Archivio mensile:ottobre 2015

Pollice verso

Più che ‘un marziano a Roma’ di Flaiano la vita recente e le disavventure civiche di Ignazio Marino a me ricordano il titolo di quel film: ‘La tragedia di un uomo ridicolo’ che, nella conferenza stampa finale, invoca la morte della democrazia insieme alle coltellate dei congiurati che uccisero Cesare – ed è solo, invece, il capolinea di una persona inadeguata al ruolo che troppo ama viaggiare e, forse, chissà (ce lo diranno i tre gradi di giudizio italico quando ormai non ci ricorderemo neanche più chi era Marino) ‘fare il portoghese’ al ristorante coi soldi del Comune che amministrava.

Ed è più interessante notare, di questa vicenda che troppo ha riempito le pagine dei giornali e i titoli dei tiggì, il fracasso che ne consegue del mito dei sindaci ‘neutri’ e ‘prestati alla politica’ e consacrati da quel rito sciocco e tristemente illusorio che abbiamo chiamato ‘le primarie’. Da dove non è, quasi mai, uscito vincente e trionfante l’uomo nuovo delle attese palingenetiche di una città pulita e ben amministrata e i trasporti che funzionano e la legalità e la sicurezza applicate e imposte quale faro della vita di tutti i cittadini, nessuno escluso.

E se il pd sconterà nelle urne lo scotto di questa vicenda che lo ha visto alla gogna mediatica quale cattivo interprete di una politica pasticciona e arraffona – e i suoi consiglieri comunali servi sciocchi del loro dominus Renzi: tutti in fila dal notaio a firmare le dimissioni per evitare lo ‘showdown’ nell’aula consiliare -, resta però l’amaro in bocca di un Italia e della sua capitale immorale consegnata agli scandali di mafie e corruzioni dilaganti (e impunite nel transito verso il terzo grado di giudizio che tutto oblia e cancella cogli indegni finali della Cassazione o della prescrizione) e di giubilei dei quali importa nulla a nessuno ma fanno girare un mucchio di soldi a beneficio dei soliti noti oltre Tevere.

E di fronte all’avvilente quadro di una ‘politica’ che si mangia o brucia i suoi figli, compresi gli adottivi ‘prestati alla politica’, resta la terra bruciata dei prossimi numeri altissimi di gente che ‘non andrà a votare’ – e nei bar e nelle altre agorà popolari dei mercati o dei tram e dei treni della metropolitana strapieni non resterà che consentire con tristi movimenti del capo alle inutili imprecazioni di quelli che dicono ‘è tutto un magna-magna’.
Sinistra destra e centro. Rigor mortis morale di una politica che si diceva con tronfia enfasi, anni addietro, negli ambienti della sinistra: ‘ l’arte del possibile’ e oggi è solo arte di lunghi coltelli e pugnali celati nella cintura mentre si firma davanti a un notaio. Pollice verso e fuori i leoni.

foto di Enaz Ocnarf.

Osservazioni dal bordo dei fiumi italici (27/10/2014)

 

Su una cosa Renzi ha ragione. Che certuni ‘intellettuali’ (che lui addita al disprezzo perché pretende di essere ‘l’uomo del fare’) somigliano a quei pensionati che si piazzano davanti a un cantiere e si danno man forte nel dire e sostenere che quell’opera non verrà mai portata a termine.

E, ne converrete, questo genere di convinzione di noi maledetti pensionati ha robusti punti di evidenza e sconforto nella realtà delle cose italiche degli ultimi cinquant’anni. Tanto che esistono o sono esistite (le ho vedute in tivù, giuro) trasmissioni in cui un inviato – chiamato dai cittadini – documentava l’esistenza di autostrade che spurgavano desolantemente in aperta campagna e ponti colossali di cui si mostravano solo i piloni fondativi su entrambe le sponde ed erano un inno al ‘vorrei ma non posso’ delle buone intenzioni dei ‘politici’ di ogni risma e partito; e stazioni della metropolitana quasi finite, ma abbandonate all’azione dei vandali perché non più (o mai) in uso – e chissà quanti miliardi di denari pubblici sono stati versati in quei cantieri che avrebbero conosciuto uso migliore e migliore destinazione di ‘spesa pubblica’.
E taccio l’esito, qui da noi, della mega-opera ingegneristica del terzo millennio che doveva salvarci dalle acque: il famigerato Mo.se. Che gli archeologi del futuro lo scoveranno interrato per l’afflusso incessante dei sedimenti del Po e si chiederanno che caxxo di roba era e a che cosa serviva tutto quel ferraccio e quelle ‘paratie’ e cassoni inutili che ci sono costati una fortuna in corruzioni e ruberie e ‘stipendi’ aggiuntivi per governatori, sindaci e varia genia di politici e funzionari infedeli.

Tutto ciò per dire che abbiamo allo s-governo della nazione un altro ‘uomo della provvidenza’ che sbraita in maniche di camicia nella sua personale ‘convenscion’ con l’arroganza e la pretensiosità di ognuno di quei dessi che hanno detto e promesso nel passato recente e recentissimo mari e monti all’Italia-paese-che-amo (berlusconi, il principe degli imbonitori, per dirne uno, lo ricordate?).

E ieri il ragazzotto rosso fiorentino ha dato il meglio di sé quanto a polemiche sul passato e gli uomini del passato e ci ha frustato, – a noi vecchietti che dell’i pad-tamagochi non sappiamo che farne e i tablets li usiamo come taglieri per le verdure – e ha giurato e spergiurato che ci stupirà ‘con effetti speciali’, e ci farà vedere i fuochi d’artificio della sua generazione-zero: precarietà ad alzo zero e nessun posto di lavoro fisso e salto della quaglia da un lavoro ad un altro – ammesso e non concesso che si capisca, nel futuro prossimo, cosa sia ‘lavoro’ e ‘fare’ operoso e in che modo verranno retribuiti, forse in bonus validi per comprare il prossimo i-pad, chissà.

Okkei, okkei. Tutti i vecchietti e i pensionati e gli intellettuali dei vecchi partiti rottamati si tolgano dal bordo delle transenne dei cantieri testé aperti dal Renzi e si trasferiscano sul bordo del fiume e aspettino con pazienza, sbocconcellando i loro panini stantii con dentro la mortadella rancida di due mesi nel frigo. E’ dal bordo dei maestosi fiumi italici che si osserva meglio il passaggio dei cadaveri gonfi e lividi delle loro reboanti promesse.

foto di Enaz Ocnarf.

Questioni capitali

Questioni capitali

Si, lo so che tutti voi eravate in spasimante attesa delle determinazioni del Sinodo dei vescovi sulla famiglia e tremavate interiormente ed eravate in gravi ambasce per ciò che avrebbero deciso quei soloni buffamente vestiti in nero-viola in merito alla comunione per i divorziati.
Una questione di lana caprina che, confrontata con le chiese vuote e solo sparuti gruppi di anziani a fare presenza e dare testimonianza di una fede che residua nelle coscienze come un libro di cui si ricorda vagamente l’incipit e la trama e si impolvera e ingiallisce sugli scaffali, è come dire: ‘non c’è più religione’ – e la questione dei divorziati che chiedono a gran voce di tornare alla ‘comunione’ riguarda, forse, uno ‘zero virgola’ della popolazione e ci muove il sorriso.
E coerenza vorrebbe che ognuno aggiornasse anche questo capitolo della sua vita privata – dopo il fracasso delle lobbies gay che ‘chi sono io per giudicare’ e la misericordia spalmata come marmellata su ogni questione del vivere civile – e chi divorzia si mettesse l’anima in pace e registrasse i tempi nuovi del distacco e definitivo commiato tra la società laicizzata e le vecchie remore religiose buone solo per i musei e i raduni reducistici del ‘come eravamo’ e ‘come sarebbe bello se…’.

E quello che stupisce e infastidisce del servaggio di stampa, e le televisioni tutte prone a un verbo vaticano quasi come alle balle quotidiane del Renzi/Berlusconi di turno, è che il ‘sinodo dei vescovi’ conquisti ancora le prime pagine e le aperture dei tigi. Sarà perché non c’era altro di meglio da gridare e sbattere in prima pagina, dal momento che le migrazioni sono entrate nel cono d’ombra delle stanche ripetizioni e dei numeri impazziti e delle tende bruciate davanti ai ‘muri’ che finalmente si erigono anche in Slovenia (in Italia no, ci mancherebbe: apriti cielo!), sia pure con colpevole ritardo?

E tutto questo parlare e offrire visibilità a senso unico alle supposte questioni religiose e ai vescovi fedeli alla Dottrina e ai papi misericordiosi che faticosamente mediano e tutto perdonano del Male e dei peccati del mondo continua a meravigliarci per la ridicola piaggeria giornalistica di cui si potrebbe finalmente fare a meno – in tempi in cui la politica si è sganciata dalle influenze vaticane (?) e la Dc è morta e sepolta e solo qualche suo zombie ancora circola nottetempo fuori dal Parlamento.

Perché, vedete, è come se sui giornali e sulle tivù dell’India comparissero, un giorno si e l’altro pure, le diverse e contrastanti interpretazioni dei shadu e dei grassi sacerdoti dei templi su quanto è misericorde Ganesha dalla zanna spezzata e sul perché tiene la gamba levata in effige.
Gravi questioni filosofico-religiose che pure meritano attenzione – non foss’altro che per capire se gli induisti (gli islamici no; si pentano e si convertano ed espungano i maledetti terroristi dalle loro fila) entreranno in paradiso post
mortem o se un tale orizzonte sia riservato solo ai cattolici non divorziati e alle famiglie tradizionali.

foto di Enaz Ocnarf.

Sperdimenti e vecchi imperi

Sperdimenti e vecchi imperi

E da palazzo Malipiero, luogo pulito e un filo asettico e inespressivo, il padiglione dell’Iran si è trasferito in calle san Giovanni, – in uno dei luoghi desolati dell’abbandono delle attività industriali e artigianali di Venezia che bene esprime e rappresenta l’idea di conflitto e macerie e di guerra permanente che abbiamo, noi lettori dei giornali, di quelle zone dell’Asia unificate, nei secoli lontani, nell’Impero Persiano delle mitiche guerre all’Occidente e alle democrazie delle città-stato elladiche.

E, di stanza in stanza e di artista in artista, si mostra, mal filtrato dal linguaggio dell’Arte, il senso di sperdimento e di sgomento che agita le menti e i cuori dei figli (molti di loro vivono e lavorano in Occidente) di quelle terre disgraziate.

E, se all’ingresso vi accoglie un giocoso (apparentemente) cammello che ‘ha fatto le valigie’ e si consegna tutto intero a un suo immaginario viaggio e stralunato addio all’esotico deserto delle origini, in altra stanza è una carta geografica che disegna un subcontinente col filo spinato delle sue mille contraddizioni sociali e i conflitti di tutti contro tutti: islamici pachistani versus induisti, sunniti contro sciiti e gli alawiti e wahabiti contro chissà chi e perché e tutti confusamente contro il ‘Great game’ dei maledetti occidentali di turno e le loro ambizioni geo strategiche e decisioni quasi sempre folli e sbagliate nell’area mediorientale che sono continuo stimolo a disastrose guerre stupide e massacri spaventosi e gli esodi biblici conseguenti.

E chissà se quel capitello mostrato in sezione con gli eleganti caratteri arabi che si mostrano all’interno allude alle distruzioni di Palmira da parte di quei suonati integrali dell’Isis o è gioco artistico concluso nella sua bravura. O se quella foto di gruppo in un deserto di genti tutte chiuse in luttuosi abiti neri esprime un rabbioso: ‘Che ci facciamo qui?’- poveri noi, esseri umani che la sorte ha castigato per nascita e condannato alle nequizie delle arabe tradizioni e culture islamiche del conflitto permanente e delle recriminazioni perpetue e inacidite contro l’odiato Occidente che ci ha rifilato Israele.

E l’unica, solare opera d’arte che unisce gioco artistico e ironia e allusioni precise e irridenti col linguaggio delle antiche stampe della tradizione islamo-indiana è un video che incanta e ti incolla davanti per tutta la sua durata e oltre e narra da par suo le trasformazioni del mito dell’araba fenice e lo sfilare degli animali della giungla d’antan coi maragià seduti in coppa agli elefanti che trasfigurano nell’attualità delle guerre dei generali e dei fucili e missili e gli f16 e le bombe ‘di precisione’.
Chapeau all’artista e ‘Bonjour tristesse’. Com’era bello l’Oriente del mito e dei viaggi esotici di noi viaggiatori che più non viaggiamo in quelle fornaci d’odio e di orrore terroristico.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Del sentirsi assediati e indifesi

Del sentirsi assediati e indifesi

C’è l’esempio delle città sotto assedio. Che, se gli assedianti lanciavano i rampini e le corde e salivano su per le mura spesse due metri cogli elmi e gli spadoni intesi al massacro, da sopra, legittimamente, rovesciavano i pentoloni della pece bollente e gli arcieri finivano l’opera ricacciando gli aggressori. E nessun giudice si è mai sognato (o mi sbaglio? Qualcuno può ragguagliarmi in merito alla giurisprudenza che gira attorno alla legittima difesa degli assediati?), si è mai sognato, dicevo, di imputare i difensori delle città vigili sugli spalti di ‘eccesso di legittima difesa’ per quella guerra dichiarata con arroganza e pretesa di dominio da signorotti e conti e re e imperatori in fregola di maggior potere e sudditanze.

E la civile casa di abitazione non può essere paragonata a una città – ne è la sua cellula-base – che, se violata e scardinata la porta d’ingresso col piede di porco o rotti i vetri delle finestre, va difesa con ogni mezzo e strumento che ti capita a tiro – e ricacciato fuori il ladro pronto a colpirti e lasciarti mezzo morto se ti opponi al suo volere di ladro e/o rapinatore (vedi le abbondanti notizie di cronache al riguardo)? Che senso ha concedere il porto d’armi e una pistola a un pensionato – che già aveva subito tre o più violazioni di domicilio da parte dell’internazionale dei ladri che imperversa impunita in questo paese – e poi imputarlo di ‘omicidio volontario’ se, spaventato, fa fuoco e ci scappa il morto? Quali impulsi schizofrenici (punire la vittima e lasciare impunito l’aggressore) si agitano nelle menti di certi giudici e pubblici ministeri o quali follie legislative di cattivissimi legislatori hanno permesso che si potesse formulare l’accusa spaventosa di ‘omicidio volontario’ nei confronti di un poveretto che temeva per la sua vita ed era impaurito e/o esasperato dalla reiterazione del reato e dalla sostanziale impunità che la incentiva – e si sentiva ‘sotto assedio’ e indifeso da parte di forze dell’ordine che intervengono solo a reato commesso e la vittima finita all’ospedale o, peggio, morta?
E la sedicente ‘sinistra’ di s-governo non ha proprio nulla da rimproverarsi per aver trascurato il peso sociale dell’insicurezza dei cittadini e averli abbandonati e perfino bastonati giudiziariamente se colpiti dal trauma terribile di una violazione del domicilio – col suo corollario di spavento e l’impulso spontaneo a reagire per difendere la propria vita e le proprie cose?

Ieri accadeva (17/10/2014)

Incanti poco reclamizzati

Ci sono incanti poco reclamizzati e visitati qui in città. La mostra ‘Sguardi incrociati a Venezia’, allestita negli spazi della ‘maison’ Louis Vuitton, ex libreria Mondadori, ex cinema san Marco, ci racconta le suggestioni fotografiche, note, notissime, di Mariano Fortuny, che questa città adorava perché perfetto contenitore delle sue passioni archeologiche e di raccoglitore di meraviglie, – e fece del suo palazzo una gigantesca ‘Wunderkammer’ di natura ed arte – qui posto a contrasto e stralunata comparazione con lo sguardo arioso e solare di Jiro Taniguchi, disegnatore di ‘manga’ giapponesi e pittore di freschi acquarelli di una città non meno immaginaria di quella di Fortuny.

Ed è lo scrigno del passato, il primo Novecento, a dircela ‘immaginaria’, questa città, perché il Tempo che tutto muta e dilava e cancella e nasconde nelle fotografie panoramiche, quasi ad occhio di pesce’, ci consegna una città priva di motori e rumori – e vediamo correre un vaporetto old style capace di contenere meglio degli attuali le quantità di visitatori e li distribuisce equamente a prua, al centro e a poppa; e vediamo le antiche ‘caorline’ e le ‘peate’ – e tutto sembra sospeso in un altrove di diverso pianeta e diverso spazio-tempo quantico. E così è per gli abiti delle persone: così pudiche le donne coi cappellini e le velette e le bambine che ‘vestivamo alla marinara’ e così accattivanti e niente affatto aggressive e spudorate le affissioni e la cartellonistica pubblicitaria.

E siamo così presi da quel viaggio spazio-temporale di paesaggi e genti diverse, da non accorgerci (ce lo dice la gentile hostess) che, in una foto del molo e della ‘piazza’, manca ‘el paron de casa’, mozzato alla base dopo l’implosione del 1902 e rimasto mozzo e tronco fino al 1912 – per dire delle stranezze del funzionamento dei meccanismi della nostra attenzione: che danno per scontato ed esistente ciò che, da sempre, abbiamo saputo esserci e campeggiare, e persiste nella mente come l’impressione ‘fisica’ di chi è monco di un braccio o di una gamba; e gli resta e si agita nel cervello la sua viva esistenza perchè il corpo non sa rinunciare alla sua integrità.

E il ‘viaggio nel Tempo’ continua, poco distante, nella sede espositiva della Biennale: puntuale e documentatissimo archivio di Eventi che ci appaiono straordinari, in quel bianco e nero astratto e poeticissimo delle fotografie che ci mostrano Julian Beck e Judith Malina ieratici nei loro movimenti teatrali e nei cortei del loro ingenuo ‘teatro di piazza’ che muoveva dalla ‘piazza’ e concludeva un rito esorcistico davanti alla sede dei ‘morti viventi’: la Borsa – per coloro l’espressione massima di tutte le cattiverie sociali e le insolenze e diseguaglianze sociali.
Ma questa è un’altra storia e Tempo e fantasie che abbiamo attraversato di cui diremo più avanti.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
 

La religione del nostro tempo

La religione del nostro tempo

E, adesso che la Biennale si avvia al suo ‘grande finale’, possiamo provare ad attribuire un primo e secondo premio a quelle installazioni ‘site specific’ degli ‘eventi collaterali’ che abbiamo visitato e ri-visitato al fine di dirci convinti che l’Arte e gli artisti sono davvero un filtro geniale della realtà e geniali interpreti di una loro specialissima ‘lotta politica’ condotta ‘con altri mezzi’, come si dice della guerra.

E il primo posto spetta a buon diritto, per la riflessione ponderosa e il meticoloso uso dello strumento ‘arte’ e della materia che ne sostanzia il linguaggio, al russo Bruskin (vive a N.York) che nella chiesa di santa Caterina, nella fondamenta omonima, ha allestito un cimitero della memoria recente e un ritrovamento archeologico con reperti statuari meticolosamente invecchiati sottoterra e i simboli e le icone del fu ‘socialismo reale’ affioranti dalle sabbie del Tempo – socialismo (reale e/o ideale) che tanta parte dell’ultimo orizzonte delle nostre speranze di un mondo migliore ha nutrito, ma è finito in tormentati decenni di infamia e crudeltà; e le speranze sono morte e sepolte e sprofondiamo ogni giorno di più, disperati, nelle sabbie mobili di una confusa e mortifera globalizzazione dei medioevi islamici di ritorno.

Il secondo posto, a mio insindacabile giudizio, spetta ancora a dei russi (Andrey Blokhin e Georgy Kutznetzov riuniti nel ‘Recycle Group’): due artisti sponsorizzati dal MMOMA (Moscow museum of modern art) che hanno messo in scena, letteralmente, con allegra, formidabile e irridente intuizione, l’ossessiva, pagana preghiera collettiva del nostro tempo di inarrestabile chiacchiera giuliva – le tecnologie cellulari asservite alla frenesia comunicativa dell’umano, paradossale, aver nulla da dire di veramente interessante e notevole e mirabile, ma dirlo e scriverlo tutti insieme appassionatamente, levando in alto i cuori e i cellulari per cogliere il ‘campo’ che aleggia sopra le nostre teste – novello ‘spirito santo’ che tutti li/ci illumina.

E tutto l’umano, vanesio chiacchiericcio lo scriviamo/diciamo, ciascuno e tutti a testa china, chiusi dentro il tamagochi-cellulare che ci ha trasformato – negli autobus e nei vaporetti e nelle sale di attesa delle stazioni o seduti ai tavoli dei bar e dei ristoranti – in taciturni e abulici apostoli oranti e impetranti il ‘campo’ sufficiente per spedire le nostre povere visioni di incanto, foto, musiche, effimere intuizioni/emozioni, ad amici, parenti ed affini.
E la sola vera necessità e impellenza di tanta comunicazione sociale la riconosciamo solo ai poveri cristi delle twin towers in fiamme che, non avendo più campo li in alto e prima di decidere il volo finale per non morire bruciati, spedivano i disperati messaggi di ‘ti amo’ e ‘ti voglio bene’ ai figli, mariti e genitori che mai più avrebbero rivisto. O ai medici nelle ambulanze e agli alpinisti in difficoltà che provano invano a chiamare il ‘soccorso alpino’.

Ma tant’è, così va il mondo e i due artisti hanno allestito le geniali scenografie degli apostoli oranti e delle icone/applicazioni di ‘facebook’ dentro la bella chiesa di sant’Antonin (sestiere di Castello) dando nuovo lustro ed efficace rappresentazione satirica alle preghiere che in quel tempio non risuonano più da lunge – essendo troppe le chiese di questa città per i ‘bisogni spirituali’ dei pochi abitanti e delle centinaia di migliaia dei loro ospiti turisti.

Chiacchiera universale vanesia e cellulari sempre più costosi e ‘interattivi’: la nuova religione del nostro tempo.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Je suis juif

Accade a Gerusalemme. Niente di cui dovremmo preoccuparci, quindi. Non sono fatti nostri e nostre paure quotidiane quelle di venire accoltellati e sparati dall’occupante di un autobus dalla faccia tranquilla salito all’ultima stazione e che ti pianta un coltello nel fianco o nel petto mentre stai leggendo un giornale o guardi sfilare distrattamente i palazzi e le chiese di quella che la letteratura e la Storia ci hanno detto essere la culla delle religioni del Libro – religioni di Amore universale per il nostro prossimo e buoni comportamenti morali conseguenti.

Quell’altra religione, invece, – quella di chi improvvisamente tira fuori una pistola e ti spara a bordo dell’autobus o ti accoltella con ragioneristica determinazione e premeditazione -, predica la jiahd e l’odio verso gli infedeli, – che più ne ammazzi più accumuli meriti nel paradiso delle vergini destinate ai prodi guerrieri – o così sembrano pensarla una quantità spaventosa di esaltati terroristi che dicono l’assassinio di civili inermi ‘azione politica’ e/o ‘intifada dei coltelli’ perfettamente in linea con la religione di riferimento.

Ma siamo a Gerusalemme e, a meno che non abbiate in mente un viaggio colà, nella Città Santa, sono fatti che non ci riguardano, assassinii loro – la cui ripetizione a campate più o meno brevi o lunghe ha creato un callo nelle coscienze nostre occidentali.

Però, però. Chissà come hanno reagito i passanti di quella via di Parigi di un freddo gennaio, erano appena ‘passate le feste’ – quale stupore, quale terrore improvviso in una via in cui si sono materializzati Said e Chérif Kouachi: i due ragionieri assassini, nati a Parigi e, si suppone, cittadini francesi, a cui era stata concessa la cittadinanza francese per nascita (come accadrà anche da noi grazie alla legge approvata ieri da Renzi e dal suo pd) che, armati di kalashnikov, hanno fatto una strage all’interno della redazione parigina di ‘Charlie Hebdo’ e freddato il poliziotto di guardia.
La ragionieristica opera di morte agli infedeli, premeditata e benissimo pianificata, è stata poi completata all’interno di un ipermercato kosher in cui i terroristi si erano barricati e avevano fatto ostaggi i presenti.

Era Parigi, la ville lumière, non Gerusalemme – e qualcuno ha scritto che è stato il nostro 11 settembre ed è stata predizione azzeccata di questo 2015 degli assassini islamo-terroristi che ha già collezionato l’attentato al caffè letterario di Copenhagen e la strage del museo del Bardo a Tunisi, – presenti e dolenti e terrorizzati una quantità di croceristi nostri occidentali. Mancano due mesi e mezzo alla chiusura dell’anno orribilis: non facciamoci mancare nulla, non mettiamo limiti all’orrore prossimo venturo.

‘Je suis juif’ e quel che accade a Gerusalemme, – le paure e le angosce di morte dei semplici occupanti di un autobus di chi si reca al lavoro o a trovare un amico, un parente all’ospedale – mi riguardano. E’ il futuro di conflitti di una globalizzazione assassina che speriamo quotidianamente di esorcizzare ficcando la testa sotto la sabbia e, se oggi è Israele in prima linea, a gennaio lo è stata Parigi, a marzo Tunisi, domani chissà.

http://www.ilfattoquotidiano.it/…/parigi-attacco-a…/1319457/

http://www.corriere.it/…/charlie-hebdo-caccia-sospetti-mobi…

Rumore e furia che non significano niente

 

Il caso Marino è già entrato nel suo cono d’ombra, col suo corollario di rabbia e proteste da parte dei membri di questa e quella fazione e le predizioni e i misteri su ‘cosa farà Marino’ : se una lista civica che romperà le uova nel paniere all’orrendo partito democratico di Renzi-pigliatutto e ‘mafia-capitale’ oppure tornerà ai ferri del mestiere del suo ruolo medico di appartenenza. Chi vivrà vedrà.

Ma è l’annosa questione dei ‘sindaci prestati alla politica’, come il nostro Orsoni naufragato nel Mo.se e tutti gli altri lungo la penisola – compresi gli ‘imprenditori’ e i ‘managers’ che ci vuole rifilare il berlusconi a sua vergognosa immagine e somiglianza – a dirci che l’illusione salvifica di un nome che non sia ‘di partito’ bensì ‘uno di noi’, un umile figlio della mitica ‘società civile’, è una illusione, appunto, il cui spegnersi causa dispiaceri cocenti e rancori e disaffezioni riflesse nelle astensioni e schede bianche prossime venture.
Un buon sindaco, cari voi, è un terno al lotto, un sogno lungo un giorno e, poi, quasi sempre, la misura quotidiana del nostro scontento. E se, come a Padova, ‘fa qualcosa di buono’ e fa contenti i suoi elettori e non si vende i quadri dei musei civici per sanare i bilanci cronicamente in rosso, alleluia! abbiamo speranza che non tutto del nostro vivere quotidiano è : ‘…una storia raccontata da un idiota e rumore e furia che non significa niente’.

E, qui da noi, si dà il caso di un ‘imprenditore prestato alla politica’ che, nei cento giorni della luna di miele convenuta con i suoi elettori, ha collezionato gaffes mediatiche a ripetizione, l’ultima delle quali ha fatto infuriare tutti coloro che hanno un grano di sale in zucca e non ‘ragionano col portafoglio’.
‘Venderò i quadri dei musei civici per fare cassa.’ ha detto – con quel suo eloquio televisivo avvilente che fa cadere le braccia. E ha farfugliato di quadri che non appartengono all’antichità della storia di Venezia, bensì sono ‘modernariato’. Aiuto!
Come se un Klimt (e che Klimt!) e uno Chagall non li sentissimo ‘nostri’: universale ‘patrimonio dell’umanità’ e della città tutta, e non siano, quei quadri e gli altri della collezione Pesaro e di tutti i musei civici, classicissimi e pesantissimi e fondamentali nella storia della pittura e dell’Arte del Novecento.

E, a Mestre, sulla recinzione del cantiere dell’edificio abbattuto ex Vempa, qualcuno, nottetempo, ha scritto: ‘Brugnaro fa qualcosa!’ dopo i cento giorni di una città che si è specchiata nelle sue miserie e quotidiane, croniche manchevolezze senza alcun segnale forte di un ‘cambio di passo’, dopo i tristi decenni di cattiva gestione della sinistra di s-governo.
E basterebbe, invece di vendersi il patrimonio culturale di questa città, che si sferzassero i dirigenti e i dipendenti Veritas per una città più pulita e che si mostrassero in giro più pattuglie che facessero i controlli di legalità relativi alla loro divisa e ai regolamenti e ai divieti e alle leggi e gli tributeremmo una ‘ola’.

foto di Enaz Ocnarf.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/12/politici-imprenditori-travet-vaticano-gli-equilibri-romani-toccati-da-marino-ecco-i-nemici-che-lo-hanno-portato-alla-caduta/2117657/

Di Santi e conservatori

La popolarità di Francesco è al tramonto? Pare che al Sinodo della famiglia la fazione conservatrice che sostiene l’immutabilità della Dottrina e vede come fumo negli occhi le aperture ai gay e alle lesbiche, – peccatori devoti che : ‘Io lo fo’ per piacer mio, non per dispiacere a Dio.’ – i conservatori, dicevo, alzano muri e steccati e i progressisti molto misericordiosi e ‘perdonisti’ boccheggiano, vistosamente in affanno.

E il più ‘mediatico’ dei papi, scarpe grosse e cervello fino, vede scalfito il piedistallo su cui poggiava la sua prodigiosa statua di ‘santo subito’ a soli due anni dall’incarico ricevuto: emulo scafato dei poverismi francescani d’antan conditi con una spumeggiante salsa di ‘teologia della Liberazione’ di impronta latino-americana.

 

Ma le contraddizioni vistose e sanguinosissime che il mondo vario e complesso (ahi, quanto!) ci serve ogni santo giorno a tavola sono di tale peso che il ‘globalismo santo’ e misericordioso di Francesco e dei suoi seguaci e/o ispiratori rischia di franare sotto il peso dei conflitti che si ingenerano per ogni dove nel pianeta: in primis in quel Medio Oriente delle guerre intestine e dei Califfati di ritorno che scaglia la sue schegge impazzite di islamismo violento dentro le frontiere dell’Europa e ne incuba gli attentati futuri e le violenze e i morti per le strade: ‘Charlie’, Copenhagen e il museo del Bardo sono a severo monito nelle cronache di questo 2015 che si avvia al suo sanguinoso e orribile tramonto.

 

E già Francesco aveva dato segnali di inquietanti gaffes mediatiche quando, a bordo di un aereo, aveva rilasciato la penosa dichiarazione, relativa ai fatti cruenti dei terroristi di ‘Charlie Hebdo’: del pugno che anche lui avrebbe sferrato d’istinto se gli avessero offeso il padre o la madre.

Metafora imbarazzante e che banalizzava l’evento cruento del massacro – pronunciata a piazze ancora calde di manifestazioni di milioni di: ‘je suis charlie’ per una questione di ‘libertà di espressione e di stampa’ che la società laica giudica un totem intoccabile e fondamento della democrazia.

E, sempre a bordo di un aereo, a proposito della questione della lobby dei gay peccatori, aveva allargato le braccia dicendo: ‘Chi sono io per giudicare.’ – plateale abdicazione del ruolo di guida spirituale e dottrinale. Ma, per la legge del contrappasso, si è ritrovato, di lì a poco, a dover subire l’onta di un monsignore di stanza in Vaticano che gli fatto ‘outing’ in diretta tivù – con tanto di presentazione alla stampa dell’affettuoso compagno di vita e di gioia.

 

Forse una qualche riflessione aggiuntiva dovrà farla, Francesco, da qui al futuro, relativa alla reductio ad unum di fatti complessi che esigono, invece, risposte misurate ed equilibrate.

Magari a scapito dell’immediatezza e semplicità francescana che tanto gli hanno giovato in tivù e sulle piazze dei suoi molti viaggi papali.

 

http://www.corriere.it/editoriali/15_gennaio_10/buonismo-che-ci-acceca-5b07abd8-9890-11e4-8d78-4120bf431cb5.shtml