Archivi categoria: arte e illusioni

I luoghi comuni e i misteri dell’amore

 

Tutti diciamo ‘I love you’, ciascuno nella propria lingua, s’intende. E tutti noi, nessuno escluso, facciamo i conti con i luoghi comuni – che il meraviglioso film di Allen, (un canto del cigno, ma sospetto che il cigno di N.Y. possa ancora cantare a lungo), ci elenca, mostrandoceli nelle situazioni paradossali della sua comicità esplosiva e deliziosa.
E abbiamo una deuteragonista della grande famiglia niuiorchese rappresentata nel film che si innamora di un gondoliere nel corso di un viaggio a Venezia (un ‘luogo comune’ planetario come Parigi e Bora-bora) – e scoppiamo a ridere quando, nel film, si dice che ‘gondoliere’ vuol dire ‘senza lire’ (solo per il fisco nostrano). E ri-scoppiamo a ridere quando la stessa vanesia transita amorosamente dal gondoliere a un carcerato apparentemente redento e viene stregata dal suo fascino animale (altro ‘luogo comune’ amoroso) e ne esce una gag alla ‘Bonnie § Clide’ con fughe e inseguimenti.
E delizioso e comicamente perfetto è il controcanto in ‘musical’ di tutti i co-protagonisti che sospende la narrazione e il regalo cinematografico delle acrobatiche e magistrali danze alla Ginger § Fred.
E più debole, ma da sorriso sulle labbra, è la storia di quella paziente di una psicanalista che, spiata, diventa preda, a Parigi, del gioco seduttivo dello stesso Allen – che finalmente ci libera dal luogo comune di molti suoi films: che l’amore si nutra solo di assonanze e ‘comune sentire’ – ed è, invece, mistero e meraviglia contraddittoria e aspra conquista quotidiana delle nostre vite strambe e irreggimentabili.
E Allen stesso ci fa sbellicare dalle risate ogni volta che si propone in veste di seduttore – il più improbabile dei seduttori – ma ci seduce col suo impareggiabile genio comico di scrittore e regista e perfino bravissimo clarinettista di una band. Che Dio ce lo preservi. Finchè c’è Allen (e i suoi films) c’è speranza di comprensione dei molti misteri degli uomini sul pianeta Terra. Buon Natale.

Tutti dicono I Love You è un film del 1996 diretto dal regista statunitense Woody Allen. Djuna detta Dj, una sveglia adolescente, racconta le contorte faccende amorose della sua famiglia. I suoi
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Peace and love

 

E nel bel padiglione liberty dell’Ungheria si accoglie l’inno di speranza e l’auspicio di tutti noi del vivere in pace rielaborato da Gyula Vàrnai – che già il ‘papa buono’ nel 63 lo auspicava in latino colla sua ‘pacem in terris’ in cui si prediceva per tutti i viventi un futuro di giustizia, verità, amore e libertà, sempre smentito dai fatti e gli eventi a seguire. E il ‘peace and love’ dei movimenti hippies e floreali e ‘rock and roll’ è argomento canonico sempre ferocemente contrastato, in verità, da tutti i cattivoni del mondo che fanno a gara per dircelo satanico e infernale e affetto da ogni e peggiore male, dal Vietnam alla Cambogia di Pol e compresa la presente minaccia atomica del ‘rocketman’ Kim Il Sung vanamente contrastata dal suo competitor americano.
E sappiamo, ahinoi, che ‘il peggio non è mai morto’ e che perfino la tragedia antica dei ‘popoli del mare’ che distrussero le civiltà mediterranee millenni or sono si ripropone oggi con rinnovata virulenza – e siamo più indifesi che pria perché i decenni di malata e incessante predicazione e sentire buonisti in Occidente vengono usati dai popoli affluenti sui barconi come grimaldelli per scardinare le frontiere un tempo difese manu militari e oggi vanificate e liquefatte dall’insania misericordiosa diffusa del ‘accogliamoli tutti’, malgrado le economie fragili e i conflitti sociali annunciati e i cosiddetti ‘populismi’ rabbiosi che montano ad ogni tornata elettorale in parallelo col crescere della follia buonista accogliente.
Però va bene, l’Arte viva non poteva mancare l’appuntamento coll’inno e la canzone e l’invocazione maggiormente gettonata nell’ultimo mezzo secolo e il vivere in pace, in fondo, non è così male e chissà che non si trovi, prima o poi, l’algoritmo giusto a cui fa cenno e riferimento Gyula Vàrnai nella sua mostra per convincere tutti, Kim Il Sung incluso, che tutto funzionerebbe meglio se proiettato in un orizzonte di pace.
Amen e così sia.

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L’Arte viva e quella morta

 

…che poi, la fortuna di queste mega esposizioni, dove puoi passarci un’intera giornata di riflessioni profonde e relative ai massimi sistemi del nostro vivere e morire ed esserci e agire e trovarci un senso (…ma un senso non ce l’ha, cantava a gola spiegata il Vasco nostro nazionale) al diverso disporsi ed accadere delle cose e delle volontà degli uomini, la fortuna sta tutta in una certa aria di festa mobile garantita da tutte queste classi in visita e dai loro commenti leggeri e, a volte, stupidini e ai ‘selfie’ che si fanno davanti alle istallazioni più eclatanti degli artisti neanche fossero in piazza san Marco fronte basilica o in posa appoggiati alla colonna del Todaro.
Che, se volessero o sapessero cos’è vera arte e cosa no, potrebbero in un ‘workshop’ guidato radunare e organizzare e stampare tutte quelle loro foto-ricordo e incollarle in un pannello grande tutta una parete ed ecco pronta un’altra riflessione/esposizione di vite vissute e ricordi e ‘come eravamo’ disponibile per le prossime generazioni e classi in visita alla 63sima o 65sima Biennale al padiglione Italia.

Che, mutatis mutandi, è quello che ha fatto l’artista coreano Lee Wan raccogliendo migliaia di interviste con gente la più varia e sui temi più disparati delle loro vite più altri dati raccolti nei data-base degli archivi su internet e ne ha ricavato una riflessione/installazione sul Tempo e sulla relatività di Einstein tradotta figurativamente in un’intera parete fitta di orologi ciascuno segnante un tempo diverso come diversi siamo tutti noi che viviamo un nostro tempo interiore commisurato col tempo ufficiale che ci invecchia e ci consegna alle tombe, pare, si dice, si mostra, mannaggia.

E ricordo un tempo in cui la Biennale era ‘vietata i minori’ per la ragione dell’estrema libertà lasciata agli artisti di mostrare peni mozzati e sgozzamenti e/o patonze e pubi maschili allineati in simpatiche e provocatorie simmetrie sulle pareti di un’intera stanza e adesso, invece, ci sono ragazzini sotto i dieci anni che scorrazzano per ogni dove e toccano le opere esposte e ridono e commentano da par loro e chissà che impressione avranno avuto di quel pannello luminoso che ci mostra lo sviluppo dell’arte astratta in forma di corpi umani trattati come trattiamo gli animali nei macelli: appesi per i piedi e sventrati e ripuliti all’interno pronti per le braci e le fiamme del barbecue. E invano un ragazzino lo mostrava alla maestra chiedendo una spiegazione – e quella lo tirava via per un braccio e cambiava padiglione e discorso perché non tutta l’arte è spiegabile e metabolizzabile per i pargoli in visita scolastica – e ricordo il commento di una tale di fronte a certe fotografie sanguinolente di un certo rito satanico illustrato che continuava a ripetere, sconvolta, al compagno: ‘Awful, awful.’
Ma viviamo in tempi di libertà totale e incontrollabile, lo sapete, e su internet anche i ragazzini possono incorrere facilmente in scene di violenza o sesso esplicito, malgrado il parental control, che volete farci, questo è quel tempo, domani chissà.
Viva l”Arte viva – che a quella morta dei musei e delle Gallerie ci penso io a visitarla e godermela.

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Il mondo nuovo dei conquistatori

Il Mondo Nuovo dei conquistatori

Non è paragonabile al mitico ‘Salon’ di Parigi, questo è certo: né a quello ufficiale a cui ambiva esporre le loro opere la quasi totalità degli artisti, né a quello dei ‘Refusés’ a cui diede vita e fama una pattuglia di arditi detti gli ‘impressionisti’, – e sapete che seguito hanno avuto e fortuna di quotazioni stratosferiche alle aste internazionali. Basta saper aspettare qualche mezzo secolo o poco più e gli eredi dell’Artista sommo passato a miglior vita si fregheranno le mani.

Sembra piuttosto una vetrina autunnale di Bata, questa 57sima Biennale, un sorprendente ‘robivecchi’, un trovarobato di storico e glorioso teatro o di circo Barnum in disarmo a guardarne certi angoli ed esposizioni che, interrogate, non rispondono. C’è del genio, certo, per talune invenzioni – un pizzico di genio e follia non si nega a nessuno – e ancora si incontra qualcuno che ‘lo sapevo fare anch’io’ tra la folla dei visitatori giovani e giovanissimi che scatenano un allegro casino da nessun guardia-sala contrastato perché impegnati – tutti, tutti! – a zampettare col ditino anchilosato sull’asfittico schermo del loro personale tamagochi (e chissà se il direttore del personale è d’accordo, ma, si sa, siamo nell’ambito del tollerantissimo servizio pubblico e il contratto, verosimilmente è ‘a chiamata’).

E ancora capita di notare sedie vuote e sgabelli in paziente attesa di senso, come le nostre vite poco artistiche bensì umane e ci chiediamo, – come la coppia A.Sordi e consorte, frutaroli di Roma in visita alla mitica Biennale del 1978 posti di fronte a certe laboriose installazioni – ‘Ma che vole di’?’ .
Già: ‘che vole di?’ pensiamo più e più volte anche noi, ristando dubitosi davanti a certi sgorbi e ingombri di tele e fili e grumi affumicati – e arriva il professore e storico dell’Arte a dire alla pattuglia dei suoi silenti seguaci: ‘L’Artista intende sgombrare il campo di ogni concezione superficiale del Tempo che tutto muta e ci cambia e ci consegna una sua personale immagine delle distruzioni e mutazioni che ci avvengono intorno.’ Ah beh, si beh.

E torna prepotente il cartello ‘Si prega di non toccare’ – segno che il libero ‘interagire con l’opera d’arte’ dei mitici Settanta de ‘l’opera aperta’ ha lasciato il posto a un desiderio di rispetto e di distanza. E l’Opera dell’Artista chiede oggi di essere guardata a distanza come i quadri nei musei e lo spettatore faccia lo spettatore – che ne ha di cose da capire e di cui darsi contezza e senso. Corsi e ricorsi.

E, per nostra fortuna, ci sono i libri a farla da padrone, in questa Biennale che si avvia al suo tramonto. Libri di ogni genere e scrittura e in tutte le salse e apparizioni inquietanti, perché tritati, tagliuzzati, bruciati, ingessati e intubati – per dire di una sorte comune a tutti noi mortali che ci spegniamo, prima o poi, e la memoria dei discendenti è, quasi sempre, avara di ricordi e ricorrenze, a parte i primi giorni di novembre e l’effimero dei fiori davanti alle lapidi.

E se la scrittura e la filosofia e i libri vengono bistrattati e ridotti alla personale visione e rappresentazione di ogni artista, più o meno degno di nota e memoria, c’è ancora chi ce li consegna restaurati e su tela (Maria Lai) in veste di geniale e accattivante scrittura di suture e rammendi e arabeschi e colori che profumano d’antico come i merletti delle nonne.

L’Arte della 57sima Biennale è come i gamberi sul fondo del mare: un passo avanti e due indietro e resterà negli archivi a futura memoria di critici e curatori che già pensano a come stupirci, fra un paio d’anni, con nuove invenzioni e scoperte.
Il Mondo Nuovo, si sa, è sempre di là del mare-oceano e attende che noi lo si traversi e lo si scopra: novelli ‘conquistadores’ avidi di sapere e conoscenza e di oro – l’oro dell’Arte che si infutura. Alleluia.

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Per le antiche scale

Per le antiche scale

Le scale, si sa, sono fondamentali nelle nostre e altrui vite. Trascurando la ‘scala al Fattore’ del nostro Sommo – uno dei più alti esempi di un uso strumentale del corpo e della figura della Donna – e il suo tardo e doloroso ‘scendere e salir per l’altrui scale’ che sapevan di sale, le scale sono la fatica improba che devono affrontare gli anziani che non hanno provveduto per tempo a trasferirsi al piano terra, ma anche le ardite infissioni sulla roccia di alcune vie ferrate che ci portano brevemente in cima alla montagna ( con lo spaventoso vuoto alle nostre spalle) – e da lì osserviamo il mondo sottostante improvvisamente chetato e non più conflittuale nelle limpide giornate dell’estate di alta quota. Ubi maior minor cessat.

E Maria Reiche, grande studiosa delle ‘linee di Nazca’ (Perù), – che interpretava quali antiche raffigurazioni ispirate alle costellazioni celesti – saliva su una leggera scala mobile di metallo per riuscire a meglio vedere i particolari delle linee tracciate da popoli misteriosi rimuovendo le pietre superficiali di quel deserto privo di vento e di piogge che ce le ha conservate.

E costruttore di meravigliose ed elegantissime scale in pietra era l’architetto Carlo Scarpa, pura intelligenza nostrana, che le progettava e faceva costruire prive di ringhiera e quel suo vezzo e segno distintivo architettonico gli costò la vita, – il giorno che scivolò sul gradino di un anonima scala di un albergo e non si afferrò alla ringhiera forse per deformazione professionale e batté la testa e ci privò del suo immenso genio.

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Viva l’Arte viva (2)

Viva l’Arte viva (2)

Dobbiamo includere l’Azerbaigian nelle nostre rassegne-stampa quotidiane. Perché, a detta dei curatori dell’esposizione che gli artisti azerbaigiani ci mostrano a campo S. Stefano (palazzo Lezze), è il paese esemplare della convivenza possibile e del più pacifico melting pot che si dà sul pianeta Terra.
Verifichiamo la cosa e teniamolo in palmo di mano e indichiamolo ad esempio planetario, un tale paese felice. Perché l’affermazione del curatore (Martin Roth) è perentoria e ci stupisce per la sua perentorietà: ‘L’Azerbaigian è un esempio assoluto di convivenza tollerante tra genti di culture diverse.’ Perbacco.

La cosa va studiata e, di questi tempi, portata all’attenzione delle scuole europee di ogni ordine e grado e discussa con assoluta priorità nei parlamenti europei e nazionali che dovranno mandare i loro emissari nel paese asiatico per capire e vedere come si fa.
Magari si scopre che non ci sono fiumi di profughi richiedenti asilo che premono alle frontiere azerbaigiane come da noi sul Mediterraneo e nei campi profughi della Turchia – e ci costano una fortuna in assistenza diretta (paghiamo la Turchia per la loro contenzione) e in quella indiretta delle carceri che ne ospitano un buon numero; e i rimpatri dei non aventi diritto sono ostacolati e rimandati alle calende greche dai ricorsi giudiziari di primo e secondo grado.
E magari scopriremo che in Azerbaigian non sono cresciute a dismisura le enclaves islamiche con moschee a predicazione radicale incistate nelle periferie urbane delle loro città e l’integrazione laggiù funziona benissimo e possono insegnarci qualcosa, chissà.

L’Arte al servizio dell’esemplarità politica è una gran novità e ce ne rallegriamo e giuriamo di svolgere approfondite ricerche su questo paese magnifico nunzio di un grande futuro di pace e pacifiche convivenze sul pianeta Terra. Viva l’Arte viva che ci parla di politica e di società e culture diverse come si deve – ed esprimiamo voti che sia tutto vero, naturalmente.

L’Arte viva del terzo millennio

 

E l’Arte sarà anche viva e volentieri inneggiamo in coro ‘Viva l’Arte’ e tuttavia un monumentale riferimento al mortuario seppellito nella Storia e i molti ripescaggi di dejà vu da parte di molti artisti un po’ ci raffreddano, in questo nostro vagare di palazzo in palazzo negli itinerari relativi agli ‘eventi collaterali’.
E Damien Hirst aveva dato il ‘la’ già ad Aprile col suo fantasioso recupero marino di monumentali demoni e vari reperti di civiltà diverse di area mediterranea sapientemente incrostati di concrezioni coralline e alghe e crostacei e polipi tenacemente aggrappati ai corpi e ai capelli delle statue – ed è un bel vedere come l’Arte torni all’Antico della statuaria elladica e dei magnifici bronzi, ma ci corre il sospetto che l’esibizione di tanto talento ricostruttivo e sapienza imitativa gli venga dal tarlo di quei visitatori delle sue mostre precedenti che continuavano a ripetere davanti ad ogni sua opera (e di altri artisti) ‘lo so fare anch’io’. Eccovi serviti.
Provatevi voi a rifare il gigantesco demone alto 18 metri che campeggia nella corte interna di palazzo Grassi (e chissà chi se lo compra e in quale adeguato spazio campeggerà in futuro) o compratevi un grosso pezzo di giada per riprodurre il busto di una dea o il molto oro necessario a riprodurre il busto di una regina faraona e vediamo di che siete capaci.
Arte viva, certo, e che si tuffa nel passato remoto per dare volto al futuro – non diversamente da quanto avviene nella politica e nella società del terzo millennio che coniuga il futuro prossimo con i califfati di ritorno e con i guerrieri jiahdisti che fanno strage di civili inermi – donne e bambini compresi – nel nome di un preteso dio u akbar.
Un passo avanti e due indietro. Il futuro è alle spalle. Viva l’Arte del terzo millennio.

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Ubi maior minor cessat

Venezia era stra piena, ieri pomeriggio e sera. E alle abituali centinaia di migliaia di turisti di ogni ordine e grado e censo si è aggiunta – e si distingueva e ‘saltava agli occhi’ – quella fauna bella ed elegante ‘da Biennale’ che riempie i ‘pavillons’ e i palazzi degli ‘eventi collaterali’ di esperti d’arte e giornalisti di ogni genere di foglio e rivista specializzata; e sostano sorridenti davanti ai tavoli imbanditi delle inaugurazioni col prosecco o lo spritz in mano e si dicono cose intelligentissime su come dovrebbe essere re inventato e meglio abitato il mondo – cose che ‘voi umani’ poco talentuosi e per niente artisti e pensatori neanche vi sognate.
E si sprecano le ‘living performances’ e i flash mob artistici che tanto piacciono ai turisti – che si fanno intorno in solluchero e/o partecipi commossi dell’evento e risuonano a ripetizione le mitragliate estatiche: i clic, clic, clic, dei cellulari.

E, curiosamente, niente neri coi borsoni taroccati in giro, né le decine degli esclusi mendichi di uguale colore che percorrono incessantemente la città. Come se ‘ubi maior minor cessat’ – e, dove appaiono le folle strabocchevoli della ricchezza di questa eminente ‘città d’arte’, città della gioia e dell’estasi estetica, scompaiono alla vista, in parallelo, gli ‘ultimi’ che, secondo il verbo evangelico e quello di Francesco, sono ‘il sale della terra’. Ma troppo sale non è favorevole alla vita, ben lo sappiamo, e diciamo ‘morto’ quel mare che di percentuale salina eccede ogni altro mare; e trovatemi un pesce che sia uno colto a guizzare in quegli inospitali abissi.

E il fattaccio di Roma, il ‘pasticciaccio brutto’ del quartiere Centocelle (un nome un incubo di socialità malata): quel rogo della roulotte dei rom fittamente abitata e morti bruciati un bambino e due ragazze, ci racconta di una miseria diffusa e che sempre più si diffonde nelle città italiane anche grazie al verbo di ospitalità e accoglienza universale di Francesco e del pd di s-governo e delle o.n.g. qui attirate dal miele del business dei migranti – e non c’è supermercato di città o paese che non sia presidiato da un nero che sosta prossimo ai carrelli della spesa e siamo sempre più curiosi di quali veritiere cose si sostanzi l’araba fenice di una ‘integrazione’ che ‘ci sia ciascuno (del pd) lo dice dove sia nessun lo sa’.

E questa anima tutta italiana dell’accogliere a milioni i bisognosi che ‘fuggono dalle guerre, dalla siccità e dalla fame’ soffrendo poi le conseguenze dei drammi sociali conseguenti al ‘troppo che stroppia’ – e ci costa una cifra spaventosa nel bilancio dello Stato – non ha uguali in Europa, dove, negli altri stati, si accoglie solo la quantità minima che si riesce a gestire dignitosamente e ci lasciano volentieri, a noi medici oltre modo pietosi, il compito di raccogliere e sfamare e accudire quegli altri, i reietti, mentre dura la contabilità asfissiante degli sbarchi e, in parallelo, quella dei morti annegati.

E di fermare le partenze, sola cosa sensata da fare, neanche a parlarne. Non è carino, ci fanno sapere le nostre anime belle di sinistra, misericordiose oltre ogni limite di buon senso comune.

Roma, (askanews) – Viale Primavera, parcheggio del centro commerciale. Quartiere Centocelle, a Roma. La gente,…
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Di semidei pasticcioni e futuri opachi

 

E dove finiva ‘The Truman show’ – un inno alla libertà degli ampi spazi ‘di fuori’ e una salutare fuga dalle scatole tecnologiche e virtuali che tutto inglobano e avviluppano: lì la narrazione televisiva da ‘grande fratello’, qui il web e i droni e le telecamere piazzate ovunque – comincia ‘The Circle’: narrazione sapiente e ottimamente narrata del nostro odierno ‘condividere’ e ‘partecipare’ ed ‘essere connessi’.
L’impero del web che, per la sua natura tecnologica apparentemente neutra – e dichiaratamente democratica e simpaticamente partecipativa: faccine, emoticon e ‘mi piace’ a chili – aspira a tutto comprendere e osservare e raccontare ed esserci nelle Rete, ma, alla fin della vicenda, risulta tremendamente appiccicosa e drammaticamente condizionante le vite delle persone al punto da non saperne/poterne più fare a meno – e riduce ad autentici zombie post tecnologici quei tali che vedi camminare per strada o nei bus con il cervello inscatolato e ben ri-confezionato dentro il loro smartphone-tamagochi – e scompare per intero il paesaggio naturale dai loro occhi e le persone che incontrano sono ombre scansate all’ultimo secondo e solo se gli gridi:’Sveglia!!’.
E io ci aggiungerei, di mio, un salutare: ‘Suonati!!’: qualità intrinseca di quei visitatori di un mondo alieno che è quello delle tecnologie del terzo millennio che chissà quali scenari da brivido ci riserveranno nel prossimo e remoto futuro.
E ‘The Circle’ avrà come suo sequel ‘La Gabbia’ o ‘La nave dei folli’, chissà, nella circolarità spazio-temporale che collega passato e presente.
E, nel film, quei melliflui inventori di software innovativi e algoritmi celestiali: i ‘guru’ dei nuovi software e le ‘applicazioni’ sempre più innovative che vanno sul palco a farsi applaudire dai discepoli entusiasti e ci illudono di una democrazia estesa e universale hanno anch’essi qualcosa da nascondere e torna l’incubo orwelliano del ‘Grande Fratello’ del nuovo impero mediatico che si mangia la privacy e il dissenso, ma, nel film, viene stoppato dalla sua stessa megalomania; e la trasparenza e la pubblicazione in rete dei loro files più segreti, in finale di partita, li mostra vecchi e sporchi come tutti gli aspiranti dittatori di ogni tempo e luogo: da Giove Olimpico a Nabucodonosor a Stalin e Hitler fino a Maduro – e non c’è barba di ideologia che li salvi e li distingua uno dall’altro e li riscatti nel finale; ed è una lotta permanente e all’ultimo sangue (o messaggino sul web) che condanna l’umanità tutta e sempre a ‘guardarsi le spalle’ da ogni appalto democratico e fiducia cieca consegnata nelle mani del novello guru di turno, come accade negli ashram indiani e/o all’interno di ‘The Circle’.
Bel film, bella riflessione sulla democrazia e dintorni e sulle tecnologie sempre più invadenti e di difficile gestione e controllo dei loro ultimi approdi.
Bel dibattito sul nostro essere semidei sempre conflittuali e un filo pasticcioni – come quel Faust che ‘non sapeva più fermare gli spiriti che esso stesso aveva evocato’. E il suo autore, in limine mortis, esclamava: ‘Luce, fate luce.’
Questione vecchia, già, ma sempre attuale.

The Circle è il film basato sul romanzo di Dave…
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Eterni ritorni – Ieri accadeva


27 aprile 2016

 

Il film parte da una resurrezione – improbabile, come tutte le resurrezioni, a partire dalla Prima, non documentata, ma che, miracolosamente, tuttora sorregge l’elefantiaco e assai discusso apparato della Curia e della Chiesa romana e apostolica.
Avvolto dai fumi infernali, in prima scena, torna Lui, caro lei, il genio del Male Assoluto, l’Ordinatore crudele di tutte le ‘contraddizioni in seno ai popoli’, a partire da quello ebraico, – chissà come e perché indicato come agnello sacrificale da offrirsi alle divinità del Valalla della razza ariana lanciata alla conquista del pianeta Terra e oltre.

Una tesi ardita, quella della sceneggiatura, e un film a tesi che però tiene la narrazione cinematografica e satirica fino alla fine, pur sbattendo, come le biglie impazzite di un bigliardo sotto l’effetto di una magnitudo 8 sussultoria, contro il legno dei lati e degli angoli e dà allo spettatore l’effetto straniante che si ha coi film di Michel Moore: un po demenziali e spruzzati dall’abbondante prezzemolo della denuncia sociale catastrofista che non va da nessuna parte, ma, almeno, non va a sbattere cinematograficamente annoiando l’incostante spettatore.

Perciò vi raccomando di andarlo a vedere, un tale film di denuncia sociale esilarante e satirico, sia che apparteniate al coro dei laudatores di Lui, che invocate l’Eterno Ritorno e vi lamentate dell’inferno presente in cui viviamo immersi e della tragedia della coabitazione forzata tra popoli diversi e l’un verso l’altro armati e ‘radicalizzati sul web’, sia che siate buoni, buonissimi e perfino buonisti e abbiate in mente le ‘magnifiche sorti e progressive’ e un paradiso in terra privo di rabbiose frontiere chiuse – e i popoli diversi affluenti a milioni affratellati in un sempiterno abbraccio di felicissima coabitazione europea e i serali brindisi collo sprizz in mano perfino coi musulmani di Moellenbeck – loro solo acqua minerale, naturalmente; tenete sempre a mente il ‘politicamente corretto’ e guai a sgarrare, ne va della vita.

Scherzi a parte, il film è bello, costantemente tenuto in vita dalla tensione satirica che: ‘E’ Lui o non è Lui?’ con tutte le gags che ne conseguono e sono ben rappresentate e descritte, ma con quel peccato originale della tesi resurrezionista che fa capolino, vedo non vedo.
E il regista e lo sceneggiatore la fanno riapparire impavidi nel finale tetragono e cupo e che dissolve il divertimento della satira fin lì brillantemente elaborata in un fuoco ridicolo da ‘Notte dei lunghi coltelli’ e/o ‘rogo dei libri’ o le stelle di Davide stampate sulle vetrine dei negozi ebraici e cucite sui vestiti, attualizzate nelle immagini delle odierne manifestazioni, episodiche e folcloristiche e di ‘quattro gatti’, dei ‘neonazi’ tedeschi, ma inclusi i cittadini scontenti della politica immigratoria della Merkel riuniti nei comitati dei ‘Pegida’ – che niente hanno a che fare coi neonazi, ma ‘tutto fa brodo’ per i sostenitori dei ‘no borders’ e la varia e vasta congrega dei buonisti europei tanto, tanto accoglienti e con la fede nella mescolanza universale quale panacea post moderna di tutti i mali del mondo.

Un film a tesi che avrebbe urgente bisogno dell’antitesi di un bagno nella realtà, – ben più complessa e, certo, non riducibile alle improbabili resurrezioni naziste: tesi sposata spavaldamente dagli sceneggiatori e dal regista – e magari di una credibile sintesi che ci aiuti a predire cosa veramente avverrà nel crogiolo caotico di contraddizioni e opposizioni della inquieta società europea di inizio millennio, lasciando perdere le inutili e stupide provocazioni che non portano da nessuna parte.

Lui è tornato recensione adattamento best seller che ipotizza ritorno Adolf Hitler Berlino contemporanea Oliver Masucci David Wnendt
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