Archivio mensile:giugno 2015

Leonida proverebbe vergogna

Leonida proverebbe vergogna. (Della serie: ‘Pagate i debiti e non ‘fate finta de’ pomi’)

E, se dovessimo stare alle proposte e agli orgasmi e alle seghe mentali di ‘quelli dei centri sociali’ che scrivono sui muri della città (e speriamo che vengano beccati sul fatto e costretti a ri-dipingere gli intonaci): ‘Godere della crisi. Nun te pago.’, dovremmo tutti noi italiani -creditori verso la Grecia per 40 miliardi di euro-, prendere un traghetto per Igoumenitza e non pagarlo e farci una vacanza di trenta giorni in un resort di lusso a Mikonos e: ‘Nun te pago’ – giusto per recuperare il credito inesigibile che i valorosi greci della Termopili finanziaria hanno caricato sulle nostre spalle di europei virtuosi – e oggi scatenano una crisi economica internazionale con la vergognosa motivazione che: ‘il credito non ve lo paghiamo’.  Fanc…
Leonida se ne vergognerebbe e farebbe ala ai persiani e si dimetterebbe da re degli Spartani.

Pacche sulle spalle e grandi sorrisi

Che non avessero poi molto da dirsi era chiaro fin dai primi colloqui con quei tali che si mostravano come i ‘parenti poveri’, trattati a incoraggianti pacche sulle spalle e gli abbracci solo da quelli dell’area ‘sinistra’ del parlamento europeo.
Un abbraccio non si nega a nessuno, il tango argentino insegna.
Ma in Commissione si respirava tutt’altra aria e la faccia da schiaffi del Varoufakis, baldanzoso e tronfio del suo nulla politico e niente di concreto, – in termini di economia e finanza – da offrire ai suoi creditori, i seriosi membri della Commissione la digerivano davvero poco, perché l’aria fritta è assolutamente indigeribile, ben si sa, e causa reflusso esofageo e fastidiosi meteorismi.

E in Europa potevano risparmiarsi tutti questi mesi di ridicoli minuetti e sirtaki diplomatici e costosi viaggi aerei e pranzi a carico del contribuente europeo perché dalla disperazione politica erano usciti quei tali -miracolati di una ‘politica’ sempre meno capace di far fronte al suo compito primario di ben amministrare e assumere le giuste decisioni- e alla disperazione ritornano.

Ci ritornano coll’avvilente coniglio del ‘referendum’ perché ‘decida il popolo’: estrema ratio e foglia di fico di politici che sono ascesi al potere con promesse vuote e gonfie di sinistra retorica e oggi riconsegnano la patata bollente a quelle stesse mani che li avevano votati perché la patata non scottasse più o scottasse un po’ di meno.
Una resa, una Caporetto spacciata per ‘rispetto della volontà del popolo’, di una sinistra greca e internazionale che di meglio non ha mai saputo fare se non ‘far sognare’ i suo psicolabili adepti e sostenitori – come l’Obama di ‘yes we can’, oggi intristito e sulla soglia dell’abbandono del suo mandato senza gloria e speciali menzioni che lo consegnino alla Storia.

E se i greci, come pare, sceglieranno la Geenna di restare in Europa col capestro di pagare i loro debiti ai creditori avranno l’onta, di sovrappiù, di doversi tenere Syriza e il suo leader dimezzato – che tornerà davanti ai suoi giudici europei con la coda tra le gambe e il cappello in mano – a pietire quella ‘uscita di sicurezza’ che ha stoltamente rifiutato fino a qui.

Non gli lesineranno le pacche sulle spalle e i sorrisi di circostanza, questo è certo.

La morte distesa sul lettino da spiaggia

La morte distesa accanto a noi sul lettino da spiaggia.

Dobbiamo aspettarci di poter morire su un lettino da spiaggia belli e perfettamente spalmati di crema e felici della nuotata che abbiamo appena fatto in acque limpide e chiare nel mare nostrum? O che un passante che trascorre per sbaglio in macchina in zona industriale noti con la coda dell’occhio l’orrore della nostra testa infissa in un palo della recinzione della fabbrica che abbiamo onorevolmente gestito per decenni e, sconvolto, ne dia avviso alla polizia?
Sembra di si, ad ascoltare le cronache odierne. Perché, per salvarsi dai terroristi assassini di prima o seconda generazione di immigrati, non basta più abiurare alla propria fede di libertari e libertini o semplicemente ‘laici’ – come ha fatto uno dei redattori sopravvissuto alla strage di ‘Charlie Hebdo’- e dire in pubblico che: ‘mai più vignette su Maometto’ e/o su un qualche aspetto e principio-cardine contenuto nel loro libro sacro.
La nuova frontiera, oggi, è l’uscire di casa e notare un tale, vestito di nero, che impugna un kalashnikov e, se sei tu il solo essere semovente in strada a quell’ora, recita una veloce prece e affronta il buio viaggio verso il nulla, o l’ignoto, come meglio sai o puoi. Non diversamente accadeva a quei tre o quattro lombardi che, alle quattro del mattino, videro venir loro incontro un nero con in mano un piccone e ne ebbero il cranio fracassato per motivi che il processo a quel tale Kabobo, sano di mente, dicono, non ha chiarito.
E abbiamo importato in Europa – per la serie: ‘Facciamoci del male’ – una marea di gente strana e diversa da noi per costumi sociali, tradizioni, fede e dottrina creando immensi ghetti quali ‘les banlieues’ di Parigi e le altre grandi città europee.
E le ‘serpi in seno’ sono, forse, proprio quei nostri vicini di casa che incontriamo al supermercato con i tre figli al seguito, lui tranquillo ed educato e rispettoso, lei col velo canonico della loro fede e dottrina, ma, un mese dopo, te lo ritrovi in cronaca capace di decollare il suo ex datore di lavoro e indicarlo al mondo quale vittima sacrificale di chissà che crociata a rovescio e segreta militanza e ‘in sonno’ fino al giorno fatale.
E tutti i commenti di quasi tutti i commentatori sui giornali e le tivù non sottolineano abbastanza questo aspetto di una quotidianità nostra a rischio della vita e dell’impossibilità che abbiano di arginare, manu militari e vano coordinamento di ‘intelligences’, le esplosioni solitarie di questi folli immigrati di prima o seconda generazione tutti casa e moschea e ramadan e sorrisi al supermercato che all’Occidente e ai suoi figli (tutti noi) gliel’hanno giurata per chissà quale alambicco mentale e pietra filosofale di quella loro dottrina antica di popoli pastori passata senza nessun filtro e contestazione laica dentro il terzo millennio delle maledette migrazioni epocali e che produce/rrà morti ammazzati a chili, a quintali.

E lo stolido Renzi continua a battere sulle ‘quote’ da far accettare quale principio-cardine di una malintesa ‘solidarietà’ agli altri paesi d’Europa, mentre continuiamo ad importare, schizofrenicamente e senza freno alcuno, migliaia di ‘migranti’ tra i quali, – è certezza statistica legata ai grandi numeri -, ci sono i protagonisti (o i padri di futuri protagonisti) di prossime mattanze di noi, generosi e sventati ospiti occidentali presto dimentichi di ‘charlie hebdo’ e del ‘museo del bardo’ e di quanto avvenuto a Copenhagen in un caffè dove si dibatteva civilmente al modo che da noi usa.
http://www.ilfattoquotidiano.it/…/attentato-tunisi…/1817838/

Incontrerai la donna dei tuoi sogni

E il potente affresco di Allen su: ‘Incontrerai l’uomo (o la donna) dei tuoi sogni’ dimostra l’azzardo della metafora perché non esiste una donna (o uomo) ‘da sogno’ e perfino Nausicaa – pare abbia confidato Odisseo a un amico, prima di morire -, era un filo balbuziente, pur nella sfolgorante bellezza e nobiltà dei patri lombi e, a volte, le puzzava il fiato perché era ghiotta di interiora di pesce-palla cotte sulla brace. E Achille era un brutalone e, a letto, la cosa si concludeva in una mezz’oretta scarsa e svogliata e con scarsi e rudi preliminari.
E, ne converrete, anche i sogni fanno spesso cilecca e sono strambi e bizzarri e menzogneri – ne sono prova le troppe battaglie perdute di condottieri a cui un sogno aveva predetto la disfatta dell’armata nemica.
E la verità è che la vita non è sogno e ‘una vita da sogno’ ce la sogniamo solo di notte e sfuma nelle nebbie mattutine col profumo del caffè, ma chissà se la vivremmo di giorno con tutte le buffe varianti e le occulte simbologie che ci rimanda l’inconscio.

Meglio, molto meglio, incontrare l’uomo e la donna delle approssimazioni e degli aggiustamenti progressivi e delle rivelazioni ‘ a posteriori’: di tenerezze e allegrie che ‘neanche ce la sognavamo’ e bella/o dentro oltre che fuori e con negli occhi il fiore di un amore sognato, si, ma da condividere qui e ora ‘nella buona e nella cattiva sorte’ ; e i sogni e le iperboli oniriche lasciamoli agli indovini e agli azzardi degli psicanalisti, – che per una che ne imbroccano vivono di rendita il resto dei loro giorni e hanno postuma fama di studiosi e scienziati.

foto di Enaz Ocnarf.

Metafore animaliste

 

Dunque, l’Europa non si fida di noi – e ne ha ben donde. Non ha mai smesso, il nord dell’Europa, di considerarci quali ‘furbi levantini’ e ‘una faccia una razza’ alla pari dei greci – che hanno provato a rifilare alla Merkel, con estenuanti trattative, le vuote promesse di ravvedimento operoso e la patacca di un’economia greca che: ‘Se ci ristrutturate il debito cresceremo’.
Parola di Tsipras e di quel vanitoso ministro dell’economia che gli va dietro con il bavero della t-shirt in erezione e le camicie fuori dai pantaloni.  ‘Parole di fede’, le loro, e ‘dovete crederci sulla parola’ – ma l’incrollabile Schauble gli manda a dire: ‘vedere cammello’ di nuove tasse da imporre e tagliare le pensioni.
E qui casca l’asino, per restare sulle metafore animaliste, perchè Tsipras e Varoufakis di cammelli proprio non ne hanno da far vedere e il parlamento greco gli boccerebbe ogni determinazione diversa dalle reboanti e inconsulte promesse elettorali con le quali hanno preso il potere. Quadratura del cerchio.

E l’Europa ha chiesto a noi italiani di far loro vedere il cammello di una capacità che non abbiamo di istituire centri di accoglienza che funzionino e che sappiano decidere in tempi brevi chi, tra i migranti, abbia diritto d’asilo e chi, invece, e sono la maggioranza, va respinto con ferma determinazione ed efficienza di stampo nord europeo. E lo scandalo di Roma capitale – con la corruzione stellare dell’assistenza ai migranti che ingrassava il culo delle cooperative che ‘ungevano’ i vergognosi politici del ‘mondo di mezzo’ (pd compreso) – certo non ha giovato al baldanzoso e arrogante Renzi che spingeva sulle ‘quote’ da dividersi tra tutti i paesi membri.
‘Prima vogliamo vedere il cammello.’, gli hanno risposto in coro i paesi che ci fanno corona. ‘Il cammello della vostra capacità ed efficienza nell’identificare i richiedenti asilo e respingere la maggioranza dei furbi ‘migranti economici’ che ‘ci provano’ a violare le frontiere e le leggi dell’Europa’. E qui casca, una volta di più, l’asino di anni e anni di frontiere colabrodo e i migranti che allargavano le maglie delle recinzioni dei nostri asfittici centri di assistenza e fuggivano e tuttora vagano per tutta l’Europa quali ‘clandestini’.

‘Faremo da soli’, diceva baldanzoso in tivù Renzi prima dell’appuntamento fatale, ma se n’è tornato a Roma scornato e con la coda tra le gambe, lui, arrogante presidente del consiglio di un preteso ‘grande paese’ che non sa fare i compiti a casa che gli affida l’Europa ed è prigioniero della sindrome levantina di ‘una faccia una razza’.
Perciò teniamoci l’immigrazione disordinata che abbiamo coltivato per anni con indebita e malintesa pietas di filiazione vaticana e continuiamo a far litigare sindaci e prefetti per i cento o mille migranti quotidiani in più che gli vogliono affibbiare.
Mille campi-profughi italici bellissimi a vedersi e a gestirsi cresceranno, da qui alle ‘calende greche’ in cui impareremo a fare bene i compiti a casa e finalmente l’Europa si farà carico delle mitiche ‘quote’.

Il Caos vittorioso

‘Adoriamo il Caos perché amiamo produrre l’ordine.’, scriveva Enscher, ma si dà il caso che il Grande Vecchio delle origini da cui tutto è scaturito la faccia da padrone, di questi tempi, e ben poche speranze ci mostri di potere essere addomesticato e irregimentato.
E, per una Grecia che -pare, si dice- non si chiamerà più ‘Grexit’ (orrendo neologismo postmoderno), bensì si sottometterà alle regole europee e pagherà i suoi debiti -sia pure ristrutturati al 2050- la questione ‘migranti’ non sembra volersi sottomettere all’ordine che auspichiamo e, prima che si affondino i barconi e si faccia argine alla spaventosa ondata migratoria, passerà tutto quest’anno e forse buona parte del prossimo.
E i numeri degli ingressi illegali e degli sbarchi che includono una maggioranza di ‘clandestini’ o ‘migranti economici’ è bene si sappia che si alzeranno rispetto alle già altissime cifre odierne – per tema che l’Europa riesca a fermare o a rallentare l’orrendo traffico di carne umana che riempie di soldi i trafficanti, gli scafisti e i signori della guerra libici loro alleati.

Ma esistono delle isole felici dove il Caos si manifesta ‘temperato’ (come il clima) e, in qualche modo organizzato e imbrigliato e una di queste isole (una somma di isole) è la città in cui vivo – a giudicare dalle informazioni che mi vengono dalla Biennale d’Arte Moderna.
A Ca’ Garzoni, infatti, meraviglioso palazzo di recente restaurato e che ospita un ‘evento collaterale’ interessantissimo, tra le varie cose caotiche e di sconquasso degli equilibri ecologici del pianeta che vi si illustrano, si mostrano due grandi fotografie di un quartiere del Cairo visto dall’alto – Garbage City, viene detto, la città della spazzatura – e sui tetti dei palazzi è un trionfo di sacchetti di plastica: cumuli, piccole colline di spazzatura da nessuno raccolta e distrutta o trasformata – come, invece, si usa nel nostro Occidente evoluto. E la visione di quell’orrore e caos urbano in cui milioni di persone vivono immerse e vivono e brulicano come formiche mi ha provocato un sospiro di sollievo per il vivere, io, invece, in una città che ci ostiniamo, vox populi, a dire ‘sporca’ e maleodorante. Il male degli altri è ‘mezzo gaudio’?

Tutto ciò considerato, miei cari, eccovi la morale della favola: attrezziamoci a convivere col Caos imperante e speriamo che l’orda migratoria non spenga la ‘ripresina’ economica sul nascere e che i futuri quartieri periferici delle megalopoli europee non abbiano l’aspetto di ‘Garbage City’, la magnifica e vitalissima e iper caotica ‘Città-spazzatura’ egiziana. D’altronde, già ‘Blade Runner’ il bel film di culto, prediceva e rappresentava città orribili e degradate e oscene a vedersi e vittime del Caos criminale di una umanità incapace di ‘magnifiche sorti e progressive’.
Chi vivrà vedrà e i cocci saranno loro.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

 

Riflessioni del buon mattino

Gli uomini hanno sempre praticato delle trasgressioni a livello etico, ma un tempo quando si era immorali ci si sentiva fuori posto (peccatori nella versione cattolica, inadempienti agli obblighi della coscienza nella versione laica). Oggi si è immorali e ci si sente furbi e vincenti. Ecco cosa sta affondando il nostro Paese.

di Vito Mancuso, da Repubblica, 21 giugno 2013

I fatti di Firenze riportati ieri da questo giornale (“Assessori, escort e coop, i segreti hard di Firenze”) non sono certo un caso isolato nel nostro paese, anzi sono convinto, e con me penso lo sia la gran parte degli italiani, che ogni nostra città o cittadina presenti una realtà più o meno analoga. Si tratta di una constatazione abbastanza inquietante, almeno per me che sono spesso chiamato a parlare di etica. Ne ho parlato l’altro giorno in una tavola rotonda promossa da Conad in occasione dell’assemblea di bilancio, all’inizio di questo mese ho tenuto uno specifico corso di etica ai futuri commissari presso la Scuola Superiore di Polizia, molte volte sono stato invitato a discuterne nei licei del nostro paese, nelle aule universitarie, nelle piazze che ospitano manifestazioni culturali.

Ricordo una volta a Roma nell’aula magna della Luiss, l’Università della Confindustria, di aver dovuto rispondere alla domanda sul perché il bene dovrebbe essere sempre meglio del male se il male talora risulta più efficace, sul perché si dovrebbe essere onesti e leali anche quando è possibile non esserlo, e non esserlo risulta più conveniente. Devo dire che ogni volta, prima di prendere la parola, ho sentito sorgere dentro di me una sorta di sottile disagio, procurato dal fatto di percepire sui volti che mi osservavano il disinteresse e la noia per quell’argomento di cui stavo per parlare. Anche per questo cito qui a mia discolpa una frase di Shakespeare: “Perdonatemi questa predica di virtù, perché nella rilassatezza di questi tempi bolsi la virtù stessa deve chiedere perdono al vizio, sì, deve inchinarsi a strisciare” (Amleto3,4). “Buonista” si usa dire, cioè poco capace di incidere sulla realtà effettiva delle cose. Gli allenatori delle squadre di calcio quando mandano in campo i calciatori dicono che li vogliono “cattivi” oppure “cinici”, il che per loro significa efficaci. Non fanno che esprimere il pensiero dominante: chi è cattivo vince, chi è buono no.

Come nello sport, così nella vita: chi è cattivo riesce, chi è buono no. Questo è il pensiero che abita la mente occidentale da qualche secolo a questa parte e che ha trovato la sua consacrazione teoretica nel pensiero di Friedrich Nietzsche, il filosofo preferito da Mussolini e Hitler (in un discorso alla Camera del 26 maggio 1934 il Duce si dichiarò “discepolo di Federico Nietzsche polacco germanico”, mentre il Führer si recò in visita più volte all’archivio del filosofo, gestito, e strumentalizzato, dalla sorella Elisabeth). La cosa curiosa, e per me preoccupante, è che l’interpretazione maggioritaria di Darwin vede l’uomo e la natura esattamente nella medesima prospettiva che fa della forza e della furbizia l’arma migliore per vivere, per cui oggi anche da sinistra (dove il darwinismo ha ormai sostituito il marxismo quale orizzonte teoretico) si tende a pensare l’uomo e la vita in questa prospettiva spietata e rapace.

Mi rendo perfettamente conto che queste affermazioni filosofiche andrebbero più adeguatamente argomentate, ma qui mi posso solo limitare a dichiarare che in me non suscita alcuna meraviglia il fatto che alcuni funzionari delle nostre istituzioni possano abusare della loro funzione per soddisfare appetiti sessuali, in qualche caso addirittura con i soldi pubblici: il nostro comportamento infatti discende dalla nostra mente, e la mente è guidata per lo più istintivamente dalla gerarchia esistenziale in base a cui è configurata, per cui se non c’è nulla di più rilevante della propria volontà di potenza, e se non si può arrivare alle vette letterarie e filosofiche di Nietzsche, è logico che ci si avventi su orizzonti più caserecci.

Il problema quindi non è l’immoralità pratica, che sempre ha accompagnato il fenomeno umano e sempre l’accompagnerà, ma è la debolezza del sentire etico che fonda la differenza tra moralità e immoralità sostenendo che la prima sia spesso meglio della seconda. Gli uomini hanno sempre praticato delle trasgressioni a livello etico, ma un tempo quando si era immorali ci si sentiva fuori posto (peccatori nella versione cattolica, inadempienti agli obblighi della coscienza nella versione laica), oggi si è immorali e ci si sente furbi e vincenti. E la cosa vale tanto per chi si dice cattolico quanto per chi si dice laico.

Il problema, in altri termini, è la mancanza di fondamento dell’etica. Torna la domanda che mi è stata posta da uno studente: perché il bene dovrebbe essere meglio del male, se il male talora risulta più efficace? Io penso che a questa domanda si possa rispondere solo andando ad appoggiarsi al fondamento ultimo dell’etica, e penso altresì che tale fondamento abbia molto a che fare con la fisica, con la natura intima della realtà. È infatti un clamoroso falso che la cattiveria e l’immoralità siano più produttivi e più appaganti del bene e della giustizia. Che non lo siano lo dimostrano gli stati nei quali è più bassa la corruzione (Danimarca, Norvegia e in genere i paesi del nord Europa) e nei quali corrispettivamente è più alto il tasso di benessere sociale e individuale. L’etica infatti non fa che esprimere a livello interpersonale la logica della relazione armoniosa che abita l’organismo a livello fisico e che lo fa essere in salute, l’armonia tra le componenti subatomiche che compongono gli atomi, tra gli atomi che compongono le molecole, e così sempre più su, passando per cellule, tessuti, organi, sistemi, fino all’insieme dell’organismo. Lo stesso vale per la vita psichica, tanto più sana quanto più alimentata da relazioni armoniose, in famiglia, a scuola, al lavoro, e viceversa tanto più malata quanto più esposta, magari fin da piccoli, a relazioni disarmoniche e violente. Il segreto della vita in tutte le sue dimensioni è l’equilibrio, e l’etica non è altroche l’equilibrio esercitato tra persone responsabili.

Il nostro è un paese di individui che si credono furbi perché trasgrediscono le regole dell’ordine etico e civico, ma che in realtà sono semplicemente ignoranti perché tale continua trasgressione produce il caos quotidiano dentro cui siamo costretti a vivere, fatto di approssimazione, diffidenza, nervosismo, disattenzione, e tasse elevatissime cui corrispondono servizi spesso ben poco elevati. Intendo dire che rispettare le regole, comprese quelle che riguardano la vita privata (perché chi non è fedele nel privato non lo sarà certo nel pubblico) è la modalità migliore di raggiungere quel poco o tanto di felicità che la vita può dare.Qualche giorno fa pagando il conto in una pizzeria di Roma il cassiere mi diede dieci euro in più. Gli dissi che stava sbagliando e guardandolo potei avvertire nei suoi occhi il passaggio da uno sguardo di minacciosa difesa a una luce particolare. Finì che offrì a me e a chi era con me una grappa per festeggiare. Che cosa? I dieci euro recuperati? Credo qualcosa di più.

(21 giugno 2013)

 

Spossessamenti ed esodi biblici

Spossessamenti ed esodi biblici

E, da Wroclaw, capitale della Cultura europea 2016, ci giunge un messaggio-riflessione forte sugli esodi e gli abbandoni dei territori patrii e le case e le famiglie divise, partendo dei territori contesi dalla Polonia e strappati alla Germania distrutta dalla guerra – con milioni di ‘profughi’ spostati di qua e di là dei nuovi confini e la perdita delle case e la voragine dell’inappartenenza che si apriva dentro i pensieri e le anime dei cacciati e raminghi.

Che è tema sociologico e politico di indubbia rilevanza e magone ancora attivo negli animi dei nipoti a distanza di tanto tempo (vedi i nostri ‘istriani’ e ‘dalmati’ misconosciuti e lasciati a macerare per decenni tra le braccia della destra fascista), ma avremmo preferito che il collettivo di artisti di varia nazionalità che ce lo rappresenta a palazzo Donà-Brusa (campo san Polo 2177) non avesse messo nel calderone e fatto un minestrone immangiabile colle odierne migrazioni e gli ‘spossessamenti’ degli africani e degli altri profughi ‘che ci provano’ a violare i nostri confini senza avere i titoli e i necessari riconoscimenti di necessità e urgenza.

E il risultato di questa commistione indigesta di eventi storici specifici con gli avvenimenti drammatici, di ben altra natura, che ci vengono dalle cronache dei furbi migranti che si mescolano ai pochi veri rifugiati e intendono scardinare i confini europei con la forza del fatto compiuto – e con l’aiuto prodigioso e decisivo di un verbo buonista che tutto assolve del disordine sociale che quei tali recano seco – trasforma questa esposizione ‘artistica’ in un manifesto a tratti rabbioso e violentemente accusatorio nei confronti dell’Europa-fortezza, al punto da pensarci ospiti di un ‘centro-sociale’ di gente cieca e sorda e stupidamente rabbiosa e ostile alle opinioni avverse piuttosto che di un ‘evento collaterale’ della Biennale.

E leggiamo volantini che riportano farneticazioni di ‘no borders’ e ‘liberi tutti’ di andare venire di qua e di là dei paesi-Schengen, come se la costruzione del benessere europeo e le sue libertà conquistate a caro prezzo non siano state figlie di un processo politico e sociale lungo e faticoso e fitto di insidie e tuttora fragile nei suoi precarissimi equilibri – vedi gli odierni respingimenti della ‘Securitè’ alla frontiera di Ventimiglia e quelli ai confini coll’Austria e il ‘muro’ che si costruirà in Ungheria per arginare un flusso continuo di ‘migranti’.
E l’Italia, prima della classe, col secchione-Renzi in testa, invece, li va a raccogliere a dieci miglia nautiche dalle coste libiche e pretende di smistarli in Europa senza neanche averli, prima, riconosciuti, schedati, e detti ‘profughi’ oppure ‘clandestini’ – e, inevitabilmente (ed effettivamente, ci rimprovera l’Europa), rimpatriati nei paesi di origine a vivere la loro storia patria e a contribuire allo sviluppo del loro paese nei modi e nei tempi storici che sono stati dati loro in sorte.

C’è bisogno di equilibrio e di una forte misura d’ordine e di severa programmazione dei flussi, in questo genere di eventi che taluno si ostina a definire ‘epocali’ e ‘inevitabili’, se vogliamo garantire lo sviluppo economico raggiunto e quella fragile cifra percentuale di una ‘ripresa’ tuttora emaciata e fragile e l’auspicata, definitiva uscita dalla crisi economica che ci ha atterrito per quasi due lustri di lavoro-zero e le fabbriche e le imprese dislocate o chiuse.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

 

Classici pret à porter

Che se, poi, ti coglie lo sconforto per il troppo di criptico e il poco originale e il già visto e il mal rappresentato di alcuni artisti le cui opere, interrogate, ostinatamente non rispondono – e di alcuni faresti perfino a meno, vedi quel Cy Twombly, a Ca’ Pesaro, molto osannato dalla critica e dai mercanti, forse a ragione, non discuto, ma il pubblico dei profani ristà muto e interrogativo davanti ai suo giganteschi ‘spegassi’ e svolazzi colorati che neanche gli vale il retro-pensiero de: ‘lo sapevo fare anch’io’ perché di cotali stranezze artistiche il mondo potrebbe tranquillamente privarsi e le albe e i tramonti continuerebbero serenamente ad alternarsi sul pianeta Terra.

Se sconfortati, dicevo, cercate un po’ di visioni classiche e i rassicuranti riferimenti scolastici e museali e le meravigliose sculture e le architetture dell’Ellade importate a quintali dall’Impero romano e magnificate nelle corti dei principi del Rinascimento, beh la visita alla Fondazione Prada (la calle parallela alla fondamenta del Pesaro) è un must e un oasi di piacere e il restauro della mente (calme, luxe et voluptè) stanca di guerre e buonismi un tanto al chilo di artisti che ci propongono il sangue a fiotti e il filo spinato di un mondo cattivo col sottofondo delle perorazioni buoniste di Francesco che ci guadagneranno il paradiso (forse, chissà), ma lasciano immutato l’inferno in terra che viviamo e non sanno offrire alcuna soluzione praticabile e di sano buonsenso.

Ed è davvero un piacere divino entrare nel palazzo e coglierne con sguardi avidi l’aristocratico fulgore e la bellezza degli affreschi e degli stucchi e dei soffitti e, insieme, la bellezza dell’impianto espositivo che ci offre l’infilata di molti Ercoli a scalare fatti con materiali diversi da singoli autori e/o dalle scuole d’Arte e le Accademie. Ma è una sola sfolgorante Bellezza che tuttora ci incanta quella dei corpi statuari copiati dagli immensi artisti dell’Ellade e privi di tatuaggi e ‘piercings’, vivaddio! che il confronto con le sculture muscolari dei postmoderni ‘culturisti’ da palestra e steroidi li relega, fin dalla prima occhiata, nel campo degli orrori e delle caricature e delle schifezze che ci rifila il presente senza più pudori e dubbio alcuno e la Grazia e l’Armonia sono neglette e vilipese ed erranti solo nei secoli andati, ahinoi.

Ed è visitazione, quella della Fondazione Prada, di tutto riposo e aristocratica perfino nelle visite dei turisti danarosi che arrivano via Canal Grando, in motoscafo, già muniti di un esperto critico d’arte che li guida e recita lor il rosario artistico – e sei sorvegliato a vista in ogni sala da una quantità industriale di guardia-sala giovani e in divisa elegante, che ti pare di vivere nel sogno indicibile di chi a Venezia, decenni fa, voleva che affluisse solo questo genere di turisti e non le formiche e le locuste giornaliere e gli sciami fastidiosi che vengono caricati a mucchi e quintali dai grandi motoscafoni rumorosissimi al Tronchetto e ivi riportati a sera. Sipario.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Gli dei che accecano chi vuol perdere (Vox populi vox Dei)

 

Ci aveva provato, il buon (buono, buonissimo) Casson, in finale di partita a dare il segnale di un’attenzione al problema con quella frase di finta afflizione e il ‘non possumus’ contro i prefetti che lo allineava ai sindaci disperati per il mortale afflusso di ‘migranti’ nelle caserme, negli alberghi, nelle case, e in ogni edificio dismesso e nei prossimi campi-profughi del Malpaese.
Un afflusso infinito, quotidiano: un’afflizione e un affanno incomprensibile e intollerabile per un paese che si vuole ordinato e capace di tenere i conti in ordine e gestire una idea di futuro sviluppo economico e che giustamente spaventava i concittadini.
Ma quello di Casson era stato percepito dal popolo elettore, da subito, come un fiato strozzato, una nota stonata e una campana rotta perché il pd e tutta la schiera dei suoi elettori buonisti al seguito hanno fatto corpo e anima colla folle idea di una accoglienza senza limiti e leggi e capacità di governare e arginare il fenomeno ‘epocale’ e restituire rapidamente al mittente tutti coloro – e sono la maggioranza – che non hanno titoli per essere riconosciuti quali ‘rifugiati’ richiedenti asilo.

E il colpo di grazia è venuto dalla visione delle stazioni di Milano e Ventimiglia ridotte ad accampamenti e lazzaretti di gente in fuga dalla loro storia e che ha dell’Europa la falsa idea di un Bengodi capace di assorbire per intero le tragedie dell’Africa e del Medio Oriente in fiamme.
E quei tali migranti hanno già così bene introiettato il verbo dei mitici diritti europei al punto da levare alti i loro stolidi cartelli di protesta con su scritto: ‘No borders!’
E, invece, le frontiere francesi e austriache si sono chiuse a riccio e ‘no pasaran’ – monito all’Italia per le sue incapacità di identificare e schedare gli affluenti dei barconi e avviare rapidamente i rimpatri e solo dopo, a rubinetti chiusi e diminuito l’afflusso spaventoso, poter avviare una discussione sulle ‘quote’.
Ma la guerra delle migrazioni e la babele delle lingue buoniste è destinata a durare a lungo, ahinoi, e Renzi e il suo pd in rotta elettorale somigliano a quei senatori romani incollati ai loro scranni nella scena finale in cui nella sala fanno irruzione i barbari e li finiscono a fil di spada.