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Bei tempi. Altri tempi.

 

E, sempre per restare sui libri che si inscatolano e, a loro modo, ci raccontano il tempo presente commisurato col passato, sarà più adatto a raccontare le presenti tensioni in casa Pd il libello di Lenin: ‘L’estremismo malattia infantile del comunismo’ o il trattato di K. Marx: ‘Per la critica dell’economia politica’? Oppure le satire di Anonimo Romano: ‘Il compromesso rivoluzzionario’ scritto negli ignominiosi Settanta in casa P.c.i. – che la Storia lo abbia in gloria e ce lo conservi integro nella memoria?

Già. Perché se fosse solo la questione di lana caprina del Congresso si-no-quando e contro chi o per chi – muoia Renzi e tutti i suoi filistei – basterebbe leggere i sonetti di quest’ultimo libro per capire che ‘non è una cosa seria’ e ‘andate avanti voi che a noi ci vien da ridere’.
Ma, se nell’ultimo cantuccio libero rimasto nelle teste degli scissionisti ci fosse la preoccupazione per i problemi tragicissimi del lavoro che non c’é e dei disoccupati che si rivolgono alle mense della Caritas e le banche che gli pignorano le case acquistate coi mutui, allora tornerebbe più utile tornare a ragionare sulle critiche dell’economia capitalistica presente e globalizzata e ai suoi temibili riflessi sulla politica e sulla società che rincula e si rinchiude a riccio giusto nel momento in cui i ‘popoli de mare’ e dei barconi affluiscono a centinaia di migliaia alimentando il mendicismo diffuso e la miseria sociale e la ‘guerra tra poveri’.

La Storia che si ripete in farsa ci consegna, invece, le cronache cretine del cerino acceso che passa di mano in mano all’interno dell’assemblea del pd e nessuno dei futuri leaders (ce ne sono?) che si decida a pigliare in mano la bandiera degli Internazionalisti e avvii il corteo degli scissionisti fuori dell’edificio al canto de ‘Bandiera rossa’ o dell’Internazionale. Bei tempi. Altri tempi.

  Bei tempi
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Riflessioni del buon mattino

Gli uomini hanno sempre praticato delle trasgressioni a livello etico, ma un tempo quando si era immorali ci si sentiva fuori posto (peccatori nella versione cattolica, inadempienti agli obblighi della coscienza nella versione laica). Oggi si è immorali e ci si sente furbi e vincenti. Ecco cosa sta affondando il nostro Paese.

di Vito Mancuso, da Repubblica, 21 giugno 2013

I fatti di Firenze riportati ieri da questo giornale (“Assessori, escort e coop, i segreti hard di Firenze”) non sono certo un caso isolato nel nostro paese, anzi sono convinto, e con me penso lo sia la gran parte degli italiani, che ogni nostra città o cittadina presenti una realtà più o meno analoga. Si tratta di una constatazione abbastanza inquietante, almeno per me che sono spesso chiamato a parlare di etica. Ne ho parlato l’altro giorno in una tavola rotonda promossa da Conad in occasione dell’assemblea di bilancio, all’inizio di questo mese ho tenuto uno specifico corso di etica ai futuri commissari presso la Scuola Superiore di Polizia, molte volte sono stato invitato a discuterne nei licei del nostro paese, nelle aule universitarie, nelle piazze che ospitano manifestazioni culturali.

Ricordo una volta a Roma nell’aula magna della Luiss, l’Università della Confindustria, di aver dovuto rispondere alla domanda sul perché il bene dovrebbe essere sempre meglio del male se il male talora risulta più efficace, sul perché si dovrebbe essere onesti e leali anche quando è possibile non esserlo, e non esserlo risulta più conveniente. Devo dire che ogni volta, prima di prendere la parola, ho sentito sorgere dentro di me una sorta di sottile disagio, procurato dal fatto di percepire sui volti che mi osservavano il disinteresse e la noia per quell’argomento di cui stavo per parlare. Anche per questo cito qui a mia discolpa una frase di Shakespeare: “Perdonatemi questa predica di virtù, perché nella rilassatezza di questi tempi bolsi la virtù stessa deve chiedere perdono al vizio, sì, deve inchinarsi a strisciare” (Amleto3,4). “Buonista” si usa dire, cioè poco capace di incidere sulla realtà effettiva delle cose. Gli allenatori delle squadre di calcio quando mandano in campo i calciatori dicono che li vogliono “cattivi” oppure “cinici”, il che per loro significa efficaci. Non fanno che esprimere il pensiero dominante: chi è cattivo vince, chi è buono no.

Come nello sport, così nella vita: chi è cattivo riesce, chi è buono no. Questo è il pensiero che abita la mente occidentale da qualche secolo a questa parte e che ha trovato la sua consacrazione teoretica nel pensiero di Friedrich Nietzsche, il filosofo preferito da Mussolini e Hitler (in un discorso alla Camera del 26 maggio 1934 il Duce si dichiarò “discepolo di Federico Nietzsche polacco germanico”, mentre il Führer si recò in visita più volte all’archivio del filosofo, gestito, e strumentalizzato, dalla sorella Elisabeth). La cosa curiosa, e per me preoccupante, è che l’interpretazione maggioritaria di Darwin vede l’uomo e la natura esattamente nella medesima prospettiva che fa della forza e della furbizia l’arma migliore per vivere, per cui oggi anche da sinistra (dove il darwinismo ha ormai sostituito il marxismo quale orizzonte teoretico) si tende a pensare l’uomo e la vita in questa prospettiva spietata e rapace.

Mi rendo perfettamente conto che queste affermazioni filosofiche andrebbero più adeguatamente argomentate, ma qui mi posso solo limitare a dichiarare che in me non suscita alcuna meraviglia il fatto che alcuni funzionari delle nostre istituzioni possano abusare della loro funzione per soddisfare appetiti sessuali, in qualche caso addirittura con i soldi pubblici: il nostro comportamento infatti discende dalla nostra mente, e la mente è guidata per lo più istintivamente dalla gerarchia esistenziale in base a cui è configurata, per cui se non c’è nulla di più rilevante della propria volontà di potenza, e se non si può arrivare alle vette letterarie e filosofiche di Nietzsche, è logico che ci si avventi su orizzonti più caserecci.

Il problema quindi non è l’immoralità pratica, che sempre ha accompagnato il fenomeno umano e sempre l’accompagnerà, ma è la debolezza del sentire etico che fonda la differenza tra moralità e immoralità sostenendo che la prima sia spesso meglio della seconda. Gli uomini hanno sempre praticato delle trasgressioni a livello etico, ma un tempo quando si era immorali ci si sentiva fuori posto (peccatori nella versione cattolica, inadempienti agli obblighi della coscienza nella versione laica), oggi si è immorali e ci si sente furbi e vincenti. E la cosa vale tanto per chi si dice cattolico quanto per chi si dice laico.

Il problema, in altri termini, è la mancanza di fondamento dell’etica. Torna la domanda che mi è stata posta da uno studente: perché il bene dovrebbe essere meglio del male, se il male talora risulta più efficace? Io penso che a questa domanda si possa rispondere solo andando ad appoggiarsi al fondamento ultimo dell’etica, e penso altresì che tale fondamento abbia molto a che fare con la fisica, con la natura intima della realtà. È infatti un clamoroso falso che la cattiveria e l’immoralità siano più produttivi e più appaganti del bene e della giustizia. Che non lo siano lo dimostrano gli stati nei quali è più bassa la corruzione (Danimarca, Norvegia e in genere i paesi del nord Europa) e nei quali corrispettivamente è più alto il tasso di benessere sociale e individuale. L’etica infatti non fa che esprimere a livello interpersonale la logica della relazione armoniosa che abita l’organismo a livello fisico e che lo fa essere in salute, l’armonia tra le componenti subatomiche che compongono gli atomi, tra gli atomi che compongono le molecole, e così sempre più su, passando per cellule, tessuti, organi, sistemi, fino all’insieme dell’organismo. Lo stesso vale per la vita psichica, tanto più sana quanto più alimentata da relazioni armoniose, in famiglia, a scuola, al lavoro, e viceversa tanto più malata quanto più esposta, magari fin da piccoli, a relazioni disarmoniche e violente. Il segreto della vita in tutte le sue dimensioni è l’equilibrio, e l’etica non è altroche l’equilibrio esercitato tra persone responsabili.

Il nostro è un paese di individui che si credono furbi perché trasgrediscono le regole dell’ordine etico e civico, ma che in realtà sono semplicemente ignoranti perché tale continua trasgressione produce il caos quotidiano dentro cui siamo costretti a vivere, fatto di approssimazione, diffidenza, nervosismo, disattenzione, e tasse elevatissime cui corrispondono servizi spesso ben poco elevati. Intendo dire che rispettare le regole, comprese quelle che riguardano la vita privata (perché chi non è fedele nel privato non lo sarà certo nel pubblico) è la modalità migliore di raggiungere quel poco o tanto di felicità che la vita può dare.Qualche giorno fa pagando il conto in una pizzeria di Roma il cassiere mi diede dieci euro in più. Gli dissi che stava sbagliando e guardandolo potei avvertire nei suoi occhi il passaggio da uno sguardo di minacciosa difesa a una luce particolare. Finì che offrì a me e a chi era con me una grappa per festeggiare. Che cosa? I dieci euro recuperati? Credo qualcosa di più.

(21 giugno 2013)

 

Correva l’anno

Conforta il sapere che i valori universali della Rivoluzione francese e i ‘diritti dell’uomo’ sono così diffusi e condivisi e che vi è, in giro per il ‘web’ (straordinario Nuovo Mondo dove si mescolano i saluti del mattino, gli ‘emoticons’ e le nuove foto del profilo facebook con gli oroscopi, misti con le profonde considerazioni in cento battute sul brutto e il bello del mondo e su quanto dovremmo essere più caritatevoli verso tutti, gli animali in primis), vi è in giro, dicevo, tanta gente che ha a caro l’uguaglianza e la fraternità commista con la libertà.
Segno che i secoli della civiltà occidentale – che pure si sono riempiti di morti a migliaia, nel corso di due guerre mondiali, e distruzioni delle storiche città e le macerie e la fame – non sono passati invano.
E oggi ci apprestiamo ad aprire al mondo tutto, – un mondo globalmente ‘rotto’ e letteralmente ‘a pezzi’ – la nostra cittadinanza europea e la relativa ricchezza prodotta e accumulata in sessanta anni di faticosa rinascita e ad accogliere con animo lieto e sereno e braccia aperte tutti, ma proprio tutti-tutti, i milioni di affamati, rifugiati e speranzosi di una vita migliore che ci vengono da un intero continente e dalla cintura dei paesi che affacciano sul Mediterraneo: Palestina e Siria in primis.
Ce la faremo?
La domandona è rivolta, in primis, a tutti coloro che si dicono disposti a sacrificare ricchezza e sicurezza delle nostre città e case e persone e sono disposti a ‘stringersi a coorte’ (letteralmente: 15 persone per metro quadro nelle città, fra qualche mese o anno) con tutti quei poveretti e sciagurati che si ammassano sulle coste africane e si provano nel grande azzardo dei ‘boat-people’: di violare le frontiere della fortezza-Europa.
E David Cameron non li vuole, i rifugiati che raccoglieremo, seppure si è degnato di promettere una nave e qualche spicciolo per la missione Triton, e dovremo stiparli noi, italici pietosissimi, lungo l’affollatissima penisola – e già il governo manda a dire ai sindaci e ai governatori riottosi che procederà a sequestri e requisizioni per l’allestimento del campo-profughi diffuso che diventerà il Belpaese da qui a qualche anno. E pazienza per lo sviluppo economico che ritarderà ulteriormente e per i tagli alla spesa che conseguiranno alle necessità di garantire una fetta di ‘welfare’ ai nostri ospiti rifugiati – l’assistenza sanitaria in primis.

E se, nel frattempo, leggeremo sui giornali e ascolteremo in tivù di qualche altra decina di ‘foreign fighters’ jiahdisti che nascondono arsenali e preparano attentati alle chiese o ai musei o alle redazioni degli storici giornali della mitica ‘libertà di stampa’ ce ne faremo una ragione e sopporteremo con stoica e rivoluzionaria pazienza che i nostri ospiti così liberalmente accolti e sfamati e resi ‘cittadini’ maturino e crescano in coscienza civica e integrazione e un Nuovo Rinascimento globale si avvii e ci mostri, finalmente! che le ‘magnifiche sorti e progressive’ sono ancora possibili e realizzabili in un mondo globale.
Correva l’anno….

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Il migliore dei mondi possibili e la fetta imburrata

Il migliore dei mondi possibili di Leibniz è teoria filosofica che ‘mostrava la corda’ già ai tempi suoi e solo i grassi fratoni delle abbazie e conventi di allora e i ricchi e potenti principi nelle loro regge avevano motivi e buone ragioni per discettarne e provare a convincere i loro sudditi e sottoposti.
E, se fosse stato vivo il Murphy dell’omonima legge paradossale il dibattito filosofico sarebbe stato per certo molto più acceso e a Leibniz avrebbero tolto i gradi di filosofo con disonore in cerimonia pubblica.

Tutto questo premetto per dire che ‘si stava meglio quando si stava peggio’ – quando c’era il muro di Berlino e la ‘cortina di ferro’ – e mi riconosco piuttosto, e plaudo, nella figura della madre ‘risvegliata’ del bel film ‘Good by Lenin’ piuttosto che nel coro stonato dei troppi laudatores liberisti che dicono questo che viviamo il migliore dei mondi possibili, appunto.

E ci saremmo risparmiati le invasioni barbariche dei paesi nuovi e poverissimi che sono riaffiorati dalla Storia del maledettissimo ventesimo secolo quali Moldavia, Ucraina e Romania – che ci hanno rifilato le centinaia di migliaia di ‘badanti’: croce e delizia dei vecchietti abbandonati dai figli e dagli eredi, diseredati per via di tardo matrimonio di interesse.
E, forse, la ‘crisi globale’ ci sarebbe stata lo stesso, grazie agli stra maledettissimi ‘cinesi’ degli omonimi negozi e prodotti taroccati a un euro, ma avrebbe avuto corso più lento e meno disastroso e, oggi, non saremmo qui a lamentarci e paventare la ‘terza guerra mondiale’ e il ritorno della ‘guerra fredda’ per via dell’Ucraina nazionalista che difende i suoi confini, ma è stata, fino a ieri, il cuore pulsante della Grande Madre Russia degli zar e della ‘fratellanza slava’.

E, se è vero che ‘la Storia non si fa coi se e coi ma’, qualcuno potrebbe spiegarmi perché tutte le maledettissime cose negative che possono accadere continuano ad accadere a pioggia e grandine fitta e mai una lodevole e ragionevolmente lunga sequenza positiva si delinea sull’orizzonte dei viventi che riesca a farci riabilitare Leibniz e dica possibile e credibile la sua teoria?

Paradosso del gatto imburrato:
« Se è vero che una fetta di pane cade sempre dal lato imburrato e che un gatto cade sempre in piedi, lasciando cadere un gatto con una fetta di pane sulla schiena nessuno dei due cadrà mai per primo e si avrà il moto perpetuo. »

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Eudaimonia

Ma la vita dovrebbe essere un’altra cosa. Tipo mettere la felicità come fondamento, conseguenza di un comportamento morale. Eudaimonia dunque, non edonismo. Ché altrimenti «se in 7 miliardi vivessimo tutti come il nordamericano medio ci vorrebbero tre pianeti. Serve misura. E fare delle scelte». – Pepe Mujica presidente dell’Uruguay

Enaz Ocnarf recommends a video on la Repubblica.
9 minuti fa
Magari lo vede anche napolitano, chissà….

Pepe Mujica, lo chiamavano sobrietà – Repubblica Tv – la Repubblica.it
http://video.repubblica.it/rubriche/webdoc…288381481237582

Tiferò Germania (avite ‘a murì)

Tiferò Germania. Non solo per il mio notissimo e odiatissimo anticonformismo al limite della follia (trovatemi uno che, nel silenzio gelato che ha fatto seguito al goal della Spagna, fa sentire il suo urlo di gioia fuori dalle finestre aperte a tutti i vicini di casa), bensì per quelle complicate valenze e simbologie e ‘stretti legami’ che hanno le cose dello sport nazionale con le maledette ‘cose della politica’.

E mi auguro che si vada ai rigori e, fino all’ultimo tiro dal dischetto, la situazione resti in parità e solo all’ultimo tiro, quello decisivo, il portiere tedesco pari e si faccia beffe del sapiente tiro ‘al cucchiaio’ del Pirlo nazionale (c’è anche un ‘pirla’ nazionale, un ‘bauscia’ che parla di elezioni anticipate in tempi di baratro economico-finanziario che si apre sotto ai nostri piedi, ma è tutta un’altra storia). E allora, nel silenzio mortale imperlato dei sudori freddi di milioni di italiani, si udrà il mio urlo di gioia assoluta, estrema, una autentica professione d’amore: ‘Frau Merkel, ti amooooo!’ – e il rigore tedesco si imporrà al mondo e ci metterà tutti in riga e torneremo a produrre come una ‘locomotiva tedesca’ e pagheremo le tasse fino all’ultimo centesimo e stringeremo le manette ai polsi degli evasori e chi vorrà suicidarsi per questo, pazienza, verrà su una generazione nuova di imprenditori che avrà nel dna italico rinnovato questo messaggio nuovo che ci viene dall’Europa a guida tedesca: ‘Tutto s’ha da fare nel rispetto delle regole comunitarie e del pareggio dei bilanci.’

E chi non è d’accordo si becchi questo mio frizzo da curva-sud: ‘Avite ‘a muri!’
Naturalmente stiamo parlando di calcio e di opposte tifoserie, che vi incazzate a fare?

Il cronista triste

 

Miei cari lettori, il vostro cronista è triste, molto triste.

Ha appena ricevuto la conferma della notizia che il mondo non va come dovrebbe andare.

Non accade quel che dovrebbe accadere e accade, invece, tutto il male e il disordine globale contro il quale apprestiamo quotidianamente vane difese.

 

I dittatori non cadono con giusta ignominia e non vengono deferiti alle corti internazionali di giustizia e condannati per crimini contro l’umanità e siamo un paese di grandissime p….ne e di genitori ruffiani e papponi che consigliano le figlie di gestire meglio il capitale sociale e le promesse di impiego, in televisione e in politica, che vengono dai sacri palazzi Grazioli e Montecitorio.

 

E, per sovrappiù di disgraziate cose, Stephen Hawking -in un dvd dedicato alla teoria delle cose ultime del cosmo- mi ha convinto che siamo soli contro tutti nell’universo caotico degli asteroidi e delle comete impazzite e gravità assassine e saranno caz/zi nostri, fra qualche miliardo d’anni, se non emigriamo in fretta dal pianeta Terra non più ospitale e costruiamo, in alternativa, colonie delle più varie ovunque capiti e consenta alla nostra intelligenza tecnologica di costruirle.

 

Tutto è complicato e difficile per noi poveri umani e, per sovrappiù, ci capita di invecchiare e ammalarci e. forse, non c’è nessun confortante ‘aldilà’ che riscatti la mala vita che abbiamo vissuto e il poco amore.

 

In conclusione: non c’è nessun Dio provvidente Lassù che ci salvi/erà dagli accadimenti catastrofici e il Male, che ognora vince e si afferma in questa nostra valle di lacrime, è nient’altro che il Caos che ci avvolge da ogni parte e fatichiamo a contrastare.

 

Comprenderete, perciò, i miei lunghi silenzi affannosi e le terribili angosce e spero che sarete così buoni (almeno voi!) da giustificare le mie assenze e afonie.

 

In cambio, vi prometto che, se appena una qualche teologica luce intravederò alla fine del tunnel, nel breve cammino che ormai mi resta da compiere, mi affretterò a darvene notizia e condividerò con voi la gioia e la rinnovata Speranza di un possibile Paradiso sfuggito all’osservazione dei nostri occhiuti cosmologi e astronomi maledettamente atei e ostinatamente senza dio.

l’innocenza dei ‘senza parola’

Il mio giardino pensile è poca cosa: una quindicina di piante ed essenze diverse, ma lo sguardo su quel rigoglio di foglie e fiori – felice del suo essere variamente verde e colorato – si appaga, si rasserena.

Amo di più le piante che gli animali domestici: per quel loro manifestarsi ed esistere in silenzio ed essere misteriose nella bellezza del loro primo sbocciare e nel loro reclinare il capo e morire senza un grido, una frase detta, una lacrima: nessuna recriminazione o incriminazione a chi le coltiva per l’aver sbagliato una potatura, esagerato nell’innaffiare o mai concimato e lottato contro gli insetti nocivi.

Vivono di discrezione, le piante, e solo se ci sono le giuste condizioni al loro sviluppo, altrimenti si fanno da parte, seccano e ci lasciano dentro quel vuoto che consegue all’osservazione che, senza di loro, è un altro mondo: una città di pietra vilipesa dal passaggio di troppi uomini e cani e dalle loro vistose deiezioni e rifiuti e rumori orribili che chiamano ‘musica’, ma è un ‘rap’ orrendo o un ‘rock’ di cui faremmo volentieri a meno, se lo consentisse la buona educazione di abbassare i volumi delle macchine da musica domestiche o l’indossare le cuffie e spararsi nel cerebro centomila watt di potenza.

Eppure il mondo vegetale è capace di grandi cattedrali nei luoghi in cui ha potuto operare il Grande Architetto Naturale e nelle giungle entri come nelle immense chiese gotiche in punta di piedi e l’Impero Verde ti sovrasta e ti è maggiore di mille lunghezze storiche e ospita fiere e terribili serpenti e coccodrilli e caimani e anaconda – e ancora ricordo il canto notturno della giungla primaria, in Perù, e l’inquietudine che provavo e reprimevo scivolando con la canoa, al tramonto, nei labirinti acquei della palude e il bravo conduttore mi indicava le rilucenze degli occhi dei caimani a pelo d’acqua e raccontava a voce bassa, piatta, priva di emozione, dei molti suoi conoscenti morti tra le spire del killer d’acqua seriale: l’enorme anaconda che rovescia le barche ed è un breve gridare e le acque rotte e cerchiate dalla inutile lotta e poi di nuovo la quiete, il silenzio.

E mi commuove, al mattino, quando le innaffio, osservare quel loro domestico soccombere: una foglia gialla che appare improvvisa, un fiore che ha reclinato il capo e non sai perché l’intera pianta, viva e apparentemente forte ha consentito alla sua morte e quali complessi meccanismi presiedono a questa ‘selezione naturale’ di cui sappiamo davvero nulla.

Il silenzio degli innocenti, l’innocenza dei senza parola.

di popoli e nazioni (definizioni e approssimazioni)

Tutto sta nel definire il concetto di popolo: complesso di persone che condividono un patrimonio di tradizioni e culture, parlano la stessa lingua e abitano uno stesso territorio, recita il vocabolario. E, più o meno, ci siamo.
Dico ‘più o meno’ perché, a voler approfondire, col popolo della Basilicata condivido la lingua (se decidono di parlarmi in italiano, la lingua storicamente convenuta come ‘comune’) forse una parte di culture e tradizioni, ma il loro territorio boschivo e montano mi è sconosciuto e non potrebbe essere più diverso dal mio che è acquatico e umido e salmastro e fitto di uccelli marini che si sono trasformati in terrestri e si nutrono di spazzatura.

Detto così, ci accorgiamo di quanto siamo diversi e ‘tribali’ nel profondo e qualcuno potrebbe avanzare pure l’aggettivo ‘leghisti’ e lanciare l’ipotesi di una separatezza prossima ventura (i federalismi immaginari) , ma, a dirla tutta, io mi riconosco poco anche nel mio popolo umido e salmastro (el canal! I me ga sugà el canal!) e affetto da quell’orribile dialetto strascicato e rozzo che viene definito ‘veneto’ o ‘veneziano’, ma è solo una sequela di idiotismi variamente inintelligibili secondo che a parlarlo sia il professionista e il commericante che l’ho ha contaminato e riscattato con ‘la lingua’ italiana o il popolaccio marcio e prepotente che, per il 90% del suo tempo, bofonchia e impreca e maledice la moglie, la madre, il governo e tutto il cucuzzaro. E mai qualcosa di intelligibile e condivisibile, politica inclusa. Nè mai un accenno di dialogo ‘scespiriano’ sui buoni sentimenti, l’Amor che muove il sole e l’altre stelle e sul marcio che c’è in Danimarca. Al massimo, un volgare apprezzamento per ‘la fritola’ che tutti noi maschi sentitamente apprezziamo accompagnato da uno schiocco della lingua e una sorsata ‘de ch’el bon’.

Dunque ‘il popolo’ è un’astrazione convenuta, una larga approssimazione, un ‘tanto per intenderci’ e aveva ragione il poeta di allora, quello che : ‘fatta l’Italia ora dobbiamo ‘fare’ gli italiani’ a lamentarsi dei regionalismi e campanilismi duri a morire – nostra storica debolezza che taluni (i leghisti) rivendicano quale ‘forza’ su cui fare leva per risorgere. ‘Tutti citrulli siamo e questo è quanto’, scriveva, ‘se ci ripenso, quanto è vero il sole / dalla vergogna mi si muove il pianto / non credo più nemmeno nelle scuole.’

A giustificazione degli scettici e dei delusi vi è da notare che il tema è complesso e se già è difficile andare d’accordo in famiglia, tra amanti e in un forum relativamente ristretto qual’era quello che avevamo in comune, figurarsi l’allargamento a un ‘popolo’ e una ‘nazione’.

Già sul fatto che il popolo sia e debba essere universalmente ‘sovrano’ ci sarebbe da ridire – considerato che molti votano un Barabba emerito e straordinariamente valente (nelle sue qualità di Barabba) e lo considerano legittimo e vorrebbero che lo rispettassimo e dicessimo di lui un gran bene perché ce l’hanno rifilato come il ‘presidente del consiglio’ di tutti gli italiani e ‘cosa fatta capo ha’. Fanculo.

Io vedrei bene, invece, una commissione di indagine all’ingresso di ogni seggio e un esamino piccolo piccolo obbligatorio di educazione civica prima della consegna della scheda con domande semplificate, elementari, terra-terra, tipo :
a) ‘E’ lecito votare uno in odore di riciclaggio di capitali mafiosi e mazzette agli uffici competenti al fine di ottenere favori e privilegi personali?’
b) ‘E’ lecito votare uno con un conflitto di interessi mostruoso e una valangata di processi in corso per corruzione ed evasione che si propone di azzerare per via di leggi ad personam, lodi vari e prescrizioni?’
Così. Giusto per sondare se ancora i dieci comandamenti sono parte di quel patrimonio di ‘culture e tradizioni condivise’ che dovrebbero configurare l’idea di ‘popolo’ e nazione.

case-famiglia e realities

I realities (ne conosco solo gli spezzoni da blob) sono la nuova forma di ‘famiglia’ in embrione?

C’è una ‘Casa’ (casa-famiglia?), ci sono dei disadattati (chi non lo è di questi tempi) che litigano, ca@@eggiano, flatulano in compagnia, amoreggiano (che specie di amore?).

E ci sono i vecchi genitori, di fuori, – quelli che non avevano mai il tempo per giocare coi figli, quelli troppo impegnati a litigare tra loro e a separarsi – tutti a dire con rabbia al figlio che aspira a fare quella esperienza di famiglia nuova che 6 milioni e mezzo di italiani sono tutti cogghioni.

 

Poi ci sono i forum ed è anche quella una ‘Casa’ dove si straparla di politica, ci si azzuffa, si ‘consente’ e si fanno le ole vergognose ai propri campioni, ci si prende le misure a botte di morsi e insulti sanguinosi (‘berlusconiano delle mie beole!’ ‘bersaniano di emme!’ ‘boniniano del ca@@o!’), si sta in branco o, cacciati, si esce dal branco e si va per territori solitari a cercare una rara femmina disponibile per l’accoppiamento, come accade ai lupi che hanno perso la lotta per la dominanza.

Ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti è puramente casuale e la metafora sul branco dei lupi e sui loro comportamenti ‘sociali’ mi viene direttamente dai documentari di Angela.

 

Ma, in fondo, è sempre voglia di famiglia allargata e di nuova socializzazione quella che sta al fondo e, in tempi dove la parola ‘fratello’ sta per perdere di significato a causa di un solo figlio per coppia, forse è la vecchia voglia di fratellanza quella che modella le pulsioni nuove.

Fratellanza o fraternità – e la prima ‘rivoluzione’ andata a segno e che ha aperto la strada alla modernità ne ha fatto un’egida universalmente riconosciuta: ‘libertè, fraternitè, egalitè’.

 

Peccato che della prima si straparli e la si usi ‘ad personam’ deformandone il senso (così come della parola ‘amore’ : usata da un tale che più odio di così non sa suscitare coi suoi comportamenti e gli insulti e le sue politiche) e della terza non vi sia molto commercio e pratica sulla crosta del pianeta Terra.

 

Ma, insomma, prendiamo atto che c’è voglia di famiglia e tutti teniamo famiglia e anche certi alti lai che vengono dal branco maggiore di là forse hanno qualcosa di ‘familiare’ e rispondono a una atavica fame e sete di Heimat, la patria di provenienza, il luogo dove si è cresciuti insieme, nel bene e nel male (e se c’è uno zio stro..zo nella ‘casa’ chi non ne ha uno in famiglia? e un cugino caratteriale e con la fissa della pedagogia adattata al tempo del signor B., tocca tollerare e cercarne il lato buono – che deve pur avere seppure benissimo nascosto ).

 

In fin dei conti anch’io, – che trasgredisco e ballo il tango e m’innamoro ogni volta delle belle donne che mi fanno il grande regalo di lasciarsi stringere tra le braccia – mi sono commosso con ‘Shall we dance?’ quando Susan Sarandon dice all’investigatore che ha ingaggiato : ‘…ciò che cerchiamo in un matrimonio, più che l’amore – che passa e ‘lentamente ci dice addio’ – è qualcuno che sia testimone delle nostre vite e ci incalzi e stimoli o ci sorregga, quando è il caso..’.

 

Proprio come in una moderna casa-famiglia che si rispetti. Buona giornata, cari. richard-gere-e-jennifer-lopez-in-una-scena-di-shall-we-dance-134979.jpg