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Di storie vere, metafore e sogni

 

R. Kapuscinsky, in un suo libro, racconta di un villaggio africano dove il vento solleva vortici di polvere e il caldo intenso chiude le persone nel chiuso delle capanne, ma, come un’apparizione, giunge una jeep dal deserto accompagnata da un camioncino e un regista conosciuto dagli abitanti allestisce in velocità coi suoi aiutanti un improvvisato set, parte una musica e, miracolo! ecco gli abitanti del piccolo villaggio uscire a gruppi dalle capanne – e prendono a danzare al suono di quella musica come se un misterioso copione fosse stato distribuito in anticipo.
L’evento dura poco più di un’ora e coinvolge l’intero villaggio – donne e bambini inclusi. Infine il regista e i suoi aiutanti salutano, ripongono le attrezzature e se ne vanno e torna il vuoto nella piazza e i mulinelli della polvere e il caldo africano e gli abitanti di nuovo chiusi nelle capanne in attesa della sera e della notte.

Possiamo partire da questo episodio e farne una metafora di tutto quanto accade da noi, in quei villaggi strani e campi profughi improvvisati sotto l’urto di una immigrazione massiccia e in crescita esponenziale che sono le nostre caserme requisite allo scopo e gli hotels vuoti requisiti dal ministero degli interni – e ne seguono le proteste degli abitanti e dei sindaci contro i prefetti che fanno il lavoro comandato loro dalle cattive politiche degli s-governi dai quali dipendono e ne sono la maledetta longa manus.

E dovremmo narrare – in parallelo alle polemiche sugli incessanti arrivi e sbarchi dai gommoni e i traghetti delle o.n.g. dai finanziamenti opachi che li prelevano a poche miglia nautiche dai porti di partenza – di come vivono quei neri dentro quelle strutture di una assistenza misericordiosa che ci hanno imposto col grimaldello della pietà e di una ‘legge del mare’ nata per gli occasionali naufragi e applicata invece, impropriamente, alle migrazioni bibliche dei migranti economici, alias clandestini, che pagano cifre altissime ai trafficanti di uomini e donne e bambini.
E dovremmo narrare di cosa fanno tutti quei giovani neri chiusi li dentro e quali progetti di vita sognano e perché, invece, li vediamo a nugoli aggirarsi per le strade mendichi o ciondolare a gruppi davanti alle stazioni e la chiamiamo ‘accoglienza’, ma ha tutto l’aspetto di una catastrofe umanitaria che non sappiamo gestire e che ha precipitato le nostre città nelle narrazioni dickensiane della miseria globale oscenamente esibita e della mendicità diffusa e della piccola criminalità urbana che riempie le carceri.

E avremmo bisogno di un regista che apparisse all’improvviso in queste nostre città e villaggi globali della mendicità oscena e povertà e microcriminalità diffusa che ci suonasse un’altra musica e improvvisasse il flash mob del cambiamento e di una vera accoglienza dove quei neri per caso degli sbarchi organizzati e profumatamente pagati e che generano il miserabile business dell’accoglienza italica e delle pelose o.n.g globali trovassero, invece, un lavoro onestamente pagato e una casa in affitto come facciamo tutti noi indigeni – ma qui siamo in un’altra storia e film di una altra epoca futura di cui non siamo sicuri che i titoli di testa preciseranno che è tratta da una ‘storia vera’.

Nondum matura est

 

Dunque dovremo tenerci quest’Europa malata ancora per qualche anno di disgrazie e catastrofi annunciate, ci dicono dalla Francia. Non è ancora maturo il cambiamento e le città vincono sulle campagne della ‘douce France’ – dalle quali, con un sistema elettorale simile a quello che ha premiato Trump, sarebbe venuto un messaggio radicalmente diverso.

Ed è difficile capire come i francesi delle grandi città, malgrado le centinaia di morti lasciati sul selciato delle piazze, les avenues, i teatri e gli aeroporti, ancora non esprimano cum grano salis e giusta rabbia le valutazioni politiche radicali e di grande severità e monito verso i combattenti e i rinnegati ‘radicalizzati sul web’ della ‘drole de guerre’ che ci è stata dichiarata e che vogliamo perdere.
E, con la prevedibile elezione del fighetto Macron, uomo di apparato ed ‘europeo’ nel senso più deteriore del termine, offriamo l’altra guancia di un buonismo politico foriero di molte altre sanguinose stragi e attentati contro le polizie schierate per le strade delle nostre vite blindate.

E le parole giuste le diceva all’inviato de ‘Il Fatto Quotidiano’ Alina, algerina immigrata di terza o quarta generazione e vera citoyenne francese che invitava a votare la Le Pen quale madre severa e interprete di un cambiamento necessario delle politiche di accoglienza e di integrazione.

Ma nondum matura est e l’appello alla severità e i moniti a ‘rigar dritti’ rivolti dalla Le Pen alle serpi in seno delle banlieues trasformate in enclaves nemiche e polveriere sociali non trova sponda nelle menti e nei cuori di quei francesi disposti a tollerare ancora centinaia di morti annunciate prossime venture nella guerra che non vogliamo combattere e siamo destinati a perdere.

Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Effetti collaterali della ‘drole de guerre’ che vogliamo perdere.http://milano.corriere.it/…/rissa-centrale-feriti-due…

I ‘morituri’ che siamo e che vogliamo.

 

Chissà se l’attentato di ieri sera, in una Parigi sempre più deserta di turisti e di ‘bon viveurs’, avrà come effetto un due o tre per cento di voti in più verso il candidato Marine Le Pen.
E’ probabile ma, se avverrà, l’effetto emotivo e rabbioso durerà ‘l’espace d’un matin’ perché già al ballottaggio, solo quindici giorni dopo, la grande coalizione degli sconfitti impedirà che si compia ciò che non sarebbe male si compisse: l’ingresso all’Eliseo di un uomo (in questo caso una donna) forte, fortissima nelle sue determinazioni a fare terra bruciata intorno ai killers e ai loro complici e a scovare i troppi covi e le tane e le moschee delle predicazioni dell’odio delle ‘serpi in seno’ velenose cresciute nelle enclaves delle banlieues parigine e belghe – quei natural born killers, assassini di seconda o terza generazione di immigrati islamici, che tuttora qualche infiammato e rintronato buonista si ostina a indicare quali ‘francesi’ o ‘belgi’, giusto per attenuare l’impatto devastante che hanno presso l’opinione pubblica quei loro nomi arabi che ne denunciano l’affiliazione familiare e religiosa e il loro essere dei maledetti rinnegati del paese che li ha accolti e invano ha provato ad integrarli e dirli veri cittadini francesi o belgi.

Ed è questo quadro di facile predizione di impotenza e ‘dejà vu’ che sgomenta e ci dice ‘morituri’ di una guerra per bande sedicenti religiose – e siamo tutti vittime designate e facilmente sgozzabili e abbattibili sugli altari dell’odio islamista radicale sull’orizzonte di un futuro prossimo.
E la varietà dei nostri ‘modi di morire’ che ci si disegna di fronte va dai coltelli del singolo imbecille, sedicente ‘combattente’ e, in realtà, miserabile assassino di vittime inermi, che ti pugnala in un autobus o nei treni della metropolitana, alla tabula rasa e scempio dei corpi dei tir lanciati sulla folla a folle velocità, per finire coi colpi di kalashnikov nei teatri o nei supermercati o negli aeroporti nelle ore di punta.

Una ‘guerra’ vigliacca e stupida che ci hanno dichiarato quei folli figli di immigrati di seconda o terza generazione alla quale contrapponiamo le blande misure di sicurezza e di ‘ordine pubblico’ che non dissuadono nessuno di quegli assassini rinnegati dal demordere e rinunciare ai loro progetti di morte e stragi.
E solo il miracolo di una ferma determinazione a cambiare le politiche immigratorie e di ordine pubblico e misure di integrazione ‘prendere o lasciare’ prossime venture potrebbero salvare qualcuna delle vittime annunciate dei prossimi giorni e mesi e anni, ma gli stolti e ostinati buonisti continueranno a recitare le geremiadi dei loro pelosi distinguo e le demonizzazioni verso i candidati che dicono ‘populisti’ – e toccherà accettare l’infame sorte di morire inermi e buonisti per omnia saecula saeculorum, maledendo l’imbecillità di quei peggior ciechi che non vogliono vedere.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Ieri accadeva, oggi accade, domani accadrà. La catastrofe umanitaria che non si vuole arginare e che ci travolgerà.

 

20 aprile 2015

‘L’orrore, l’orrore.’ rantola Kurtz, prima di morire, nel romanzo di Conrad ‘Cuore di tenebra’. E ‘Orrore, orrore.’ titolano i giornali di tutta Europa e del mondo di fronte alla tragedia del naufragio che dice (e vieppiù dirà) il Mediterraneo tomba collettiva di migliaia di morti. E morta, con essi, la speranza di un futuro migliore e la pietà.
Pietà l’è morta perché in guerra è sentimento infingardo e stupido e insensato – e se provi pietà per il tuo nemico al fronte butta il fucile e diserta e straccia la divisa e fuggi altrove oppure accetta il tuo destino di un nome su una lapide e sulle croci nei cimiteri di guerra a monito delle insensatezze e follie dell’umanità tutta.

E che sia una guerra quella che si combatte sul fronte liquido del Mediterraneo tra i milioni di aspiranti immigrati che si ammassano sulle coste africane – preda di mafie e terrorismi che la nostra indecisione di occidentali a intervenire alimenta – è di un’evidenza palmare. E l’hanno vinta loro e persa noi, occidentali figli e nipoti di quel colonialismo assassino che ha ridotto l’Africa a un continente di morte e guerre tribali e religiose che oggi si trasferiscono, – terribile nemesi storica – sul suolo europeo, e ‘i migranti’ sono le palle di fuoco lanciate colle catapulte dei barconi dentro la cittadella-Europa chiusa a riccio a protezione di una sua fragile e residua ricchezza che sfamerà i suoi nuovi poveri, ma ridurrà sul lastrico l’Unione e azzererà il suo mitico ‘welfare’, se l’invasione non verrà fermata in qualche modo.

E non pare che ci sia troppa differenza di sostanza tra chi invoca un intervento corposo e forte dell’Europa (che non verrà) e indica la distruzione manu militari dei ‘barconi’ e dei gommoni sulle coste libiche quale via radicale per risolvere il problema e chi semplicemente ritirerebbe la Marina e la Guardia Costiera, lasciando al Mediterraneo il lavoro sporco di chiudere la sua tomba liquida sopra migliaia di altri morti finché la massa dei migranti non capisca che il rischio della vita non vale la candela e la fiammella della speranza di ‘farcela’ e incistarsi in una qualche città dell’Europa.

E vale, in ogni, caso, la considerazione che l’importazione pietosamente insensata di una tale massa di persone e di popoli e tribù religiose in rotta con le loro storie di origine significa importare i loro conflitti latenti nel cuore delle democrazie europee – come hanno largamente dimostrato i ‘foreign fighters’, cittadini di seconda e terza generazione di immigrati, nel corso dei tragici fatti di Parigi e Copenhagen, e le ricorrenti ‘rivolte delle banlieues’ dove si ammassano le nuove povertà e sono autentiche polveriere di un futuro di guerre intestine.

S.p.q.r. – I pessimi renziani e i loro pazzi supporters buonisti

 

Stefano Cingolani, il conduttore di Prima pagina di questa settimana, è incappato nella sindrome ‘negazionista’ di cui soffre l’intera redazione e la quasi totalità dei conduttori di questa, pur bella, trasmissione radiofonica quando si tratta di difendere a spada tratta la cattiva politica di pretesa accoglienza italica.
Che è, in realtà, una catastrofe umanitaria malissimo gestita e, insieme, un travolgente e folle messaggio lanciato da anni all’intera Africa de: ‘Mettetevi in coda lungo le coste libiche ed egiziane che tutti sarete accolti senza eccezione e distinguo’.
Profughi e clandestini non fa più differenza oramai nel campo-profughi diffuso che è diventato il nostro paese. E l’Europa al di là delle Alpi, invece, se ne chiama fuori e non ‘redistribuisce’ i grandissimi numeri di richiedenti asilo che ci affannano e chiude le frontiere; e anche i partiti moderati rubano le parole d’ordine ai partiti ‘populisti’ o ‘sovranisti’ per non perdere voti e consensi.
Siamo rimasti soli di fronte al dramma di una invasione dai numeri ogni giorno spaventosamente più alti – fortemente voluta e procurata e incentivata dalle navi delle o.n.g. di mezzo mondo, assecondando la stolta retorica buonista di cui si è fregiato il duo s-governativo Renzi-Alfano fino al momento della caduta. Si salvi chi può e vuole.

E il conduttore di Prima pagina – nel dar conto e lettura dell’articolo de ‘Il Giornale’ che compara minuziosamente la cifre della manovra finanziaria e il costo sempre maggiore della cosiddetta ‘emergenza profughi’ – affermava coraggiosamente la non pertinenza dei due capitoli di spesa messi a bilancio, e si chiedeva, neanche fosse disceso dalla Luna, come si potesse giornalisticamente comparare quelle due grandezze economiche e che senso avesse il metterle in opposizione critica tra loro.
Già, come si può? Si può, considerando il bilancio dello Stato alla pari con il bilancio familiare di ognuno di noi, ad esempio. Che stanziamo mensilmente una cifra per il vitto, l’alloggio e le bollette e l’assistenza sanitaria e per gli altri bisogni del vestire e della mobilità di ogni membro della famiglia e, in molti, troppi casi, constatiamo che è un bilancio che ‘va in rosso’. Esattamente come quello dello Stato italiano che si fa carico di una assistenza di ‘salvataggi in mare’ indotta da una cattiva retorica di malinteso buonismo universale e attinge dalle tasse e dalle accise per coprire le cifre ‘in rosso’.
Chi ha argomenti in contrario è vivamente pregato di esporli e di contraddirci perché siamo noi, ascoltatori ed elettori italici di elezioni che speriamo prossime venture, a non capire perché si continui -con pervicacia degna di miglior causa – a negare l’evidenza delle cifre e delle balorde coperture in bilancio, ipotizzando perfino l’aumento dell’i.v.a.
S.p.q.r. Sono pessimi davvero questi renziani (e i loro pazzi supporters buonisti).

Nel Def la cifra per gli sbarchi aumenta a 4,6 miliardi contro i 3,4 della finanziaria. Verso l’aumento dell’Iva
ILGIORNALE.IT

Il sonno profondo dei giornalisti liberal

Federico Rampini, da N. Y., (D di Repubblica) ci dà conto di un cambiamento a suo dire incredibile nel modo di porgere le notizie da parte della direzione del N.Y.Times,- giornale liberal per antonomasia e portabandiera degli schieramenti politici prevalenti nella Grande Mela.
Di una guerra di bande a Long Island si dice, infatti, che sono gang salvadoregne e sono fitte di minorenni. Feroci spietati assassini. Natural born killer, per citare un noto film.

Ma lo stupore di Rampini (che ci stupisce) è riferito al fatto che finalmente, dopo tanti anni, si dice chiaramente il ‘chi è’ della gang. Salvadoregna, appunto.
Il ‘chi è’, di un evento – per chi mastica poco delle buone regole giornalistiche, – insieme al ‘dove’ e al ‘perché’ sono i fondamentali di un articolo redatto come si conviene e si deve perché la gente sia ben informata dei fatti di cui si narra.
Ma il N.Y.Times, insieme a una gran parte della stampa ‘liberal’ aveva da tempo abbandonato il rispetto dei fondamentali e aveva sposato il cosiddetto ‘politicamente corretto’ – dove tutto, nel melting pot della Grande Mela, avviene come in un pentolone dove cuoce un ricco minestrone e tutti i componenti di origine non hanno più una precisa identità bensì sono ‘cittadini’.
Un lascito della rivoluzione francese filtrato dell’internazionalismo socialista d’antan e approdato, infine, nelle democrazie occidentali a guida sinistra.
‘Il giornale più anti Trump che cia sia rinuncia la ‘politicamente corretto’ e si adatta ai tempi?’ si chiede il bravo giornalista – sconvolto del fatto che si aprano sentieri laterali alla politica di destra e in qualche modo ci si adegui alla dura realtà post elettorale e alla linea dura nei confronti degli immigrati violenti e assassini.
E finalmente si fa strada nella sua mente un pensiero-guida:
‘Gli eccessi del politicamente corretto hanno regalato alla destra e a Trump i voti popolari delle zone d’America più insicure. L’auto censura della stampa liberal ha un sapore insopportabilmente paternalista. Dà l’impressione che i giornalisti si arroghino il diritto di decidere cosa i lettori devono sapere e cosa no. (Ma va! n.d.r.) E’ anche questa una delle ragioni per cui noi giornalisti siamo finiti nel mucchio della ‘casta’, circondati da diffidenza, quando abbiamo deciso che toccava a noi ‘educare il popolo’.’
Beati risvegli! E c’è voluta una ‘brexit’ e un Donald Trump e il referendum perso da Renzi – e chissà che altro in Europa prossimamente – perché suonasse il campanello della vostra sveglia.

Hanno il sonno davvero duro questi simpatici giornalisti ‘liberal’.

Quel male che ci fanno in parlamento

Quel male che ci fanno in parlamento

‘Facciamoci del male’ recitava in un suo film il fortunato regista di ‘Ecce bombo’.
Una frase riferita a quella sinistra di s-governo che continua ad approvare leggi incomprensibili e a fare del male a sé, ma più al paese tutto: blindato come non mai e squassato dalla guerra intestina dichiarata dai ‘radicalizzati sul web’ – serpi in seno e natural born killer, dal momento che fin dalla nascita succhiano col latte materno e introiettano i virus assassini dell’islamismo radicale che svilupperanno già fin dall’adolescenza.
A dircelo e a dimostrarlo, in un bell’articolo su D di Repubblica, è una intervista fatta a Edit Schlaffer, una sociologa di fama internazionale e presidente di una associazione ‘Women without borders’ che si sforza di organizzare scuole speciali in Iraq, Indonesia, in Belgio e nei Balcani per aiutare e fornire strumenti culturali adeguati alle madri di famiglie islamiche che assistono impotenti alla radicalizzazione dei loro figli, seguaci dei religiosissimi padri e nonni, alcuni dei quali li troveremo, poi, giovinetti imbarcati nei ‘barconi’ mediterranei o che provano a scardinare a migliaia le frontiere chiuse dell’est Europa.

Impresa titanica, quella di Edit Schlaffer, alla quale auguriamo ogni bene e prospettive di successo della sua iniziativa pedagogica internazionale, fermo restando il dubbio che queste iniziative di ong prestigiose (finanziate con fondi nostri europei?), non riusciranno ad estirpare la magna pianta dell’islamismo radicale che affonda radici in quel testo leggendario, il Corano, variamente interpretato a seconda dell’esplodere dei conflitti e delle guerre intestine delle sette wahabite-sunnite-salafite ed esportato, poi, nei quartieri di Molenbeck-Bruxelles e St. Denis, a Parigi, dove fanno il loro apprendistato assassino davanti ai computer le migliaia di serpi in seno che abbiamo accolto quali ‘profughi’ e questuanti pietà e comprensione per le loro vite spezzate nei paesi di origine o per la povertà e la fame.

E la legge sui minori non accompagnati approvata dal parlamento italiano a maggioranza partito democratico e suoi stolidi seguaci (soli in Europa e mosche cocchiere della follia accoglientistica) spalanca una nuova porta all’ingresso e immediata ‘naturalizzazione’ di questi adolescenti che l’articolo suesposto dimostra essere già malati, in buona parte, di ‘radicalità’ islamica e sui quali minori dovremo svolgere un lavoro certosino di destrutturazione culturale e psicologica e successiva integrazione i cui esiti sono tutt’altro che scontati.
E giova ricordare ai quei parlamentari che si fossero messi solo oggi in ascolto della rabbia del paese che la cellula jihadista di Venezia e Mestre di cui alle cronache di questi giorni annoverava anche un minore tra i suoi coscritti e pronti a morire pur di ammazzarne a quintali, a Rialto o a san Marco, dei maledetti ‘infedeli’ del loro folle e immaginario ‘Allah u akbar’.

Da questi parlamentari ci guardi Iddio ( e le urne elettorali ) che dagli assassini radicalizzati sul web, per il momento, ci guarda l’intelligence, – almeno fino al giorno in cui la cronaca ci darà conto di un altro attentato e maledetta strage islamista andata a segno e piangeremo impotenti altri morti.

il terrorismo si può combattere anche da una grande stanza vetrata nel centro di Vienna, in un grattacielo multidirezionale ai piedi del Prater. Lì, al piano terra, la lotta all’estremismo di matrice islamica è curva su un computer. Indossa una strutturata camicia bianca palesemente sgualcita da lun…
D.REPUBBLICA.IT

Nuovi califfi e terre di conquista

Rieccomi. La primavera incombe, unica ‘cosa nuova’ che ci rianima e offre respiro e certezza di nuove fioriture alle nostre vite, e voi ve ne state ancora rintanati nei vostri bui angoletti neuronici a chiedervi e discutere se ha vinto Rutte o Wilders, in Olanda, – che già i tulipani sono in fiore, ma dubito che i mussulmani e le mussulmane di Rotterdam li amino e li espongano alle finestre, occupati come sono a dare dei fascionazisti all’intero Occidente che li ospita sulla scia di fuoco del loro nuovo califfo Al Tayyip Erdogan, campione di democrazia alla turca coniugata con la sharia e il velo in testa alle pie signore tutte corano e famiglia.

E, se ha vinto Rutte, Wilders non ha perso – e sono davvero strani i titoli dei giornaloni con le loro quotidiane fake news partigiane che dicono vincente il Rutte, che perde seggi in parlamento, e Wilders, invece, arriva a venti seggi e 3 punti percentuali in più di votanti ed è il secondo partito.

Ma la paura del 3 a 0 – dopo la Brexit e Trump – faceva 90 presso le sinistre europee di s-governo e presso i commentatori buonisti che scrivono sui giornaloni e anche il modesto risultato di non aver perso il governo dell’Aia viene presentato come una vittoria – seppure di Pirro perché conquistata facendo campagna elettorale a destra e inseguendo i temi cari a Wilders. E perfino Al Erdogan, nuovo califfo, ha dato una mano facendo sponda ai liberali di inusitata fermezza contro i turchi alla conquista dell’Europa e in piena ‘guerra di religione’ e di civiltà, a sentir lui.

E stridono parecchio questi toni da esaltati e le pretese di fare campagna elettorale nelle città europee perché quando sono stati accolti in Europa, avevano tutti le pezze al culo e chiedevano lavoro e promettevano di integrarsi e rispettare le leggi e le norme, ma oggi plaudono al loro lider maximo come se Olanda e Turchia fossero una cosa sola, cosa loro e terra di conquista.

Forse non è stata una buona idea quella di aver confermato il Rutte e rallentato la corsa di Wilders al governo, ma tempo verrà e saranno gli eventi sanguinosi e i conflitti largamente annunciati a rilanciare la contesa.

I bernoccoli della Merkel e l’imbonitor magno – Ieri accadeva

I bernoccoli della Merkel e l’Imbonitor Magno

Chissà se la signora Merkel avrà provato un visibile disagio nell’osservare le schiere dei suoi nuovi elettori potenziali alla frontiera tra la Grecia e la Macedonia, osannarla in corteo e invocarla come unica salvatrice su piazza europea – bastonata, però, nelle urne patrie, le sole che contino, dai tedeschi di antica generazione e residenza storica.

E’ prevedibile che quella della Merkel non sarà una rotta disastrosa, una ritirata suonata con le trombe sul campo di battaglia fitto di morti e feriti e i soldati colpiti alla schiena durante la fuga, bensì una ritirata strategica, per piccoli, impercettibili passi e segni perché la botta elettorale è stata una tale legnata da provocare un visibile bernoccolo alla Grande Leader Iperaccogliente e la costringerà, se non ad ammainare la bandiera dell’accoglienza dal pennone della sua nave dei folli, a invertire quantomeno la rotta e ‘dare di bolina’ e riguadagnare alla svelta un lido sicuro dove riparare le troppe falle che, dai fatti di Colonia e Amburgo di inizio anno, hanno portato alle frontiere dell’est Europa chiuse ermeticamente e il Cancelliere austriaco che raccomanda all’Italia e alla Grecia di fare altrettanto e trovare il modo di fermare l’orda balcanica che si trasformerà, fra qualche giorno, nel pieno fiorir dei mandorli e dei meli, in arrembaggio alle coste albanesi (col governatore Emiliano – pd – che già parla di mandare i traghetti a prenderli, aiuto!).

E poiché il miglior alleato della Merkel iperaccogliente è il nostro Renzi-Imbonitor-Magno aspettiamoci che la catastrofe umanitaria innescata decenni fa dalle politiche immigratorie buoniste e accoglienti scoppi nelle nostre mani italiche e il campo-profughi fangoso di cui alle foto di questi giorni in Grecia si trasferisca in Puglia.
Fino alle prossime elezioni che, speriamo, diranno anche a Renzi che le accoglienti navi dei folli arrembate dai ‘popoli del mare’ non portano da nessuna parte e sono solo il prosieguo tragico della catastrofe umanitaria nella quale siamo immersi da decenni grazie a lui e al suo partito di infiammati (e litigiosi) buonisti.

I rischi dell’inazione

Ci voleva una persona nuova e sganciata dal verbo imbonitore e la retorica atroce sull’immigrazione del suo segretario fiorentino (‘salviamo vite’, a fronte delle migliaia di morti affogati) per arrivare a impostare le politiche diverse e lanciare i giusti messaggi all’universo africano e mediorientale de ‘non possumus’ farci carico di tutte le vostre miserie e guerre e carestie perché la buca europea iper accogliente e a dismisura non può contenere l’intero mare della miseria continentale.

E, sulla spinta degli altri paesi europei che ci hanno dato vigorosi segnali di rigetto totale della nostra insensatezza e dell’ostinarci, senza un progetto di vera e sostenibile accoglienza, nell’operazione ‘Mare nostrum’ – e barconi a migliaia a fronte di frontiere ermeticamente chiuse e nessuna redistribuzione di profughi al di là delle Alpi (i clandestini si, quelli sciamavano e sciamano tuttora illegalmente a formare le varie ‘giungle’ di Ventimiglia e Calais), – l’Italia sta finalmente cambiando registro e filosofia e le parole di Minniti sul rischio altissimo di snaturare la nostra democrazia e di lasciare spazio a razzismi e nazionalismi di ritorno sono a monito per le future amministrazioni e i governi che verranno.

Tocchiamo ferro ed esprimiamo voti per un pieno rinsavimento e ritorno al verbo di legalità anche e sopratutto relativamente alle frontiere di mare e di terra, uno degli elementi fondanti l’idea di stato e nazione insieme al popolo che vi abita.
E un sano e vigoroso ritorno all’idea di ‘compatibilità’ sociale ed economica – considerato che l’accoglienza italica dei grandissimi numeri di naufraghi affluenti si traduce, poi, nelle cifre altissime di micro criminalità e conseguenti carcerazioni e mendicismo diffuso ad ogni angolo delle nostre città.