Archivio mensile:settembre 2014

Animali intelligenti

Animali intelligenti

In una pubblicità della Rai, ‘da novant’anni in onda’, Cochi e Renato ci informano che ‘La gallina non è un animale intelligente. / Lo si capisce da come guarda la gente’. E, per la verità, mi capita di incocciare per strada persone (molti ‘giovani’) che nulla hanno da invidiare a questo straordinario animale – al quale dobbiamo riconoscenza massima non foss’altro che per il dono divino che ci ha fatto nei millenni delle sue uova.
Immaginate cosa sarebbe la nostra vita senza lo zabaglione, le frittate di ogni genere e tipo, le impanature e tutto quanto della nostra fantasiosissima gastronomia comporti l’uso delle uova.
E trovatemi, di contro, uguale utilità sociale e relazionale per certi nostri ‘giovani’ della movida notturna, il cui sguardo ci riporta indubitabilmente alla gallina. Per tacere di quelli che si affiliano all’Isis per provare l’emozione intensissima del tagliare gole e teste di gente indifesa attribuendone il merito all’ineffabile allah e al suo mitico profeta.

E, con una piccola digressione, sull’articolo 18, viene fatto di chiedersi se ‘è nato prima l’uovo o la gallina’. Ovvero se questo diritto elementare di non venire licenziati perché ‘stiamo sulle palle’ a un padrone caratteriale e un filo stronxo sia cosa buona e giusta in sé e da estendere a tutti o, invece, è solo una palla al piede delle nostre mitiche ‘imprese’ che, senza, assumerebbero lavoratori a mucchi e dozzine – tanto, poi, li mando a casa quando mi pare e piace, che bel divertimento.
Chiedere lumi a Renzi, una volta spenti i riflettori sul teatrino insulso della sua Direzione.
E chiediamogli conto, poi, di tutte le altre promesse che dispensa a piene mani sui disoccupati e i mitici ‘corsi di formazione’ che dovrebbe restituire il lavoro perduto ai cinquantenni con l’ansia atroce di una pensione che non arriverà.
Ma chiedeteglielo davvero, cari i miei concittadini, – coi toni duri e ultimativi di elettori incazzati e indignati – e rendeteglielo bollente quest’autunno che incede col passo del gambero: uno avanti e due indietro.

E ho nelle orecchie i resoconti di amici e conoscenti che mi parlano di condizioni di lavoro talmente degradanti da venire voglia di mettere mano alla mitica pistola e cancellare dalla faccia della Terra quei tali che offrono un tale tipo di ‘lavoro’ – e si dicono ‘imprenditori’ e colonne portanti di una società di infami e ignorano e non si curano delle più elementari regole di rispetto della dignità delle persone.

Animali intelligenti

In una pubblicità della Rai, 'da novant'anni in onda', Cochi e Renato ci informano che 'La gallina non è un animale intelligente. / Lo si capisce da come guarda la gente'. E, per la verità, mi capita di incocciare per strada persone (molti 'giovani') che nulla hanno da invidiare a questo straordinario animale - al quale dobbiamo riconoscenza massima non foss'altro che per il dono divino che ci ha fatto nei millenni delle sue uova. 
Immaginate cosa sarebbe la nostra vita senza lo zabaglione, le frittate di ogni genere e tipo, le impanature e tutto quanto della nostra fantasiosissima gastronomia comporti l'uso delle uova. 
E trovatemi, di contro, uguale utilità sociale e relazionale per certi nostri 'giovani' della movida notturna, il cui sguardo ci riporta indubitabilmente alla gallina. Per tacere di quelli che si affiliano all'Isis per provare l'emozione intensissima del tagliare gole e teste di gente indifesa attribuendone il merito all'ineffabile allah e al suo mitico profeta.

E, con una piccola digressione, sull'articolo 18, viene fatto di chiedersi se 'è nato prima l'uovo o la gallina'. Ovvero se questo diritto elementare di non venire licenziati perché 'stiamo sulle palle' a un padrone caratteriale e un filo stronxo sia cosa buona e giusta in sé e da estendere a tutti o, invece, è solo una palla al piede delle nostre mitiche 'imprese' che, senza, assumerebbero lavoratori a mucchi e dozzine - tanto, poi, li mando a casa quando mi pare e piace, che bel divertimento. 
Chiedere lumi a Renzi, una volta spenti i riflettori sul teatrino insulso della sua Direzione. 
E chiediamogli conto, poi, di tutte le altre promesse che dispensa a piene mani sui disoccupati e i mitici 'corsi di formazione' che dovrebbe restituire il lavoro perduto ai cinquantenni con l'ansia atroce di una pensione che non arriverà. 
Ma chiedeteglielo davvero, cari i miei concittadini, - coi toni duri e ultimativi di elettori incazzati e indignati - e rendeteglielo bollente quest'autunno che incede col passo del gambero: uno avanti e due indietro.

E ho nelle orecchie i resoconti di amici e conoscenti che mi parlano di condizioni di lavoro talmente degradanti da venire voglia di mettere mano alla mitica pistola e cancellare dalla faccia della Terra quei tali che offrono un tale tipo di 'lavoro' - e si dicono 'imprenditori' e colonne portanti di una società di infami e ignorano e non si curano delle più elementari regole di rispetto della dignità delle persone.

Città di notte

Città di notte

Fossi stato Clooney, l’avrei fatto di notte quel suo matrimonio da favola hollivudiana, perché la città, di notte, contiene davvero tutte le potenzialità dei sogni e dei miti e le evocazioni di fantasmi del passato che la rendono unica e bellissima – e condannata all’atroce destino della sua bellezza e conseguenti sciami di umane locuste turistiche.

E, ieri notte, alle quattro del mattino, non c’era un cane in giro, a parte quattro gatti di ‘giovani’ davanti agli imbarcaderi di Rialto con le avvilenti birre in mano e i dialoghi miserabili e stupidi di chi non ha nulla da dire e l’alcol gli serve a dirlo nel modo più acconcio: quello degli ubriachi.

E mi veniva fatto di pensare, attraversando la città rilucente di ombre e in preda alla mia ricorrente ossessione del ‘senso’ delle cose, che è il Tempo, l’attraversamento del Tempo che rievocano le sue architetture magnifiche, la sua ragion d’essere e resistere senza vergogna coi suoi palazzi e le chiese e le cupole ‘fuori tempo’. E il Tempo, si sa, ha come suo grembo e amnio il Buio – che ospita il Cosmo e le sibilanti meteore-comete e il vorticare delle Galassie – e mi veniva in mente il film del pomeriggio appena scorso, (‘Lucy’, un polpettone galattico) dove la protagonista attraversa il tempo e vi si scioglie e ci promette l’eterno e l’ubiquità e una mente umana così espansa da percepire tutto l’esistente in ogni sua fibra e onda magnetica. Che magari sarà davvero il futuro dei bis bis nipoti, chissà.

E così è per questa città di notte: buia e sibilante di galassie sospese al suo cielo ucciso dalle troppe luci artificiali e fitta di fantasmi silenziosi che ti alitano addosso il loro essere e permanere invitti nel luogo delle loro gesta, – ma di giorno scompaiono e si appollaiano sui cornicioni e sui timpani delle chiese, accanto agli angeli e ai santi: da nessuno veduti né registrati di sotto perché le moderne macchine fotografiche degli avvilenti ‘selfie’ turistici non hanno la fantasia necessaria per ‘digitalizzare’ e documentare le loro ostinate presenze.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Del ‘tenere in piedi la baracca’

Del ‘tenere in piedi la baracca’

Il suo maggior pregio – ed è tutto dire – è che ha steso un pesante velo di noia sul paese che fu violentemente anti corruzione (berlusconi e compagnia dell’utri-verdiniana e gli altri compari campani e siculi in odore di mafia e camorra) e anti casta politica arraffona e costosa oltre ogni limite e decoro civile. Non ho detto gioia, ma noia, noia, noia.

Un altro pregio è stato quello di rottamare e spazzar via vecchi arnesi della politica politicata che figuravano sui comò della cronaca del ‘palazzo’ come certe fotografie di nonni e anziani cugini mai spolverate. Non è poco, direte voi. Vero. E tuttavia non basta al nostro preteso Tony Blair per scatenare entusiasmi e furor di popolo e convincere l’intero popolo eletto(re) che lui ‘farà’, ‘innoverà’, riformerà’.

Il suo ‘fare’ e innovare (del buon Renzi, l’avrete capito) è coniugato sempre al futuro – perché il presente, in verità, è fitto di traccheggiamenti, patteggiamenti infami e occulti con il satrapo privato dell’harem e con la sua corte dei miracoli in affanno politico ormai cronico; e fitto di lotte a coltello con ‘la sinistra interna’ del partito che ‘non ci sta’ a veder morire ‘l’articolo 18’ – e ognora diminuiti i diritti, e i doveri, invece, sbattuti in cronaca come i dieci comandamenti del rigore economico ‘che vuole l’Europa’.

E venne l’autunno. Che si dice sempre ‘caldo’ – ad onta delle temperature basse che conseguono ad un estate mai esplosa e piovosissima. E, come le foglie, anche l’immagine del ‘capitano coraggioso’ e boy scout arrossa e si prepara ad ingiallire e a restare appiccata sul ramo pronta a cadere al primo forte stormire dei venti.

E, giusto, ieri, i mitici ‘poteri forti’ dei ‘salotti buoni’ (ma chi saranno mai costoro?) hanno fatto soffiare forte il vento dell’insoddisfazione-che-conta per un ‘fare’ che è invece, un ‘traccheggiare’ e promettere – e il De Bortoli ha, addirittura, ventilato (eccolo il vento autunnale!) che il boy scout, in realtà, se la fa e se la mena con quelli della P2, nientemeno. Sarà vero?
Che se fosse stata rivolta a berlusconi, la tremenda accusa, apriti cielo! E tuttavia i ‘giornali di famiglia’ – convinti che Renzi altro non sia che il figlioccio politico del padrone, il trait d’union pdl – pidimenoelle – ‘fanno quadrato’ intorno al garante del ‘patto del nazareno’ e lo difendono come autentici legionari e correligionari e se la prendono con i ‘salotti buoni’ che lo vogliono morto (politicamente) e sostituito con Ignazio Visco o addirittura il Draghi, in tutt’altre faccende affaccendato, in verità.

Quale chiusa abbiamo in testa per il finale di questa ‘Renzeide’, poema noiosissimo di fine estate, che come ‘la Secchia rapita’ si recita in ottonari a verso sdrucciolo, -tanto sdrucciolo da ritrovarci tutti ‘col c.. per terra’ da qui a breve, e napolitano che magari si dimette e ‘sbatte la porta’ perché stufo di ‘tenere in piedi la baracca’?

http://www.linkiesta.it/bertolino-gennaio

 

Prevenzioni e argini

Il reportage di stamattina di ‘Radiotre-scienza’ sullo stato delle cose relativo all’espansione dell’epidemia di Ebola nei paesi africani è stato davvero ‘impressionante’.

Il ministro della Sanità della Sierra Leone parlava di un paese vuoto: di turisti, di uomini d’affari, di ambasciatori e personale d’ambasciata scappati a gambe levate non appena è stato chiaro che all’espansione del morbo non vi era nessuna difesa e trincea possibile – e le stime vanno da 200000 morti in breve volgere di tempo a un milione.

E l’idea che dall’Africa il morbo passi all’Europa non è idea peregrina – e si salvi chi può dalle reazioni allarmistiche e ‘di pancia’ se solo sfuggisse di penna o in voce ad un improvvido giornalista che dai nostri ‘barconi’ quotidiani è sbarcato un malato di quel morbo spaventoso.

Roba da ‘dagli all’untore’ del Manzoni cronista della peste a Milano o i racconti e i resoconti del dottor Rieux ne ‘La peste’ di Camus.

 

Eppure tutto lascia credere che la rete di protezione sanitaria europea e occidentale, prima o poi, sarà violata – e dovremo fare i conti e misurare la nostra valentia di epidemiologi e probabili vittime capaci di resistere sui bastioni della cittadella assediata.

 

E sarà pur vera quella bella frase ‘buonista’ che è il messaggio portante de ‘La Peste’ di Camus: ‘(…) qu’il ya dans les hommes, front aux catastrophes, plus de choses à admirer que des choses à mépriser.’ – e tuttavia non è meno portante quest’altro: che ‘prevenire è meglio di curare’.

 

E fare argine e muro contro la tragedia incessante degli sbarchi e dei ‘barconi’ è solo questione di tempo perché, prima o poi, si imporrà, di necessità, il ‘senso della misura’ e della impossibilità e insensatezza di divenire il campo profughi privilegiato e ambìto dell’intero bacino mediterraneo in fiamme.

Eroi, poeti e santi nonché ‘cooperanti’

 

Siamo un popolo straordinario. Navigatori, eroi, poeti e santi nonché ‘cooperanti’. Questi ultimi vocati alla speciale virtù dell’aiuto umanitario da portare in terre disgraziate e piene di conflitti.
E i navigatori di ‘Mare nostrum’ sempre vigili in mare aperto e in acque internazionali per assistere i profughi in fuga e che pagano salato per stiparsi nei fragili ‘barconi’ e gommoni.

E, se capita ai cooperanti di venire rapiti da qualche gruppo terrorista che ha bisogno di finanziamenti per armarsi meglio e di più, pazienza: lo stato italiano ha fatto sapere nelle sedi deputate per bocca di sottosegretari e ministri che abbiamo sempre pagato per portare a casa i nostri connazionali vocati alla bontà e ‘pagheremo caro pagheremo tutto’ quello che ci verrà richiesto in futuro, – malgrado il nostro appoggio armato (fornitura di armi ai peshmerga) appaia in stridente contraddizione con i soldi che diamo ai terroristi per armarsi a loro volta e fare guerra all’Occidente degli infedeli.

E i costi delle due operazioni (Mare nostrum più i riscatti che abbiamo pagato e pagheremo) chissà come e perché sono sempre esenti dai risparmi che dobbiamo fare per via della ‘spending review’: i tagli alla spesa pubblica, per chi non mastica di inglese.

Già perché le contraddizioni sono stridenti anche su questo versante: si annunciano tagli alla Sanità (perfino quella esemplare del Veneto che ha applicato e rispetta da tempo i ‘costi standard’) e ogni Ministero darà l’esempio, additando i capitoli di spesa dove tagliare e le cifre. Ma non risulta che la costosissima operazione ‘Mare nostrum’ del ministero della Difesa sia inclusa nei tagli. Perché?

Non ci risulta che Spagna e Grecia e Malta provino dei sensi di colpa per il loro non fare nulla per i profughi e il vario popolo migrante dei ‘barconi’. Noi si, invece. E c’è una quantità di gente che sostiene che ‘facciamo troppo poco’. Sarà perché noi, popolo di navigatori e ‘santi subito’, siamo tanto buoni, buonissimi, praticamente dei veri babbi natale?

Polis e politica

Polis e politica

Dopo tanta denigrazione della politica, (ma più dei politici maneggioni e arraffoni e bugiardoni) un ‘festival della politica’ non è stata una cattiva idea – per provare a riconciliare i cittadini con quest’arte umana che tanta soddisfazione ci ha dato nei ricordi scolastici di Pericle e di Cicerone e Seneca e Machiavelli.

E ieri ascoltavo l’interessantissimo dibattito intorno a un libro che ci informa che la città è una tana e ‘fa paura’ ed ha porte e muri: per dire che è accogliente però anche difesa dagli attacchi dei nemici.
Nemici che vengono da fuori ma anche da dentro; e ci sono stati gli assedi terribili degli aspiranti conquistatori e i massacri, ma anche le guerre intestine, civili, non meno feroci e belluine.

E la paura principale che abbiamo è contro lo ‘xenos’ o barbaros che insidia il nostro benessere e il benestare della ‘polis’ giunta all’apice del suo sviluppo economico ed architettonico e politico, e tuttavia non possiamo non accoglierlo perché l’accoglienza ‘è nelle cose’, – e contro la globalizzazione nulla possiamo opporre e restiamo, sgomenti, come il poeta in guerra che denunciava: ‘Si sta / come d’autunno / sugli alberi / le foglie’.

E si sono ascoltate molte citazioni latine e gli etimi dal greco e tutto era molto elegante a udirsi e ‘suonava bene’ – ed era come la storiella di quella giovanetta costretta al meretricio che aveva fatto innamorare un poeta che molto ne lodava le tonde e turgide forme del corpo e la dolcezza dell’approccio erotico e l’ingenua se ne era innamorata a sua volta perdutamente, ma la maitresse la contrastava dicendole che la cosa era esattamente come con tutti gli altri uomini che se la scopavano e solo, quel poeta, gliela infiocchettava e la incellofanava così da apparirle straordinaria e speciale.

Già, perché, dopo tanto dotto discettare di bravi filosofi che ce la presentavano elegante e la prendevano da lontano, la dolente nota, stringi stringi, era la banale, quotidiana questione della ‘securitas’ contrapposta alla insecuritas, – alla inquietudine di noi cittadini nei confronti del ‘diverso’, dello ‘xenos’ che ci affligge coi suoi mille barconi e ci costano una fortuna e non sappiamo più dove stiparli e quegli ‘xenos’ cambiano l’aspetto delle nostre città eleganti ed evolute – e i centri storici sono ormai ‘cosa loro’ perché le nostre agorà, di noi indigeni disgustati e snob, sono ormai i centri commerciali.

E, in finale di partita, il filosofo-scrittore di belle speranze e promesse, ha citato l’anomalia di una città-stato postmoderna, Singapore, dove, invece, nessuno ha paura perché, se fai tanto di rigare una macchina e/o buttare una cicca per terra, non passa mezz’ora e sei nella mani della polizia e un giudice, per direttissima, ti condanna a una multa di mille dollari singaporiani e/o a dieci frustate sulla schiena – come è capitato a un giovane americano e se ne indignò mezzo mondo e ne dibattemmo a lungo se quelli erano metodi condivisibili e civiltà della polis.

Saranno anche un filo esagerati, a Singapore, mi è venuto da pensare in chiusura di dibattito, ma se guardiamo alle nostre ‘polis’, alle orrende città dei cassonetti bruciati e tonnellate di sporcizia sulle strade e gomorra e camorra e criminalità varia organizzata e politici corrotti e forze dell’ordine che minacciano scioperi, beh un paio di annetti di gestione singaporiana forse non ci farebbero così male.

Polis e politica

Dopo tanta denigrazione della politica, (ma più dei politici maneggioni e arraffoni e bugiardoni) un 'festival della politica' non è stata una cattiva idea - per provare a riconciliare i cittadini con quest'arte umana che tanta soddisfazione ci ha dato nei ricordi scolastici di Pericle e di Cicerone e Seneca e Machiavelli.

E ieri ascoltavo l'interessantissimo dibattito intorno a un libro che ci informa che la città è una tana e 'fa paura' ed ha porte e muri: per dire che è accogliente però anche difesa dagli attacchi dei nemici.
Nemici che vengono da fuori ma anche da dentro; e ci sono stati gli assedi terribili degli aspiranti conquistatori e i massacri, ma anche le guerre intestine, civili, non meno feroci e belluine. 

E la paura principale che abbiamo è contro lo 'xenos' o barbaros che insidia il nostro benessere e il benestare della 'polis' giunta all'apice del suo sviluppo economico ed architettonico e politico, e tuttavia non possiamo non accoglierlo perché l'accoglienza 'è nelle cose', - e contro la globalizzazione nulla possiamo opporre e restiamo, sgomenti, come il poeta in guerra che denunciava: 'Si sta / come d'autunno / sugli alberi / le foglie'.

E si sono ascoltate molte citazioni latine e gli etimi dal greco e tutto era molto elegante a udirsi e 'suonava bene' – ed era come la storiella di quella giovanetta costretta al meretricio che aveva fatto innamorare un poeta che molto ne lodava le tonde e turgide forme del corpo e la dolcezza dell'approccio erotico e l'ingenua se ne era innamorata a sua volta perdutamente, ma la maitresse la contrastava dicendole che la cosa era esattamente come con tutti gli altri uomini che se la scopavano e solo, quel poeta, gliela infiocchettava e la incellofanava così da apparirle straordinaria e speciale.

Già, perché, dopo tanto dotto discettare di bravi filosofi che ce la presentavano elegante e la prendevano da lontano, la dolente nota, stringi stringi, era la banale, quotidiana questione della 'securitas' contrapposta alla insecuritas, - alla inquietudine di noi cittadini nei confronti del 'diverso', dello 'xenos' che ci affligge coi suoi mille barconi e ci costano una fortuna e non sappiamo più dove stiparli e quegli 'xenos' cambiano l'aspetto delle nostre città eleganti ed evolute – e i centri storici sono ormai 'cosa loro' perché le nostre agorà, di noi indigeni disgustati e snob, sono ormai i centri commerciali.

E, in finale di partita, il filosofo-scrittore di belle speranze e promesse, ha citato l'anomalia di una città-stato postmoderna, Singapore, dove, invece, nessuno ha paura perché, se fai tanto di rigare una macchina e/o buttare una cicca per terra, non passa mezz'ora e sei nella mani della polizia e un giudice, per direttissima, ti condanna a una multa di mille dollari singaporiani e/o a dieci frustate sulla schiena - come è capitato a un giovane americano e se ne indignò mezzo mondo e ne dibattemmo a lungo se quelli erano metodi condivisibili e civiltà della polis.

Saranno anche un filo esagerati, a Singapore, mi è venuto da pensare in chiusura di dibattito, ma se guardiamo alle nostre 'polis', alle orrende città dei cassonetti bruciati e tonnellate di sporcizia sulle strade e gomorra e camorra e criminalità varia organizzata e politici corrotti e forze dell'ordine che minacciano scioperi, beh un paio di annetti di gestione singaporiana forse non ci farebbero così male.

I pensatori

Sono più che convinto che, se Rodin fosse vissuto ai tempi nostri, il suo ‘Pensatore’, – così accigliato e rannuvolato dentro la sua scatola cranica -, avrebbe tratti del viso più distesi e perfino ilari perché terrebbe in mano e contemplerebbe il suo i-pad e/o ‘tablet’ e col ditone bronzeo striscerebbe ripetutamente il video, trasvolando di pensiero in pensiero più serenamente grazie a quei prodigiosi tamagochi della post modernità.

Ho sotto gli occhi, ogni santa mattina che Dio manda in terra, mentre annaffio il mio bel giardino pensile, la visione di una giovane moldava o rumena, una ‘badante’, che, invece di rilassarsi alla vista del sole del primo mattino, delle persone che passano di sotto, dei tetti magnifici di questa magnifica città, resta cogitabonda a fissare quel suo asfittico video-prigione, quel suo tamagochi affamato di aggiornamenti e di nuove ‘app’, in attesa di chissà che notizia, in lettura di chissà che sms amoroso.
E, per quel genere di persone che assistono i nostri anziani e sono costrette h24 nella cella di una casa al loro servizio, forse quel video-prigione è, all’opposto, la finestra della loro prigione, il loro ‘sole a scacchi’: un contatto permanente col mondo che hanno lasciato e verso il quale provano lancinanti nostalgie e desiderio di ritorni.

Ma ho visto, di contro, un’intera famiglia di sei persone seduta sugli scalini di un ponte, – le donne velate e il padre-padrone che vegliava il suo gregge familiare sulla sommità – che digitava ognuno il suo pensiero sul video del tamagochi personale, e poco importava loro la visione della grande e bella chiesa di fronte e la musica di una violoncellista che si era piazzata davanti e ci ammanniva le prodigiose tristezze che solo un violoncello è capace di ammannire.

E’ il trionfo dell’altrove, della traslazione, dell’ubiquità – e il ‘qui e ora’ e l’essere presenti e coscienti è cosa senza più senso alcuno. E si vedono innamorati silenziosi e svagati e tristi accodati all’amata che tiene il cell. incollato all’orecchio, o si è munita di auricolari, e privilegia il dialogo con gli amici e i parenti uno via l’altro e neglige il rapporto con l’amato.

E sono certo che, perfino di fronte al grandioso e spettacolare e abbacinante ‘salar’, il lago salato boliviano, o di fronte al frastuono straordinario e impressionante delle cascate di Iguazù si noterà più di una persona che, incuranti delle gocce che li bagnano, fissano ostinatamente il loro tamagochi e strisciano il ditino sugli aggiornamenti di facebook, perché egli viva e si nutra bulimicamente del nuovo solipsismo dei novelli, postmoderni ‘pensatori’.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Califfi e macellai

I campanari non esistono più. E allora (per) chi suona le campane al mattino presto?
E’ certo che suonano anche per noi, se i portoni delle chiese maggiori sono tutti aperti: Redentore e La Salute inclusi. Cerco nella mente non ancora perfettamente lucida le ricorrenze del calendario che giustificano tanto scampanio, ma niente. Non mi viene in mente nessun santo/a patrono particolare o evento della Storia che si vuol celebrare e rammemorare.

Però ieri era l’undici settembre, il terribile undici settembre dell’Occidente di bel nuovo in guerra col mondo, – il mondo islamico del terrorismo premeditato e variamente organizzato di oggi che aspira al Califfato, nientemeno. (A quando un macedone che ci ripropone una spedizione in Persia e in India con alla testa un bis nipote di Alessandro in sella a Bucefalo?)

E ieri erano i giapponesi di Pearl Harbour, l’undici settembre 2001, invece, erano quei suonati integrali e integralisti d’accatto ancora mentalmente fissi sull’idiozia cosmica de ‘Allah lo vuole’ e ‘Morte agli infedeli’.

Mi piace pensare che i templi della cristianità occidentale suonino oggi a distesa per ricordare la tragedia spaventosissima delle Twin Towers – con quei morti assurdi delle foto che andavano a schiantarsi a testa in giù per sfuggire a una morte peggiore di tizzoni ardenti.
E mi piace pensare che quel cancro del terrorismo assassino di filiazione islamico-radicale sarà presto estirpato chirurgicamente a suon di bombe.

Bombe come se piovesse. Bombe a tappeto: fiammeggiante nuvola biblica che annichila e distrugge fino all’ultimo imbecille macellaio e carnefice stupratore che si è affiliato a quella congrega di folli seguaci di ridicoli califfi.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

In limine mortis

Forse è a causa della morte – che sempre ci obbliga a riflettere sul senso ‘ultimo’ delle cose – che indugio a chiedermi il senso delle azioni, (e delle reazioni, che la cronaca ci racconta ‘tragiche’), di un ragazzo diciassettenne che se ne va di notte a spasso per la città silente e addormentata a bordo di un motorino, sul cui sellino trovano posto ben due amici o conoscenti del giovinetto defunto.

Prima domanda che ci viene dal racconto della madre addolorata e sconvolta: ‘Mi ha detto che usciva a fare un giro.’ In piena notte? E’ normale che un ragazzo esca ‘a fare un giro’ a quell’ora antelucana e che la madre registri il fenomeno come evento familiare ‘normale’, non soggetto a severa inquisizione genitoriale ed eventuale, salubre reprimenda e fiera opposizione?

Ne consegue il dramma. Il ragazzo non si ferma a un controllo di polizia (o carabinieri) e la concitazione della cronaca ci consegna un morto ammazzato per cause che sono soggette ad indagine ed accerteranno le responsabilità.

Ma, se siamo costretti a tollerare, nel racconto ossessivo che ci fanno i tele/radiogiornali, gli echi e gli scoppi di voce della rabbia dei parenti e degli amici e degli abitanti del rione, forse è il caso di insistere e interrogarci su quest’aspetto di una illegalità diffusa (canta Napule!) e delle eccessive ‘libertà’ di quegli adolescenti e giovinetti e dei loro genitori che trovano ‘normale’ lasciarli uscire di casa alle tre di notte per fare un giro in motorino. Abitudini napuletane? Insonnia giovanile? O follia generalizzata e andazzo corrente di una città vitalissima, certo, ma vitale assai (in limine mortis) anche nei suoi drammi insensati e cronache di morti ammazzati che non hanno riscontro, non dico in Tirolo, per carità, ma anche solo nelle Marche o negli Abbruzzi o nella vicina Basilicata?

Venti di guerra

Ogni giorno ha la sua pena, si dice. E alle nostre personali si aggiungono le cattive notizie che vengono del ‘mondo’.
E, se al tempo di berlusconi e compagnia vergognosa e oscena ci guardavamo penosamente l’ombelico e ci infastidivano i ‘lettoni di putin’ fitti di vergini fanciulle per la quindicina dell’harem del satrapo de noantri, oggi dobbiamo distogliere gli occhi dai video spaventosi e feroci delle decapitazioni e decollazioni da parte dei nuovi orchi e pazzi furiosi certificati dal corano e dalle sue ‘sure’ – buone, all’epoca, giusto per i nomadi pastori di maometto, sedicente profeta.E sarà ‘islamofobia’ dire tutto il male possibile di questi pazzi suonati che hanno rinverdito i nefasti degli imperi arabi alle porte dell’Europa e fatto regredire il mondo a un medioevo tristo e impaurito, impensabile solo un anno fa?
E dobbiamo attrezzarci a respingerli alle porte di Vienna o sul mare di Lepanto, come già facemmo, o basterà una giusta razione di bombe a passaggi radenti per estirpare radicalmente quest’altro cancro di ritorno, questa metastasi assassina di imbecilli 3.0 che non trovano di meglio da fare nella vita che arruolarsi nell’Isis dei boia decollatori?

Mala tempora currunt. E i venti di guerra vengono anche dall’Ucraina, che la Nato si impegna a difendere dall’orso russo assetato anch’esso di imperi di ritorno. E dovremmo tenere preziosi i pile che abbiamo negli armadi perché, se quelli di meteo.it predicono un inverno che più freddo non si può e dovremo fare a meno del gas russo, ogni fiato di calore nelle case dovrà essere tenuto caro e prezioso.

Chi l’avrebbe mai creduto possibile, per quelli della mia generazione che avevano dimenticato il senso della parola ‘guerra’, questo ritorno della belluinità e della barbarie sul pianeta Terra – quando già sembravano maturi i viaggi spaziali e le cronache dallo spazio e il calco della scarpa di Amstrong sulla polvere lunare ci avevano illuso che l’umanità tutta, scienziati di tutte le razze in testa, avesse finalmente battezzato la ‘magnifiche sorti e progressive’ dei bis nonni dell’Ottocento e realizzato le magnifiche fantasie di Giulio Verne?