Archivio mensile:maggio 2017

Viva l’Arte viva (3)

Viva l’Arte viva (3)

E non può mancare Utopia nell’Arte viva di questa Biennale – l’isola magnifica e bella come non altre mai, ma che mai appare all’orizzonte dell’umana navigazione infelice.
Utopia è la Creazione rivisitata dall’uomo di pensiero ardito, ma che resetterebbe una grandissima parte della creazione esistente, se si inverasse, perché infestata dal Male, dal Brutto e dallo Sgraziato del mondo.
E se V. Koshlyakov (Ca’ Foscari sede espositiva) ci propone le sue immagini scenografiche sbrindellate e i pezzi sapientemente ricomposti e incollati su grandi tele e cartoni e afferma che non ha mai smesso di cercare di costruire un’immagine di Utopia (che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa), c’è un altro artista che espone in un palazzo di fronte all’imbarcadero di Riva di Biasio che afferma che Utopia è morta e sepolta, facciamocene una ragione.
E, a dire il vero, basterebbe un’azione meno eclatante del cercare costantemente di rappresentare l’Isola-che-non-c’é.
Basterebbe medicare al meglio le molte piaghe aperte e che abbiamo impietosamente sotto gli occhi ogni santo giorno e provare con fermezza e costanza a ‘raddrizzare il legno storto dell’umanità’ – ma sembra che proprio queste piccole cose di ogni giorno nuovo siano la maledetta Utopia che non ci riesce di costruire e trasciniamo le vite nell’attesa di nuovi attentati del franchising assassino dell’Isis incistato nelle enclaves islamiche delle nostre metropoli e la vana speranza che Europa sia davvero capace di cantare un giorno il suo Inno alla Gioia senza remore e avvilimenti.

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Viva l’Arte viva (2)

Viva l’Arte viva (2)

Dobbiamo includere l’Azerbaigian nelle nostre rassegne-stampa quotidiane. Perché, a detta dei curatori dell’esposizione che gli artisti azerbaigiani ci mostrano a campo S. Stefano (palazzo Lezze), è il paese esemplare della convivenza possibile e del più pacifico melting pot che si dà sul pianeta Terra.
Verifichiamo la cosa e teniamolo in palmo di mano e indichiamolo ad esempio planetario, un tale paese felice. Perché l’affermazione del curatore (Martin Roth) è perentoria e ci stupisce per la sua perentorietà: ‘L’Azerbaigian è un esempio assoluto di convivenza tollerante tra genti di culture diverse.’ Perbacco.

La cosa va studiata e, di questi tempi, portata all’attenzione delle scuole europee di ogni ordine e grado e discussa con assoluta priorità nei parlamenti europei e nazionali che dovranno mandare i loro emissari nel paese asiatico per capire e vedere come si fa.
Magari si scopre che non ci sono fiumi di profughi richiedenti asilo che premono alle frontiere azerbaigiane come da noi sul Mediterraneo e nei campi profughi della Turchia – e ci costano una fortuna in assistenza diretta (paghiamo la Turchia per la loro contenzione) e in quella indiretta delle carceri che ne ospitano un buon numero; e i rimpatri dei non aventi diritto sono ostacolati e rimandati alle calende greche dai ricorsi giudiziari di primo e secondo grado.
E magari scopriremo che in Azerbaigian non sono cresciute a dismisura le enclaves islamiche con moschee a predicazione radicale incistate nelle periferie urbane delle loro città e l’integrazione laggiù funziona benissimo e possono insegnarci qualcosa, chissà.

L’Arte al servizio dell’esemplarità politica è una gran novità e ce ne rallegriamo e giuriamo di svolgere approfondite ricerche su questo paese magnifico nunzio di un grande futuro di pace e pacifiche convivenze sul pianeta Terra. Viva l’Arte viva che ci parla di politica e di società e culture diverse come si deve – ed esprimiamo voti che sia tutto vero, naturalmente.

Comprese le donne e i bambini (2)

Ogni dramma sociale ha come suo corollario psicologico l’accettazione collettiva del suo esistere e svilupparsi in mortali metastasi. Esistere forzato (perché non sappiamo/possiamo estirpare le cause del male) o indotto dall’imperare di falsi pietismi e pelose misericordie che pretendono di superare gli ambiti dell’azione individuale o di piccolo gruppo e si impongono quale azione politica di partiti e annesse associazioni e o.n.g.
Ed è qui il caso di ricordare che, a specchio dei presenti drammi sociali che viviamo, è il ricordo di un’educazione della prole che per la nostra generazione e le precedenti fu di grande severità dei genitori e dei maestri di scuola e oggi è un dilagare di comportamenti ‘bulleschi’ e volgari – e i maestri e i professori vengono intimiditi dai genitori permissivi o assenti se solo alzano la voce severa per reprimere i comportamenti devianti o violenti.
E quanto succede alle società europee in questo scorcio di infausto millennio entrante – di attentati e stragi ricorrenti e annunciate di bulli jiahdisti assassini già profughi e richiedenti asilo – è l’erompere del male sociale iniziato oltre quarant’anni fa con le tolleranti e miopi politiche immigratorie che hanno creato le enclaves islamiche radicali nelle periferie delle nostre città e l’accettazione di uno stato di guerra interna e vite blindate conseguente alle cattive politiche incapaci di elaborare le integrazioni necessarie e gli inserimenti graduali e controllati nei numeri e negli ingressi di quei corpi e culture e religioni estranee nel tessuto della civiltà occidentale.
E l’avanzare del male e la sua diffusione in metastasi incontrollabili è stato favorito da quei medici pietosi a sproposito che tuttora credono che un’epidemia di migrazioni a cinque/sei zeri annui sia curabile coi buoni e pii propositi del volontariato crocerossino e della predicazione francescana de ‘tutti fratelli’. Mentre dilaga il proselitismo islamista radicale che ci indica quali crociati da sterminare senza pietà, comprese le donne e i bambini.

L’Arte viva del terzo millennio

 

E l’Arte sarà anche viva e volentieri inneggiamo in coro ‘Viva l’Arte’ e tuttavia un monumentale riferimento al mortuario seppellito nella Storia e i molti ripescaggi di dejà vu da parte di molti artisti un po’ ci raffreddano, in questo nostro vagare di palazzo in palazzo negli itinerari relativi agli ‘eventi collaterali’.
E Damien Hirst aveva dato il ‘la’ già ad Aprile col suo fantasioso recupero marino di monumentali demoni e vari reperti di civiltà diverse di area mediterranea sapientemente incrostati di concrezioni coralline e alghe e crostacei e polipi tenacemente aggrappati ai corpi e ai capelli delle statue – ed è un bel vedere come l’Arte torni all’Antico della statuaria elladica e dei magnifici bronzi, ma ci corre il sospetto che l’esibizione di tanto talento ricostruttivo e sapienza imitativa gli venga dal tarlo di quei visitatori delle sue mostre precedenti che continuavano a ripetere davanti ad ogni sua opera (e di altri artisti) ‘lo so fare anch’io’. Eccovi serviti.
Provatevi voi a rifare il gigantesco demone alto 18 metri che campeggia nella corte interna di palazzo Grassi (e chissà chi se lo compra e in quale adeguato spazio campeggerà in futuro) o compratevi un grosso pezzo di giada per riprodurre il busto di una dea o il molto oro necessario a riprodurre il busto di una regina faraona e vediamo di che siete capaci.
Arte viva, certo, e che si tuffa nel passato remoto per dare volto al futuro – non diversamente da quanto avviene nella politica e nella società del terzo millennio che coniuga il futuro prossimo con i califfati di ritorno e con i guerrieri jiahdisti che fanno strage di civili inermi – donne e bambini compresi – nel nome di un preteso dio u akbar.
Un passo avanti e due indietro. Il futuro è alle spalle. Viva l’Arte del terzo millennio.

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Comprese le donne e i bambini

Comprese le donne e i bambini

Bisogna saperlo immaginare il Medioevo delle figurazioni e suggestioni religiose che riempivano la vita delle persone dal primo attimo in cui aprivano gli occhi e scendevano dai miseri giacigli e uscivano nell’aia e ringraziavano Dio per la vita di quel giorno e la salute.
E le grandi cattedrali e le più belle e antiche moschee nascono da quegli sguardi e pensieri e sottomissioni di contadini e artigiani costruttori all’idea di un Essere Creatore e Supremo Giudice e severo di ogni nostra azione. E accettavano e trovavano giusti e condivisibili i ‘giudizi di Dio’ che si combattevano nelle arene pubbliche e le punizioni corporali e le torture e le pene di morte inflitte ai dissidenti e agli eretici con la stessa semplicità e naturalezza con cui noi oggi ci misuriamo con la libertà assoluta dei comportamenti del nostro essere laici cittadini di un mondo democratico e non più cristiano (o diversamente cristiano, come piace dire ai ‘politicamente corretti’).

Una tale premessa per dire che bisogna saper immaginare il medioevo religioso e suggestivo e atavico che agisce nelle menti degli attentatori di ogni risma e luogo del pianeta per capire il senso del loro agire e mirare all’indifeso futuro delle generazioni ultime – come hanno fatto ieri sera a Manchester, in un teatro che ospitava giovanissimi cittadini e perfino bambini innamorati di musica e canzoni.

E non abbiano ancora elementi di indagine riportati in chiaro sui giornali, ma, chissà perché, diamo per scontato che solo la follia islamista radicale degli assassini stragisti e il medioevo che alligna nelle loro menti malate sia la fucina in cui si è costruita quest’ennesima ‘strage degli innocenti’ che ci avvilisce per la sua prevedibilità e ricorrenza e predizione facile che ‘non sarà l’ultima’, – e come potrebbe?

Come potrebbe in un Europa ormai fitta di ‘enclaves’ islamiste radicali che sono l’acqua torbida dei fiumi in cui nuotano i maledetti pirana assassini delle stragi e delle mattanze dei camions lanciati sulla folla indifesa e inerme?
E’ una guerra persa, quella che si combatte con le mani legate da un buonismo diffuso e stolidamente ‘accogliente’ che continua a esortare, ad ogni ricorrenza di strage e di morti sulle strade, di ‘non fare di ogni erba un fascio’ – e tuttavia quelle periferie urbane e ‘banlieues’ fitte di una immigrazione rabbiosa e male o per nulla integrata sono lì a mostrarci le facce nemiche e ostili tra le quali si nascondono gli assassini.
Gente che vive, scrivono i giornalisti dei molti reportages che abbiamo letto in questi anni di stragi, il disagio sociale del non lavoro o del lavoro sottopagato e ce lo rimproverano, condendolo con le ataviche risorgenze del medioevo islamico che ci indica quali maledetti ‘crociati’.
Da uccidere senza distinzioni, comprese le donne e i bambini.

Manifestazioni

Fate una manifestazione. Se possibile numerosa. Se pensate di avere ragione su un qualche aspetto del nostro vivere associati e volete contrastare il pensiero e l’agire politico di tutti gli altri che vi avversano e vi imputano di lavorare per un futuro gramo dei figli e dei nipoti, una manifestazione può aiutare. L’effetto dura un giorno o poco più, ma intanto avete ‘battuto un colpo’ e affermato un diritto di pensiero e parola e non è poco, di questi tempi.
E non vi curate delle stime della Questura, che, il giorno dopo, riduce gli enfatici 100.000 dei giornalisti amici a 30.000 e forse meno, – fa parte dello strano gioco democratico per il quale la piazza di un giorno surroga i referendum e le elezioni politiche che darebbero risultati opposti a quelli che si propongono gli organizzatori di una manifestazione o dell’altra. Già. Chissà che esiti avrebbero referendum ed elezioni politiche incentrate sul troppo che stroppia delle cattive e folli politiche immigratorie di questo e dei precedenti governi che non riescono a impedire le partenze e a ridurre gli sbarchi – e i numeri dell’estate alle porte sono da mani sui capelli e la mitica ‘accoglienza diffusa’ dei folli buonisti di s-governo e ong associate tornerà ad essere l’invasione delle cavallette.

Le fake news e il sogno di Utopia

Le fake news e il sogno di Utopia

Il mondo felice è il sogno di Utopia. Un luogo che non esiste, come ben sapete, ma anche un luogo buono e bello quale solo nei sogni riusciamo a immaginare. E nell’isola di Utopia esiste anche una stampa e una televisione vocate a dire il vero e a perseguire i giusti obbiettivi di corretta informazione e conoscenza che dovrebbero essere il ‘giuramento di Ippocrate’ dei liberi giornalisti di una libera stampa all over the world.
Così non è, ahinoi, e il giornalismo – nostrano ed estero – è, invece, schieramento di fazioni l’una contro l’altra armata di ‘fake news’ sparate in prima pagina per ottenere i cattivi scopi di ogni fazione politico-giornalistica incurante del verbo e delle pratiche democratiche.
E la campagna di stampa contro il presidente eletto Donald Trump da parte della fazione ‘democrats’ che ha perso le elezioni e non riesce a farsene una ragione e ad elaborare il lutto e passar oltre conosce oggi il suo diapason di notizie farlocche e ‘rumors’ ridicoli e battute da bar sport rubate alla campagna elettorale più avvelenata della storia americana per le quali – a sentire i giornalisti del Washington Post e i loro confratelli miserabili e diffamatori da un tanto al chilo – si sente aria di ‘impeachment’.

E la sola e vera buona notizia di queste campagne diffamatorie dei democrats di ogni risma e veleno e rigurgito esofageo è che – a forza di rifilarci le notizie farlocche e i ‘rumors’ ridicoli e le battute da bar del senatore repubblicano in vena di facezie, usato sui loro fogli quale ‘utile idiota’ – ci stanno educando a riconoscere ‘a naso’ le cretinerie giornalistiche di coloro che imbastiscono campagne di stampa a fini anti democratici e per rovesciare l’esito delle elezioni ultime scorse, così che spegniamo radio e televisioni embedded e insopportabilmente faziose e passiamo oltre – e issiamo le vele della nave Speranza verso l’isola di Utopia di una buona ed equilibrata stampa futura capace di guarire dagli acidi rigurgiti di fazione e di mostrarci gli articoli di quel buon giornalismo che, sempre più di rado, emerge dalle nebbie del mare di questo nostro tempo infelicissimo e bugiardo.

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Del parlare la lingua dell’amore – Ieri accadeva

Se non parli la lingua dell’Amore

Non è solo il ‘morire di maggio’ che esige ‘molto coraggio’ – come recita la nota canzone di De Andrè. Ed è metafora che dice il morire affanno atroce – e se è primavera e il sole scalda e tornano le rondini a riempire i cieli vuoti quell’affanno mozza davvero il respiro e chiude gli occhi.

Il vero coraggio è affermare le proprie opinioni ‘fino in fondo’ e i veri coraggiosi sono quei moribondi e i loro familiari che scelgono il funerale laico – e nessun prete strano intorno alla bara a incensare e a officiare i riti del trapasso e a ricordarci che solo la ‘resurrezione in Cristo’ dà senso alle nostre vite. Che sarebbe un bel conforto, non c’è discussione, ma cozza (l’ipotetica resurrezione) contro l’evidenza che di tutti i morti della storia dell’umanità non uno si è risvegliato ed è uscito dalla tomba fin qua – e Giosafatte è ormai un luogo mitico che scomparirà dalle enciclopedie non appena inizieranno i viaggi spaziali.

I funerali laici sono incontri informali di molte (o poche) persone che ricordano il vissuto comune di chi ‘ci ha lasciato’ ed esercitano il ‘conforto della memoria’ – che è quanto dire, scolasticamente: ‘A egregie cose il forte animo accendono le urne dei forti…’ Ma la memoria nostra di uomini e donne, lo sappiamo, è virtù neuronica fragile e bastano tre generazioni a mandare in rovina le gloriose urne e le tombe e disperdere i ricordi di chi ha vissuto ed è transitato tra ‘i più’ della Storia lontana.

E se la Storia non è magistra e tuttora va col passo del gambero (uno avanti e due indietro) è proprio perché la memoria è fragile, ahinoi, e ben lo sanno le maestre/i e i professori/esse quanto sia difficile riempire le zucche vuote di certe allievi di tutto quanto è necessario sapere perché la vita degli uomini e donne migliori col passare delle generazioni e il futuro torni ad essere quello sognato delle ‘magnifiche sorti e progressive’.

Però quei coraggiosi dei funerali laici hanno almeno il merito di metterci di fronte al senso finale delle cose. Che senso ha farsi benedire da un prete e ascoltare tutte quelle improbabili promesse di ‘vita dopo la morte’ e speranza di resurrezione -che tante discussioni hanno suscitato in vita, ma è solo nel momento del trapasso che devi dire la parola finale che ci angoscia: credo o non credo e chissà che Luce c’è dall’altra parte degli occhi che si chiudono per sempre.

E se Luce c’è, io credo ci sarà per tutti: credenti e laici e cristiani e ortodossi e induisti e islamici. L’intera umanità richiamata in vita (forse, chissà) a celebrare i fasti e i nefasti del comune cammino nel Bene e nel Male nel quale ci siamo impantanati senza ben sapere che senso avessero le guerre che abbiamo combattuto e le distruzioni e gli omicidi e i femminicidi e le corruzioni e le ruberie e le contrapposizioni politiche che fanno il nostro tristissimo e tragico ‘vissuto’ collettivo.

E, forse non a caso, c’è sempre qualcuno che, anche nel corso di un funerale laico, ci richiama alla mente la parola fondamentale, la parola ‘Amore’, comunque e con chiunque coniugata – e torna la lettera di san Paolo, interpretata in chiave laica, ma liaison con i ‘credenti’ di ogni fede, che ci ha incantato guardando il meraviglioso ‘film blu’ di Kieslowski.

Perché puoi ‘sapere tutte le lingue del mondo’, ma se non hai parlato la lingua dell’Amore nei giorni e gli anni della tua vita niente ha avuto un senso.

Amen e così sia.

A remake of the famous Blue film… by Krzysztof Kieslowski. I of assembly on the…
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Trascendenze e dintorni

Giulio Verne ce lo ha insegnato: laddove esistono fantasie e narrazioni di ‘20000 leghe sotto i mari’ e/o ‘Dalla Terra alla Luna’, di lì a poco avremo i sommergibili a propulsione atomica e ‘il primo uomo sulla Luna’ che vi pianta la bandiera degli Stati Uniti d’America. E la prossima missione spaziale ci dirà se quella bandiera davvero è stata infissa nel terreno lunare o se – come sostengono i complottisti di internet – è stato tutto confezionato negli ‘studios’ cinematografici di Hollywood per contrastare miseramente la supremazia dell’Unione sovietica nelle conquiste spaziali.

Ma quanto mi interessa farvi notare è che, se ‘Trascendence’, – il film con J. Deep andato in onda ieri sera su rai movie – oggi ci parla di intelligenza artificiale che fa aggio sulla nostra morte corporale prossima ventura, quelle fantasie narrative preludono, di qui a breve, a cose che noi umani del presente preistorico solo faticosamente e confusamente immaginiamo, ma saranno realtà concrete e vivibili di eternità e sopravvivenze virtuali quali le leggende religiose più spinte non hanno saputo realisticamente immaginare e predire.
Il film naufraga, nel finale, nei soliti stereotipi cinematografici di buoni contro cattivi e timori panici di ‘grandi fratelli’ – sempre loro – che prendono tutto il potere, e ci aspettavamo di più di tanta melensaggine e storia d’amore strappalacrime in un film che ipotizzava e basava la sua narrazione primaria su un futuro di tecnologie avanzatissime capaci di maneggiare nanotecnologie in grado di inverare quelle cose che oggi diciamo ‘miracoli’ – e ne diamo piena ed esclusiva gestione ai papi e ai cardinali e ai preti delle benedizioni e santificazioni di Lourdes e di Fatima, che tristezza!

Ma la cosa positiva è che la Storia è ‘galantuoma’ e, seppure mescola bassezze e stupidaggini preistoriche nel presente caos che ci avvolge – e nel quale fatichiamo a districare le cose vere e buone e giuste dal miserabile impasto di menzogne e cretinerie da sacrestia – alla fine ci consegna le narrazioni giuste e vere dei sommergibili a propulsione nucleare e i missili e le stazioni spaziali orbitanti e le spedizioni spaziali sulla Luna o su Marte e chissà dove.
Peccato non esserci e nutrire legittimi dubbi su una mitica resurrezione virtuale i cui particolare realistici e realizzabili ancora ci sfuggono – e meglio sarebbe stato farne un documentario scientifico piuttosto che un film dal nome pretensioso di ‘Trascendence’.

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Ubi maior minor cessat

Venezia era stra piena, ieri pomeriggio e sera. E alle abituali centinaia di migliaia di turisti di ogni ordine e grado e censo si è aggiunta – e si distingueva e ‘saltava agli occhi’ – quella fauna bella ed elegante ‘da Biennale’ che riempie i ‘pavillons’ e i palazzi degli ‘eventi collaterali’ di esperti d’arte e giornalisti di ogni genere di foglio e rivista specializzata; e sostano sorridenti davanti ai tavoli imbanditi delle inaugurazioni col prosecco o lo spritz in mano e si dicono cose intelligentissime su come dovrebbe essere re inventato e meglio abitato il mondo – cose che ‘voi umani’ poco talentuosi e per niente artisti e pensatori neanche vi sognate.
E si sprecano le ‘living performances’ e i flash mob artistici che tanto piacciono ai turisti – che si fanno intorno in solluchero e/o partecipi commossi dell’evento e risuonano a ripetizione le mitragliate estatiche: i clic, clic, clic, dei cellulari.

E, curiosamente, niente neri coi borsoni taroccati in giro, né le decine degli esclusi mendichi di uguale colore che percorrono incessantemente la città. Come se ‘ubi maior minor cessat’ – e, dove appaiono le folle strabocchevoli della ricchezza di questa eminente ‘città d’arte’, città della gioia e dell’estasi estetica, scompaiono alla vista, in parallelo, gli ‘ultimi’ che, secondo il verbo evangelico e quello di Francesco, sono ‘il sale della terra’. Ma troppo sale non è favorevole alla vita, ben lo sappiamo, e diciamo ‘morto’ quel mare che di percentuale salina eccede ogni altro mare; e trovatemi un pesce che sia uno colto a guizzare in quegli inospitali abissi.

E il fattaccio di Roma, il ‘pasticciaccio brutto’ del quartiere Centocelle (un nome un incubo di socialità malata): quel rogo della roulotte dei rom fittamente abitata e morti bruciati un bambino e due ragazze, ci racconta di una miseria diffusa e che sempre più si diffonde nelle città italiane anche grazie al verbo di ospitalità e accoglienza universale di Francesco e del pd di s-governo e delle o.n.g. qui attirate dal miele del business dei migranti – e non c’è supermercato di città o paese che non sia presidiato da un nero che sosta prossimo ai carrelli della spesa e siamo sempre più curiosi di quali veritiere cose si sostanzi l’araba fenice di una ‘integrazione’ che ‘ci sia ciascuno (del pd) lo dice dove sia nessun lo sa’.

E questa anima tutta italiana dell’accogliere a milioni i bisognosi che ‘fuggono dalle guerre, dalla siccità e dalla fame’ soffrendo poi le conseguenze dei drammi sociali conseguenti al ‘troppo che stroppia’ – e ci costa una cifra spaventosa nel bilancio dello Stato – non ha uguali in Europa, dove, negli altri stati, si accoglie solo la quantità minima che si riesce a gestire dignitosamente e ci lasciano volentieri, a noi medici oltre modo pietosi, il compito di raccogliere e sfamare e accudire quegli altri, i reietti, mentre dura la contabilità asfissiante degli sbarchi e, in parallelo, quella dei morti annegati.

E di fermare le partenze, sola cosa sensata da fare, neanche a parlarne. Non è carino, ci fanno sapere le nostre anime belle di sinistra, misericordiose oltre ogni limite di buon senso comune.

Roma, (askanews) – Viale Primavera, parcheggio del centro commerciale. Quartiere Centocelle, a Roma. La gente,…
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