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Per le antiche scale

Per le antiche scale

Le scale, si sa, sono fondamentali nelle nostre e altrui vite. Trascurando la ‘scala al Fattore’ del nostro Sommo – uno dei più alti esempi di un uso strumentale del corpo e della figura della Donna – e il suo tardo e doloroso ‘scendere e salir per l’altrui scale’ che sapevan di sale, le scale sono la fatica improba che devono affrontare gli anziani che non hanno provveduto per tempo a trasferirsi al piano terra, ma anche le ardite infissioni sulla roccia di alcune vie ferrate che ci portano brevemente in cima alla montagna ( con lo spaventoso vuoto alle nostre spalle) – e da lì osserviamo il mondo sottostante improvvisamente chetato e non più conflittuale nelle limpide giornate dell’estate di alta quota. Ubi maior minor cessat.

E Maria Reiche, grande studiosa delle ‘linee di Nazca’ (Perù), – che interpretava quali antiche raffigurazioni ispirate alle costellazioni celesti – saliva su una leggera scala mobile di metallo per riuscire a meglio vedere i particolari delle linee tracciate da popoli misteriosi rimuovendo le pietre superficiali di quel deserto privo di vento e di piogge che ce le ha conservate.

E costruttore di meravigliose ed elegantissime scale in pietra era l’architetto Carlo Scarpa, pura intelligenza nostrana, che le progettava e faceva costruire prive di ringhiera e quel suo vezzo e segno distintivo architettonico gli costò la vita, – il giorno che scivolò sul gradino di un anonima scala di un albergo e non si afferrò alla ringhiera forse per deformazione professionale e batté la testa e ci privò del suo immenso genio.

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Viva l’Arte viva (2)

Viva l’Arte viva (2)

Dobbiamo includere l’Azerbaigian nelle nostre rassegne-stampa quotidiane. Perché, a detta dei curatori dell’esposizione che gli artisti azerbaigiani ci mostrano a campo S. Stefano (palazzo Lezze), è il paese esemplare della convivenza possibile e del più pacifico melting pot che si dà sul pianeta Terra.
Verifichiamo la cosa e teniamolo in palmo di mano e indichiamolo ad esempio planetario, un tale paese felice. Perché l’affermazione del curatore (Martin Roth) è perentoria e ci stupisce per la sua perentorietà: ‘L’Azerbaigian è un esempio assoluto di convivenza tollerante tra genti di culture diverse.’ Perbacco.

La cosa va studiata e, di questi tempi, portata all’attenzione delle scuole europee di ogni ordine e grado e discussa con assoluta priorità nei parlamenti europei e nazionali che dovranno mandare i loro emissari nel paese asiatico per capire e vedere come si fa.
Magari si scopre che non ci sono fiumi di profughi richiedenti asilo che premono alle frontiere azerbaigiane come da noi sul Mediterraneo e nei campi profughi della Turchia – e ci costano una fortuna in assistenza diretta (paghiamo la Turchia per la loro contenzione) e in quella indiretta delle carceri che ne ospitano un buon numero; e i rimpatri dei non aventi diritto sono ostacolati e rimandati alle calende greche dai ricorsi giudiziari di primo e secondo grado.
E magari scopriremo che in Azerbaigian non sono cresciute a dismisura le enclaves islamiche con moschee a predicazione radicale incistate nelle periferie urbane delle loro città e l’integrazione laggiù funziona benissimo e possono insegnarci qualcosa, chissà.

L’Arte al servizio dell’esemplarità politica è una gran novità e ce ne rallegriamo e giuriamo di svolgere approfondite ricerche su questo paese magnifico nunzio di un grande futuro di pace e pacifiche convivenze sul pianeta Terra. Viva l’Arte viva che ci parla di politica e di società e culture diverse come si deve – ed esprimiamo voti che sia tutto vero, naturalmente.

L’Arte viva del terzo millennio

 

E l’Arte sarà anche viva e volentieri inneggiamo in coro ‘Viva l’Arte’ e tuttavia un monumentale riferimento al mortuario seppellito nella Storia e i molti ripescaggi di dejà vu da parte di molti artisti un po’ ci raffreddano, in questo nostro vagare di palazzo in palazzo negli itinerari relativi agli ‘eventi collaterali’.
E Damien Hirst aveva dato il ‘la’ già ad Aprile col suo fantasioso recupero marino di monumentali demoni e vari reperti di civiltà diverse di area mediterranea sapientemente incrostati di concrezioni coralline e alghe e crostacei e polipi tenacemente aggrappati ai corpi e ai capelli delle statue – ed è un bel vedere come l’Arte torni all’Antico della statuaria elladica e dei magnifici bronzi, ma ci corre il sospetto che l’esibizione di tanto talento ricostruttivo e sapienza imitativa gli venga dal tarlo di quei visitatori delle sue mostre precedenti che continuavano a ripetere davanti ad ogni sua opera (e di altri artisti) ‘lo so fare anch’io’. Eccovi serviti.
Provatevi voi a rifare il gigantesco demone alto 18 metri che campeggia nella corte interna di palazzo Grassi (e chissà chi se lo compra e in quale adeguato spazio campeggerà in futuro) o compratevi un grosso pezzo di giada per riprodurre il busto di una dea o il molto oro necessario a riprodurre il busto di una regina faraona e vediamo di che siete capaci.
Arte viva, certo, e che si tuffa nel passato remoto per dare volto al futuro – non diversamente da quanto avviene nella politica e nella società del terzo millennio che coniuga il futuro prossimo con i califfati di ritorno e con i guerrieri jiahdisti che fanno strage di civili inermi – donne e bambini compresi – nel nome di un preteso dio u akbar.
Un passo avanti e due indietro. Il futuro è alle spalle. Viva l’Arte del terzo millennio.

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Ubi maior minor cessat

Venezia era stra piena, ieri pomeriggio e sera. E alle abituali centinaia di migliaia di turisti di ogni ordine e grado e censo si è aggiunta – e si distingueva e ‘saltava agli occhi’ – quella fauna bella ed elegante ‘da Biennale’ che riempie i ‘pavillons’ e i palazzi degli ‘eventi collaterali’ di esperti d’arte e giornalisti di ogni genere di foglio e rivista specializzata; e sostano sorridenti davanti ai tavoli imbanditi delle inaugurazioni col prosecco o lo spritz in mano e si dicono cose intelligentissime su come dovrebbe essere re inventato e meglio abitato il mondo – cose che ‘voi umani’ poco talentuosi e per niente artisti e pensatori neanche vi sognate.
E si sprecano le ‘living performances’ e i flash mob artistici che tanto piacciono ai turisti – che si fanno intorno in solluchero e/o partecipi commossi dell’evento e risuonano a ripetizione le mitragliate estatiche: i clic, clic, clic, dei cellulari.

E, curiosamente, niente neri coi borsoni taroccati in giro, né le decine degli esclusi mendichi di uguale colore che percorrono incessantemente la città. Come se ‘ubi maior minor cessat’ – e, dove appaiono le folle strabocchevoli della ricchezza di questa eminente ‘città d’arte’, città della gioia e dell’estasi estetica, scompaiono alla vista, in parallelo, gli ‘ultimi’ che, secondo il verbo evangelico e quello di Francesco, sono ‘il sale della terra’. Ma troppo sale non è favorevole alla vita, ben lo sappiamo, e diciamo ‘morto’ quel mare che di percentuale salina eccede ogni altro mare; e trovatemi un pesce che sia uno colto a guizzare in quegli inospitali abissi.

E il fattaccio di Roma, il ‘pasticciaccio brutto’ del quartiere Centocelle (un nome un incubo di socialità malata): quel rogo della roulotte dei rom fittamente abitata e morti bruciati un bambino e due ragazze, ci racconta di una miseria diffusa e che sempre più si diffonde nelle città italiane anche grazie al verbo di ospitalità e accoglienza universale di Francesco e del pd di s-governo e delle o.n.g. qui attirate dal miele del business dei migranti – e non c’è supermercato di città o paese che non sia presidiato da un nero che sosta prossimo ai carrelli della spesa e siamo sempre più curiosi di quali veritiere cose si sostanzi l’araba fenice di una ‘integrazione’ che ‘ci sia ciascuno (del pd) lo dice dove sia nessun lo sa’.

E questa anima tutta italiana dell’accogliere a milioni i bisognosi che ‘fuggono dalle guerre, dalla siccità e dalla fame’ soffrendo poi le conseguenze dei drammi sociali conseguenti al ‘troppo che stroppia’ – e ci costa una cifra spaventosa nel bilancio dello Stato – non ha uguali in Europa, dove, negli altri stati, si accoglie solo la quantità minima che si riesce a gestire dignitosamente e ci lasciano volentieri, a noi medici oltre modo pietosi, il compito di raccogliere e sfamare e accudire quegli altri, i reietti, mentre dura la contabilità asfissiante degli sbarchi e, in parallelo, quella dei morti annegati.

E di fermare le partenze, sola cosa sensata da fare, neanche a parlarne. Non è carino, ci fanno sapere le nostre anime belle di sinistra, misericordiose oltre ogni limite di buon senso comune.

Roma, (askanews) – Viale Primavera, parcheggio del centro commerciale. Quartiere Centocelle, a Roma. La gente,…
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Di semidei pasticcioni e futuri opachi

 

E dove finiva ‘The Truman show’ – un inno alla libertà degli ampi spazi ‘di fuori’ e una salutare fuga dalle scatole tecnologiche e virtuali che tutto inglobano e avviluppano: lì la narrazione televisiva da ‘grande fratello’, qui il web e i droni e le telecamere piazzate ovunque – comincia ‘The Circle’: narrazione sapiente e ottimamente narrata del nostro odierno ‘condividere’ e ‘partecipare’ ed ‘essere connessi’.
L’impero del web che, per la sua natura tecnologica apparentemente neutra – e dichiaratamente democratica e simpaticamente partecipativa: faccine, emoticon e ‘mi piace’ a chili – aspira a tutto comprendere e osservare e raccontare ed esserci nelle Rete, ma, alla fin della vicenda, risulta tremendamente appiccicosa e drammaticamente condizionante le vite delle persone al punto da non saperne/poterne più fare a meno – e riduce ad autentici zombie post tecnologici quei tali che vedi camminare per strada o nei bus con il cervello inscatolato e ben ri-confezionato dentro il loro smartphone-tamagochi – e scompare per intero il paesaggio naturale dai loro occhi e le persone che incontrano sono ombre scansate all’ultimo secondo e solo se gli gridi:’Sveglia!!’.
E io ci aggiungerei, di mio, un salutare: ‘Suonati!!’: qualità intrinseca di quei visitatori di un mondo alieno che è quello delle tecnologie del terzo millennio che chissà quali scenari da brivido ci riserveranno nel prossimo e remoto futuro.
E ‘The Circle’ avrà come suo sequel ‘La Gabbia’ o ‘La nave dei folli’, chissà, nella circolarità spazio-temporale che collega passato e presente.
E, nel film, quei melliflui inventori di software innovativi e algoritmi celestiali: i ‘guru’ dei nuovi software e le ‘applicazioni’ sempre più innovative che vanno sul palco a farsi applaudire dai discepoli entusiasti e ci illudono di una democrazia estesa e universale hanno anch’essi qualcosa da nascondere e torna l’incubo orwelliano del ‘Grande Fratello’ del nuovo impero mediatico che si mangia la privacy e il dissenso, ma, nel film, viene stoppato dalla sua stessa megalomania; e la trasparenza e la pubblicazione in rete dei loro files più segreti, in finale di partita, li mostra vecchi e sporchi come tutti gli aspiranti dittatori di ogni tempo e luogo: da Giove Olimpico a Nabucodonosor a Stalin e Hitler fino a Maduro – e non c’è barba di ideologia che li salvi e li distingua uno dall’altro e li riscatti nel finale; ed è una lotta permanente e all’ultimo sangue (o messaggino sul web) che condanna l’umanità tutta e sempre a ‘guardarsi le spalle’ da ogni appalto democratico e fiducia cieca consegnata nelle mani del novello guru di turno, come accade negli ashram indiani e/o all’interno di ‘The Circle’.
Bel film, bella riflessione sulla democrazia e dintorni e sulle tecnologie sempre più invadenti e di difficile gestione e controllo dei loro ultimi approdi.
Bel dibattito sul nostro essere semidei sempre conflittuali e un filo pasticcioni – come quel Faust che ‘non sapeva più fermare gli spiriti che esso stesso aveva evocato’. E il suo autore, in limine mortis, esclamava: ‘Luce, fate luce.’
Questione vecchia, già, ma sempre attuale.

The Circle è il film basato sul romanzo di Dave…
PANORAMA.IT

Eterni ritorni – Ieri accadeva


27 aprile 2016

 

Il film parte da una resurrezione – improbabile, come tutte le resurrezioni, a partire dalla Prima, non documentata, ma che, miracolosamente, tuttora sorregge l’elefantiaco e assai discusso apparato della Curia e della Chiesa romana e apostolica.
Avvolto dai fumi infernali, in prima scena, torna Lui, caro lei, il genio del Male Assoluto, l’Ordinatore crudele di tutte le ‘contraddizioni in seno ai popoli’, a partire da quello ebraico, – chissà come e perché indicato come agnello sacrificale da offrirsi alle divinità del Valalla della razza ariana lanciata alla conquista del pianeta Terra e oltre.

Una tesi ardita, quella della sceneggiatura, e un film a tesi che però tiene la narrazione cinematografica e satirica fino alla fine, pur sbattendo, come le biglie impazzite di un bigliardo sotto l’effetto di una magnitudo 8 sussultoria, contro il legno dei lati e degli angoli e dà allo spettatore l’effetto straniante che si ha coi film di Michel Moore: un po demenziali e spruzzati dall’abbondante prezzemolo della denuncia sociale catastrofista che non va da nessuna parte, ma, almeno, non va a sbattere cinematograficamente annoiando l’incostante spettatore.

Perciò vi raccomando di andarlo a vedere, un tale film di denuncia sociale esilarante e satirico, sia che apparteniate al coro dei laudatores di Lui, che invocate l’Eterno Ritorno e vi lamentate dell’inferno presente in cui viviamo immersi e della tragedia della coabitazione forzata tra popoli diversi e l’un verso l’altro armati e ‘radicalizzati sul web’, sia che siate buoni, buonissimi e perfino buonisti e abbiate in mente le ‘magnifiche sorti e progressive’ e un paradiso in terra privo di rabbiose frontiere chiuse – e i popoli diversi affluenti a milioni affratellati in un sempiterno abbraccio di felicissima coabitazione europea e i serali brindisi collo sprizz in mano perfino coi musulmani di Moellenbeck – loro solo acqua minerale, naturalmente; tenete sempre a mente il ‘politicamente corretto’ e guai a sgarrare, ne va della vita.

Scherzi a parte, il film è bello, costantemente tenuto in vita dalla tensione satirica che: ‘E’ Lui o non è Lui?’ con tutte le gags che ne conseguono e sono ben rappresentate e descritte, ma con quel peccato originale della tesi resurrezionista che fa capolino, vedo non vedo.
E il regista e lo sceneggiatore la fanno riapparire impavidi nel finale tetragono e cupo e che dissolve il divertimento della satira fin lì brillantemente elaborata in un fuoco ridicolo da ‘Notte dei lunghi coltelli’ e/o ‘rogo dei libri’ o le stelle di Davide stampate sulle vetrine dei negozi ebraici e cucite sui vestiti, attualizzate nelle immagini delle odierne manifestazioni, episodiche e folcloristiche e di ‘quattro gatti’, dei ‘neonazi’ tedeschi, ma inclusi i cittadini scontenti della politica immigratoria della Merkel riuniti nei comitati dei ‘Pegida’ – che niente hanno a che fare coi neonazi, ma ‘tutto fa brodo’ per i sostenitori dei ‘no borders’ e la varia e vasta congrega dei buonisti europei tanto, tanto accoglienti e con la fede nella mescolanza universale quale panacea post moderna di tutti i mali del mondo.

Un film a tesi che avrebbe urgente bisogno dell’antitesi di un bagno nella realtà, – ben più complessa e, certo, non riducibile alle improbabili resurrezioni naziste: tesi sposata spavaldamente dagli sceneggiatori e dal regista – e magari di una credibile sintesi che ci aiuti a predire cosa veramente avverrà nel crogiolo caotico di contraddizioni e opposizioni della inquieta società europea di inizio millennio, lasciando perdere le inutili e stupide provocazioni che non portano da nessuna parte.

Lui è tornato recensione adattamento best seller che ipotizza ritorno Adolf Hitler Berlino contemporanea Oliver Masucci David Wnendt
COMINGSOON.IT

I paradisi che vogliamo

Ci vorrebbe l’intelligenza e la capacità icastica di far ammosciare in una battuta una intera religione di Woody Allen per mostrare e far capire alle moltitudini dei sedicenti ‘credenti’ che quella ‘sura’ (ormai si può equiparare: islamici e cattolici si scambiano segni di pace nelle chiese e nelle moschee) della Genesi che afferma che l’uomo è stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio è un’autentica bestemmia, se la applichiamo a certi, troppi personaggi che incontriamo quotidianamente – e le scimmie antropomorfe da cui provengono, che nei visi e nei comportamenti ce le ricordano dappresso, erano al confronto sicuramente più intelligenti ed eleganti e mirabili.

E in mostra, a palazzo Fontana (Strada Nuova – Venezia), ci sono artisti che si ispirano a una delle religioni del Libro, la più antica, e ci mostrano acque divise (Divided Waters è il titolo) e scritture frammentate ma ri-unite in fantasiosi geroglifici e fogli della Genesi anneriti – come a dire dei conflitti e delle troppe interpretazioni diverse che i profeti successivi ne hanno derivato che ce ne hanno cancellato il senso.

E c’è pure una simpatica citazione di Borges, in cui lo scrittore afferma che si figurava il Paradiso come una immensa biblioteca – che è figurazione senza dubbio meno burina e jiahdista delle sette o mille vergini riunite in chissà che giardino incantato e al servizio gaudioso dei valenti guerrieri e/o terroristi islamici di ogni guerra e generazione di immigrati ‘radicalizzati sul web’.

E si accettano figurazioni di ogni tipo, diteci la vostra: di quale Paradiso vi aspettate di là del buio degli occhi spenti dalle Parche – io ne vorrei uno dove poter incontrare la ‘bella figueira’ che ci ha lasciato di recente e chissà che meravigliose battute e risate ne caveremmo insieme di quell’immenso casino che combinano sul pianeta Terra e lo chiamano ‘le religioni’.

Il caos e l’ordine che auspichiamo

‘Il problema del nostro tempo è l’accettazione del disordine.’ affermava cinque anni fa Jannis Kounellis in un intervista. E se lo dice lui, artista dell’Arte Povera, la predizione è credibile, credibilissima. Non solo perché è un greco-italico per la sua lunga frequentazione della penisola – ‘una faccia una razza’, per intenderci – ma perché gli artisti, come i poeti, sono i soli credibili e disincantati predittori del futuro che ci aspetta.

 

Un futuro gramo di entropia sempre crescente – e ci vien da credere che la sicumera di Enscher quando affermava che : ‘Ci piace il caos perchè adoriamo sottometterlo all’ordine.’ fosse un azzardo già ai tempi suoi (sfociati in ben due guerre mondiali) e una qualche forma di ordine la si rintracciasse allora solo lungo le linee eleganti dei suoi disegni.

E la frattura di Marinetti e dei suoi artisti, succubi delle sue farneticazioni guerresche, fece esplodere quelle linee apparentemente ordinate nei colori sparati e vividissimi di Boccioni e nella furia immaginativo-omicida dei vortici e dei fumi degli obici che centravano le trincee: BUM BANG RAZZI SIBILANTI SBAAAM! – la grafica futurista della demenza e del martirio dei fanti i cui nomi oggi leggiamo sulle croci dei ‘cimiteri di guerra’.

 

E riandare coi pensieri alle entropie incontrollabili del passato recente un po’ ci conforta perché l’attuale disordine dei sette miliardi di persone formicanti per il pianeta e vaganti per mare sui barconi – da nessuno amati e malamente accolti per la trista e realistica predizione statistica dei futuri ‘foreign fighters’ e ‘radicalizzati sul web’ che usciranno dalle loro fila – sembra poca cosa di fronte alle due guerre dei nostri padri e bisnonni e ai milioni di morti che ne seguirono.

Che, se comparate con la presente ‘guerra di religione’ o ‘guerra per soldi’, – come oppongono i due schieramenti dei ‘buonisti’ e dei realisti impropriamente schedati ‘a destra’ dell’emiciclo sociale -, sembrano dirci che forse l’umanità futura vivrà ancora, chissà, qualche suo decennio buono di vita accettabile in un prossimo futuro.

E che, sbarazzattici dei Renzi e delle Merkel e degli Juncker e degli Schultz, forse appariranno governanti nuovi in quel che resterà dell’Europa capaci di misure efficaci di contenimento e argine del caos di uomini e popoli l’un contro l’altro armati e un nuovo ordine si disegnerà finalmente sull’orizzonte del futuro europeo e mondiale. Amen e così sia.filippo-tommaso-marinetti

L’Architettura delle origini

Andare per mostre (2)

…ed è come un excursus storico di grande respiro e ‘preso alla lontana’. Come se, per dare un senso alle architetture post moderne dovessimo sempre rapportarci alle origini. Da dove veniamo per capire dove andiamo, – se davvero andiamo da qualche parte e un qualche ‘progresso’ connota il nostro andare a tentoni nella Storia.
E c’è chi ci rappresenta l’informe concretezza del caos come una nuvola rappresa che l’uomo domina da par suo ed esplora le sue caverne e interne concrezioni e gruviera speleologici e chi ci ricorda l’opera e l’ingegno di ricercatrice di Maria Reiche – la cui suggestiva foto di schiena in piedi su una scala di alluminio e di fronte l’arido deserto delle ‘linee di Nazca’ campeggia nel manifesto della Mostra.
Foto emblematica che ci dice che ogni opera geniale e meritevole di attenzione nasce dalle piccole cose: la sua scala di alluminio di ricercatrice così come i paletti e le corde degli architetti della civiltà Nazca che servirono a disegnare quelle enormi figure che dovevano essere viste dal Cielo, secondo alcuni ricercatori, e segna(la)re una comune ‘via delle stelle’ (da dove veniamo e dove andiamo), ma, secondo altri, servivano piuttosto a un progetto di irrigazione, – buffa ipotesi per un deserto così arido e privo di vento che ci ha conservato i meravigliosi disegni aero-terrestri per secoli.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

L’architettura che non salva il mondo

L’architettura, come l’Arte, salverà il mondo? E’ lecito dubitarne, dal momento che il mondo è stato distrutto da due guerre mondiali e un intero paese, la Siria, è affondato nel suo Medioevo islamico di guerre e sette religiose e tribali – e perfino le meravigliose rovine dell’antico (Palmira e altri siti archeologici) sono incorse nelle distruzioni a botte di esplosivo da parte di fanatici islamisti rincoglioniti provenienti perfino dalle famigerate ‘banlieues’ islamiche delle maggiori metropoli europee.

Il mondo non verrà salvato dall’Architettura e dagli architetti (che solo l’altro ieri erano detti, in un famoso libro, ‘maledetti’), però ci ri-provano a incantarci coi loro progetti spesso un tantino astratti e cervellotici, ma suggestivi e affascinanti.
E pazienza se molti padiglioni, la Germania in testa, hanno dedicato l’intero spazio e le tesi e gli elaborati al dramma degli immigrati che ci assediano e che il nostro mondo, ahinoi, lo stanno cambiando davvero – e non in meglio, ad ascoltare le cronache dai quartieri dove la polizia teme di mettere piede e solo i clamorosi attentati e le centinaia di morti innocenti la obbligano a fare i ‘blitz’ delle teste di cuoio per scovare i terroristi-serpi in seno ivi annidati e che trovano solidarietà e protezione nelle ‘enclaves’ immigratorie a maggioranza islamica.

E, scorrendo lungo e dentro i padiglioni uno via l’altro, ho conferma che i nostri ospiti immigrati si affollano nelle metropoli e snobbano i piccoli centri, per le ovvie ragioni delle opportunità che vi si offrono e gli apparentamenti familiari e i riconoscimenti dei valori religiosi di provenienza – che è quanto dire che di integrazione quale panacea del presente malessere europeo in crisi immigratoria esplosiva è ridicolo parlare e la tendenza del melting pot globale è quella del proliferare tribale in ambito urbano e metropolitano e del covare degli atavici conflitti sotto la cenere, estote parati.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.