Archivi categoria: arte e illusioni

Rosae rosarum rosis

Rosae, rosarum, rosis.

E sarà per effetto dell’imitazione degli artisti della ‘Land Art’ – tutto si imita in natura e cultura – che fotografo ogni terzo giorno il mio balcone fiorito dove pioggia e vento e le temperature ballerine di questi giorni creano i capolavori di crescita e formazione di nuove foglie e boccioli – e le prime rose madide di gocce di pioggia sono tutte aperte e si offrono alla fame degli insetti com’è nella loro natura e storia fin dalla Creazione del Mondo:

‘Mignonne, allons voir si la rose
Qui ce matin avoit desclose
Sa robe de pourpre au Soleil,
A point perdu ceste vesprée
Les plis de sa robe pourprée,
Et son teint au vostre pareil.

E ogni immagine del mondo che muta è misura del Tempo che inevitabilmente trascorre e tutto segna nel suo passaggio nelle nostre vite fino all’ultima immagine di una rosa pietosamente deposta sulla tomba di chi ci fu caro – e il suo ciclo di vita individuale si è perso nell’ armonia mundi che comprende anche ‘nostra sorella morte corporale’ di quel Francesco che fu il primo degli artisti della ‘Land Art’ e fraternizzava coi lupi e gli uccelli e le fronde della fresca verzura del suo eremo umbro.

‘… e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo. ‘

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Scimmioni tristi e meravigliosi domani

Scimmioni tristi e meravigliosi domani

E se la primavera è, da sempre, motivo di gioia per la rinascita del verde e il tripudio di fiori nei giardini e le selve, Joseph Klibansky (chi era costui? Mille nuovi artisti crescono, mille arti fioriscono.) si incarica di dirci, nella sua mostra primaverile a palazzo Cavalli-Franchetti (24 marzo -01 maggio), che il futuro è ‘beautiful’, nientemeno! quale allegria o quale sonora presa per i fondelli, giudicate voi.
Che già lo scimmione dall’espressione seccata che figura sul manifesto e ha in bocca una carnascialesca trompette d’oro, e gli hanno piazzato in testa il cono delle esibizioni dei clowns nei circhi, dovrebbe farci propendere per la seconda – e se andate a rivederlo nella sala centrale dell’esposizione, circondato da funebri palloncini color antracite, vi gela il sangue con quella scritta antistante che dice: ‘Benvenuti nel mondo della realtà. Non c’è ascolto. Niente da applaudire, da ammirare. Nessuno che ti si fila, capito?’ Firmato: D. H. Wallace (chi era costui?).

Ma all’ingresso è una festa di riproduzioni di vita nelle principali città del mondo ricche di colori e uccellini e farfalle svolazzanti, che sembra che ‘tutto va ben, madama la marchesa’, basta trascurare i pensieri dei morti ammazzati di Parigi e Bruxelles e gli affanni del lavoro che non c’è, – ed è vero che il caotico mondo delle metropoli, fin dall’Ottocento della joie de vivre, mostra aspetti gioiosi e miseriosi, (passatemi il neologismo, che già la Crusca ha assolto il ‘petaloso’) e mostra vita e morte coniugate in un inestricabile groviglio di esistenze diversissime tra loro: dal miliardario felix all’ultimo figlio delle ‘banlieues’ parigine che si ‘radicalizza sul web’, tu vedi se era il caso di tirarseli in casa a milioni, maledizione.

E nella penultima sala, J. Klibansky ci mostra l’origine e la fine nostri sospesi in una nicchia e opposti tra loro, feti d’oro e teschi di uguale colore sospesi nel vuoto della sala e ammirati da quegli stessi che vi si riconoscono perplessi per quel monito di brevità e ‘cenere alla cenere’.

Ma il guizzo finale di due tartarughe che si accoppiano nella penombra di un ambiente tropicale, animali longevi assai, torna a mostrare il ghigno beffardo dell’artista e il suo dirci che il domani è ‘beautiful’. Si vabbè, l’abbiamo capito che la realtà dei giorni è quella che abbiamo sotto gli occhi e ci attrista per la somma di orrori contrapposta alle poche (ma vivide!) gioie.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Il Natale del nostro scontento

Il Natale del nostro scontento si arricchisce ogni giorno che passa di notizie che ci fanno allargare le braccia e dire che non vi è davvero nessun rimedio alla confusione sotto al cielo degli uomini – e, a differenza di quanto pensava Ma tse dong in proposito, la situazione non è affatto eccellente.

E sapere che l’autocrate turco Erdogan e suo figlio in particolare trafficano e gesticono miserabili commerci petroliferi con gli uomini dell’Isis (o Daesh) che con il petrolio si comprano gli armamenti più sofisticati e potenti per la loro sporca e folle guerra all’Occidente fa cadere le braccia – e di più le fa cadere l’aver saputo, dagli esiti delle elezioni ultime scorse, che una maggioranza di turchi (che vogliono ‘entrare in Europa’)ne approva l’operato e si riconosce nelle nefandezze autocratiche contro la libera stampa di quest’uomo che la Nato e l’Europa tiene in palma di mano e lo difende per i miseri interessi di bottega e di contrasto contro l’azione geo strategica della Russia di Putin.

E in tanta confusione sotto al cielo come giudicare l’appalto che l’Europa liberale e accogliente ha dato a Erdogan, – quest’uomo spietato e cinico che non si arresta davanti a nessun scenario nella sua lotta mortale contro i curdi – l’appalto, dicevo, di fare fronte di contenimento/respingimento contro i profughi siriani che ambiscono di diventare cittadini europei, ma qualcuno di loro (ho scritto ‘qualcuno’, non ‘tutti’!) – per chiara, maledetta incidenza statistica dei grandi numeri – partorirà figli e nipoti che si lasceranno incantare dalle bandiere dell’Isis o di qualche altro gruppo estremista e si faranno guerriglieri di una guerra interna alle nostre città spaventate e avvilite a tal punto da prefigurare una contrazione della già fragile crescita economica-zero virgola.
E il mitico Giubileo dell’umana misericordia che non c’è e non ci sarà per lungo tempo, ad onta del battage mediatico/pubblicitario di Francesco, già annuncia il suo flop di presenze prima di cominciare a causa degli annunci e dei timori terroristici.

Perciò, brava e buona (troppo buona?) gente, teniamoci caro il Natale del nostro scontento con tutte le caratteristiche che gli abbiamo dato e sono sedimentate nei secoli e negli anni recenti di bambinelli in cuna e presepi viventi e buoi e asinelli di ceramica e gli alberi – i Tannenbaum della tradizione nordica – addobbati di palle colorate e i panettoni e i canti mielosi, sempre gli stessi che ci hanno stufato negli anni scorsi e ci stuferanno in quelli futuri, ma oggi, in questi giorni e mesi di grande confusione sotto al cielo della violenza che regna sovrana, sono il segno distintivo di un nostro riconoscimento di cittadini che non si chiamano Abdul o Moahmed o Rashid che, se per una qualche ventura dovessero aversene a male, poverini, a scuola o nelle piazze dove si erigono gli alberi con sotto i presepi, seguano serenamente le loro tradizioni: le loro genuflessioni, i loro ramadan e i loro canti del muezzin e non interferiscano in alcun modo con le nostre.
A voi le vostre trombe, cari i nostri cittadini di importazione che siete fuggiti dalla fame e dalle guerre, a noi le nostre campane. E che suonino a distesa. Siamo in Occidente – dove voi avete chiesto ospitalità e l’avete, benevolmente, ottenuta, punto.

Un tempo parteggiavo per la rivoluzione russa, tu vedi il passo del gambero della Storia, e oggi mi tocca parafrasare Eduardo e il suo: ‘Te piace ‘o presepe!’ Si mi piace. E’ parte della mia storia e della mia identità e, pur non essendo credente, mi piace includerlo nelle collezioni dei musei dedicati alle tradizioni e andarli a vedere nelle città europee che visito e visiterò nel prossimo futuro. Così come ho visitato e visiterò i musei dedicati alle civiltà dell’Islam – quando ancora tra le due sponde del Mediterraneo si scambiava Arte e Civiltà e non ‘barconi’ infiltrati dai terroristi in pectore.
E’ bene precisarle, queste cose, perché c’è chi, invece, le tradizioni e le culture degli altri, presenti e passate, oggi le abbatte coi picconi e i martelli pneumatici e mina i monumenti antichi col tritolo.

Fa tutta la differenza fra noi e alcuni di loro (troppi?), giova ricordarlo.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Arte e politica (2)

Arte e politica (2)

La cosa buona è che vedi tanta gente giovane e bella gente fare la fila e riempire questi spazi che ancora odorano del catrame e delle ruggini e dei cordami e gli storici padiglioni dei Giardini.
E si aggirano intorno alle sculture, quadri, istallazioni e alle ‘performances’ con sincero interesse e segreto stupore e fotografano e si interrogano e alambiccano e, se c’è un gruppo nei paraggi munito di ‘guida’ professorale, orecchiano per cercare di capire le segrete ragioni degli artisti post moderni che mai, o rarissimamente, quando hanno qualcosa da dire lo dicono in maniera chiara e immediatamente comprensibile. Magari con delle ampie metafore, quelle vanno ancora bene, ci abbiamo fatto il callo con Dante e gli altri poeti, – e abbiamo digerito pure ‘i tagli’ e le bruciature e i volti informi di Medardo e le colature di Pollock – ma perché gli aggrovigliamenti informi spalmati di catrame (omaggio all’antico Arsenale?) e i brandelli e i nastri da impacco penzolanti e gli specchi a frantumi e la sabbia color del mare da cui insorgono lisci pali di marmo?
E il bookshop, per contrappasso, rigurgita di libri dei critici d’arte che rampognano i presuntuosi e gli ingenui de: ‘Lo sapevo fare anch’io’ e/o ‘L’Arte (post) moderna questa sconosciuta: istruzioni d’uso’. Ma Sgarbi no. Se lo conosci lo eviti, se lo conosci non ti incazzi e giri al largo.

Però è vero che è stimolante e fa bene ai neuroni ed elasticizza le sinapsi, l’aggirarsi fra queste sale e girare intorno alle ‘opere d’arte’ con sguardi che non hanno nulla da invidiare a quelli di Alberto Sordi e signora che, nel 78, fecero il ‘gran tour’ e ne ricavarono un film che ancora oggi docet per quella sua ostinata domanda da frutaroli: ‘Ma che vole di’? Ai professori e ai critici l’ardua e alambiccata risposta.

E davvero ci vuole un fisico bestiale per dirlo a quel modo degli artisti selezionati e averci speso mesi e anni di pensieri e i disegni e le proiezioni al computer per farne uscire lo sgorbio che i critici d’arte osanneranno per generazioni e lo diranno geniale e ce lo faranno digerire quale ‘nuova frontiera dell’arte’ e i bis nipoti lo ammireranno al Moma o a Palazzo Grassi: i luoghi degli incensi e delle incoronazioni.
Buongiorno, gente! Siamo alla Biennale: luogo di storici stupori e scandali e di ‘non si poteva dir meglio se si voleva dir niente’. Come in politica.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Sperdimenti e vecchi imperi

Sperdimenti e vecchi imperi

E da palazzo Malipiero, luogo pulito e un filo asettico e inespressivo, il padiglione dell’Iran si è trasferito in calle san Giovanni, – in uno dei luoghi desolati dell’abbandono delle attività industriali e artigianali di Venezia che bene esprime e rappresenta l’idea di conflitto e macerie e di guerra permanente che abbiamo, noi lettori dei giornali, di quelle zone dell’Asia unificate, nei secoli lontani, nell’Impero Persiano delle mitiche guerre all’Occidente e alle democrazie delle città-stato elladiche.

E, di stanza in stanza e di artista in artista, si mostra, mal filtrato dal linguaggio dell’Arte, il senso di sperdimento e di sgomento che agita le menti e i cuori dei figli (molti di loro vivono e lavorano in Occidente) di quelle terre disgraziate.

E, se all’ingresso vi accoglie un giocoso (apparentemente) cammello che ‘ha fatto le valigie’ e si consegna tutto intero a un suo immaginario viaggio e stralunato addio all’esotico deserto delle origini, in altra stanza è una carta geografica che disegna un subcontinente col filo spinato delle sue mille contraddizioni sociali e i conflitti di tutti contro tutti: islamici pachistani versus induisti, sunniti contro sciiti e gli alawiti e wahabiti contro chissà chi e perché e tutti confusamente contro il ‘Great game’ dei maledetti occidentali di turno e le loro ambizioni geo strategiche e decisioni quasi sempre folli e sbagliate nell’area mediorientale che sono continuo stimolo a disastrose guerre stupide e massacri spaventosi e gli esodi biblici conseguenti.

E chissà se quel capitello mostrato in sezione con gli eleganti caratteri arabi che si mostrano all’interno allude alle distruzioni di Palmira da parte di quei suonati integrali dell’Isis o è gioco artistico concluso nella sua bravura. O se quella foto di gruppo in un deserto di genti tutte chiuse in luttuosi abiti neri esprime un rabbioso: ‘Che ci facciamo qui?’- poveri noi, esseri umani che la sorte ha castigato per nascita e condannato alle nequizie delle arabe tradizioni e culture islamiche del conflitto permanente e delle recriminazioni perpetue e inacidite contro l’odiato Occidente che ci ha rifilato Israele.

E l’unica, solare opera d’arte che unisce gioco artistico e ironia e allusioni precise e irridenti col linguaggio delle antiche stampe della tradizione islamo-indiana è un video che incanta e ti incolla davanti per tutta la sua durata e oltre e narra da par suo le trasformazioni del mito dell’araba fenice e lo sfilare degli animali della giungla d’antan coi maragià seduti in coppa agli elefanti che trasfigurano nell’attualità delle guerre dei generali e dei fucili e missili e gli f16 e le bombe ‘di precisione’.
Chapeau all’artista e ‘Bonjour tristesse’. Com’era bello l’Oriente del mito e dei viaggi esotici di noi viaggiatori che più non viaggiamo in quelle fornaci d’odio e di orrore terroristico.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

La religione del nostro tempo

La religione del nostro tempo

E, adesso che la Biennale si avvia al suo ‘grande finale’, possiamo provare ad attribuire un primo e secondo premio a quelle installazioni ‘site specific’ degli ‘eventi collaterali’ che abbiamo visitato e ri-visitato al fine di dirci convinti che l’Arte e gli artisti sono davvero un filtro geniale della realtà e geniali interpreti di una loro specialissima ‘lotta politica’ condotta ‘con altri mezzi’, come si dice della guerra.

E il primo posto spetta a buon diritto, per la riflessione ponderosa e il meticoloso uso dello strumento ‘arte’ e della materia che ne sostanzia il linguaggio, al russo Bruskin (vive a N.York) che nella chiesa di santa Caterina, nella fondamenta omonima, ha allestito un cimitero della memoria recente e un ritrovamento archeologico con reperti statuari meticolosamente invecchiati sottoterra e i simboli e le icone del fu ‘socialismo reale’ affioranti dalle sabbie del Tempo – socialismo (reale e/o ideale) che tanta parte dell’ultimo orizzonte delle nostre speranze di un mondo migliore ha nutrito, ma è finito in tormentati decenni di infamia e crudeltà; e le speranze sono morte e sepolte e sprofondiamo ogni giorno di più, disperati, nelle sabbie mobili di una confusa e mortifera globalizzazione dei medioevi islamici di ritorno.

Il secondo posto, a mio insindacabile giudizio, spetta ancora a dei russi (Andrey Blokhin e Georgy Kutznetzov riuniti nel ‘Recycle Group’): due artisti sponsorizzati dal MMOMA (Moscow museum of modern art) che hanno messo in scena, letteralmente, con allegra, formidabile e irridente intuizione, l’ossessiva, pagana preghiera collettiva del nostro tempo di inarrestabile chiacchiera giuliva – le tecnologie cellulari asservite alla frenesia comunicativa dell’umano, paradossale, aver nulla da dire di veramente interessante e notevole e mirabile, ma dirlo e scriverlo tutti insieme appassionatamente, levando in alto i cuori e i cellulari per cogliere il ‘campo’ che aleggia sopra le nostre teste – novello ‘spirito santo’ che tutti li/ci illumina.

E tutto l’umano, vanesio chiacchiericcio lo scriviamo/diciamo, ciascuno e tutti a testa china, chiusi dentro il tamagochi-cellulare che ci ha trasformato – negli autobus e nei vaporetti e nelle sale di attesa delle stazioni o seduti ai tavoli dei bar e dei ristoranti – in taciturni e abulici apostoli oranti e impetranti il ‘campo’ sufficiente per spedire le nostre povere visioni di incanto, foto, musiche, effimere intuizioni/emozioni, ad amici, parenti ed affini.
E la sola vera necessità e impellenza di tanta comunicazione sociale la riconosciamo solo ai poveri cristi delle twin towers in fiamme che, non avendo più campo li in alto e prima di decidere il volo finale per non morire bruciati, spedivano i disperati messaggi di ‘ti amo’ e ‘ti voglio bene’ ai figli, mariti e genitori che mai più avrebbero rivisto. O ai medici nelle ambulanze e agli alpinisti in difficoltà che provano invano a chiamare il ‘soccorso alpino’.

Ma tant’è, così va il mondo e i due artisti hanno allestito le geniali scenografie degli apostoli oranti e delle icone/applicazioni di ‘facebook’ dentro la bella chiesa di sant’Antonin (sestiere di Castello) dando nuovo lustro ed efficace rappresentazione satirica alle preghiere che in quel tempio non risuonano più da lunge – essendo troppe le chiese di questa città per i ‘bisogni spirituali’ dei pochi abitanti e delle centinaia di migliaia dei loro ospiti turisti.

Chiacchiera universale vanesia e cellulari sempre più costosi e ‘interattivi’: la nuova religione del nostro tempo.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Tutti i futuri del mondo

Jiang Heng, artista cinese, (‘Highway to Hell’ – palazzo Michiel – Strada Nuova – Venezia) ci racconta da par suo che, malgrado quegli occhi strani che si ritrovano, lui e i connazionali, uguali pensieri filosofici relativi al dolore di vivere e alla vita breve e all’oscurità della morte, illuminano le sinapsi orientali e occidentali.
Ed ecco la sua riflessione amletica col teschio (molti teschi) adornato di una effimera florealità pittorica che lo traduce in ‘pop art’ un filo macabra,  ma capace di ricordarci che ‘siamo polvere’ – magistralmente aggregata e in qualche modo funzionante – ma che ‘polvere ritorneremo’, ahinoi, dopo aver scroccato un bel po’ di filo alle Parche.
E, malgrado le bambole e i bamboleggiamenti delle giovanissime fanciulle in fiore che vediamo ospiti delle nostre calli e fanno ‘ciao-ciao’ con le manine a bordo dei motoscafi strapieni, anche quella loro bellezza orientale e l’incarnato niveo e liscio che gli invidiamo subiranno l’onta del Tempo – che tutto ossida e trasforma in decrepitezza e abbandono e diverso futuro.
Ed ecco spiegarsi davanti ai nostri occhi, a tutta sala, l’orrido campo di morte di migliaia di ‘Barbie’, – un ossario ‘pop’ funereo e spaventosissimo su cui campeggia ‘l’albero degli impiccati’, che già conoscevamo per via di Pinocchio, favola di morte e resurrezione del nostro Collodi -, a dirci che tutto, perfino quelle stupidissime bambole che hanno riempito l’infanzia lieta e leggera delle nostre figlie e nipoti, tutto decade e si corrompe e la vita umana è e sarà piena di pillole da ingurgitare per restare in salute un paio di anni ancora, viva la Medicina che nutre la Speranza.
E sarebbe interessante conoscere come e dove l’artista sia riuscito a collezionare tutte quelle povere bambole morte per smembrarle sadicamente e ‘artisticamente’.
La Biennale di ‘tutti i futuri del mondo’ è anche questo, prova a dirci Jiang Heng: il racconto di un futuro breve e corrotto già al suo nascere. Praticamente un ripasso dell’Eccesiaste.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
 

Back to Syria

Back to Syria

(….) E se si eccettua quell’artista che, fuori dal padiglione espositivo, si compiace di mostrarci il mondo riflesso e deformato sui grandi cubi e parallepipedi di lucido acciaio che lo specchiano, all’interno è una desolazione di piedi tagliati in processione che salgono su piedistalli di rovine – e non è una metafora della situazione di rovina e distruzione e macerie di quel paese, bensì la pura descrizione di quanto vi accade a causa della guerra civile e religiosa tra fazioni impazzite e califfati redividivi e gole tagliate. E una musica dolentissima tutto pervade di quell’ambiente e, dietro un muro, scopri che è la colonna sonora di un video dove si mostrano ancora morte e rovine e macerie e imbecilli dell’Isis al lavoro con la mazze che distruggono le antiche statue degli avi sumeri. E poco consola che, nel finale, il video si riavvolga e si mostri una ricostruzione virtuale improbabile delle statue distrutte data dallo scorrimento all’indietro della pellicola, perché qui pietà e speranza ‘l’è morta’ – e al Medioevo di ritorno non c’è rimedio finché morte non ce li separi, quei combattenti e contendenti in nome di un islam che più tristo e folle non si può e inadeguato a coniugarsi con la modernità e con l’Europa che, peraltro, va a popolare di profughi e chissà che futuro gramo si disegna sull’orizzonte del nostro futuro.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Il Caos vittorioso

‘Adoriamo il Caos perché amiamo produrre l’ordine.’, scriveva Enscher, ma si dà il caso che il Grande Vecchio delle origini da cui tutto è scaturito la faccia da padrone, di questi tempi, e ben poche speranze ci mostri di potere essere addomesticato e irregimentato.
E, per una Grecia che -pare, si dice- non si chiamerà più ‘Grexit’ (orrendo neologismo postmoderno), bensì si sottometterà alle regole europee e pagherà i suoi debiti -sia pure ristrutturati al 2050- la questione ‘migranti’ non sembra volersi sottomettere all’ordine che auspichiamo e, prima che si affondino i barconi e si faccia argine alla spaventosa ondata migratoria, passerà tutto quest’anno e forse buona parte del prossimo.
E i numeri degli ingressi illegali e degli sbarchi che includono una maggioranza di ‘clandestini’ o ‘migranti economici’ è bene si sappia che si alzeranno rispetto alle già altissime cifre odierne – per tema che l’Europa riesca a fermare o a rallentare l’orrendo traffico di carne umana che riempie di soldi i trafficanti, gli scafisti e i signori della guerra libici loro alleati.

Ma esistono delle isole felici dove il Caos si manifesta ‘temperato’ (come il clima) e, in qualche modo organizzato e imbrigliato e una di queste isole (una somma di isole) è la città in cui vivo – a giudicare dalle informazioni che mi vengono dalla Biennale d’Arte Moderna.
A Ca’ Garzoni, infatti, meraviglioso palazzo di recente restaurato e che ospita un ‘evento collaterale’ interessantissimo, tra le varie cose caotiche e di sconquasso degli equilibri ecologici del pianeta che vi si illustrano, si mostrano due grandi fotografie di un quartiere del Cairo visto dall’alto – Garbage City, viene detto, la città della spazzatura – e sui tetti dei palazzi è un trionfo di sacchetti di plastica: cumuli, piccole colline di spazzatura da nessuno raccolta e distrutta o trasformata – come, invece, si usa nel nostro Occidente evoluto. E la visione di quell’orrore e caos urbano in cui milioni di persone vivono immerse e vivono e brulicano come formiche mi ha provocato un sospiro di sollievo per il vivere, io, invece, in una città che ci ostiniamo, vox populi, a dire ‘sporca’ e maleodorante. Il male degli altri è ‘mezzo gaudio’?

Tutto ciò considerato, miei cari, eccovi la morale della favola: attrezziamoci a convivere col Caos imperante e speriamo che l’orda migratoria non spenga la ‘ripresina’ economica sul nascere e che i futuri quartieri periferici delle megalopoli europee non abbiano l’aspetto di ‘Garbage City’, la magnifica e vitalissima e iper caotica ‘Città-spazzatura’ egiziana. D’altronde, già ‘Blade Runner’ il bel film di culto, prediceva e rappresentava città orribili e degradate e oscene a vedersi e vittime del Caos criminale di una umanità incapace di ‘magnifiche sorti e progressive’.
Chi vivrà vedrà e i cocci saranno loro.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

 

Spossessamenti ed esodi biblici

Spossessamenti ed esodi biblici

E, da Wroclaw, capitale della Cultura europea 2016, ci giunge un messaggio-riflessione forte sugli esodi e gli abbandoni dei territori patrii e le case e le famiglie divise, partendo dei territori contesi dalla Polonia e strappati alla Germania distrutta dalla guerra – con milioni di ‘profughi’ spostati di qua e di là dei nuovi confini e la perdita delle case e la voragine dell’inappartenenza che si apriva dentro i pensieri e le anime dei cacciati e raminghi.

Che è tema sociologico e politico di indubbia rilevanza e magone ancora attivo negli animi dei nipoti a distanza di tanto tempo (vedi i nostri ‘istriani’ e ‘dalmati’ misconosciuti e lasciati a macerare per decenni tra le braccia della destra fascista), ma avremmo preferito che il collettivo di artisti di varia nazionalità che ce lo rappresenta a palazzo Donà-Brusa (campo san Polo 2177) non avesse messo nel calderone e fatto un minestrone immangiabile colle odierne migrazioni e gli ‘spossessamenti’ degli africani e degli altri profughi ‘che ci provano’ a violare i nostri confini senza avere i titoli e i necessari riconoscimenti di necessità e urgenza.

E il risultato di questa commistione indigesta di eventi storici specifici con gli avvenimenti drammatici, di ben altra natura, che ci vengono dalle cronache dei furbi migranti che si mescolano ai pochi veri rifugiati e intendono scardinare i confini europei con la forza del fatto compiuto – e con l’aiuto prodigioso e decisivo di un verbo buonista che tutto assolve del disordine sociale che quei tali recano seco – trasforma questa esposizione ‘artistica’ in un manifesto a tratti rabbioso e violentemente accusatorio nei confronti dell’Europa-fortezza, al punto da pensarci ospiti di un ‘centro-sociale’ di gente cieca e sorda e stupidamente rabbiosa e ostile alle opinioni avverse piuttosto che di un ‘evento collaterale’ della Biennale.

E leggiamo volantini che riportano farneticazioni di ‘no borders’ e ‘liberi tutti’ di andare venire di qua e di là dei paesi-Schengen, come se la costruzione del benessere europeo e le sue libertà conquistate a caro prezzo non siano state figlie di un processo politico e sociale lungo e faticoso e fitto di insidie e tuttora fragile nei suoi precarissimi equilibri – vedi gli odierni respingimenti della ‘Securitè’ alla frontiera di Ventimiglia e quelli ai confini coll’Austria e il ‘muro’ che si costruirà in Ungheria per arginare un flusso continuo di ‘migranti’.
E l’Italia, prima della classe, col secchione-Renzi in testa, invece, li va a raccogliere a dieci miglia nautiche dalle coste libiche e pretende di smistarli in Europa senza neanche averli, prima, riconosciuti, schedati, e detti ‘profughi’ oppure ‘clandestini’ – e, inevitabilmente (ed effettivamente, ci rimprovera l’Europa), rimpatriati nei paesi di origine a vivere la loro storia patria e a contribuire allo sviluppo del loro paese nei modi e nei tempi storici che sono stati dati loro in sorte.

C’è bisogno di equilibrio e di una forte misura d’ordine e di severa programmazione dei flussi, in questo genere di eventi che taluno si ostina a definire ‘epocali’ e ‘inevitabili’, se vogliamo garantire lo sviluppo economico raggiunto e quella fragile cifra percentuale di una ‘ripresa’ tuttora emaciata e fragile e l’auspicata, definitiva uscita dalla crisi economica che ci ha atterrito per quasi due lustri di lavoro-zero e le fabbriche e le imprese dislocate o chiuse.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.