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Memorie

 

E, ogni volta che ci passo davanti e osservo quello spazio vuoto che oggi è sede di mostre e brilla di luci aliene e di una storia nuova – vecchi magazzini e muri scrostati quali luoghi deputati a contenere un futuro di idee e progetti e faticano a crederti se gli dici che, per venticinque anni è stata la bottega di frutta e verdura di tuo padre. Una bottega per veri abitanti residenti storici, popolo e radici di avi nostri, e invano gli descrivi come ti appariva da ragazzo quel mondo di aromi e di colori e gente ben descritto dai versi di Neruda: ‘…metri, litri, essenza / acuta della vita /pesci affastellati, / Trama di tetti dove si smarrivano / freddi raggi di sole, / delirante e fino avorio delle patate, / pomodori ripetuti fino al mare.’

‘E una mattina tutto prese fuoco…’ continua Neruda, ma per me furono le molte mattine di un precoce ‘congedo dai genitori’ e l’inizio salvifico di un’altra vita tutta e solo mia perché quella precedente era nata morta e andava seppellito quel tristo dopoguerra della mia nascita fitto di miserie e abbandoni. E tuttavia quegli sprazzi di memoria e visi e colori sono in qualche modo i miei e quella bottega dove il mio avo visse per anni è parte di una delle storie possibili degli universi multi-mondi che ha lasciato traccia nel passato ed è giocoforza recuperarla.
Perché non siamo solo ciò che vogliamo e possiamo ma anche uno strano prodotto alchemico di quello che ci hanno scolpito dentro gli avi, nel bene e nel male, e lo chiamiamo ‘memoria’.

foto di Enaz Ocnarf.

Ieri accadeva – un anno fa

Gli dei che accecano chi vuol perdere (Vox populi vox Dei)

Ci aveva provato, il buon (buono, buonissimo) Casson, in finale di partita a dare il segnale di un’attenzione al problema con quella frase di finta afflizione e il ‘non possumus’ contro i prefetti che lo allineava ai sindaci disperati per il mortale afflusso di ‘migranti’ nelle caserme, negli alberghi, nelle case, e in ogni edificio dismesso e nei prossimi campi-profughi del Malpaese.
Un afflusso infinito, quotidiano: un’afflizione e un affanno incomprensibile e intollerabile per un paese che si vuole ordinato e capace di tenere i conti in ordine e gestire una idea di futuro sviluppo economico e che giustamente spaventava i concittadini.
Ma quello di Casson era stato percepito dal popolo elettore, da subito, come un fiato strozzato, una nota stonata e una campana rotta perché il pd e tutta la schiera dei suoi elettori buonisti al seguito hanno fatto corpo e anima colla folle idea di una accoglienza senza limiti e leggi e capacità di governare e arginare il fenomeno ‘epocale’ e restituire rapidamente al mittente tutti coloro – e sono la maggioranza – che non hanno titoli per essere riconosciuti quali ‘rifugiati’ richiedenti asilo.

E il colpo di grazia è venuto dalla visione delle stazioni di Milano e Ventimiglia ridotte ad accampamenti e lazzaretti di gente in fuga dalla loro storia e che ha dell’Europa la falsa idea di un Bengodi capace di assorbire per intero le tragedie dell’Africa e del Medio Oriente in fiamme.
E quei tali migranti hanno già così bene introiettato il verbo dei mitici diritti europei al punto da levare alti i loro stolidi cartelli di protesta con su scritto: ‘No borders!’
E, invece, le frontiere francesi e austriache si sono chiuse a riccio e ‘no pasaran’ – monito all’Italia per le sue incapacità di identificare e schedare gli affluenti dei barconi e avviare rapidamente i rimpatri e solo dopo, a rubinetti chiusi e diminuito l’afflusso spaventoso, poter avviare una discussione sulle ‘quote’.
Ma la guerra delle migrazioni e la babele delle lingue buoniste è destinata a durare a lungo, ahinoi, e Renzi e il suo pd in rotta elettorale somigliano a quei senatori romani incollati ai loro scranni nella scena finale in cui nella sala fanno irruzione i barbari e li finiscono a fil di spada.

Vitalismi d’antan

Migliore di una frettolosa visita televisiva di Daverio, il cui merito e di avere offerto lo spunto e suscitato la curiosità, è la visita e la ricerca che si fa in rete a dirci chi era William Hoghart (1697-1764) e quale sia stata la sua qualità di acuto e satirico osservatore e pittore egregio della vitalità del suo tempo e delle sue genti.
Un tempo che, nel frettoloso e distratto compendio che ritenevamo nella memoria scolastica, ci si presentava quale teatro di terribili guerre di religione e di sanguinose successioni ai troni contesi tra le diverse dinastie di regnanti europei – e le pesti assassine che decimavano le popolazioni delle città e che solo il grande incendio di Londra (1666) cancellò e preservò la città dalla malattia negli anni seguenti.
E, a osservare le sue stampe e le incisioni e i quadri, la vita ‘alta’ degli aristocratici e la ‘bassa’ del popolino si mostra ugualmente vivace e vitalissima pur nella coscienza della mortalità e la brevissima ‘vita media’ – che solo nei primi decenni del 700 cominciò a salire, grazie alla ‘rivoluzione agricola’ (introduzione nelle coltivazioni della patata e del mais) e alla risalita delle temperature medie del pianeta dopo la piccola glaciazione del 600.

E, se non ci si limita ai suoi magistrali ritratti dei borghesi del tempo e alle pitture su commissione, i suoi quadri e le incisioni delle piazze affollate di pazzi e gaudenti e quelli delle taverne e degli interni di vita quotidiana nei salotti e nelle cucine ci mostrano un’umanità insieme dolente e felicissima – com’è nelle vite di ognuno e tutti l’alternarsi di gioia e dolore e rovinose passioni e disordine morale – quasi un H. Bosch d’oltre Manica o un Goya nei suoi ultimi anni di ‘pittura sociale’, giunto ormai all’apice della sua fama e libero di guardare con disincanto e vista annebbiata dal dolore di vivere lo svolgersi caotico della vita dei suoi simili.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Maledetta la Terra che ha bisogno di eroi

Maledetta la Terra che ha bisogno di eroi.

 

Un bell’articolo di Salman Rushdie (‘Elogio del coraggio’ da Ghandi alle Pussy Riot copyrigt ‘la Repubblica’) ci racconta come ‘la Terra (e la Storia n.d.r.) abbia bisogno di eroi’ – e per fortuna che ne nasce qualcuno e più di uno ad ogni secolo nuovo.

 

Vero e buono e giusto. E tuttavia è bene ricordare, di contro, la dolente affermazione di Galileo de’ Galilei, che rispondeva al rimprovero di un discepolo con la rassegnata invettiva: ‘Maledetta è la Terra che ha bisogno di eroi’. 

Ed è difficile dargli torto, se pensiamo che la sua penosissima abiura aveva di fronte la pena e il castigo delle tenaglie della Santa Inquisizione che si sarebbero strette sulle carni vecchie e stanche di sostenere il peso di verità palesi osservate al telescopio contro le pretese verità dei teologi e dei miopi e stupidi lettori della Bibbia intesa come ‘vangelo’. 800px-Scene_from_an_Inquisition_by_Goya.jpg

E davvero, al ricordo di tanta atrocità, ci paiono poca cosa e ridicola le ‘scuse’ e il ‘nostra culpa’ pronunciati da Woytila nei confronti del grande vecchio della scienza italica accusato di eresia.

 

E le Pussy Riot, invece, hanno di fronte ‘solo’ il carcere e i probabili abusi dei loro carcerieri, ma, fuori delle celle, hanno il premio di una prodigiosa campagna di stampa e della Rete che le osanna e le sostiene e le dice eroine di un mondo che si vuole migliore. Ma Galileo non avrebbe avuto, per certo, nel caso di fiera resistenza alle accuse, neanche una scritta scanzonata sui muri dell’Università patavina tipo: ‘Galileo libero e Giordano (Bruno) stopper’ perché allora non usava – e il coraggio civile era merce di contrabbando che veniva scambiata in gran segreto e con rischio di vita e/o torture tra i ‘clerici vagantes’: avanguardie dello scientismo di là da venire.

 

E che l’umanità ancora si dibatta nei gorghi dell’idiozia religiosa fondamentalista e affoghi nelle morte gore di una politica assassina e condizionata e guidata da orchi assassini che commissionano gli attentati alla libertà e alle vite dei pochi resistenti (giornalisti o dimostranti, come le Pussy Riot o le Femen) è evidenza avvilente di un Medioevo che dura oltre il secondo millennio e non sappiamo come uscire ‘a riveder le stelle’ – e poter progettare e iniziare quei viaggi spaziali di un’umanità finalmente pacificata e che si è lasciata alle spalle ogni stupidaggine di pretese ‘verità divine’ ed umane oppressioni e occupazioni violente del potere malvagio. 

Amen e così sia.

I Montagnardi e i Giacobini di sempre

I Montagnardi e i Giacobini di sempre.

Viviamo tempi rivoluzionari, non vi sembri esagerato. Provate a immaginarvi registi di un film sulla rivoluzione francese e ‘mettete in scena’ quella fibrillazione politica che, fuori e dentro le sale della Convenzione Nazionale e dell’Assemblea legislativa di Parigi, vide comporsi e scomporsi, come cellule metastatiche impazzite, i rassemblements di centroe di sinistra e di sinistra estrema: i Montagnardi, e i Giacobini avversi ai Cordiglieri e ai Foglianti. E, ad ogni riunione di quegli anni di fervore e febbre politica altissima, qualche testa tentennava, timorosa del prossimo distacco dal corpo (era d’uso salutarsi, tra quei dessi, ‘à la guillotine’ : abbassando la testa di scatto, il corpo eretto, mimando lo stacco fatale della lama).

E, non ridete, quei tali rivoluzionari prendevano nome (Cordiglieri e Giacobini) dai conventi francescano e domenicano dove si riunivano i capi dei club, i ben noti Hèbert, Desmoulins, Danton, Marat, Robespierre. 
I conventi, vedi caso, già da allora condizionavano in qualche modo la vita pubblica e privata – e ‘dietro al convento delle Cappucine’ ci si dava appuntamento per i duelli risolutori delle onorevoli contese.

Trasferite ora il set cinematografico a Roma e ridate anima e corpo ai ‘rivoluzionari’ cinque stelle (si parva licet) che, fuori da Montecitorio, hanno inneggiato alla rivoluzione contro ‘la casta’ e ‘il vecchio’ della cattiva politica nazionale – e non hanno applaudito il faticoso discorso alla nazione di ‘re Giorgio’ a Camere riunite.

E mettete in canovaccio i furibondi conciliaboli e le risse e ‘ vaffa’ reciproci lanciati dai vari Foglianti e Girondini interni al partito democratico – che sta per spaccarsi definitivamente di fronte alla fiducia da dare o non dare a un governo indigesto e indigeribile qual’è quello che si cucina nelle ovattate stanze del Quirinale.

Perché – è Storia, ahinoi! – è sempre a sinistra che ‘va a parare’ la crisi di un paese e i suoi sussulti ‘rivoluzionari’. E’ sempre la generosa e imbelle sinistra di ogni tempo e paese la camera di compensazione di ogni disastro politico e istituzionale iniziato e causato dalla ‘destra’, – da noi, la destra del barabba di s-governo, la destra fracassona e volgare e becera dei ‘no taxes’ evasori impuniti, la destra secessionista degli artigiani/piccoli imprenditori eredi delle ‘jacqueries’ del contadino francese Jacques.

E la cosa triste della nostra avvilente e squallida postmodernità politica e sociale è che manca sulla scena, consigliere del regista, un monsieur De Guillotin che ci fornisca lo strumento principe dei castighi riservati alla ‘malapolitica’ dei felloni e traditori e malnati e de ‘la casta’. Lo ‘zac’ secco e definitivo della pesante lama che stacca le teste dai corpi. 
E, senza quello strumento decisivo, ritrovarsi tra i piedi il berlusconi anti giudici e processi quale ‘vincitore’ della orrida partita a scacchi che si è giocata sulla testa del paese – e che ha visto la sinistra a pezzi, ancora una volta! – è naturale e tristissima conseguenza.560241_10151449873276151_1599369344_n.jpg

Cose buone dal mondo

La frase non è nuova. Che il fascismo e il Duce hanno fatto ‘anche’ cose buone. Bontà sua e loro: quegli uomini valenti e animosi dei ‘sabati fascisti’ e della ginnastica sulle pubbliche piazze. Ma chi non fa ‘anche’ cose buone nel breve volgere di una vita qualchessia? Perfino di ladri notori e ubriaconi e fedifraghi che picchiavano le mogli si legge sulle lapidi cimiteriali che erano ‘padri affettuosi e mariti fedeli’, chi l’avrebbe mai detto.
E, a Norimberga, nel corso del famoso ‘processo’ che da quella città prende nome, si ascoltavano testimoni a difesa che affermavano davanti ai giudici, di notori kapò e aguzzini dei campi di sterminio nazisti, che erano buoni padri e amavano coltivare le rose in giardino, che cari.

Quella frase delle ‘cose buone’ del dux de noantri io l’avevo già sentita pronunciare da gente qualunque, ordinary people, gente comune – che l’aveva, a sua volta, ascoltata in famiglia, da qualche parente ormai defunto.
Da qualcuno che, magari, l’aveva ‘svangata’, come si suol dire, ed era sopravvissuto agli inseguimenti sui tetti e arresti casa per casa di coloro che avevano avuto un ruolo pubblico durante il regime o si erano dichiarati fieramente fascisti ai tempi loro e, nel brevissimo corso della ubriacatura antifascista dopo la fine della guerra, si erano dovuti nascondere o erano emigrati per riapparire di là a qualche anno come se niente fosse stato.

E che ‘niente’ sia stato il fascismo delle cose buone e meno buone è cosa difficile da sostenere per chi guarda rai Storia e vede i documentari di ‘come eravamo’ e di come sono stati i padri e i nonni – e le incredibili idiozie dei ‘fasci di combattimento’, le ridicolaggini dell’Impero e ‘volete burro o cannoni?’ E la finale follia distruttiva della guerra combattuta coi carri armati di latta e le leggi razziali – e tutto il resto che abbiamo imparato sui banchi di scuola, ma, forse proprio per questo, non l’abbiamo ‘mandato a memoria’. Quella Memoria che in questi giorni si celebra e si sostiene perché quegli orrori della maledetta Storia non si ripresentino più – e gli uomini e le donne futuri non debbano più chiedersi ‘Se questo è un uomo’.

E che il nostro ‘cretino di talento’ di turno compaia d’improvviso a una cerimonia che ricordava quegli orrori lontani e butti lì la stupidaggine da ‘ordinary people’ – come se fosse l’avventore di un bar di strapaese – non sorprende, perché ad altre amenità e schifezze ci ha abituato da gran tempo, l’uomo delle ‘olgettine’ a libro-paga e delle ‘igieniste dentali’ in politica e della ‘nipote di Mubarak’.

E che si addormenti quieto, poco dopo, seduto in prima fila tra le ‘Autorità’ presenti è il suo ‘grande finale’ del suo essere stato ‘capo del governo’ e strenuo combattente da ‘campagna elettorale’ che strizza l’occhiolino furbo ai fascistelli apparentati alla sua lista e riduce un evento sacro dell’umanità sofferente per le atrocità della Memoria a piccola furbata ‘de noantri’.

Votantonio, votantonio, votantonio, Italiaaaniii!

Una vaga idea di ‘bene comune’

Diamo per scontato, con qualche ora di anticipo sull’ora prevista, che la fine del mondo in versione ‘antichi Maya’ non ci sarà e facciamo come si fa tutti gli anni in prossimità della fine dell’anno (questa si certa, certissima: per gli antichi calcoli astronomici e i convenuti calendari) di ricordare, cioè, quanto è avvenuto nell’anno in corso e gli eventi salienti e i gradienti di senso del ‘nuovo’ che il 2012 ha voluto regalarci, bontà sua.

E dispiace dire, nell’immenso tourbillon di eventi che l’umanità ha macinato nel corso dell’anno, che più che le stragi di bambini, gli omicidi mirati della C.i.a., la crescita economica di Cina e India e Brasile e la parallela decrescita infelice dell’Europa, e l’avvilente conferenza ambientale di Doha che mostra come il deficit ambientale sia in atto con largo anticipo rispetto alle già catastrofiche previsioni della conferenza precedente – dispiace dire che la palma di ‘avvenimento dell’anno’ va alla caduta del governo berlusconi e degli emeriti ‘responsabili’: acquistati in finale di partita per prolungare l’agonia dolorosissima del paese-Italia.

Ne è seguito, lo sapete, l’intervento a cuore aperto del team di chirurghi denominati ‘i tecnici’ e la rianimazione è ancora in corso, – ma pare, si mormora, che il paziente ce la farà, se non ricade nell’antico vizio di ri-votare la conventicola dei corrotti e dei barabba notori allo s-governo prossimo venturo.


Già perché siamo in piena campagna elettorale e abbiamo le convulsioni relative al periodo e alla malattia di cui soffriamo da tempo: di credere (o voler credere, a dispetto di tutte le scottature e le piaghe ancora aperte) alle promesse stupide del Solito Noto – che ripropone le sue ricette indigeste all’Europa dei conti in ordine e della crescita economica futura basata su questo ‘ordine nuovo’ continentale e minaccia l’uscita dall’Europa e dall’euro e ‘meno to(a)sse per tu(o)tti’, come se niente fosse accaduto e ‘tutto è illuminato’ della corrutela spaventosa della sua classe di s-governo che riempie gli Annali ultimi della Repubblica e i registri degli indagati della magistratura inquirente milanese e romana.

E ci viene in mente – avvilimento massimo e interrogativo cruciale del senso che ha l’essere ‘cittadini’ dotati di ‘coscienza civica’ – la difesa a spada tratta che hanno fatto i nostri detrattori e opposti di fede politica riuniti nei forum e nei circoli ‘menomalechesilvioc’è’ del loro campione di corruzione ed evasione e predicazione stolida degli interessi privati e le leggi ad personam e le promesse elettorali vuote di senso e manifestamente irrealizzabili, e chiediamo loro di battersi il petto con forza e di cospargersi il capo di cenere e di interrogarsi, nella solitudine delle loro deambulazioni serali o durante le loro insonnie, su quanto male hanno sparso a piene mani e quanti guasti hanno causato all’economia del paese col loro voto insensato e, certo, voto ‘di portafoglio’ e non di cuore e mente aperte all’idea di ‘bene comune’

arti e mestieri

Mi sono recato al cimitero, qualche giorno fa, per vederlo finalmente popolato dai vivi e dalla loro segreta speranza di restituire vita e memoria ai loro cari.

Ma i morti sono silenziosi e non aiutano a credere in un qualche aldilà e la giornata di pioggia intristiva il rito annuale dell’effimera resurrezione e inutilmente, nel recinto storico degli ossari dove si trovano le ossa di mio padre ripetevo ad alta voce e in piena solitudine di anime vive i noti distici foscoliani:

‘All’ombra dei cipressi e dentro l’urne / confortate di pianto è forse / il sonno della morte men duro?(…..)’

 

E di mio padre ricordo l’assenza lungo gli anni fondamentali della formazione del carattere (ma era il dopoguerra e tutto era assenza e miseria diffusa) e la sorda opposizione che ci contrappose quando, adolescente riottoso, decisi che volevo andare all’università e mi presentai privatista all’esame di media unificata (e c’era il latino!) e falsificai la sua firma ed ebbi solo due mesi per prepararmi e lo passai con la media del sette, ma, nonostante ciò, quando lo venne a sapere, disse che dovevo cercarmi al più presto un lavoro e andarmene di casa -ed era l’epoca in cui tutti i padri sognavano la laurea per i loro figli – il mitico ‘pezzo di carta’ che avrebbe aperto gli orizzonti di una rispettabile carriera e l’ascesa su per la scala sociale.

 

E oggi, alla radio, ascolto il giornalista che mi informa che le scuole professionali sono tornate in auge e in grande spolvero di iscrizioni e mio padre ne gongolerebbe e userebbe di un tal revival delle professioni e del ‘mestiere per le mani’ come suo alibi personale – e ricordo che una sera mi aspettò sulla soglia di casa col bastone in mano perché ero stato licenziato dal benzinaio dove lui mi aveva trovato un lavoro non richiesto; e mi ero presentato al lavoro coi libri della ‘Commedia’ di Dante e altri tomi ponderosi e, tra un rifornimento e l’altro, nei tempi morti,mi sedevo davanti alla pompa a studiare.

 

E quella sera alzò il bastone sopra la testa e gli afferrai il braccio e con sguardo d’odio e ferocia gli sibilai: ‘Se fai tanto di riprovarci ti ritrovi giù per le scale.’ E non ci parlammo più per anni, fino a quando partii per il servizio militare, e la sera, di ritorno dalla biblioteca marciana dove trascorrevo le giornate in studi ‘matti e disperatissimi’ non cenavo e mi chiudevo in camera e ascoltavo i vinile di Haydn e Beethoven a pieno volume e lo ritrovai solo al termine della sua malattia oncologica per il viaggio dell’ultima speranza a Manila, dai ‘guaritori’ prestidigitatori; e al ritorno, sconfitto e disperato, nella saletta dell’aeroporto romano dove aspettavamo l’imbarco per Venezia, lui steso in barella, mi chiese, con occhi folli di disperazione, di dargli morte perché non tollerava più il dolore oncologico e neanche la morfina bastava più.

 

‘A egregie cose il forte animo accendono, le urne dei forti, o Pindemonte?’

 

Non vive più ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de’ suoi? Celeste è questa
corrispondenza d’ amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall’insultar de’ nembi….. (U. Foscolo)

 

gli eventi confusi e atroci

Era il giorno di san Valentino di 23 anni fa -un’eternità di tempo e di eventi confusi e atroci- e il mondo ruotava irrimediabilmente intorno al suo asse al modo che tutti conosciamo.
In un paese nero di veli e tuniche austere e di varie idiozie assortite di povere menti fisse nel loro medioevo ridicolo, un gruppo di perfetti imbecilli riuniti a congresso ratificava e proclamava e diceva ‘cosa buona e giusta’ erga omnes la fatwa assassina lanciata contro Salman Rushdie -lo scrittore anglo-indiano reo di avere scritto e pubblicato un romanzo (non il suo migliore) in cui, a insindacabile giudizio degli imam idioti di cui sopra, si satireggiava e denigrava la figura di Maometto, il Profeta.
Non era vero. O, quantomeno, a nostro insindacabile giudizio di gente dell’Occidente avvezza alla libertà di pensiero e parola, non si ravvisa in quel romanzo (i Versetti satanici) nessun irrimediabile vulnus e/o diffamazione di quel ‘profeta’ sedicente -la cui figura storica andrebbe indagata a fondo e smitizzata e opportunamente ripulita di quell’aura sacrale sotto la cui egida si sono combattute le jihad idiote e feroci di ogni secolo e luogo.

E quell’accadimento -la proclamazione di una fatwa che benediva e prezzolava gli assassini di Salman Rushdie e li diceva eroi dell’Islam- e i molti altri che ne seguirono (attentati a case editrici, uccisioni, ferimenti di persone colpevoli solo di aver avuto prossimità nella pubblicazione del romanzo incriminato) sono la pietra miliare di una ‘svolta a destra’ (la peggiore delle svolte) del radicalismo islamico quale oggi lo conosciamo -che si mostra con gli orribili visi barbuti dei salafiti impazziti e urlanti nelle piazze in cui si bruciano le bandiere e le altre immagini dell’odiato Occidente.
Ed è a causa di questi scalmanati -aizzati dai loro preti tristi e irosi nelle moschee dove si prostrano in preghiera- che qui da noi, in Occidente, si guarda agli immigrati arabi e persiani e di varia altra provenienza mediorientale con l’inquietudine che ci porta a pensare che appartengano tutti, tutti, a quella bolla di odio e follia e violenza che ha prodotto l’11 settembre delle Twin Towers e le cinture esplosive dei kamikaze assassini e la loro voglia nascosta (persino negli immigrati seconda e terza generazione) di tutto distruggere della civiltà occidentale che li ospita e li nutre e offre loro lavoro e possibilità di riscatto sociale e culturale.
Quella fatwa lontana -che è stata rinnovata a tutt’oggi e aumentato il premio in denaro agli assassini eventuali- è il monolite osceno a vedersi di uno ‘scontro di civiltà’ che oppone i paesi della Libertà di pensiero e parola al Medioevo oscuro e tristo dei luoghi di un Islam incapace di coniugare la post modernità e prefigurare un futuro di valori condivisi e tolleranze necessarie -e bene fanno i paesi dell’Occidente (e i giornali e le riviste che pubblicano e ripubblicano le vignette ‘sataniche’ che hanno fatto seguito ai ‘Versetti’ di Salman Rushdie) a ribadire la piena e non contrattabile libertà nostra di occidentali evoluti che fronteggia caparbiamente l’ira stupida dei beoti salafiti che danno l’assalto alle ambasciate e uccidono e inneggiano ad Al Qaeda e ai terroristi legati a quella organizzazione di maledetti assassini.
Libertà di pensiero e parola versus ‘l’oppio dei popoli’ in tutte le sue forme-e nessuna ‘moderazione’ pretesa e ‘rispetto dovuto al credo degli altri’ può arrogarsi il diritto di tacitare e censurare alcunchi e alcunche o di prezzolare assassini perchè ‘mettano a tacere’ i pretesi colpevoli. Neanche quando si tratta di filmetti stupidi e inutilmente provocatori e di vignette che ‘ci potevamo risparmiare’.
Noi siamo il paese globale delle Libertà che hanno prodotto e diffuso ‘Jesus Christ Superstar’ e ne andiamo fieri -un paese globale che quotidianamente alimenta il dibattito, spesso acre e radicale, tra i credenti e i non credenti e tra le diverse fedi tra di loro.
E questo riteniamo sia il futuro da condividere. Non le censure e le fatwe e l’aizzare gli assassini potenziali a commettere crimine.
Amen e così sia.

ci pulirà gli occhi dalla polvere

‘Il cuore dovrebbe essere sempre pronto.’ scrive una tale su F/b -e il topic a cui si agganciava era la tesi della volpe ne ‘Il Piccolo principe’ (di Saint Exupèry) – che bisognerebbe sempre sapere a che ora arriva l’amato/a per prepararlo, il cuore, all’incontro.
Voi che ne pensate? Va preparato, il cuore, o deve essere sempre pronto all’emozione degli incontri?

Vien da pensare che, trascorso un certo tempo delle nostre vite, è questione di lana caprina perché ‘la felicità vien di notte’ ormai, come le befane – e delle befane ha l’aspetto, vista la congiuntura e quello che vediamo allo specchio quando ci facciamo la barba, e: ‘ce n’est plus question de parler d’amour’, e: ‘bonheur d’amour ne dure qu’un moment / chagrin d’amour dure toute la vie’.

E che si tratti di un’infiammazione temporanea (legata ai tempi delle nostre vite) lo dice il fatto che un certo genere di attese ‘felicità’ consolano piuttosto i sogni che la veglia -e ci svegliamo più spesso con in bocca il sapore di amaro di un altro giorno in cui parleremo dell’amore piuttosto che viverlo, lo evocheremo dai ricordi che non ci paiono neppure più i nostri e ‘trascorreremo ad altre danze’ dei pensieri quando l’onda di piena ci sommergerà e la consolazione di vivere si farà per breve tempo liquida e ci pulirà gli occhi dalla polvere.

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