Archivi categoria: arte e illusioni

I paradisi che vogliamo

Ci vorrebbe l’intelligenza e la capacità icastica di far ammosciare in una battuta una intera religione di Woody Allen per mostrare e far capire alle moltitudini dei sedicenti ‘credenti’ che quella ‘sura’ (ormai si può equiparare: islamici e cattolici si scambiano segni di pace nelle chiese e nelle moschee) della Genesi che afferma che l’uomo è stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio è un’autentica bestemmia, se la applichiamo a certi, troppi personaggi che incontriamo quotidianamente – e le scimmie antropomorfe da cui provengono, che nei visi e nei comportamenti ce le ricordano dappresso, erano al confronto sicuramente più intelligenti ed eleganti e mirabili.

E in mostra, a palazzo Fontana (Strada Nuova – Venezia), ci sono artisti che si ispirano a una delle religioni del Libro, la più antica, e ci mostrano acque divise (Divided Waters è il titolo) e scritture frammentate ma ri-unite in fantasiosi geroglifici e fogli della Genesi anneriti – come a dire dei conflitti e delle troppe interpretazioni diverse che i profeti successivi ne hanno derivato che ce ne hanno cancellato il senso.

E c’è pure una simpatica citazione di Borges, in cui lo scrittore afferma che si figurava il Paradiso come una immensa biblioteca – che è figurazione senza dubbio meno burina e jiahdista delle sette o mille vergini riunite in chissà che giardino incantato e al servizio gaudioso dei valenti guerrieri e/o terroristi islamici di ogni guerra e generazione di immigrati ‘radicalizzati sul web’.

E si accettano figurazioni di ogni tipo, diteci la vostra: di quale Paradiso vi aspettate di là del buio degli occhi spenti dalle Parche – io ne vorrei uno dove poter incontrare la ‘bella figueira’ che ci ha lasciato di recente e chissà che meravigliose battute e risate ne caveremmo insieme di quell’immenso casino che combinano sul pianeta Terra e lo chiamano ‘le religioni’.

Il caos e l’ordine che auspichiamo

‘Il problema del nostro tempo è l’accettazione del disordine.’ affermava cinque anni fa Jannis Kounellis in un intervista. E se lo dice lui, artista dell’Arte Povera, la predizione è credibile, credibilissima. Non solo perché è un greco-italico per la sua lunga frequentazione della penisola – ‘una faccia una razza’, per intenderci – ma perché gli artisti, come i poeti, sono i soli credibili e disincantati predittori del futuro che ci aspetta.

 

Un futuro gramo di entropia sempre crescente – e ci vien da credere che la sicumera di Enscher quando affermava che : ‘Ci piace il caos perchè adoriamo sottometterlo all’ordine.’ fosse un azzardo già ai tempi suoi (sfociati in ben due guerre mondiali) e una qualche forma di ordine la si rintracciasse allora solo lungo le linee eleganti dei suoi disegni.

E la frattura di Marinetti e dei suoi artisti, succubi delle sue farneticazioni guerresche, fece esplodere quelle linee apparentemente ordinate nei colori sparati e vividissimi di Boccioni e nella furia immaginativo-omicida dei vortici e dei fumi degli obici che centravano le trincee: BUM BANG RAZZI SIBILANTI SBAAAM! – la grafica futurista della demenza e del martirio dei fanti i cui nomi oggi leggiamo sulle croci dei ‘cimiteri di guerra’.

 

E riandare coi pensieri alle entropie incontrollabili del passato recente un po’ ci conforta perché l’attuale disordine dei sette miliardi di persone formicanti per il pianeta e vaganti per mare sui barconi – da nessuno amati e malamente accolti per la trista e realistica predizione statistica dei futuri ‘foreign fighters’ e ‘radicalizzati sul web’ che usciranno dalle loro fila – sembra poca cosa di fronte alle due guerre dei nostri padri e bisnonni e ai milioni di morti che ne seguirono.

Che, se comparate con la presente ‘guerra di religione’ o ‘guerra per soldi’, – come oppongono i due schieramenti dei ‘buonisti’ e dei realisti impropriamente schedati ‘a destra’ dell’emiciclo sociale -, sembrano dirci che forse l’umanità futura vivrà ancora, chissà, qualche suo decennio buono di vita accettabile in un prossimo futuro.

E che, sbarazzattici dei Renzi e delle Merkel e degli Juncker e degli Schultz, forse appariranno governanti nuovi in quel che resterà dell’Europa capaci di misure efficaci di contenimento e argine del caos di uomini e popoli l’un contro l’altro armati e un nuovo ordine si disegnerà finalmente sull’orizzonte del futuro europeo e mondiale. Amen e così sia.filippo-tommaso-marinetti

L’Architettura delle origini

Andare per mostre (2)

…ed è come un excursus storico di grande respiro e ‘preso alla lontana’. Come se, per dare un senso alle architetture post moderne dovessimo sempre rapportarci alle origini. Da dove veniamo per capire dove andiamo, – se davvero andiamo da qualche parte e un qualche ‘progresso’ connota il nostro andare a tentoni nella Storia.
E c’è chi ci rappresenta l’informe concretezza del caos come una nuvola rappresa che l’uomo domina da par suo ed esplora le sue caverne e interne concrezioni e gruviera speleologici e chi ci ricorda l’opera e l’ingegno di ricercatrice di Maria Reiche – la cui suggestiva foto di schiena in piedi su una scala di alluminio e di fronte l’arido deserto delle ‘linee di Nazca’ campeggia nel manifesto della Mostra.
Foto emblematica che ci dice che ogni opera geniale e meritevole di attenzione nasce dalle piccole cose: la sua scala di alluminio di ricercatrice così come i paletti e le corde degli architetti della civiltà Nazca che servirono a disegnare quelle enormi figure che dovevano essere viste dal Cielo, secondo alcuni ricercatori, e segna(la)re una comune ‘via delle stelle’ (da dove veniamo e dove andiamo), ma, secondo altri, servivano piuttosto a un progetto di irrigazione, – buffa ipotesi per un deserto così arido e privo di vento che ci ha conservato i meravigliosi disegni aero-terrestri per secoli.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

L’architettura che non salva il mondo

L’architettura, come l’Arte, salverà il mondo? E’ lecito dubitarne, dal momento che il mondo è stato distrutto da due guerre mondiali e un intero paese, la Siria, è affondato nel suo Medioevo islamico di guerre e sette religiose e tribali – e perfino le meravigliose rovine dell’antico (Palmira e altri siti archeologici) sono incorse nelle distruzioni a botte di esplosivo da parte di fanatici islamisti rincoglioniti provenienti perfino dalle famigerate ‘banlieues’ islamiche delle maggiori metropoli europee.

Il mondo non verrà salvato dall’Architettura e dagli architetti (che solo l’altro ieri erano detti, in un famoso libro, ‘maledetti’), però ci ri-provano a incantarci coi loro progetti spesso un tantino astratti e cervellotici, ma suggestivi e affascinanti.
E pazienza se molti padiglioni, la Germania in testa, hanno dedicato l’intero spazio e le tesi e gli elaborati al dramma degli immigrati che ci assediano e che il nostro mondo, ahinoi, lo stanno cambiando davvero – e non in meglio, ad ascoltare le cronache dai quartieri dove la polizia teme di mettere piede e solo i clamorosi attentati e le centinaia di morti innocenti la obbligano a fare i ‘blitz’ delle teste di cuoio per scovare i terroristi-serpi in seno ivi annidati e che trovano solidarietà e protezione nelle ‘enclaves’ immigratorie a maggioranza islamica.

E, scorrendo lungo e dentro i padiglioni uno via l’altro, ho conferma che i nostri ospiti immigrati si affollano nelle metropoli e snobbano i piccoli centri, per le ovvie ragioni delle opportunità che vi si offrono e gli apparentamenti familiari e i riconoscimenti dei valori religiosi di provenienza – che è quanto dire che di integrazione quale panacea del presente malessere europeo in crisi immigratoria esplosiva è ridicolo parlare e la tendenza del melting pot globale è quella del proliferare tribale in ambito urbano e metropolitano e del covare degli atavici conflitti sotto la cenere, estote parati.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Rosae rosarum rosis

Rosae, rosarum, rosis.

E sarà per effetto dell’imitazione degli artisti della ‘Land Art’ – tutto si imita in natura e cultura – che fotografo ogni terzo giorno il mio balcone fiorito dove pioggia e vento e le temperature ballerine di questi giorni creano i capolavori di crescita e formazione di nuove foglie e boccioli – e le prime rose madide di gocce di pioggia sono tutte aperte e si offrono alla fame degli insetti com’è nella loro natura e storia fin dalla Creazione del Mondo:

‘Mignonne, allons voir si la rose
Qui ce matin avoit desclose
Sa robe de pourpre au Soleil,
A point perdu ceste vesprée
Les plis de sa robe pourprée,
Et son teint au vostre pareil.

E ogni immagine del mondo che muta è misura del Tempo che inevitabilmente trascorre e tutto segna nel suo passaggio nelle nostre vite fino all’ultima immagine di una rosa pietosamente deposta sulla tomba di chi ci fu caro – e il suo ciclo di vita individuale si è perso nell’ armonia mundi che comprende anche ‘nostra sorella morte corporale’ di quel Francesco che fu il primo degli artisti della ‘Land Art’ e fraternizzava coi lupi e gli uccelli e le fronde della fresca verzura del suo eremo umbro.

‘… e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo. ‘

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Scimmioni tristi e meravigliosi domani

Scimmioni tristi e meravigliosi domani

E se la primavera è, da sempre, motivo di gioia per la rinascita del verde e il tripudio di fiori nei giardini e le selve, Joseph Klibansky (chi era costui? Mille nuovi artisti crescono, mille arti fioriscono.) si incarica di dirci, nella sua mostra primaverile a palazzo Cavalli-Franchetti (24 marzo -01 maggio), che il futuro è ‘beautiful’, nientemeno! quale allegria o quale sonora presa per i fondelli, giudicate voi.
Che già lo scimmione dall’espressione seccata che figura sul manifesto e ha in bocca una carnascialesca trompette d’oro, e gli hanno piazzato in testa il cono delle esibizioni dei clowns nei circhi, dovrebbe farci propendere per la seconda – e se andate a rivederlo nella sala centrale dell’esposizione, circondato da funebri palloncini color antracite, vi gela il sangue con quella scritta antistante che dice: ‘Benvenuti nel mondo della realtà. Non c’è ascolto. Niente da applaudire, da ammirare. Nessuno che ti si fila, capito?’ Firmato: D. H. Wallace (chi era costui?).

Ma all’ingresso è una festa di riproduzioni di vita nelle principali città del mondo ricche di colori e uccellini e farfalle svolazzanti, che sembra che ‘tutto va ben, madama la marchesa’, basta trascurare i pensieri dei morti ammazzati di Parigi e Bruxelles e gli affanni del lavoro che non c’è, – ed è vero che il caotico mondo delle metropoli, fin dall’Ottocento della joie de vivre, mostra aspetti gioiosi e miseriosi, (passatemi il neologismo, che già la Crusca ha assolto il ‘petaloso’) e mostra vita e morte coniugate in un inestricabile groviglio di esistenze diversissime tra loro: dal miliardario felix all’ultimo figlio delle ‘banlieues’ parigine che si ‘radicalizza sul web’, tu vedi se era il caso di tirarseli in casa a milioni, maledizione.

E nella penultima sala, J. Klibansky ci mostra l’origine e la fine nostri sospesi in una nicchia e opposti tra loro, feti d’oro e teschi di uguale colore sospesi nel vuoto della sala e ammirati da quegli stessi che vi si riconoscono perplessi per quel monito di brevità e ‘cenere alla cenere’.

Ma il guizzo finale di due tartarughe che si accoppiano nella penombra di un ambiente tropicale, animali longevi assai, torna a mostrare il ghigno beffardo dell’artista e il suo dirci che il domani è ‘beautiful’. Si vabbè, l’abbiamo capito che la realtà dei giorni è quella che abbiamo sotto gli occhi e ci attrista per la somma di orrori contrapposta alle poche (ma vivide!) gioie.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Il Natale del nostro scontento

Il Natale del nostro scontento si arricchisce ogni giorno che passa di notizie che ci fanno allargare le braccia e dire che non vi è davvero nessun rimedio alla confusione sotto al cielo degli uomini – e, a differenza di quanto pensava Ma tse dong in proposito, la situazione non è affatto eccellente.

E sapere che l’autocrate turco Erdogan e suo figlio in particolare trafficano e gesticono miserabili commerci petroliferi con gli uomini dell’Isis (o Daesh) che con il petrolio si comprano gli armamenti più sofisticati e potenti per la loro sporca e folle guerra all’Occidente fa cadere le braccia – e di più le fa cadere l’aver saputo, dagli esiti delle elezioni ultime scorse, che una maggioranza di turchi (che vogliono ‘entrare in Europa’)ne approva l’operato e si riconosce nelle nefandezze autocratiche contro la libera stampa di quest’uomo che la Nato e l’Europa tiene in palma di mano e lo difende per i miseri interessi di bottega e di contrasto contro l’azione geo strategica della Russia di Putin.

E in tanta confusione sotto al cielo come giudicare l’appalto che l’Europa liberale e accogliente ha dato a Erdogan, – quest’uomo spietato e cinico che non si arresta davanti a nessun scenario nella sua lotta mortale contro i curdi – l’appalto, dicevo, di fare fronte di contenimento/respingimento contro i profughi siriani che ambiscono di diventare cittadini europei, ma qualcuno di loro (ho scritto ‘qualcuno’, non ‘tutti’!) – per chiara, maledetta incidenza statistica dei grandi numeri – partorirà figli e nipoti che si lasceranno incantare dalle bandiere dell’Isis o di qualche altro gruppo estremista e si faranno guerriglieri di una guerra interna alle nostre città spaventate e avvilite a tal punto da prefigurare una contrazione della già fragile crescita economica-zero virgola.
E il mitico Giubileo dell’umana misericordia che non c’è e non ci sarà per lungo tempo, ad onta del battage mediatico/pubblicitario di Francesco, già annuncia il suo flop di presenze prima di cominciare a causa degli annunci e dei timori terroristici.

Perciò, brava e buona (troppo buona?) gente, teniamoci caro il Natale del nostro scontento con tutte le caratteristiche che gli abbiamo dato e sono sedimentate nei secoli e negli anni recenti di bambinelli in cuna e presepi viventi e buoi e asinelli di ceramica e gli alberi – i Tannenbaum della tradizione nordica – addobbati di palle colorate e i panettoni e i canti mielosi, sempre gli stessi che ci hanno stufato negli anni scorsi e ci stuferanno in quelli futuri, ma oggi, in questi giorni e mesi di grande confusione sotto al cielo della violenza che regna sovrana, sono il segno distintivo di un nostro riconoscimento di cittadini che non si chiamano Abdul o Moahmed o Rashid che, se per una qualche ventura dovessero aversene a male, poverini, a scuola o nelle piazze dove si erigono gli alberi con sotto i presepi, seguano serenamente le loro tradizioni: le loro genuflessioni, i loro ramadan e i loro canti del muezzin e non interferiscano in alcun modo con le nostre.
A voi le vostre trombe, cari i nostri cittadini di importazione che siete fuggiti dalla fame e dalle guerre, a noi le nostre campane. E che suonino a distesa. Siamo in Occidente – dove voi avete chiesto ospitalità e l’avete, benevolmente, ottenuta, punto.

Un tempo parteggiavo per la rivoluzione russa, tu vedi il passo del gambero della Storia, e oggi mi tocca parafrasare Eduardo e il suo: ‘Te piace ‘o presepe!’ Si mi piace. E’ parte della mia storia e della mia identità e, pur non essendo credente, mi piace includerlo nelle collezioni dei musei dedicati alle tradizioni e andarli a vedere nelle città europee che visito e visiterò nel prossimo futuro. Così come ho visitato e visiterò i musei dedicati alle civiltà dell’Islam – quando ancora tra le due sponde del Mediterraneo si scambiava Arte e Civiltà e non ‘barconi’ infiltrati dai terroristi in pectore.
E’ bene precisarle, queste cose, perché c’è chi, invece, le tradizioni e le culture degli altri, presenti e passate, oggi le abbatte coi picconi e i martelli pneumatici e mina i monumenti antichi col tritolo.

Fa tutta la differenza fra noi e alcuni di loro (troppi?), giova ricordarlo.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Arte e politica (2)

Arte e politica (2)

La cosa buona è che vedi tanta gente giovane e bella gente fare la fila e riempire questi spazi che ancora odorano del catrame e delle ruggini e dei cordami e gli storici padiglioni dei Giardini.
E si aggirano intorno alle sculture, quadri, istallazioni e alle ‘performances’ con sincero interesse e segreto stupore e fotografano e si interrogano e alambiccano e, se c’è un gruppo nei paraggi munito di ‘guida’ professorale, orecchiano per cercare di capire le segrete ragioni degli artisti post moderni che mai, o rarissimamente, quando hanno qualcosa da dire lo dicono in maniera chiara e immediatamente comprensibile. Magari con delle ampie metafore, quelle vanno ancora bene, ci abbiamo fatto il callo con Dante e gli altri poeti, – e abbiamo digerito pure ‘i tagli’ e le bruciature e i volti informi di Medardo e le colature di Pollock – ma perché gli aggrovigliamenti informi spalmati di catrame (omaggio all’antico Arsenale?) e i brandelli e i nastri da impacco penzolanti e gli specchi a frantumi e la sabbia color del mare da cui insorgono lisci pali di marmo?
E il bookshop, per contrappasso, rigurgita di libri dei critici d’arte che rampognano i presuntuosi e gli ingenui de: ‘Lo sapevo fare anch’io’ e/o ‘L’Arte (post) moderna questa sconosciuta: istruzioni d’uso’. Ma Sgarbi no. Se lo conosci lo eviti, se lo conosci non ti incazzi e giri al largo.

Però è vero che è stimolante e fa bene ai neuroni ed elasticizza le sinapsi, l’aggirarsi fra queste sale e girare intorno alle ‘opere d’arte’ con sguardi che non hanno nulla da invidiare a quelli di Alberto Sordi e signora che, nel 78, fecero il ‘gran tour’ e ne ricavarono un film che ancora oggi docet per quella sua ostinata domanda da frutaroli: ‘Ma che vole di’? Ai professori e ai critici l’ardua e alambiccata risposta.

E davvero ci vuole un fisico bestiale per dirlo a quel modo degli artisti selezionati e averci speso mesi e anni di pensieri e i disegni e le proiezioni al computer per farne uscire lo sgorbio che i critici d’arte osanneranno per generazioni e lo diranno geniale e ce lo faranno digerire quale ‘nuova frontiera dell’arte’ e i bis nipoti lo ammireranno al Moma o a Palazzo Grassi: i luoghi degli incensi e delle incoronazioni.
Buongiorno, gente! Siamo alla Biennale: luogo di storici stupori e scandali e di ‘non si poteva dir meglio se si voleva dir niente’. Come in politica.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Sperdimenti e vecchi imperi

Sperdimenti e vecchi imperi

E da palazzo Malipiero, luogo pulito e un filo asettico e inespressivo, il padiglione dell’Iran si è trasferito in calle san Giovanni, – in uno dei luoghi desolati dell’abbandono delle attività industriali e artigianali di Venezia che bene esprime e rappresenta l’idea di conflitto e macerie e di guerra permanente che abbiamo, noi lettori dei giornali, di quelle zone dell’Asia unificate, nei secoli lontani, nell’Impero Persiano delle mitiche guerre all’Occidente e alle democrazie delle città-stato elladiche.

E, di stanza in stanza e di artista in artista, si mostra, mal filtrato dal linguaggio dell’Arte, il senso di sperdimento e di sgomento che agita le menti e i cuori dei figli (molti di loro vivono e lavorano in Occidente) di quelle terre disgraziate.

E, se all’ingresso vi accoglie un giocoso (apparentemente) cammello che ‘ha fatto le valigie’ e si consegna tutto intero a un suo immaginario viaggio e stralunato addio all’esotico deserto delle origini, in altra stanza è una carta geografica che disegna un subcontinente col filo spinato delle sue mille contraddizioni sociali e i conflitti di tutti contro tutti: islamici pachistani versus induisti, sunniti contro sciiti e gli alawiti e wahabiti contro chissà chi e perché e tutti confusamente contro il ‘Great game’ dei maledetti occidentali di turno e le loro ambizioni geo strategiche e decisioni quasi sempre folli e sbagliate nell’area mediorientale che sono continuo stimolo a disastrose guerre stupide e massacri spaventosi e gli esodi biblici conseguenti.

E chissà se quel capitello mostrato in sezione con gli eleganti caratteri arabi che si mostrano all’interno allude alle distruzioni di Palmira da parte di quei suonati integrali dell’Isis o è gioco artistico concluso nella sua bravura. O se quella foto di gruppo in un deserto di genti tutte chiuse in luttuosi abiti neri esprime un rabbioso: ‘Che ci facciamo qui?’- poveri noi, esseri umani che la sorte ha castigato per nascita e condannato alle nequizie delle arabe tradizioni e culture islamiche del conflitto permanente e delle recriminazioni perpetue e inacidite contro l’odiato Occidente che ci ha rifilato Israele.

E l’unica, solare opera d’arte che unisce gioco artistico e ironia e allusioni precise e irridenti col linguaggio delle antiche stampe della tradizione islamo-indiana è un video che incanta e ti incolla davanti per tutta la sua durata e oltre e narra da par suo le trasformazioni del mito dell’araba fenice e lo sfilare degli animali della giungla d’antan coi maragià seduti in coppa agli elefanti che trasfigurano nell’attualità delle guerre dei generali e dei fucili e missili e gli f16 e le bombe ‘di precisione’.
Chapeau all’artista e ‘Bonjour tristesse’. Com’era bello l’Oriente del mito e dei viaggi esotici di noi viaggiatori che più non viaggiamo in quelle fornaci d’odio e di orrore terroristico.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

La religione del nostro tempo

La religione del nostro tempo

E, adesso che la Biennale si avvia al suo ‘grande finale’, possiamo provare ad attribuire un primo e secondo premio a quelle installazioni ‘site specific’ degli ‘eventi collaterali’ che abbiamo visitato e ri-visitato al fine di dirci convinti che l’Arte e gli artisti sono davvero un filtro geniale della realtà e geniali interpreti di una loro specialissima ‘lotta politica’ condotta ‘con altri mezzi’, come si dice della guerra.

E il primo posto spetta a buon diritto, per la riflessione ponderosa e il meticoloso uso dello strumento ‘arte’ e della materia che ne sostanzia il linguaggio, al russo Bruskin (vive a N.York) che nella chiesa di santa Caterina, nella fondamenta omonima, ha allestito un cimitero della memoria recente e un ritrovamento archeologico con reperti statuari meticolosamente invecchiati sottoterra e i simboli e le icone del fu ‘socialismo reale’ affioranti dalle sabbie del Tempo – socialismo (reale e/o ideale) che tanta parte dell’ultimo orizzonte delle nostre speranze di un mondo migliore ha nutrito, ma è finito in tormentati decenni di infamia e crudeltà; e le speranze sono morte e sepolte e sprofondiamo ogni giorno di più, disperati, nelle sabbie mobili di una confusa e mortifera globalizzazione dei medioevi islamici di ritorno.

Il secondo posto, a mio insindacabile giudizio, spetta ancora a dei russi (Andrey Blokhin e Georgy Kutznetzov riuniti nel ‘Recycle Group’): due artisti sponsorizzati dal MMOMA (Moscow museum of modern art) che hanno messo in scena, letteralmente, con allegra, formidabile e irridente intuizione, l’ossessiva, pagana preghiera collettiva del nostro tempo di inarrestabile chiacchiera giuliva – le tecnologie cellulari asservite alla frenesia comunicativa dell’umano, paradossale, aver nulla da dire di veramente interessante e notevole e mirabile, ma dirlo e scriverlo tutti insieme appassionatamente, levando in alto i cuori e i cellulari per cogliere il ‘campo’ che aleggia sopra le nostre teste – novello ‘spirito santo’ che tutti li/ci illumina.

E tutto l’umano, vanesio chiacchiericcio lo scriviamo/diciamo, ciascuno e tutti a testa china, chiusi dentro il tamagochi-cellulare che ci ha trasformato – negli autobus e nei vaporetti e nelle sale di attesa delle stazioni o seduti ai tavoli dei bar e dei ristoranti – in taciturni e abulici apostoli oranti e impetranti il ‘campo’ sufficiente per spedire le nostre povere visioni di incanto, foto, musiche, effimere intuizioni/emozioni, ad amici, parenti ed affini.
E la sola vera necessità e impellenza di tanta comunicazione sociale la riconosciamo solo ai poveri cristi delle twin towers in fiamme che, non avendo più campo li in alto e prima di decidere il volo finale per non morire bruciati, spedivano i disperati messaggi di ‘ti amo’ e ‘ti voglio bene’ ai figli, mariti e genitori che mai più avrebbero rivisto. O ai medici nelle ambulanze e agli alpinisti in difficoltà che provano invano a chiamare il ‘soccorso alpino’.

Ma tant’è, così va il mondo e i due artisti hanno allestito le geniali scenografie degli apostoli oranti e delle icone/applicazioni di ‘facebook’ dentro la bella chiesa di sant’Antonin (sestiere di Castello) dando nuovo lustro ed efficace rappresentazione satirica alle preghiere che in quel tempio non risuonano più da lunge – essendo troppe le chiese di questa città per i ‘bisogni spirituali’ dei pochi abitanti e delle centinaia di migliaia dei loro ospiti turisti.

Chiacchiera universale vanesia e cellulari sempre più costosi e ‘interattivi’: la nuova religione del nostro tempo.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.