Archivio mensile:febbraio 2017

Bei tempi. Altri tempi.

 

E, sempre per restare sui libri che si inscatolano e, a loro modo, ci raccontano il tempo presente commisurato col passato, sarà più adatto a raccontare le presenti tensioni in casa Pd il libello di Lenin: ‘L’estremismo malattia infantile del comunismo’ o il trattato di K. Marx: ‘Per la critica dell’economia politica’? Oppure le satire di Anonimo Romano: ‘Il compromesso rivoluzzionario’ scritto negli ignominiosi Settanta in casa P.c.i. – che la Storia lo abbia in gloria e ce lo conservi integro nella memoria?

Già. Perché se fosse solo la questione di lana caprina del Congresso si-no-quando e contro chi o per chi – muoia Renzi e tutti i suoi filistei – basterebbe leggere i sonetti di quest’ultimo libro per capire che ‘non è una cosa seria’ e ‘andate avanti voi che a noi ci vien da ridere’.
Ma, se nell’ultimo cantuccio libero rimasto nelle teste degli scissionisti ci fosse la preoccupazione per i problemi tragicissimi del lavoro che non c’é e dei disoccupati che si rivolgono alle mense della Caritas e le banche che gli pignorano le case acquistate coi mutui, allora tornerebbe più utile tornare a ragionare sulle critiche dell’economia capitalistica presente e globalizzata e ai suoi temibili riflessi sulla politica e sulla società che rincula e si rinchiude a riccio giusto nel momento in cui i ‘popoli de mare’ e dei barconi affluiscono a centinaia di migliaia alimentando il mendicismo diffuso e la miseria sociale e la ‘guerra tra poveri’.

La Storia che si ripete in farsa ci consegna, invece, le cronache cretine del cerino acceso che passa di mano in mano all’interno dell’assemblea del pd e nessuno dei futuri leaders (ce ne sono?) che si decida a pigliare in mano la bandiera degli Internazionalisti e avvii il corteo degli scissionisti fuori dell’edificio al canto de ‘Bandiera rossa’ o dell’Internazionale. Bei tempi. Altri tempi.

  Bei tempi
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Scissioni e fantasmi

Ho inscatolato solo qualche giorno fa la ‘Storia del Partito Comunista’ di Paolo Spriano e la genesi di quel partito, come ben sapete, registra la scissione voluta da uomini valenti, quali furono A. Bordiga e A. Gramsci dal corpaccione elefantiaco di un p.s.i. preda di correnti opposte e incapaci di determinazioni unitarie in tempi assai calamitosi e nel guado ventennale di ben due guerre mondiali.

I tempi presenti in cui viviamo, invece, qualcuno di non troppo autorevole neisuoi giudizi azzarda a definirli ‘la terza guerra mondiale diffusa’ e la crisi economica globale più lunga e devastante della Storia aggrava di certo il quadro, ma non basta questa cornice storica posticcia a convincermi che i pretesi scissionisti del pd di Renzi siano uomini valenti e lucidi quanto quelli che sognavano i soviet operai e la rivoluzione proletaria mondiale.

E non sappiamo bene cosa sogni e speri Speranza per il suo partito futuro – né se mai ardirà a fondarlo un tale ectoplasma rescissorio e sarà interessante leggere i nomi dei suoi dirigenti rifondatori immaginari per capire se faranno strada e avranno un futuro apprezzabilmente lungo e se saranno capaci di calcare le scene del post moderno complesso e foriero di catastrofi annunciate da protagonisti intelligenti.

Ma mi basta guardare e ascoltare un Cuperlo – ammesso e non concesso che sia del novero degli scissionisti in pectore, ondivago e soave com’é e così poco intelligibili i suoi propositi e le sue posizioni politiche – per vedere in trasparenza dietro di lui le nebbie di un futuro liquido e indefinito e niente che ci faccia lontanamente intuire se avremo di nuovo un partito di lotta (contro chi e cosa?) o di governo e l’unica cosa che ci è chiara è che la sinistra nel suo complesso, i suoi elettori compresi, tuttora gioca a fare la sinistra: inconcludente come sempre e buonista impenitente.

Vada come andrà speriamo che ‘vadano a casa’ al più presto e che la sinistra-sinistra e la sinistra-centro continuino a crogiolarsi nei loro sogni di rinascita e vaniloqui commisti lontana dai palazzi del potere. In fin dei conti l’opposizione è nella sua cultura ed è la cosa che le riesce meglio.

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Nel maggio del 1921 si tennero le elezioni politiche e i comunisti si presentarono con una lista autonoma[1]…
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Catastrofi annunciate

Speriamo che non sia vero, speriamo che sia un titolo pessimistico, quello che leggerete in fondo a questo articolo, dei soldi vanamente stanziati per contrastare le partenze dalle coste libiche e il vile commercio di corpi degli scafisti e dei trafficanti.
Speriamo, invece, che funzioni questo piano, il solo ragionevole dopo lustri di follia ‘buonista’ e ributtante retorica misericordiosa renzian-alfaniana e i conseguenti conflitti sociali alimentati dai grandissimi numeri di clandestini.
E speriamo che il messaggio di contrasto all’immigrazione illegale e forsennata e folle di questi ultimi lustri arrivi chiaro e forte in tutti gli stati dell’Africa, in tutti i villaggi polverosi, in tutte le bidonville di tutte le sovraffollate città africane:
‘Le vostre storie di miseria non possono essere esportate nel nostro continente se non attraverso i canali controllati e preventivamente autorizzati dagli stati membri dell’Unione, affinché non si alimenti vieppiù la follia degli orrendi slums delle periferie europee dove cova il radicalismo assassino dei disoccupati rancorosi e la quotidiana caccia al clandestino e il mendicismo diffuso e la micro criminalità e il carcere in cui finiscono gran parte delle vostre speranze di una vita migliore.’
Speriamo che questo nuovo indirizzo di governo dell’immigrazione funzioni e che finalmente il pd e la sinistra facciano propri in maniera coerente e continuativa i temi della sicurezza – causa prima dei loro tonfi elettorali.

E’ un risveglio tardivo, ahi quanto! e che ci è costato centinaia di morti e feriti per le strade di Parigi, Bruxelles, Nizza e Berlino – e altri ne conteremo, ahinoi, in quest’altr’anno in cui si prova a chiudere le stalle a buoi ormai dilagati per ogni dove e le nostre vite quotidiane blindate e i troppi fatti di cronaca nera che raccontano di integrazioni difficili e/o impossibili, ma speriamo che si sia finalmente iniziato a percorrere quel sentiero virtuoso che dirà l’Europa nuovamente capace di progetti e forte sviluppo economico futuro – e il suo Inno alla Gioia risuoni non stonato e inquinato dal rancore sordo delle serpi in seno che abbiamo accolto a milioni e in troppi, in questi ultimi anni, ci hanno avvelenato le vite.

Nulla si crea e nulla si distrugge?

 

Mano a mano e angolo dopo angolo, anziano e dubbioso Shiva Distruttore, libero di ogni orpello e quadro e ricordo di viaggio lo spazio domestico che mi è stato tana e casa e rifugio, secondo gli eventi che si sono succeduti lungo 45 anni di una buona vita, – tutto sommando e comparandola coi guasti del presente.
E, se è vero che nel flash black che si aziona nella nostra mente prima di morire e ti riporta la sintesi essenziale di ciò che hai letto, viaggiato, osservato e ritenuto importante ed emozionante di tutto quell’ambaradan confuso che chiamiamo ‘vita’, beh: ‘partire è un po’ morire’, come si dice, ed ogni commiato, in effetti, è una ‘piccola morte’, una parte di noi che si distacca e un piccolo cono d’ombra si disegna in quel fantasioso cosmo delle origini di cui si dice che ‘nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma’ – come ben recitava il Lavoisier Antoine-Laurent, illustre scienziato decapitato dalla Rivoluzione.
E un suo giudice affermò, in limine mortis, saputolo eminente scienziato, che ‘la Francia non ha bisogno di sapienti’. Tu vedi se le madri degli imbecilli devono essere sempre proditoriamente incinte e come avviene che si nominino giudici in certe ere storiche dei tali assoluti idioti e pretesi ‘rivoluzionari’. Il sonno della ragione produce mostri e imbecilli in egual misura, a mio modesto parere.

E magari, a proposito di commiati e piccole morti, hanno ragione quelli che fantasticano di metempsicosi e chissà in che cavolo di veste animale mi ritroverò a formicare, magari in un termitaio – io che aborro i raduni di massa e le folle sterminate che si radunano negli stadi o ai concerti o nelle inutili manifestazioni di protesta.
Se c’è un giudice a Berlino, pardon a Giosafatte, mi mostri clemenza e mi trasformi in aquila, piuttosto: occhiuto rapace capace di volare alto, e mi dia premio di libertà e leggerezza planando e cavalcando i venti che accarezzano ogni cosa che laggiù vive; ne tenga conto chi disperderà la mie ceneri. Amen e così sia.

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Essere e tempo nel corso di un trasloco

 

(…) L’espressione “in-essere” non va intesa in senso pratico come il modo d’essere di qualcosa che è dentro qualcos’altro (come l’acqua nel bicchiere o la chiave nella toppa), cioè la semplice presenza di questo o quell’uomo in questo o quel luogo.
“In” deriva da inna-abitare, habitare (habitus) nel senso di “essere abituato”, “essere familiare con”, “essere solito”.
“In-essere” (essere nel mondo) è dunque la condizione fondamentale dell’esistenza umana, nel senso della sua “condizione normale” (abituale, consueta). È, in altre parole, il modo in cui noi ci “sentiamo di casa nel mondo” (lo abitiamo) a prescindere da ogni ulteriore occupazione e attività (la condizione dell’intimità).
L'”in-essere” può anche essere illustrato attraverso il concetto di “incontro”: Un tavolo non può “incontrare” una sedia così come un esistente umano incontra un altro esistente umano. L’incontro infatti presuppone non una condizione spaziale (siamo semplicemente qui, uno di fronte all’altro), ma un’accessibilità che ci permetta di ri-conoscere l’altro in quanto già da sempre conosciuto (appartenente al “nostro mondo”). Questo modo di essere nel mondo lo chiamiamo effettività; questo concetto indica le consuetudini, la familiarità col mondo di un essere che si percepisce (si comprende) come legato nel suo “destino” all’essere che incontra nel proprio mondo. (…) (da ‘Wikipedia’)

E’ anche una questione filosofica, come si evince dalla citazione qui sopra esposta che tenta di sintetizzare il corpus filosofico di Heidegger, non riuscendoci, in verità.

E’ una questione di sguardi, come quelli che rivolgiamo ogni mattina all’esterno delle nostre finestre e abbiamo riconoscimento di ‘heimat’, di ‘patria’ o ‘casa’, in senso estensivo, e se sono i ‘quattro muri marc(s)i’ di Venezia – come si esprimeva una mia conoscente costretta all’esodo, e la sua espressione rabbiosa nascondeva il dolore dell’espianto e della perdita – quegli sguardi si misureranno, da qui a qualche mese, con la vigna e i campi coltivati di una nuova casa che non è poi così male, tutto sommato: ultimo lembo di campagna e propaggine di una cittadina che già dà rifugio a una quantità di esuli di questa città conquistata coll’impero dei soldi e afflitta da esorbitanti numeri di turisti. Città loro, oramai, e la ri-conoscibilità hedeggheriana dei veneziani nei loro confronti è quella degli ‘schei’, che intascano a man bassa affittando le loro case e quelle che furono dei genitori ed è il business maggiore del tempo presente (essere e tempo, vedete come torna prepotente Heidegger) e quello dei nipoti, per i bisnipoti si vedrà.

In realtà è anche una questione di lavoro, perché un trasloco di 45 anni di vita è un lavoro immenso e per l’ottantacinque per cento è fatto di libri, cultura cartacea che pesa, ahi se pesa! e ti costringe a piccoli cartoni impilati uno sull’altro e che sorreggono i ‘quattro muri marsi’ di questa casa che verrà rivoltata come un calzino e sarà la nicchia di un’altra storia, una storia cino-americana: in omaggio ai tempi presenti e alla multietnicità di cui questa città è l’epitome da tempi immemorati e crocevia culturale.

E mi capita, nel passeggiare che faccio tra uno scatolone e l’altro lungo il nostro lungofiume che è il canale della Giudecca, di subire i segreti languori che furono di Lucia Mondella nel suo lirico pensare: « Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! ‘ . Mutatis mutandi, naturalmente, e sostituite i monti e i torrenti e le ville sparse con i canali immoti e lo sguardo aperto del bacino di san Marco e le cupole delle chiese e i campanili e gli angeli e i santi e le madonne eretti sulla sommità ma ormai stanchi di vigilare su un mondo che più non se ne cura e cambia nel tempo a dispetto di quel ‘Essere Venezia’ che ha allungato le sue radici dentro di noi malgrado il fastidio che montava per il ‘troppo che stroppia’ in cui sta naufragando la città a causa degli imbelli amministratori succedutisi nel tempo della sua condanna storica.
Essere e tempo, come vedete, e difficile riconoscibilità dei tempi presenti e tuttavia ‘radici’ e ‘nostalgia.
Il ‘nostos algo’ di Odisseo – e che ‘la forza sia con me’, ne ho un gran bisogno.

L'immagine può contenere: cielo, spazio all'aperto e acqua
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Qualcosa è cambiato

‘Il mondo è fuori dai cardini. Ed è un dannato scherzo della sorte ch’io sia nato per riportarlo in sesto.’ W.Shakespeare – ‘Amleto’ Atto primo scena V

Sarà perché anche il portone di ingresso dell’edificio in cui abito è più e più volte uscito dai cardini che mi è venuta in mente questa frase di Amleto, ma, a differenza di lui, io non sono in grado di rimettere le porte in sesto ed ho dovuto ricorrere a un operaio tuttofare e pagarlo profumatamente per il suo servizio.

Quanto al mondo rotto che ‘è fuori dai cardini’, se lo era al tempo di Amleto e al suo piccolo regno di Danimarca che puzzava di marcio, figuratevi oggi, nel tempo presente dei sette miliardi e passa di abitanti del pianeta Terra molti dei quali pretendono di migrare e trasmigrare da un continente all’altro e da un paese all’altro senza vincoli di frontiere e di maledetti visti di ingresso.

Come se l’immigrare e il violare impunemente le frontiere di mare e di terra di un paese da parte di masse imponenti di persone e intasarne le strutture di accoglienza e sanitarie e l’innescare i conflitti relativi alle culture e alle religioni di importazione fossero bruscolini e cosa senza conseguenza; ma i morti sulle strade e piazze di Parigi, Bruxelles, Nizza e Berlino si rivoltano nelle tombe e ci ricordano che i nomi e i cognomi degli efferati assassini sono di declinazione e radicalizzazione musulmana e qualche provvedimento contenitivo e regolatore bisognerà pur assumerlo, prima o poi, se non si vuole che il nostro futuro si coniughi colla jihad e il terrore di filiazione islamo-radicale e le nostre vite perennemente blindate.

E decenni di lassismo e di follia politica relativa alle migrazioni a sei cifre che hanno creato gli orrendi slums e ghetti urbani dove si covano i rancori verso l’Occidente che non ha realizzato i sogni americani ed europei dei nuovi poveri di immigrazione trovano finalmente tardiva e caotica risposta di contenimento ed argine e messaggio urbi et orbi in quel Trump, presidente americano, che non gode delle mie simpatie, ma sta attuando il programma di governo che ha esposto in campagna elettorale – e un punto di coerenza e di mantenimento delle promesse elettorali è cosa buona e giusta e bisogna dargliene atto a un uomo politico che ha sfidato tutti, perfino nel suo partito flaccido per decennali consuetudini e patteggiamenti parlamentari al ribasso e rotto ad ogni compromesso con l’amministrazione Obama – di certo non la migliore della storia americana recente.

E, certo, Trump, al pari di Amleto, non rimetterà il mondo sui suoi cardini, ma l’aver lanciato il messaggio chiaro e forte di qua e di là dell’Atlantico e del Pacifico alle plebi del terzo e quarto mondo de ‘non possumus’ farci carico della vostra immensa miseria e globalizzarla è cosa buona e saggia e di elementare buon senso.

Il troppo stroppia sempre e non è buona politica l’importare miseria se non si è in grado di trasformarla in ricchezza e benessere delle popolazioni indigene in tempi ragionevolmente brevi.

Fatevene una ragione, cari i miei no borders e buonisti di ogni risma e fede. Qualcosa è cambiato e molto altro cambierà.