulanti qualcuno glielo dovrebbe dire che devono cambiare il loro repertorio. Sempre a suonare quel monumento alla tristezza e al pianto che è ‘…la historia de un amor qual no abia otro igual (…) todo el bien todo el mal’: ma che sacrosante pal-le di questi tempi di gelo e politica asfittica e ladri di stato e amori a catafascio e senilità incombenti!

 

Ci sono canzoni che andrebbero proibite anche dopo aver passato il visto di censura perché fanno aggio sui co(rd)ioni e infilano lunghi aghi in quel punto del cervello preposto alle emozioni e lacrime conseguenti. Una di queste viene dalla Francia e il/la cantante implora, incurante della infinita pesantezza della sua geremiade: ‘…ne me quitte pas, ne me quitte pas’ .

Giustamente, il nostro Proietti ne ha fatto una doverosa parodia e l’ha mutata in ‘…ne me rompe’ er cà, ne me rompe er cà’: gustosissima ed esilarante comme il faut.

 

Gettiamo a mare la tristezza, cari, tutte le tristezze di ogni genere e tipo e origine e anche l’intera città (che a mare già c’è da secoli e maree ad abundantiam), se deve essere identificata e ospitare per antonomasia questo nostro sentimento fradicio e stupido e improduttivo.

‘Com’è triste Venezia!’, cantava Aznavour, ma era per via di ‘soltanto un anno dopo’ e storia di un amore finito.

 

Beh, chi avesse amori in corso con buona probabilità di prossimo spegnimento e tristezza conseguenti ci faccia il favore: vada a Parma, Modena, Palermo, che so, o ad Arcore.

Almeno lì una buona ragione per piangere calde e copiosissime lacrime e coltivare le tristezze nazionali sappiamo tutti che c’è.

 http://www.youtube.com/watch?v=a6JTx3uBsGU