Archivi categoria: cinema e tv

Andate al cinema o rileggetevi il Faust

 

Sarà un caso che il film ‘Snowden’ di Oliver Stone sia uscito nelle sale solo dopo la conclusione della ferocissima campagna elettorale che ha premiato Donald Trump e condannato all’infamia la campionessa di tutto e di nulla Hillary Clinton – da troppi americani (si, anche gli arrabbiati sostenitori di Bernie Sanders) percepita come una ‘fintona’, una donna di colla e cadreghe, interna e complice delle schifezze segrete dell’apparato amministrativo e governativo, da troppo tempo in mano ai cinici professionisti della politica e agli spioni della Nsa e della Cia che condannano Snowden all’esilio di Mosca?

Nel film, durante i titoli di coda, si ascoltano le imbarazzate e/o sdegnate dichiarazioni degli apparatniki sedicenti ‘democratici’ – la Clinton e quella scialba figura del presidente Obama in primis – che condannano senza ombra di vergogna l’operato di Edward Snowden, ex agente Cia di primo livello, di aver tutto rivelato delle attività di spionaggio a tutto campo e senza distinzione di parte politica di ogni e qualsivoglia espressione di dissenso politico operate dalla Nsa e dalla Cia e dalle organizzazioni satelliti.
E l’elezione di Trump, su questo versante, confermerà tutti i programmi di spionaggio governativo e dirà l’America ‘un grande paese’ macchiato, tuttavia, dall’onta secolare di infrangere sistematicamente quelle stesse leggi e regole di piena democrazia e rispetto delle libertà individuali che la dicono retoricamente ‘grande’ ma, in realtà, schiava delle sue ossessioni di voler tutto controllare e tutto dominare al suo interno e nelle aree del pianeta di sua influenza geo strategica.

E nel film si mostra, con dovizia di particolari tratti dalle cronache recenti, tutto l’incessante (e costosissimo) lavorio degli esperti informatici e degli hacker che piratano hacker rivali di quel mondo virtuale che è la realtà agghiacciante dei penosi e infami decenni che viviamo/vremo perché chi dominerà le reti di informazione nel prossimo futuro sarà (ma già è) il Grande Fratello che legge queste mie righe e le vostre, richiamandone le parole-chiave di ricerca e, se siete pericolosi per gli interessi geo strategici dell’America aspettatevi che uno sconosciuto vi chieda, appena fuori casa: ‘Lei è il signor tal dei tali?’ e vi inietti nel collo un liquido letale come si mostra nei migliori film sull’America malata degli spioni di stato, a partire dal mitico : ‘ I tre giorni del Condor’, che tanto influenzò il nostro sentire politico da giovinetti e fummo subito, per un rimbalzo di sdegno estremistico, ‘maoisti’ e ‘cubani’, que siempre viva Fidel.

E lo ricordate, vero, quello sguardo sgomento del bravo Redford-il Condor, nel film, che si chiedeva e chiedeva alla sua prigioniera innamorata perché avessero sterminato tutti i suoi compagni di lavoro in quella sede distaccata dove svolgeva innocue ricerche da topo di biblioteca e vi si classificavano le notizie apparentemente varie e neutre di giornali e riviste di ogni genere e appartenenza – e la causa della morte di quegli innocenti impiegati era il maledetto ‘petrolio’ della voracissima fame di energia delle industrie americane che armavano il loro governo di tutti gli strumenti di dominio diretto e indiretto sui ‘paesi del golfo’, soggetti a improvvisi golpe e cambi di regime per l’azione combinata degli aiuti e/o del traffico di armi diretto ai ‘ribelli’ – come è avvenuto nella Siria in cui si voleva pretestuosamente introdurre la democrazia e la si è consegnata, invece, al caos sanguinoso del Califfato islamico e della guerra di tutti contro tutti .
Tu vedi l’intelligenza acutissima delle azioni mirate della Cia – e segretario di Stato allora era la Clinton che ha recentemente concorso per la presidenza degli Stati Uniti d’America. Una ‘grande democrazia’ zoppa e vistosamente claudicante e un Grande Fratello orbo e stupido che non sa, mai ha saputo fermare ‘quegli spiriti malefici che esso stesso ha suscitato’ coi suoi alambicchi e i sofisticatissimi programmi di spionaggio a tutto campo di Snowden.

Andate al cinema o rileggetevi il Faust di Goethe.

 

Il Dio del nostro scontento

Il dio del nostro scontento

Se ‘Dio esiste e vive a Bruxelles’ deve essere stato anche lui chiuso in casa, in questi giorni di scuole chiuse – e i poliziotti e le ‘teste di cuoio’ armati di mitragliette che frugavano nei cassonetti e nei cartoni abbandonati dai barboni nelle vie periferiche e perquisivano i passanti nei sotterranei della Metro e arrestavano parenti e amici dei terroristi per sapere quanto estesa sia la rete di complicità nei quartieri-ghetto dove si sono stipati i nostri ospiti islamici durante i tragici decenni della nostra storia europea.

E’ una bestemmia, una apostasia dichiarata quel film geniale e bellissimo che ci dice una parola ferma (ben necessaria, dopo 2000 e 15 anni di mancate Apparizioni e Annunciazioni) sull’esistenza di quella Entità Provvedente che ha dato vita a tutto, ma il cui Disegno Creatore si è corrotto ed è ‘andato a puttane’ (il film spiega bene come) in questa nostra post modernità così prolifica di assassini – che qualcuno vuole e dice ‘francesi’ o ‘belgi’ ma che si chiamano Abdullah o Mohamed e si ispirano a un contrapposto dio malvagio, (lo chiamano Allah-il-Grande), che ci vorrebbe tutti stecchiti, noi infedeli, sulle strade e nei teatri e negli stadi o nelle redazioni della libera stampa, se non sappiamo citare a memoria le sure e i versetti scritti dal suo sedicente Profeta al tempo delle tribù di nomadi pastori bellicosi che litigavano ostinatamente tra loro, la sera, prima di addormentarsi cullati dai belati degli agnelli e dai rutti dei cammelli, nel chiuso dei caravanserragli.

E quel dio bianco e occidentale che ‘vive a Bruxelles’ è un dio anch’esso malvagio, in verità, che molto si diverte a creare leggi che incasinano le vite degli uomini e le predicono maledette e ‘sfigate’ e ci provocano infinite sofferenze e, nel chiuso della sua stanza blindata imbottita di schedari che si alzano fino al Cielo, dov’è scritta la vita e la malavita di ognuno e tutti, quel Dio prende una scheda dopo l’altra e si diverte al Computer a inviarci i virus della malvagità quotidiana con la quale dobbiamo misurarci ogni santo giorno dicendola ‘la pena necessaria’ pel Male che è conseguito al primo morso della mela dolce e rossissima sbocconcellata da quella grandissima t…. della Genitrice e offerta, per corresponsabilità e complicità tutta da dimostrare, al neghittoso Genitore.

E quel dio bianco e malvagio ha una Figlia ribelle ispirata dal suo amico Gei Si (pronuncia post moderna di J.C. di cui al famosissimo musical sulle scene di Brodway) che la istiga alla rivolta e a scappare dall’appartamento blindato e le suggerisce di farsi amici sei altri apostoli, da aggiungere ai suoi dodici, che la aiuteranno a interpretare nel modo ‘giusto’ le cose che avvengono nell’astruso mondo disegnato e storpiato dal Padre suo vendicativo. E sarà una complicata e difficile percorrenza mondana fitta di disavventure e commozioni però sapida e gustosa come mai abbiamo veduto fin qua su uno schermo e l’introduzione nella storia degli uomini vessati dal Creatore di una parola di Misericordia (ah, Francesco, che magnifici spiriti folletti hai scatenato!) che finirà in un glorioso happy end guidato dalla Madre che ci prefigura il paradiso dei nostri sogni strani e improbabili.

Un film da vedere e ri-vedere. Assolutamente, come si scrive su ‘my movies’.

Un autentico film ‘di culto’, letteralmente, che ha conquistato e convinto un ateo dichiarato e sfegatato qual’è il vostro cronista. Da collezionare e mostrare ai figli e ai nipoti. E mi permetto di suggerire a Renzi di elargire i cinquecento euro ai suoi giovani di belle speranze solo se dimostreranno che ne hanno pre acquistato il dvd e/o ne sanno citare i dialoghi a memoria – come presto citeremo le sure del Corano legati come salami davanti alle bocche di cobra dei mitra dei maledetti terroristi assassini. Amen e così sia.

 

Benoit Poelvoorde interpreta Dio nella nuova divertente commedia firmata da Jaco Van Dormael, Dio esiste e vive a Bruxelles
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Il pecorino zen

Il pecorino zen

Magari è esistito davvero il ‘pecorino zen’ di cui parla il bel film della Archibugi ‘Verso sera’.
Di sicuro sono esistiti i professori del tipo impersonato da Marcello Mastroianni nel film: che il mondo e la vita li hanno filtrati attraverso i buoni libri e letture – e della generazione dei figli non apprezzavano o disprezzavano quell’andare a tentoni come ciechi attraverso le regressioni tribali e la vita nelle ‘comuni’ e la tautologia dell’esperienza ‘come viene viene’, droghe incluse ed enfatizzate quali filtri dell’intelligere e ‘viaggiare’.

E lo zen occidentale si identificò con ‘L’arte della manutenzione della motocicletta’ e alcuni di quei partecipanti alle comuni romane e di altre città divennero adulti e scrittori di successo, artisti e poi padri di famiglia a loro volta e nonni – che di quei loro ‘viaggi’ e ricotte e pecorini zen tutto disconobbero nell’ascesa dei decenni e, in finale di partita, ebbero finalmente le illuminazioni tardive dei loro nonni e padri che avevano ucciso – nel senso dell’ ‘uccidere i padri’ di cui alla psicologia e psichiatria, talvolta.

E chissà di che cosa parlano gli studenti di oggi che occupano le scuole e danno vita ai ‘collettivi studenteschi’ secondo copione vecchio e stantio – e i libri sono sempre l’ultima ratio e ultimo interesse perché prima viene la vita ‘che non è scritta nei libri’, a sentir loro.

E, forse, chissà, a qualcuno dei nostri studenti veneziani di una qualche ‘squola occupata’ verrà in mente di proporre e mettere in commercio, a sua volta, le ‘sarde in saor zen’ – brillante evoluzione dei loro nonni e padri che disdegnarono il testimone della cultura libresca – e rielaborano negli odierni collettivi lodati dal sottosegretario Faraone la nuova realtà generazionale dei mille profili facebook, adeguandola al medioevo di ritorno dell’isis delle teste mozzate e dell’occupazione delle case dei senza lavoro cronici e senza speranza di un mondo che ‘si stava meglio quando si stava peggio’. Già.

Il pecorino zen</p>
<p>Magari è esistito davvero il 'pecorino zen' di cui parla il bel film della Archibugi 'Verso sera'.<br />
Di sicuro sono esistiti i professori del tipo impersonato da Marcello Mastroianni nel film: che il mondo e la vita li hanno filtrati attraverso i buoni libri e letture - e della generazione dei figli non apprezzavano o disprezzavano quell'andare a tentoni come ciechi attraverso le regressioni tribali e la vita nelle 'comuni' e la tautologia dell'esperienza 'come viene viene', droghe incluse ed enfatizzate quali filtri dell'intelligere e 'viaggiare'.</p>
<p>E lo zen occidentale si identificò con 'L'arte della manutenzione della motocicletta' e alcuni di quei partecipanti alle comuni romane e di altre città divennero adulti e scrittori di successo, artisti e poi padri di famiglia a loro volta e nonni – che di quei loro 'viaggi' e ricotte e pecorini zen tutto disconobbero nell'ascesa dei decenni e, in finale di partita, ebbero finalmente le illuminazioni tardive dei loro nonni e padri che avevano ucciso – nel senso dell' 'uccidere i padri' di cui alla psicologia e psichiatria, talvolta.</p>
<p>E chissà di che cosa parlano gli studenti di oggi che occupano le scuole e danno vita ai 'collettivi studenteschi' secondo copione vecchio e stantio – e i libri sono sempre l'ultima ratio e ultimo interesse perché prima viene la vita 'che non è scritta nei libri', a sentir loro.</p>
<p>E, forse, chissà, a qualcuno dei nostri studenti veneziani di una qualche 'squola occupata' verrà in mente di proporre e mettere in commercio, a sua volta, le 'sarde in saor zen' - brillante evoluzione dei loro nonni e padri che disdegnarono il testimone della cultura libresca - e rielaborano negli odierni collettivi lodati dal sottosegretario Faraone la nuova realtà generazionale dei mille profili facebook, adeguandola al medioevo di ritorno dell'isis delle teste mozzate  e dell'occupazione delle case dei senza lavoro cronici e senza speranza di un mondo che 'si stava meglio quando si stava peggio'. Già.

 

Dalle stelle ai musei di Cesare Lombroso

Dalle stelle ai musei di Cesare Lombroso

E’ certo che non sarà la presente generazione a vivere la grande stagione dei viaggi spaziali, bensì i bis bis bis bis bis nipoti che speriamo rinsaviti dall’orgia delle inutili chiacchiere ai telefonini e l’indice destro anchilosato sul loro tamagochi – che l’esterno e il loro prossimo sembra non esistano più, ma solo la loro asfittica nicchia telematica di sms, f/b e ‘uotsapp’.

Troppi cretini al cinema che rumoreggiavano due righe di poltrone sopra di me e commentavano stupidamente a voce alta me lo confermano – non bastasse lo stop ai viaggi spaziali della Nasa di cui parla l’ottimo ‘Interstellar’, che alcune recensioni vogliono quale valido emulo e seguace de ‘2001 Odissea nello spazio’, ma le distanze fra l’uno e l’altro film sono stellari e galattiche, appunto.

Perché la classicità che oggi ci appare ingenua del film di Kubrik non ambiva al realismo delle mirabolanti costruzioni aeronavali del suo odierno epigono, ma restava felicissimamente sospesa nella danza di quelle note straordinarie dei valzer di Strauss che davano colonna sonora al viaggio – e la mente degli spettatori era in perfetta consonanza fantastica e musicale e prestava volentieri alle immagini sullo schermo tutto ciò che necessitava alle carenze cine-tecnologiche che Christopher Nolan aveva, invece, a disposizione e ne ha fatto ottimo uso, ma è rimasto impigliato nel polpettone sentimentale e di avventura di eroi americani redivivi tanto cara agli sceneggiatori di Hollywood – con in appendice anche il duello scafandrato tra i ghiacci sempiterni con un ‘cattivo’ (interpretato da Matt Damon).

Però ci sta che ci abbia provato (e ci ha incollato alle poltrone), Christopher Nolan, a farci rimasticare cinematograficamente i concetti complicati di ‘spazio-tempo’ che si contraggono e che la gravità può annichilire e noi umani attraversare per tornare ‘là dove son mossi’ Amore e Nostalgia di imprecisati e improbabili ritorni dal passato e ‘fantasmi’ mediati da ‘codici binari’ e alfabeti morse redivivi: per dire che tutto si tiene della storia controversa e spesso avvilente dell’umanità: dall’invenzione del gas e delle lampadine che illuminavano i primi lampioni pubblici fino alle meravigliose aeronavi rotanti che usano della ‘fionda’ gravitazionale per lanciarsi oltre i mille anni luce delle nostre prossime conquiste galattiche.

Prossime si fa per dire. A giudicare dai commenti degli emeriti imbecilli che rumoreggiavano due righe di poltrone sopra la mia diciamo 5001(?) – e speriamo che di quei cervelletti preistorici di avvilenti giovanotti dall’indice anchilosato non ne resti più traccia né ricordo se non sotto formalina nei musei di Lombroso. Amen e così sia.

http://www.ilfattoquotidiano.it/…/interstellar-non…/1195939/

Più Matarazzo che Kubrick. Più un amorazzo padre-figlia – tranquilli, nulla di incestuoso: a scopare sono solo le astronavi – che una “fantasofia” degna di
ILFATTOQUOTIDIANO.IT

 

Il capitale umano

E’ un film potente, ‘Il Capitale umano’, che riempie i cinema per il passaparola degli spettatori e inchioda alle poltrone e strappa applausi in platea neanche fossimo a una ‘prima’.

Una narrazione cinematografica sapiente che ricorre all’incastro di storie parallele (capitoli), con i comprimari che diventano protagonisti e rivelano, ad ogni capitolo a loro dedicato, i particolari sapientemente celati – e la suspense è garantita ed è efficacissima.

 

Ed è uno sguardo disincantato che il bravissimo Virzì rivolge al mondo della buona e brava borghesia ‘padana’, un affresco di miserie morali e vigliaccherie e nessun ‘senso civico’ – e nessuno si salva in questo girone infernale dei truffati e truffatori che: ‘Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto.’, come dice la prèmiere dame del Gotha finanziario di una ex ‘Milano da bere’, ma solo velenoso e amarissimo assenzio ormai.

 

Ed è una sfilata di avvilenti figure di perseguitati da noia esistenziale e piccolissime aspirazioni consumistiche e guadagni facili esenti-fatica che consumano amori disperati e fragili e adulteri banali – e non un guizzo di luce sullo sfondo, e nessuna redenzione personale, bensì solo il trionfo finale di un capitalismo finanziario che ha scommesso le sue azioni/obbligazioni sul crollo e sulla crisi profonda ed ha vinto – e si accontentino la moglie e i figli dell’unico cristo in croce sbalzato di sella nel proemio che saranno risarciti al costo di 218 mila euro circa – il ‘capitale umano’ valutato dalle assicurazioni quale equo rimborso per una morte stupida. Una delle tante.

mon doux, mon tendre, mon merveilleux amour

Non so se la giusta categoria per ‘Amour’ – il film di Michael Haneke premiato a Cannes con la Palma d’oro – sia ‘bello e terribile’.49002.png

 

Perché di bello nella vecchiaia non c’é quasi nulla e tutto il terribile dell’umana esistenza è facile che ti si scateni addosso e ti colpisca in quella condizione di estrema fragilità che ti tocca di vivere.

 

E se c’è una domanda teleologica che insorge spontanea e rabbiosa è ‘Perché?’ Perché tutto il dolore del mondo ti cade addosso quando le tue spalle sono più fragili e la mente vacilla? Perché scomodare l’idea faticosa e improbabile di un Dio provvidente e buono se la condizione umana è di gravissima sofferenza e il finis vitae è un ‘tirare la vita coi denti’ e tutto intorno del mondo bello e gioioso che hai conosciuto si muta in un spettacolo di orrore senza fine?

 

E Haneke nel suo film non ci risparmia niente della descrizione precisa e meticolosa del precipitare nell’abisso della malattia senile e tutto quanto ho visto e osservato sullo schermo con lo stomaco stretto in una morsa di angoscia mi convince sempre più che la sola cosa angelica della vita e della morte sia il ‘volo dell’angelo’ da un altissimo picco dolomitico, quando il dolore si farà intollerabile e la mente comincerà a vacillare – perché di tirare la vita coi denti al modo descritto in quel film e vissuto da milioni di persone all over the world non glielo augureresti al tuo peggior nemico – e mi chiedo perché il cinema ‘ di qualità’ si ‘accanisca’ a fornirci le visioni/predizioni della nostra malattia e morte futura.

 

E non ho provato neanche la commozione e le lacrime liberatorie che sono scese dal ciglio copiose durante la visione di ‘Mare dentro’ – perché la scrittura cinematografica di quel film meraviglioso aveva la solarità di una determinazione forte e proponeva, fuori delle finestre della camera del tetraplegico, la clarità dei paesaggi marini che illuminavano gli occhi di Ramon-che-vuole-morire ed essere restituito a quel momento fatale a cui era scampato per un maledetto scherzo del destino.

 

E l’appartamento di Parigi di quella coppia bella e dolce si muta, invece, in una prigione spaventosa e a niente vale la dedizione e l’Amour’ del marito che si decide, infine, con un muto urlo di disperazione, di accogliere la lucida richiesta della donna che ha amato per una intera vita.

 

E dare morte a chi si ama è uno strazio che scuote le fondamenta teleologiche e ti precipita in una disperazione senza fine che il finale pietoso del film non riesce a lenire.

 

E c’è gente senza cuore e senza cervello in giro che tuttora si sente in diritto di condannare i suicidi e castigarli nell’ombra nera dell’Aldilà e dire ‘assassini’ a coloro che danno morte per la tragedia di un amore straziato dalla malattia e dal dolore di vivere.

i numi tutelari e le cicogne

La cosa che più mi ha colpito, del film di Soldini ‘Il Comandante e la cicogna’, è stato il suo ‘volare alto’. Nel senso del mostrarci la vita delle città italiane (Torino, ma anche un voluto melange cinematografico di città diverse, per dire che ‘tutta-italia-è-paese’); la vita, dicevo, come vi si svolge reale e avvilente -e nel senso di farcela osservare dall’alto dei monumenti dei nostri Numi tutelari, Garibaldi, Verdi, ai quali Soldini offre il ‘diritto di replica’ sulla postmodernità volgare e corrotta che ci tocca di osservare e commentare e di vivere sulla nostra pelle.

 

Così un cogitabondo Garibaldi a cavallo, dopo aver assistito a una lite tra comari per un parcheggio conteso, azzarda un suo tristissimo e cogente: ‘Dispiace dirlo, cari i miei connazionali, ma per come vi osservo vivere e comportarvi, mi vien fatto di pensare che forse era meglio se vi lasciavo in balia degli austriaci.’

 

Irridente, surreale? Ma no. La storia andrebbe rivisitata proprio così, rovesciandola e ripercorrendola au revers al modo di Soldini -il geniale regista nostro di ‘Pane e Tulipani’- e davvero non fa male ai pensieri accarezzare le ipotesi contrarie alle convinzioni degli avi nobili che hanno ‘fatto l’Italia’, ma era meglio se non ‘facevano gli italiani’ così come li osserviamo oggi: caciarosi, sregolati, arruffa-popoli e sbalestrati e suonati -che vien voglia ogni santo giorno di valicare le Alpi e chiedere la cittadinanza viennese o bavarese per capire l’effetto che fa vivere una ‘normale’ vita di europei che non devono ogni santo giorno indignarsi per la mala-politica, la cattiva amministrazione, le feste dei maiali, i satrapi e le puttane e via elencando della straordinaria ‘commedia all’italiana’ che andiamo scrivendo e vivendo da decenni -e ancora c’è in giro qualche suonato cronico e impenitente che voterebbe il berlusconi e il bossi e la loro miserevole corte dei miracoli e il circo barnum di nani, maroni, fiorito e ballerine in carriera.35584_147232-134x203 il comandante e la cicogna.jpg

il primo uomo

E’ una narrazione un po’ ingessata quella di Gianni Amelio alle prese con il racconto del grande Camus.

‘Il primo uomo’ scorre lento sulle note della memoria e Camus ragazzo non è diverso dai ragazzi di altre generazioni posteriori alla sua, ma segnate da quell’ottuso autoritarismo degli avi che ricorrevano alla frusta per ottenere obbedienza. E un moto di interna ribellione ci coglie perché ‘basta la parola’, la parola acconcia, il solleticare le intelligenze per far capire, nella stragrande maggioranza dei casi, e se oggi le maestre lasciano andare il branco alle odiate licenze e agli eccessi per tema di ricorsi al giudice e per le minacciate sanzioni dei presidi -ed è eccesso del postmoderno e della faticosa elaborazione della libertà e dell’intelligenza collettivi- quella frusta e il ruolo di vittime e carnefici che stabiliva ci opprime e torna in mente la pulsione atavica dell’ ‘uccidere i padri’ perché si affermi il mondo nuovo e il suo caos creativo che pur ci affanna ed elaboriamo a tentoni.

E anche la narrazione della storia nazionale dell’Algeria ai tempi del Fronte di Liberazione Nazionale e degli attentati e la repressione sanguinosa e cieca e la pena di morte è ingessata nei primi piani insistiti dei volti dei protagonisti e degli antagonisti -ed è vero che quella storia collettiva è solo ‘orizzonte di riferimento’ temporale e al regista interessa di più il ‘romanzo di formazione’ del giovane Camus e tuttavia quella pagina di storia meritava qualcosa di più di una citazione forzata e un approfondimento perché emblematica di uno ‘scontro di civiltà’ al suo inizio e di un ‘dialogo tra sordi’ affidati alle bombe e alle stragi che non ci abbandonerà più.

‘Il primo uomo’ di Gianni Amelio
sugli schermi di molte città italiane

sceneggiatori e tempi moderni

E’ un vero peccato che l’unico film in cui compare brevissimamente il vostro umile cronista (di spalle e la testa mezzo nascosta da un palo) sia una pessimo film, una storia tutta da dimenticare, girata in una Venezia (unico pregio del film) relativamente inedita -ma già in ‘Dieci inverni’ si mostrava una Venezia lunare e ‘minore’ e quel film si seguiva con moderata attenzione almeno.

Qui davvero Andrè Techinè, regista di ‘Impardonnables’: un film presentato la sera prima della partenza della Mostra, ce la poteva risparmiare -e come e perché si sia lasciato convincere dalla sceneggiatura a dare vita a personaggi dalle vite così improbabili e negative è mistero della cinematografia che inquieterà i posteri.

C’è uno scrittore che si innamora della conduttrice di un agenzia immobiliare e si lascia convincere a prender casa a Sant’Erasmo -tranquillo eremo agricolo oggi attonito spettatore degli epocali lavori per la messa in opera del M.o.s.e, marchingegno costosissimo ( e forse inefficace) contro le acque alte eccezionali.

E, naturalmente, lo scrittore ha il suo bel ‘blocco’ -e chi non ce l’ha nei films postmoderni dove compare uno scrittore? E Carole Bouquet, la bella conduttrice, ha trascorsi misteriosi di rapporti saffici con una stranissima Adriana Asti che pare la maga Magò e ha un figlio in riformatorio con forti pulsioni omicide/suicide e viene convinta a fare da segugio e indagare sulla scomparsa della figlia dello scrittore -che viene a Venezia in crisi matrimoniale e si innamora di un nobile decaduto che spaccia eroina nel suo bel palazzo e, a un tal proposito, lei confesserà, poi, al padre comprensivo: ‘avevo bisogno di essere destabilizzata’ (sic).

Insomma, se cercate un personaggio normale, sereno, positivo, quietamente e poeticamente narrabile qui non c’è. E se è vero che la cinematografia di questi anni ci ha costretto a essere mooolto tolleranti con gli esseri umani che agiscono negli schermi, nel film di Techinè si tocca l’apice dei personaggi balzani e delle motivazioni psicologiche più balorde.

Suggerimento per gli aspiranti sceneggiatori e registi degli anni a venire: per favore, mostrateci sugli schermi e raccontateci le storie di qualche onesto commerciante (?), che so, di un materassaio, una sartina, un venditore di noccioline caramellate o un qualche noioso commercialista che, possibilmente, non sia gay, non si faccia di eroina, non sia stato in riformatorio e non voglia ‘essere destabilizzato’ sentimentalmente da un nobile decaduto e che spaccia.

Ammettiamo pure (senza però concedervelo) che abbiate l’ambizione di essere dei narratori e registi ‘realisti’ e che la realtà e le persone che abitano questi nostri anni di infamia siano davvero quelli che ci avete mostrato ieri sera.

Si vabbè, ma davvero non se ne può più di una fauna siffatta. Se anche esiste e rende brutto e tristo il mondo in cui siamo capitati perché diavolo offrire loro le evidenze di letteratura e relative sceneggiature, perché continuamente propinarceli e dirli ‘esemplari’ sugli schermi?.

Non pretendiamo che ci mostriate le agiografie e le ‘vite dei santi’, ma un filino di gente più ammodo, più raccomandabile, no eh?