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Essere e tempo nel corso di un trasloco

 

(…) L’espressione “in-essere” non va intesa in senso pratico come il modo d’essere di qualcosa che è dentro qualcos’altro (come l’acqua nel bicchiere o la chiave nella toppa), cioè la semplice presenza di questo o quell’uomo in questo o quel luogo.
“In” deriva da inna-abitare, habitare (habitus) nel senso di “essere abituato”, “essere familiare con”, “essere solito”.
“In-essere” (essere nel mondo) è dunque la condizione fondamentale dell’esistenza umana, nel senso della sua “condizione normale” (abituale, consueta). È, in altre parole, il modo in cui noi ci “sentiamo di casa nel mondo” (lo abitiamo) a prescindere da ogni ulteriore occupazione e attività (la condizione dell’intimità).
L'”in-essere” può anche essere illustrato attraverso il concetto di “incontro”: Un tavolo non può “incontrare” una sedia così come un esistente umano incontra un altro esistente umano. L’incontro infatti presuppone non una condizione spaziale (siamo semplicemente qui, uno di fronte all’altro), ma un’accessibilità che ci permetta di ri-conoscere l’altro in quanto già da sempre conosciuto (appartenente al “nostro mondo”). Questo modo di essere nel mondo lo chiamiamo effettività; questo concetto indica le consuetudini, la familiarità col mondo di un essere che si percepisce (si comprende) come legato nel suo “destino” all’essere che incontra nel proprio mondo. (…) (da ‘Wikipedia’)

E’ anche una questione filosofica, come si evince dalla citazione qui sopra esposta che tenta di sintetizzare il corpus filosofico di Heidegger, non riuscendoci, in verità.

E’ una questione di sguardi, come quelli che rivolgiamo ogni mattina all’esterno delle nostre finestre e abbiamo riconoscimento di ‘heimat’, di ‘patria’ o ‘casa’, in senso estensivo, e se sono i ‘quattro muri marc(s)i’ di Venezia – come si esprimeva una mia conoscente costretta all’esodo, e la sua espressione rabbiosa nascondeva il dolore dell’espianto e della perdita – quegli sguardi si misureranno, da qui a qualche mese, con la vigna e i campi coltivati di una nuova casa che non è poi così male, tutto sommato: ultimo lembo di campagna e propaggine di una cittadina che già dà rifugio a una quantità di esuli di questa città conquistata coll’impero dei soldi e afflitta da esorbitanti numeri di turisti. Città loro, oramai, e la ri-conoscibilità hedeggheriana dei veneziani nei loro confronti è quella degli ‘schei’, che intascano a man bassa affittando le loro case e quelle che furono dei genitori ed è il business maggiore del tempo presente (essere e tempo, vedete come torna prepotente Heidegger) e quello dei nipoti, per i bisnipoti si vedrà.

In realtà è anche una questione di lavoro, perché un trasloco di 45 anni di vita è un lavoro immenso e per l’ottantacinque per cento è fatto di libri, cultura cartacea che pesa, ahi se pesa! e ti costringe a piccoli cartoni impilati uno sull’altro e che sorreggono i ‘quattro muri marsi’ di questa casa che verrà rivoltata come un calzino e sarà la nicchia di un’altra storia, una storia cino-americana: in omaggio ai tempi presenti e alla multietnicità di cui questa città è l’epitome da tempi immemorati e crocevia culturale.

E mi capita, nel passeggiare che faccio tra uno scatolone e l’altro lungo il nostro lungofiume che è il canale della Giudecca, di subire i segreti languori che furono di Lucia Mondella nel suo lirico pensare: « Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! ‘ . Mutatis mutandi, naturalmente, e sostituite i monti e i torrenti e le ville sparse con i canali immoti e lo sguardo aperto del bacino di san Marco e le cupole delle chiese e i campanili e gli angeli e i santi e le madonne eretti sulla sommità ma ormai stanchi di vigilare su un mondo che più non se ne cura e cambia nel tempo a dispetto di quel ‘Essere Venezia’ che ha allungato le sue radici dentro di noi malgrado il fastidio che montava per il ‘troppo che stroppia’ in cui sta naufragando la città a causa degli imbelli amministratori succedutisi nel tempo della sua condanna storica.
Essere e tempo, come vedete, e difficile riconoscibilità dei tempi presenti e tuttavia ‘radici’ e ‘nostalgia.
Il ‘nostos algo’ di Odisseo – e che ‘la forza sia con me’, ne ho un gran bisogno.

L'immagine può contenere: cielo, spazio all'aperto e acqua
L'immagine può contenere: cielo, spazio all'aperto e acqua

Parce sepulto

E, non diversamente da un archeologo al lavoro sul campo, estraggo dal fondo dei cassetti gli oggetti dimenticati e ‘in sonno’ e li valuto per il peso e l’ingombro e l’inutilità prossima e futura – eppure li ho identificati e comperati per un uso che il tempo ha cancellato e sono stati relegati in seconda e terza fila nei polverosi scaffali e lì dimenticati, non diversamente dalle nostre vite in quest’era senile crudele in cui ci addentriamo sospettosi e rabbiosi e incerti, –ma non era da meno, nel suo farsi e definirsi, l’era lontana della giovinezza e dell’età adulta e solo la forza dei muscoli e dei tendini e dei nervi ci accompagnava nelle imprese quotidiane e ci diceva guerrieri vincenti.

E l’archeologia domestica degli scatoloni e degli scaffali finalmente vuoti e pronti per il passaggio di mano a qualche sconosciuto usufruitore ti rimanda, nel correre dei pensieri oziosi, a tutta l’archeologia sociale e politica dei giornali che leggi distrattamente mentre ne avviluppi gli oggetti più fragili.
Epopee di carta e parole in cui abbiamo vissuto e combattuto battaglie di avanguardia e di retroguardia e mi passano davanti agli occhi Craxi e i craxiani e i ‘favolosi’ Ottanta della Milano da bere e da cantarne i peana dei socialisti ambrosiani arrembanti sugli altari di Montecitorio, ma poi nella polvere dei ‘mariuoli’ di Mario Chiesa e del Pio albergo Trivulzio.
E, ancora, lo tsunami di ‘Mani Pulite’ – che sembrava consegnarci il trofeo ambitissimo di una vittoria contro la corruzione dilagante nella prima repubblica, ma oggi siamo ancora lì nei pressi: corrotti e corrompibili alla terza e quarta crociata perché è una fede, quella del rubare e malversare nella cosa pubblica, e una religione da cui mai riusciremo a congedarci, diversamente da questo mio riempire scatoloni e sacchi e valigie e cercare invano un riconoscimento e una identità del passato che sempre più ci guarda con occhi vitrei e distanti.
E non siamo più quelli che siamo stati e viviamo vite a compartimenti stagni e mostriamo le ‘spalle al futuro’ perché apparteniamo ad ogni presente che si fa subito passato e ‘paesaggio nella nebbia’ come nel film di Anghelopous – che narrava di bambini sperduti e di storie patrie brumose e che ‘non macinano più’, come tutta l’acqua che è ‘passata sotto i ponti’ delle nostre vite e trascina seco i sedimenti dei monti che abbiamo scalato e della terra che abbiamo calpestato e ci ricoprirà, prima o poi. Parce sepulto.

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L'immagine può contenere: albero, pianta, spazio all'aperto e natura

La città futura

La città futura

Mi sono aggirato nei labirinti luridi del mio primo slum metropolitano a 20 anni, a Manila e, quando ne parlai a un amico che lavorava nella capitale, mi disse che ero fortunato di esserne uscito indenne. Mi muoveva la curiosità di tutte quelle persone chiuse in quella dimensione urbana di miseria eclatante e fatica di vivere e nessuna speranza, a breve, di uscire da quel ghetto osceno, crudelmente contrapposto alla città di pietra e monumenti e strade pulite ed edifici governativi e ristoranti e cinema, insomma il ‘centro’: motore della fragile economia metropolitana che tutto sostiene, anche le briciole che si portano via gli ultimi e i marginali: gli abitanti degli slums.

E anche Bruxelles, l’oscena capitale del ‘plat pays’ cantato da J. Brel (in realtà un paesaggio ondulato e fitto di boschi e foreste) ha il suo ‘centro’: motore di una economia turistica asfittica e massimamente caotica – e a stento si passa tra i tavoli e le sedie delle strette viuzze e delle piazzette dove fastidiosi ‘mettidentro’ insistono a rifilarti il piatto del giorno e le altre schifezze precotte di quasi tutti i ristoranti turistici all over the world.
E Bruxelles ha anch’essa il suo ‘slum’ – l’immenso distendersi di una crosta di periferia urbana oscena a vedersi e a udirsi (diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira) che ieri era dormitorio delle truppe di lavoratori di una immigrazione interna all’Europa, sopratutto italiana (le miniere del Belgio e le attività metallurgiche oggi morte e sepolte) e oggi è il teatro all’aperto di apparenza miserabile e fitto di cartacce e lattine di una immigrazione ‘mondialista’ come si ama dire.
E, se percorrete la rue Charles Quint in direzione del centro storico, avrete la plastica rappresentazione di come si presenteranno ai figli e ai nipoti tutte le metropoli europee affannate dall’immigrazione selvaggia di questi anni da qui a un decennio. E ancora non mi è chiaro quali mani ‘coloured’ e barbe arabe e menti future di chissà che provenienza e tradizione e cultura di origine saranno incaricate di gestire gli archivi della cultura europea occidentale custodita nei musei e nelle pinacoteche che visitiamo e chi dirigerà i concerti della meravigliosa musica classica di Bach e Haendel e Mozart nei teatri storici e negli auditorium.

Però abbiamo già i molti sacerdoti neri che cogestiscono la grande chiesa del Sacre Coeur e officiano i riti funebri e vi celebrano i matrimoni – e così ci è chiaro il perché, in tanta ‘crisi delle vocazioni’ bianche e occidentali, il papa di Roma insista così tanto nel voler accogliere tutti i sedicenti profughi – qualche prete ne uscirà dalle centinaia di migliaia che accogliamo obtorto collo nella tanto generosa Europa vogliosa di mutazioni epocali.
E, se si eccettua la meravigliosa cattedrale bianca che svetta nel suo biancore gotico sopra il suo alto zoccolo di gradoni con-colori, neanche il centro storico e la sua ‘piazza grande’ danno emozioni estetiche degne di nota. E vien voglia di scappare al più presto per chi, come noi, ‘ha visto Gand’ e Bruges – scappare con l’amaro in bocca da questa metropoli futura che ci spinge a rifugiarci mentalmente in un impossibile ‘ritorno al passato’.

E sarà per l’affanno dalla calura estiva e la quantità inverosimile di turisti – che pare di essere a Venezia nella sua devastata ‘area marciana’ con le cavallette del ‘mordi e fuggi’ quotidiano – che lascio mia figlia seduta su un muretto a far riposare i suoi borders e mi spingo in un bar poco distante e ordino una ‘Leffe’ bionda e chiacchiero con il facondo gestore, un belga bianco per antico pelo sopravvissuto alla mutazione epocale della sua città e gli chiedo come va, dopo la mattanza dei ‘radicalizzati sul web’ ultima scorsa.
Risponde: ‘Bene.’ con un suo certo disagio mal celato, ma poi aggiunge: ‘On sait bien que ce n’est pas fini.’ Sappiamo bene che non è finita, già.

E, cercando la via del ritorno al parcheggio dove abbiamo lasciato la macchina, passiamo per un lungo-fiume dove l’amministrazione comunale, disperata dopo gli ultimi eventi tragici, ha effigiato una quantità di gente multi colore e di etnia diversa tutti sorridenti e, nell’intenzione e nella speranza degli autori istituzionali, ben integrati e contenti di vivere colà – tutti insieme appassionatamente, nel Belgistan dei nostri tormenti e dubbi atroci. Compresi i poliziotti bianchi delle molte auto-pattuglie che sfrecciano ininterrottamente per via Charles Quint e istituiscono i posti di blocco e sorridono tra loro e si danno pacche sulle spalle – forse felici per la quantità di lavoro che viene assicurata loro dalla città futura delle banlieueus multietniche.

Facciamoci gli auguri. Molti radicalizzati sono già tra noi – lo hanno detto in molti articoli i valenti giornalisti bene addentro alle ‘intelligences’ dei vari paesi sotto attacco – e molti altri ne andiamo a prendere quotidianamente con le ‘navi dei folli’ di Frontex, giusto a dieci miglia nautiche dalla Libia. Buonismo o masochismo? Chi vivrà dirà. Per intanto i cocci di questa ondata di miseria di ritorno (e i morti e i feriti per le strade) sono nostri.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Le torri e la Storia

E a dirci la Storia sono le architetture e le pitture e le biblioteche – che qui a Gand si sono mantenute pressoché integre, malgrado guerre e alluvioni e le religioni e gli scismi – che gli opposti di fede andavano casa per casa a sgozzare intere famiglie, peggio degli Hutu e dei Tutsi – e Bruges si appoggiava all’Inghilterra fiera dei suo commerci marittimi e con l’entroterra e la puniva il re francese tombando i suoi canali e distruggendo le mura , – il tormentone tragico di quei secoli di dinastie che si succedevano succhiando e spargendo sangue ad ogni detronizzazione e nuova intronizzazione e il papa di Roma come potente supervisore o alleato o nemico che ‘sterminateli tutti, dio riconoscerà i suoi’.

Però la Storia offre brevi o lunghe distensioni e momenti di pace e di straordinario sviluppo economico ed ecco alzarsi le torri ed erigersi le meravigliose cattedrali – e perfino il mercato coperto della città di Gand pare una chiesa e mostra i contrafforti all’esterno – il mercato come religione laica e i mercanti i suoi sacerdoti ricchi e pii e che finanziavano le guerre dei principi, ma alcuni, illuminati ante litteram, costruivano i quartieri operai e artigiani a prezzi calmierati e abbellivano la città con ‘periferie’ che oggi ce le sogniamo….

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

 

Le meravigliose case di Gand

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Gli auspicati orizzonti di futuro

 

E’ certo che tra l’abitare la verticalità o l’orizzontalità, per una volta, sceglierei la seconda. E l’immobilità assoluta del canale e la struttura in acciaio e la stazza e la quantità di stanze sottobordo che si infilano una dietro l’altra e l’eleganza da ‘design’ di alcune di queste gigantesche ‘peate’ che un tempo solcavano i canali e bordeggiavano sotto costa sono tali da dirle migliori delle case nuove di abitazione in periferia e seconde solo alle meravigliose case storiche del centro che salgono per gradoni successivi e disegnano la spettacolarità del triangolo che le chiude in altezza con gli interni abbaini e dell’insieme della Gand fiamminga di Van Eyck e di Robert Campin, il Maestro di Flèmalle.

E camminarci di mattina, appena dopo l’alba, lungo il canale immobile e le case a specchio e un’arietta sbarazzina che ti fa dimenticare l’afosa stanza priva di aria condizionata della notte è piacere da re e tutte quelle figliole da Ovomaltina che sfilano in bicicletta pedalando di buona lena la dicono città felice o anche solo serena, – che, di questi tempi di morti ammazzati e ‘radicalizzati sul web’ incistati nelle banlieues delle città del Belgio, è cosa preziosissima e auspicato orizzonte di futuro…. (segue)

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

 

 

 

Blumenparade (2)

Blumenparade (4)

E il lilla incupisce nel viola, – che, chissà perché, è detto ‘penitenziale’ ed è invece colore sicuro di sé, affermativo tanto quanto il rosso, che ha cento declinazioni di intensità e brillantezza e qui, in questo paesaggio di cielo e fiori a milioni viene declinato in ‘vinaccia’ : un rosso inebriato di tannini e chissà quali altre diavolerie della sconosciuta chimica di tutte queste piante diverse – che è grasso che cola se ne indovino due, di nomi….

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

 

Blumenparade

 

…e bisognerebbe trovare un software che, mostratagli l’immagine di un fiore o di una foglia, subito ti rimanda a Wikipedia – sezione botanica e te ne dà il nome e le caratteristiche botaniche e le origini – così che si possa uscire da quest’ignoranza colpevole per la quale tanta meraviglia di colori e varietà e aromi e suggestioni di paesaggi diversi, – secondo l’ora del giorno e la prevalenza di bianco, lilla, viola, celeste-cielo in questa o quella porzione di prato non ancora violato dalle macchine della prima, crudele sfalciatura che ‘pareggia tutte le erbe del prato’ – ci appare immagine priva di ‘legenda’ e note a margine.
E la Blumenparade comincia col bianco – colore-non colore, secondo alcuni, ma chissà perché vestiamo le spose di quel colore mirabile e diciamo delle rivelazioni di un improbabile Aldilà che: ‘ (..) la sua figura mi apparve fuoriuscire da una luce bianchissima e abbagliante…’ (segue)

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
Tutti i colori del bianco

Blumenparade (2) Tutti i colori del bianco.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

I Signori degli Alti Pascoli

 

La mia ospite mi dice che anche da loro c’è un problema di qualità e sostenibilità del turismo ‘di massa’ – complice il grande caldo afoso delle città delle ultime estati scorse e grazie a quel modesto prodotto di fiction televisiva che raffigura il lavoro romanzato di un forestale – impersonato da un attore di gran nome, (l’ex ‘Terence Hill’ degli sganassoni, finito a fare il prete in tempi di misericordia e bontà da un tanto al chilo).

Un turismo di rapido consumo e rapina costituito da una massa di gente strana, gente mai vocata prima alla montagna e irrispettosa della sua peculiarità e dei ritmi e delle necessarie attenzioni, gente priva di pazienza e rispetto. E il loro ritrovo quotidiano è quel lago che è una perla dolomitica di prima bellezza.

Però, come mi muovo io, cartine dei sentieri alla mano lungo gli itinerari segreti di questa magnifica valle, è grasso che cola se di escursionisti ne conto una decina e, ieri, uno solo, lungo i venticinque chilometri della mia marcia forzata – passando per masi silenti e immensi che dominano i cocuzzoli – e i silenziosi proprietari contadini e allevatori trasformati in post moderni Signori dei loro estesi campi e porzione di boschi e gente capace di montare e dominare egregiamente le macchine agricole di grande complessità che allisciano i pascoli di alta quota come fossero pitture di un Cèzanne: verde chiarissimo sullo sfondo scuro degli abeti e dei larici e il cielo superbo di grosse nubi pannose.

E, la sera, te li ritrovi nei bar dei loro/nostri ‘Gasthof’ a dialogare tra di loro, birre alla mano, in quel dialetto che non ha nulla da invidiare allo ‘Schwitzerdutsch’ quanto a incomprensibilità – e sono i nipoti di quei nonni che abbiamo chiamato insensatamente ‘nemici’ in una guerra di milioni di morti e le creste delle montagne squassate dagli obici e gigantesche mine nelle gallerie sotterranee che scoppiavano sotto ai piedi dei soldati intirizziti nelle trincee. ‘Uomini contro’, oggi addomesticati dal potere del turismo italiano ed europeo, ma sempre selvatici quel giusto che sa distinguere un pirla da una persona degna di rispetto, seppure avverso per lingua e ingiustizia di trattati e ‘confine al Brennero’ – che forse si chiuderà o forse no, dipende da quanti clandestini riusciremo a rispedire al mittente in tempi ragionevoli e se sapremo allestire gli ‘hotspot’ adeguati alla bisogna, come vuole l’Europa delle frontiere chiuse…(segue)

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

 

Solitudini e frontiere

La buona notizia è che i varchi di confine tra Italia e Slovenia sono ancora aperti e ‘Schengen’ – e si transita di là e di qua del crinale delle colline fitte di verzure e fiori senza problemi e i nomi slavi dei paesuoli arroccati nelle loro solitudini collinari si alternano a quelli italiani come accade nel Tirolo italiano, per ora.

E la domanda che mi pongo, vagando di cocuzzolo in cocuzzolo e di macchia di case in macchia di case e chiesuole aperte solo le domeniche per la funzione come diavolo si viva in quelle case e solitudini e i vicini di casa li conti sulle dita di due mani. Ma d’estate no, d’estate è un via via di tedeschi e italiani in gita e queste strade sono meta ambita di ‘mountain bikers’ e affanni respiratori nelle ascese dei pomeriggi affocati, ma che goduria le discese senza freni e il vento caldo che ti scompiglia le chiome.

E anche Izola e Piran sono cittadine di solitudini annoiate e intollerabili, in queste giornate di maggio piovoso che preludono al caldo estivo e all’esplosione di presenze turistiche de ‘tutti al mare’ (a mostrar le chiappe chiare). E la domanda, nel vedere due bimbi accucciati che giocano in silenzio e rade parole, torna prepotente: ‘Come si elaborano queste solitudini, che già ai primi freddi di ottobre le respiri e ti agghiacciano e neanche la coltivazione degli orti basta a riempirle o la costante cura edilizia delle case che maggio infiora di rose di ogni colore?’

Le grandi città hanno gli immensi problemi del ‘troppo che stroppia’, ma, per gli studiosi, sembra siano l’inevitabile proiezione del futuro dell’umanità degli 11 miliardi di individui che, si prevede, faranno scoppiare il pianeta a ridosso de 2060 – e le migrazioni a cinque cifre sembrano confermare la tendenza già in questi anni di affanno economico e crisi globale.
L’accoglienza diffusa nei paesini non funziona, chi ci viene confinato presto scappa nella giungla urbana che sembra offrire mille possibilità e relazioni, seppure agli angoli delle nostre strade si moltiplicano/heranno i giovani neri mendichi – e ancora ricordiamo le vane predicazioni di Ghandi, che batteva a tappeto le immense metropoli della miseria di allora – Calcutta, Nuova Dehli, Mumbai – e invano sollecitava quei miseri a tornare all’economia dei villaggi, dove un pugno di riso ti sfamava e non si moriva di stenti.

Questo è quel mondo e il suo sviluppo caotico, chi vivrà vedrà.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
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Partenze e (improbabili) ritorni

 

Mi è sempre sembrato alieno e incomprensibile quel verso del Foscolo che i professori di italiano di una volta ci facevano ‘mandare a memoria’ : ‘ A egregie cose il forte animo accendono le urne dei forti…’ Che è bello e marmoreo come le sculture a cui si riferisce, per carità, non nego, e volentieri lo rimembro quale ‘alta poesia’ da ascoltare e recitare più e più volte.
A me le urne dei forti e meno forti (‘diversamente forti’ recita il politically correct post moderno) ispirano solo il silenzio del nulla che tutti quei nostri concittadini recenti e gli antichi ha inghiottito – e non un fiato, che non provenga dalle suggestioni/immaginazioni delle nostre menti condizionate dalle leggende religiose (ogni popolo ha la sua), rompe l’assordante silenzio nel corso delle nostre scarse visite cimiteriali.
E tutto quel marmo variamente scolpito e le foto sulle lapidi (quasi mai le migliori del nostro pur vasto archivio, mannaggia) e i fiori e i lumini sono solo feticci freddi e inespressivi di un pathos che facilmente sappiamo suscitare in noi sol che lo si voglia: rimembrando i visi e le parole e le risa e gli sguardi amorosi delle persone care che ci hanno lasciato.
A egregie cose gli animi (dei forti e dei diversamente forti) accendono i ricordi che abbiamo in noi e che vogliamo coltivare, se lo vogliamo.
E potremmo risparmiare un sacco di soldi legati al business del ‘caro estinto’ e lasciare la terra ai vivi, disperdendo poeticamente le ceneri al vento. Perché siamo vento di memorie e al vento sarebbe bello che ritornassimo, rifiutando l’abbraccio gelido e lentamente corruttivo (troppo lentamente) di madre terra.
E la cosa buffa che ho imparato nei mesi recenti in cui ho accompagnato due persone care nel loro ultimo viaggio è che la Chiesa santa e romana, che nel corso dei riti funebri promette resurrezioni e ritorni tanto consolatori quanto immaginifici, nel suo strampalato procedere per assiomi e tentoni concettuali, pare non riconosca legittimità evangelica alla dispersione delle ceneri e abbia accettato obtorto collo l’incinerazione perché è legata (la Chiesa) a quelle immagini medioevali del tutti risorgere a Giosafatte, uscendo dalle tombe colle membra intatte e i sorrisi e la pienezza delle forze di chi molto ha dormito e si alza bello e riposato e si dà una veloce ripulitina ed è subito pronto alla lunga marcia verso l’eternità e la meta di una supposta Gioia Infinita e tanta, tanta Luce. Solo chi se lo merita, ca va sans dire. Tutti quegli altri dritti filati tra le fiamme cocenti e i forconi dei diavoloni che testano costantemente la cottura.
E forse aveva ragione quel poeta tedesco di lucidissima mente che, in punto di morte, implorava ‘luce, fate luce’ perché, se dobbiamo stare alle leggende religiose del nostro medioevo cristiano brancoliamo nel buio più fitto delle improbabili cose del nostro mitico Aldilà – e sono migliori, forse, le fantasie e i reportages dall’Ade ombroso quali ci illustravano i poeti antichi mandandoci in visita, con garanzia di ritorno, i loro Eroi sublimi.

foto di Enaz Ocnarf.
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