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non smettere di essere bella

Mi sono innamorato. Ancora una volta. Di un libro. Della sua autrice. Della sua scrittura. Me la sono portata a letto (il suo libro) e l’ho sognata a lungo fino a svegliarmi con lei tra le braccia.

Ho sognato di far parte della sua vita, del suo modo incantevole di narrare di sé e degli altri, della sua pacatezza e quel modo straordinario, luminoso, di dar vita e figura ai suoi personaggi: i figli, gli amici, i parenti.

Ero con lei nel momento di un immaginario trasloco (il mio sogno) e l’ho vista persa in un suo momento di dolore e di disincanto (di questo -e di molto altro- parla il suo libro) e mi sono accorto che la mia presenza di uomo innamorato era diventata ingombrante, difficile da giustificare agli occhi della sua famiglia; perciò l’ho chiamata da parte e le ho detto il mio amore, la mia improvvisa, forte passione e di come mi rendevo conto che non poteva avere un seguito e dovevo andarmene.

L’ho abbracciata. Ci siamo abbracciati come si abbracciano due amanti disperati e ho pianto.

‘Non smettere di essere bella’, le ho sussurrato con l’ultimo fiato permesso dal mio pianto. ‘Non smettere mai di essere bella’.

 

‘Così è la vita’ – Concita de Gregorio – Einaudi edizioni

fratelli coltelli e senso delle cose

Torna il ‘senso’, l’ossessiva ricerca di un senso delle cose e delle storie. Perché ci capita questa o quella cosa che aborriamo eppure ci invischia, perché ci comportiamo in quel modo con chi ci è caro e con chi ci trascorre accanto.

Ho finalmente capito perché mi ostino a leggere (finire di leggere) ‘Ho qualcosa da dirti’ di Hanif Kureishi – un ‘paki’ londinese di genio che ci ha regalato racconti bellissimi e sceneggiature straordinarie.

E’ perché tutti i personaggi del romanzo sono alla ricerca di un senso delle cose che hanno fatto, – dei matrimoni naufragati, dei grandi amori finiti, del figlio che si comporta come uno zombie adolescente (non lo siamo stati un po’ tutti?) e che assume quel linguaggio idiota figliato dal rap e dalla multietnicità complessa e brutta e caotica che lo ha partorito.

Tutti, tutti, senza eccezione cercano un senso delle cose e delle vite, a partire dal protagonista che, addirittura, commette un delitto, ma poi si fa analista e ‘ascolta’ il rumore di fondo delle anime malate e si prova a spiegare e a ‘dare un senso’ consolatorio ( e solo perciò terapeutico) alle tragiche cose e sghimbesce che ci accadono e dicono le nostre storie storie di dolore e di normale follia quotidiana.

Ecco perché continuo a leggere questo romanzo che mi disturba nella sua enumerazione e descrizione particolareggiata di gente stramba e malata (praticamente l’intera città, ciascuno a suo modo) : perché si intreccia colla mia storia che di senso ne ha avuto poco ed oggi ne ha ancora meno; oggi che i nodi lontani di malate ‘costellazioni familiari’ vengono al pettine e descrivono la mia vita nella malattia degli addii e degli abbandoni – fino al finale che la chiuderà senza troppi rimpianti.

Cerchiamo di dare un senso alle cose perché siamo ‘sensibili’ e tutto quanto abbiamo sotto gli occhi ci appare insensato – a partire dalla politica e dai rapporti che intratteniamo con gente stramba e malata, id est i cittadini ‘berlusconiani’ che hanno voluto scrivere le pagine avvilenti e odiose di un lustro di storia italica; storia di straordinario malaffare e corruzione rivendicata come ‘il migliore dei sistemi’ di s-governo e malgoverno della repubblica.

Un senso alle cose, che è quanto dire, emuli di Goethe che esalava il suo ultimo respiro, ‘luce, fate luce’. Fateci capire perché tutto ciò che è accaduto è avvenuto in quel modo e non in un altro e i perché.

Non cesseremo di chiederc(v)elo e lo ripeteremo in coro anche nella valle di Giosafatte – quando, (se è vero che un Dio esiste ed è provvedente e ‘giusto’), ci sarà s-velato il senso del ‘male necessario’ che ha intessuto le nostre vite incrociate di presunti ‘fratelli’ in Cristo.