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Illuminazioni e folgorazioni sulla via della Londra islamica.

 

Probabilmente ci è sfuggito – ed è sfuggito a tutti i giornalisti inglesi ed europei che, di solito, ci dicono tutto delle decine di morti e feriti gravi degli attentati commessi dalle serpi in seno jiahdiste di prima, seconda o terza generazione di immigrati.
Pare che Jeremy Corbyn, – lo strano personaggio laburista votato da milioni di ‘risvegliati’ sudditi inglesi (che chissà quali virtù taumaturgiche gli riconoscono, a noi del tutto sconosciute) – si sia detto ‘affranto’ e ‘sconvolto’ per il singolo morto e gli otto feriti del van lanciato contro una moschea per pareggiare il conto di Nizza, Berlino e Londra – un conto ben più tragico e con un numero altissimo di morti e feriti che ancora chiedono giustizia e adeguate misure di anti terrorismo che non si vedono, non si vedranno, maledizione!.
E la sola cosa che ci mandano a dire gli s-governanti europei ad ogni nuova strage è: ‘Non è finita. Dobbiamo aspettarcene altre.’
Come dire: ‘Siamo incapaci di governo del fenomeno immigratorio e delle enclaves nemiche che abbiamo voluto far crescere ai margini delle nostre città e delle decine di migliaia di serpi in seno assassine che quelle cattive scelte di accoglienza hanno generato.’
Qualcuno mi dica che Jeremy Corbin si è detto ‘sgomento’ e ‘affranto’ anche nei casi degli attentati precedenti delle decine e decine di vittime inermi e innocenti stese sull’asfalto – o glielo rinfacci in parlamento e sui social, se non l’ha ancora fatto.
Tu vedi che razza di ‘politici’ illuminati (o folgorati?) ti vanno a votare i londinesi davvero poco illuminati.

Un furgone contro la folla davanti a una moschea nei pressi di Finsbury Park a Londra. L’attacco è avvenuto la notte scorsa e ha provocato almeno un morto e…
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L’uomo intercettato al telefono con la sorella: “Agli…
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Dell’andarsela a cercare con pervicacia degna di miglior causa.

 

…e risulta senza dubbio incongrua quell’equiparazione che fanno i sostenitori di una immigrazione senza limiti e governo dei numeri esorbitanti degli affluenti e arrembanti coi barconi, che ci porgono, su F/b, quale termine di confronto dei trascorsi, i cartelli datati anni 60 – che oggi ci paiono esempi di moderazione e perfino un poco naifs – i memorabili milanesi e torinesi : ‘Non si affitta a meridionali’.

Che, se pensi a come lasciano gli appartamenti gli affittuari (di ogni risma) dopo una affittanza medio-lunga, qualche ragione gliela daresti ai proprietari – che, generosamente e a loro rischio, mettono a disposizione un tetto e l’alloggio e un letto e una cucina. E una mia ex moglie si è vista rubata, in chiusura di affittanza, perfino la caldaia del riscaldamento e la cucina a quattro fuochi e il frigorifero – non è questione di meridionali, ma di figli di grandissima peripatetica fradicia, credete a me.

E lo ius soli sarebbe una ‘legge civilissima’ – come dicono quei pazzi furiosi dei renziani – se non fosse per l’ennesimo effetto d’annuncio già circolante per tutta l’Africa dell’imbarcare a centinaia di migliaia sui ‘barconi’, già da domani, solo donne gravide – ed ecco scattare il ricongiungimento familiare che centuplicherà i numeri degli arrembanti e ‘richiedenti asilo’ – che, data l’efficienza dei nostri centri di smistamento e degli incaricati di vagliare il diritto preteso e avviare i rimpatri, si traduce, nel Belpaese, in un ingresso sicuro e garantito e assistenza a vita a nostre spese e un futuro di sicuro elettore del Pd e cittadino italiano a tutti gli effetti.

Poco importa se, poi, di prima o seconda generazione, quei cittadini italiani e/o europei di nuovo conio saranno indagati dall’intelligence quali ‘radicalizzati sul web’ e assassini seriali in nome di un ‘allah u akbar’ mai dimenticato e integrato – e l’Occidente colpevole di ogni misfatto che si batte il petto e deve espiare perfino le lontane ‘crociate’ (sic). Votate pd e la sinistra italiana di un futuro gramo garantito e conflitti a migliaia.

Buon futuro, cari, ve la siete cercata con pervicacia davvero degna di miglior causa.

La discussione sullo IUS SOLI potrebbe essere chiusa in tre righe. E’ giusto che chiunque nasca in un certo paese sia automaticamente cittadino di quel paese? Direi di si in
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Fino a quando, cittadini?

Fino a quando, cittadini?

Hanno un bel negare i giornalisti buonisti che sempre dicono e ripetono – con diabolica pervicacia, malgrado tutte le evidenze del dramma sociale innescato dalle loro folli politiche immigratorie e le mancate integrazioni – che ‘non dobbiamo cambiare i nostri stili di vita’ e dobbiamo continuare a cantare l’Inno alla Gioia di Schiller malgrado oramai gli ostaggi anche di un solo terrorista armato di martello alzano le mani nelle chiese – e le alzeremo nelle piazze blindate dei futuri allarmi terroristici delle nostre vite blindate e niente affatto gioiose.

E, se si diceva di S. Pellico e delle sue ‘Prigioni’, che quel suo libro di sofferenze ebbe l’effetto di una battaglia e forse guerra perduta da parte degli austriaci carnefici, l’immagine sottostante di un migliaio di fedeli e visitatori nella chiesa di Notre Dame con le mani alzate simboleggia potentemente la resa della civiltà occidentale al terrore di quei sedicenti ‘soldati’ jiahdisti che sono, invece, dei miserabili assassini di civili inermi vittime di un sistema democratico indifeso dalle politiche buoniste di quei sinistri s-governanti che hanno creato e tuttora incrementano i numeri delle immense enclaves nemiche delle ‘banlieues’ parigine e belghe e delle altre metropoli europee prese in ostaggio dai rinnegati che furono accolti pietosamente come ‘profughi’ – e i loro figli si ribellano e si armano e macellano all’arma bianca degli sconosciuti appellati quali ‘infedeli’ e ‘crociati’.
Fino a quando, cittadini, tollereremo questa assoluta infamia e continueremo a nutrire le serpi in seno che ci avvelenano le vite?

Ubi maior minor cessat (2)

Ubi maior minor cessat (2)

Andrà bene anche una riflessione antica e modesta quale ‘ubi maior minor cessat’ – da ognuno e tutti constatata almeno una volta nella vita – per capire alcune semplici cose della post moderna controversia sull’islam radicale e ‘radicalizzato sul web’ che ci angoscia e ci uccide facile con tutti i mezzi a disposizione, compreso il procurato allarme di due imbecilli nostrani in piazza san Carlo, a Torino, giusto per ‘vedere l’effetto che fa’.

Che il mal minore (che non è mai ‘mezzo gaudio’) scompaia o diminuisca fortemente sotto l’urto di una catastrofe maggiore s’è visto ieri – che perfino i morti e i feriti all’arma bianca di Londra (atroce espressione di un odio immedicabile verso di noi dei nostri profughi divenuti con destrezza cittadini) quei morti, dicevo, hanno ceduto il passo ai mille e passa feriti del fuggi-fuggi di piazza san Carlo e all’evidenza che possiamo farci male da soli – dato lo spavento che ci affanna di poter essere, oggi o domani, vittime inermi e indifese di un attentato di matrice islamo-radicale – forse la maggiore causa di morte di giovani e adulti del futuro prossimo, dato il trend e le ricorrenze delle stragi.

Ma ci conforta(erebbe) il sapere che possiamo – abbiamo gli strumenti – per poter ‘essere maggiori’ dei nostri assassini, natural born killers delle seconde e terze generazioni di immigrati, basta che lo vogliamo – politicamente, elettoralmente e perfino nei rapporti quotidiani che intratteniamo con quei tali che si sono incistati nelle nostre città e, invece di integrarsi e assumere i nostri usi e costumi e ‘valori’ di cittadinanza, si rintanano nei quartieri-ghetto dove riproducono e tramandano i loro valori e rancori e costumi di tradizione medioevale, in gran parte avversi e ostili ai nostri.

E non sarebbe male, se si è vicini di casa di costoro, dei mitici ‘islamici moderati’ (arabe fenici sui nostri giornali a ispirazione buonista) segnalare alla polizia le grida di giubilo, dopo ogni attentato e strage commessa dai loro figli e nipoti ‘radicalizzati sul web’ – nella speranza che ci facciamo maggiori e migliori di loro anche e sopratutto nell’applicazione di leggi e divieti e sanzioni, ove ricorrano gli estremi di un reato qual’è l’apologia di strage e assassinio.

Facciamoci maggiori ogniqualvolta ci è possibile e consentito – almeno fino a quando la demografia a noi sfavorevole non capovolgerà i numeri della cittadinanza e la maledetta legge sullo ius soli, tanto cara al pd della follia immigratoria dei grandissimi numeri, non consegnerà loro le chiavi di quella che Houellebecq, nel suo clamoroso romanzo, chiamava ‘Soumission’.

La scoperta dell’acqua tiepida

Ha scoperto l’acqua tiepida quel tal commentatore che, su rai3, alle 12 e 40 di oggi, affermava che, da oggi in poi, in un qualsiasi luogo pubblico affollato oltremisura basterà far scoppiare un petardo e gridare: ‘E’ un attentato!’ e avremo ‘l’effetto Torino’ di oltre mille feriti nel fuggi-fuggi generale. E le maledette serpi in seno assassine ‘radicalizzate sul web’ di certo sapranno farne buon uso, da qui in avanti, e risparmieranno sulle munizioni e gli esplosivi.

E già oltre un anno fa, con spirito amaro, amarissimo, mi era capitato di dire a chi mi stava accanto che, se in piazza san Marco, alle ore 11, con la coda immensa di chi attende di entrare in Basilica e la coda incrociata di coloro che attendono di salire sul campanile, sarebbe bastato un grido rauco di ‘allah u akbar’ e il battere forte di una mano contro l’altra e ‘l’effetto Torino’ sarebbe stato uguale.

Perché nella società impaurita delle vittime potenziali e inermi che siamo e vieppiù saremo nel futuro prossimo non c’è presidio e pattugliamento di militari e/o polizia che tenga e ci preservi e ci scampi dal ritrovarci chini sul corpo martoriato di chi ci stava accanto un attimo prima, se un qualche attentato era stato programmato e realizzato con la facilità estrema e vigliacca che ci raccontano le cronache di ogni strage già eseguita a Nizza, Berlino, Bruxelles, Parigi, Londra.

E tardano i provvedimenti anti terroristici radicali e di emergenza assoluta da parte di ognuno e tutti gli s-governanti europei largamente inadeguati al ruolo e alla bisogna di un ordine pubblico degno di questo nome – e fioccano, in cambio, le inutili geremiadi di sempre e le frasi di rito che seppelliscono in fretta i morti e, il giorno dopo, si torna alla recitazione del folle verbo buonista dell’accoglienza estesa e diffusa che ha generato le maledette enclaves islamiste nelle periferie delle metropoli europee.
Al voto al più presto – e con l’augurio che finalmente gli elettori rabbiosi e stanchi di una guerra mai dichiarata e solo subita dai civili e le vittime inermi premino nelle urne i sostenitori del pugno di ferro e di una integrazione severa e controllata ogni giorno e capillarmente su tutto il territorio nazionale.
E rimpatri immediati ed effettivi per chi non ha titolo di accoglienza.

Per le antiche scale

Per le antiche scale

Le scale, si sa, sono fondamentali nelle nostre e altrui vite. Trascurando la ‘scala al Fattore’ del nostro Sommo – uno dei più alti esempi di un uso strumentale del corpo e della figura della Donna – e il suo tardo e doloroso ‘scendere e salir per l’altrui scale’ che sapevan di sale, le scale sono la fatica improba che devono affrontare gli anziani che non hanno provveduto per tempo a trasferirsi al piano terra, ma anche le ardite infissioni sulla roccia di alcune vie ferrate che ci portano brevemente in cima alla montagna ( con lo spaventoso vuoto alle nostre spalle) – e da lì osserviamo il mondo sottostante improvvisamente chetato e non più conflittuale nelle limpide giornate dell’estate di alta quota. Ubi maior minor cessat.

E Maria Reiche, grande studiosa delle ‘linee di Nazca’ (Perù), – che interpretava quali antiche raffigurazioni ispirate alle costellazioni celesti – saliva su una leggera scala mobile di metallo per riuscire a meglio vedere i particolari delle linee tracciate da popoli misteriosi rimuovendo le pietre superficiali di quel deserto privo di vento e di piogge che ce le ha conservate.

E costruttore di meravigliose ed elegantissime scale in pietra era l’architetto Carlo Scarpa, pura intelligenza nostrana, che le progettava e faceva costruire prive di ringhiera e quel suo vezzo e segno distintivo architettonico gli costò la vita, – il giorno che scivolò sul gradino di un anonima scala di un albergo e non si afferrò alla ringhiera forse per deformazione professionale e batté la testa e ci privò del suo immenso genio.

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Viva l’Arte viva (3)

Viva l’Arte viva (3)

E non può mancare Utopia nell’Arte viva di questa Biennale – l’isola magnifica e bella come non altre mai, ma che mai appare all’orizzonte dell’umana navigazione infelice.
Utopia è la Creazione rivisitata dall’uomo di pensiero ardito, ma che resetterebbe una grandissima parte della creazione esistente, se si inverasse, perché infestata dal Male, dal Brutto e dallo Sgraziato del mondo.
E se V. Koshlyakov (Ca’ Foscari sede espositiva) ci propone le sue immagini scenografiche sbrindellate e i pezzi sapientemente ricomposti e incollati su grandi tele e cartoni e afferma che non ha mai smesso di cercare di costruire un’immagine di Utopia (che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa), c’è un altro artista che espone in un palazzo di fronte all’imbarcadero di Riva di Biasio che afferma che Utopia è morta e sepolta, facciamocene una ragione.
E, a dire il vero, basterebbe un’azione meno eclatante del cercare costantemente di rappresentare l’Isola-che-non-c’é.
Basterebbe medicare al meglio le molte piaghe aperte e che abbiamo impietosamente sotto gli occhi ogni santo giorno e provare con fermezza e costanza a ‘raddrizzare il legno storto dell’umanità’ – ma sembra che proprio queste piccole cose di ogni giorno nuovo siano la maledetta Utopia che non ci riesce di costruire e trasciniamo le vite nell’attesa di nuovi attentati del franchising assassino dell’Isis incistato nelle enclaves islamiche delle nostre metropoli e la vana speranza che Europa sia davvero capace di cantare un giorno il suo Inno alla Gioia senza remore e avvilimenti.

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Viva l’Arte viva (2)

Viva l’Arte viva (2)

Dobbiamo includere l’Azerbaigian nelle nostre rassegne-stampa quotidiane. Perché, a detta dei curatori dell’esposizione che gli artisti azerbaigiani ci mostrano a campo S. Stefano (palazzo Lezze), è il paese esemplare della convivenza possibile e del più pacifico melting pot che si dà sul pianeta Terra.
Verifichiamo la cosa e teniamolo in palmo di mano e indichiamolo ad esempio planetario, un tale paese felice. Perché l’affermazione del curatore (Martin Roth) è perentoria e ci stupisce per la sua perentorietà: ‘L’Azerbaigian è un esempio assoluto di convivenza tollerante tra genti di culture diverse.’ Perbacco.

La cosa va studiata e, di questi tempi, portata all’attenzione delle scuole europee di ogni ordine e grado e discussa con assoluta priorità nei parlamenti europei e nazionali che dovranno mandare i loro emissari nel paese asiatico per capire e vedere come si fa.
Magari si scopre che non ci sono fiumi di profughi richiedenti asilo che premono alle frontiere azerbaigiane come da noi sul Mediterraneo e nei campi profughi della Turchia – e ci costano una fortuna in assistenza diretta (paghiamo la Turchia per la loro contenzione) e in quella indiretta delle carceri che ne ospitano un buon numero; e i rimpatri dei non aventi diritto sono ostacolati e rimandati alle calende greche dai ricorsi giudiziari di primo e secondo grado.
E magari scopriremo che in Azerbaigian non sono cresciute a dismisura le enclaves islamiche con moschee a predicazione radicale incistate nelle periferie urbane delle loro città e l’integrazione laggiù funziona benissimo e possono insegnarci qualcosa, chissà.

L’Arte al servizio dell’esemplarità politica è una gran novità e ce ne rallegriamo e giuriamo di svolgere approfondite ricerche su questo paese magnifico nunzio di un grande futuro di pace e pacifiche convivenze sul pianeta Terra. Viva l’Arte viva che ci parla di politica e di società e culture diverse come si deve – ed esprimiamo voti che sia tutto vero, naturalmente.

Comprese le donne e i bambini (2)

Ogni dramma sociale ha come suo corollario psicologico l’accettazione collettiva del suo esistere e svilupparsi in mortali metastasi. Esistere forzato (perché non sappiamo/possiamo estirpare le cause del male) o indotto dall’imperare di falsi pietismi e pelose misericordie che pretendono di superare gli ambiti dell’azione individuale o di piccolo gruppo e si impongono quale azione politica di partiti e annesse associazioni e o.n.g.
Ed è qui il caso di ricordare che, a specchio dei presenti drammi sociali che viviamo, è il ricordo di un’educazione della prole che per la nostra generazione e le precedenti fu di grande severità dei genitori e dei maestri di scuola e oggi è un dilagare di comportamenti ‘bulleschi’ e volgari – e i maestri e i professori vengono intimiditi dai genitori permissivi o assenti se solo alzano la voce severa per reprimere i comportamenti devianti o violenti.
E quanto succede alle società europee in questo scorcio di infausto millennio entrante – di attentati e stragi ricorrenti e annunciate di bulli jiahdisti assassini già profughi e richiedenti asilo – è l’erompere del male sociale iniziato oltre quarant’anni fa con le tolleranti e miopi politiche immigratorie che hanno creato le enclaves islamiche radicali nelle periferie delle nostre città e l’accettazione di uno stato di guerra interna e vite blindate conseguente alle cattive politiche incapaci di elaborare le integrazioni necessarie e gli inserimenti graduali e controllati nei numeri e negli ingressi di quei corpi e culture e religioni estranee nel tessuto della civiltà occidentale.
E l’avanzare del male e la sua diffusione in metastasi incontrollabili è stato favorito da quei medici pietosi a sproposito che tuttora credono che un’epidemia di migrazioni a cinque/sei zeri annui sia curabile coi buoni e pii propositi del volontariato crocerossino e della predicazione francescana de ‘tutti fratelli’. Mentre dilaga il proselitismo islamista radicale che ci indica quali crociati da sterminare senza pietà, comprese le donne e i bambini.

L’Arte viva del terzo millennio

 

E l’Arte sarà anche viva e volentieri inneggiamo in coro ‘Viva l’Arte’ e tuttavia un monumentale riferimento al mortuario seppellito nella Storia e i molti ripescaggi di dejà vu da parte di molti artisti un po’ ci raffreddano, in questo nostro vagare di palazzo in palazzo negli itinerari relativi agli ‘eventi collaterali’.
E Damien Hirst aveva dato il ‘la’ già ad Aprile col suo fantasioso recupero marino di monumentali demoni e vari reperti di civiltà diverse di area mediterranea sapientemente incrostati di concrezioni coralline e alghe e crostacei e polipi tenacemente aggrappati ai corpi e ai capelli delle statue – ed è un bel vedere come l’Arte torni all’Antico della statuaria elladica e dei magnifici bronzi, ma ci corre il sospetto che l’esibizione di tanto talento ricostruttivo e sapienza imitativa gli venga dal tarlo di quei visitatori delle sue mostre precedenti che continuavano a ripetere davanti ad ogni sua opera (e di altri artisti) ‘lo so fare anch’io’. Eccovi serviti.
Provatevi voi a rifare il gigantesco demone alto 18 metri che campeggia nella corte interna di palazzo Grassi (e chissà chi se lo compra e in quale adeguato spazio campeggerà in futuro) o compratevi un grosso pezzo di giada per riprodurre il busto di una dea o il molto oro necessario a riprodurre il busto di una regina faraona e vediamo di che siete capaci.
Arte viva, certo, e che si tuffa nel passato remoto per dare volto al futuro – non diversamente da quanto avviene nella politica e nella società del terzo millennio che coniuga il futuro prossimo con i califfati di ritorno e con i guerrieri jiahdisti che fanno strage di civili inermi – donne e bambini compresi – nel nome di un preteso dio u akbar.
Un passo avanti e due indietro. Il futuro è alle spalle. Viva l’Arte del terzo millennio.

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