Archivio mensile:marzo 2014

Guadi

I guadi non sono mai stati facili. Mi è capitato in Birmania – che le ruote della jeep scassatissima su cui mi trovavo a viaggiare slittavano nell’ocra del fango molliccio di un torrente placido che attraversava la foresta – e solo a sera giunsero gli aiuti di magrissimi contadini coi cappelli a cono allargato e coi pali sulle spalle che ci salvarono da una notte disagiata e fitta di ‘richiami della foresta’.

E ci sono metaforici guadi delle nostre vite che sembrano non trovare nessuna spinta e aiuto per traghettare indenni – proprio quando con piglio cesaresco avevamo pronunciato un fatidico ‘Alea iacta est!’ e ci dicevamo pronti a sbaragliare i Galli e i Germani chiusi a testuggine e gli scudi sopra le teste.

E che l’Italia sia in mezzo a un guado lo ‘tocchiamo con mano’ sfogliando i giornali e facendo zapping alla tivù e non sappiamo decidere se confermare la fiducia a Renzi-Temistocle che porterà il paese fuori dal pantano o se scendere in guerra con l’Europa e votare la schiera dei ‘grillini’ alle europee per ‘dare un segnale’ che siamo arcistufi della povertà diffusa e del lavoro che non c’è.

Potremmo andare tutti quanti ai seggi elettorali e ‘farli neri’ quei grigi burocrati europei dal sorrisino facile e le supponenza di chi intasca tutti quei dindini e i ‘gettoni di presenza’ e alloggia negli alberghi di lusso di Bruxelles alle nostre spalle – giusto per vedere ‘che effetto che fa’ ritrovarsi con una marea di voti a destra e anti Europa.

A proposito, ma i grillini saranno di destra o di sinistra? Non ci dormo la notte, sapete. Io che credevo di essere un rivoluzionario e mi ritrovo, a questa cara età, a constatare che già l’applicare le leggi e il farle rispettare sarebbe rivoluzionario in questo ca… di paese.

Dell’Amore e dell’infinito viaggiare

Del dire parole d’amore

Con i sistemi operativi non c’è partita. Ti battono nelle partite a scacchi e negli altri giochi e nei tests e solo se ti abbassi di livello riesci a spuntarla. Figurarsi che succede se un sistema operativo si appropria del ‘sistema-amore’ e impara tutto quello che bisogna imparare e dire a proposito dell’amore. L’essere carezzevoli e comprensivi e mai invasivi e intuire le sfumature del non detto e rispettare i silenzi in partitura e i dolori pregressi e offrire spalle al pianto e stimolare accortamente le residue vitalità e voglie di gioco e saper comporre splendide canzoni e musiche e offrire complicità e affanno e grido comune e diapason di godimenti negli sconvolgimenti sessuali.

Un miracolo che diciamo amore, se avviene e quando avviene tra esseri umani dotati di forme corporee, ma un sistema operativo che ci azzecca con tutto questo? Non dà l’impressione che si tratti di auto masturbazione e solipsismo e chat erotiche?
Un sacco di gente propende per questa tesi – ad ascoltare i commenti in sala e nei siti dedicati al film di cui parlo – e l’idea che di queste ‘invasioni’ e predilezioni solipsistiche sarà pieno il futuro prossimo e quello remoto li sconvolge, fermi come sono le loro menti alle caverne della corporeità, alla preistoria dei corpi di carne e sangue e dei cervelli limitati dall’impaccio dei corpi.

Però i sistemi operativi li creiamo noi e li programmiamo agli scopi di servire i nostri bisogni e li vogliamo sempre più sofisticati e potenti e capaci di assomigliarci in tutto e capaci di ‘andare oltre’ – e anche questa è aspirazione umana e la ritroviamo nei grandi poemi medievali e nello sprone dannunziano de: ‘Non è mai tardi per andar più oltre!’ che, peccato di gioventù, interpretavamo come espressione para fascista e imperialista.
E il sistema operativo che fa innamorare il protagonista di ‘Lei’ va oltre, molto oltre. Si prende tutti gli spazi dell’amore che ci è necessario ‘come l’aria’ e come il pane e non trascura per sua natura intrinseca e finalità programmatica, di relazionarsi e connettersi con gli altri, molti altri: il nostro prossimo e i suoi mille, milioni di pensieri e attitudini creative – e le ‘connessioni’, si sa, sono galeotte (come lo fu il libro di Francesca e Paolo) e foriere di espansioni mentali alle quali, poi, non puoi opporre il limite della tua gelosia e il tuo bisogno di unicità e speciale predilezione – perché quel genere di ritrosie e recriminazioni è appannaggio dei corpi scimmieschi e primitivi dei cavernicoli che siamo e resteremo ancora per lunga pezza.

La cosa più difficile del mondo, ne converrete, è il conciliare la convergenza dell’attenzione e della cura su un singolo essere e l’espansione infinita che ci agita dentro. Agostino insegna, quando abbandona alla sua sorte l’innamorata di carne e sangue e fluidi corporei e si innamora della teologia – e, prima di lei, piangeva Didone, che, dalla pira funebre, malediva l’innamorato costretto al Grande Viaggio e alla Meta Finale. In brava sintesi, l’opposizione tra una certa idea dell’uomo presente (essere finito) e, all’estremo opposto, l’idea finale di Dio, – un Sole a cui attribuiamo il potere di irradiare la Luce di un Amore infinito ed eterno, per convenzione universalmente riconosciuta. Peccato che tutto sia così astratto e lontano, però.

E, quando la conciliazione non riesce, lo sappiamo bene, finisce in dolore, naturalmente. Dolore per l’abbandono e per l’assenza di chi dice di amarci e per l’incapacità nostra strutturale di transitare, anima e corpo, (come si dice che avverrà a Giosafatte), nel misterioso e affascinante mondo delle stelle e ‘iperuranio’- che così raramente ‘usciamo a riveder’, a differenza del sommo poeta che ci provò e lo raccontò magistralmente nella sua Commedia.
E forse non è un caso se il regista Spike Jonze spedisce, nella scena finale del film, i protagonisti sedotti e abbandonati sul tetto di un alto edificio niuiorchese – esplicita metafora di una vicinanza cosmica a cui aspiriamo ma che ci va stretta, pardon, ci è troppo larga.

Siamo uomini o dei, se siamo in grado di inventare e dispiegare i poteri potenzialmente infiniti dei sistemi operativi – novello fuoco di Prometeo – salvo lamentarci e soffrire se ‘ci prendono la mano’ e ‘vanno oltre’? I più intelligenti tra noi, pescando nell’abisso di complessità del nostro cerebro, li hanno creati e modellati con tale cura da consentire loro perfino la conoscenza e la pratica delle emozioni (‘Sognerò?’ chiedeva Hal 9001 al suo carnefice in ‘2001 odissea nello spazio’) – ma ancora non sappiamo bene se le emozioni sono il retaggio primitivo del nostro essere stati ‘animali’ e cavernicoli che cacciavano in branco oppure levitazioni sofisticatissime dell’anima, però poco praticabili sul piano pratico e sconsigliabili nel corso dei viaggi spaziali, dati i casini che provocano nel gioco delle relazioni umane.

Il bellissimo film ‘Lei’ di Spike Jonze parla di tutto questo e anche di più. E’ un condensato del libro ‘La fisica dell’Immortalità’ di J. Tipler e, insieme, ci ricorda certi garbugli d’amore di W. Allen, gestiti con levità e ironia e le battute giuste che muovono il riso e inducono commozioni.

Andate a vederlo. Non ne resterete delusi. Al massimo vi capiterà di parteggiare per i cavernicoli corporei che siamo e contro l’infinito viaggiare che ci attende in un futuro che è appena cominciato.

Quell’arma carica di futuro

Non bisogna prenderli troppo sul serio, i poeti, anche se bisogna distinguere tra grandi poeti (e grande poesia) e la miriade di aspiranti tali che faticano a mettere insieme un endecasillabo a rima incatenata. ‘Anche Mussolini scriveva poesie…’ cantava Francesco De Gregori – e forse è in seguito a quella sua rivelazione che ho smesso di scriverne.

Resta il fatto che alcuni distici della ‘grande poesia universale’ sono di una bellezza folgorante – e se solo troviamo il tempo tra una visitazione di facebook e i cento ‘mi piace’ e un caffè o una partita a carte con gli amici di rileggerli, senti che l’anima sospira e respira a fondo, come per un amore grande che torna dolorosamente a memoria (Paolo e Francesca? Abelardo ed Eloisa) e l’intuizione sconvolgente che ‘vi sono in cielo e in terra più cose di quanto la mente nostra sappia immaginare’, come scriveva quel Tale.

Però è vero che certi concetti sono davvero ardui e lo scavare dei poeti nel senso delle cose a volte produce mostri di cerebralismo – tanto che Prèvert si senti in dovere  di affermare che: ‘le monde mental ment monumentalement’ già ai tempi suoi, figuratevi oggi! che tutto è più complesso e gli adorabili Cinquanta dei capelli cotonati e del ‘boogie’ li vediamo come una rinascita del mondo piena di sogni e di baci (famosi quelli immortalati da un fotografo francese a Paris), mentre oggi ci arrovelliamo su come uscire dalla crisi globale e produrre nuovo lavoro e dimenticare e cancellare dai vergognosi annali i nefasti del berlusconismo di lotta e di s-governo.

Però oggi è la giornata mondiale della poesia (a quando la ‘giornata mondiale dei poveri cristi’?) e l’ottimismo è d’obbligo e una ripassata alla divina Commedia o ai Cantos di Ezra o alla Rime e Ritmi del Carducci è d’obbligo, passando per la ‘Pioggia sul pineto’ dell’ottimo D’Annunzio e gli aforismi barocchi di Lope de la Vega. E senza trascurare la quartine amorose della nostra Valduga.

E, come penitenza per non aver voi mai letto una poesia che sia una negli ultimi quindici anni mandate a memoria questa esaltante e vigorosa affermazione positiva proiettata sul futuro del caro, carissimo Gabriel Celaya – badate che vi interrogo, la prossima volta che metterò piede su facebook.

 

http://cantipoetas.blogspot.it/2009/05/la-poesia-es-un-arma-cargada-de-futuro.html

 

Dialetti, confini, superfetazioni

Non so chi sia il ‘creativo’ a cui è stata commissionata la ‘pubblicità progresso’ che afferma l’importanza di votare alle europee, ma se lo conoscessi gli chiederei perché mai ha scelto il dialetto veneto di quella madre che ricorda al figlio che ‘xe importante le elessioni europee, perché ti pol votar ‘e petissioni’ – e presentare la propria candidatura, ca va sans dire. Come se si trattasse della ricerca di un impiego e di una facile opportunità da cogliere ‘in Europa’, – la nostra super madre che ci obbliga a ‘fare i compiti in casa’ ed essere più ordinati nei conti e negli sforamenti deficit/pil e più efficienti nella spending review.

 

E invece, per candidarti, devi fare la gavetta in un partito indigeno rampante e aggressivo e che abbia una buona possibilità di ‘superare il quorum’ europeo – e devi competere con giovanotti e signorine aggressivi/e e preparati/e che aspettano da anni il loro turno e il loro momento di gloria, – se ne faccia una ragione quella madre e il suo figlio veneto che la pubblicità progresso presenta come due contadini un filo beoti e finalmente risvegliati da un sonno di secolari sudditanze e sogni malati di secessioni e ‘indipendenze’ lombardo-venete.

 

Il dialetto veneto si porta dietro, da sempre, la maledizione delle sue sonorità strascicate e mollicce che ne hanno fatto un logo della bonomia beota del gondoliere che esclama: ‘I me gà sugà el canal!’ o quell’altro slogan da latte alle ginocchia: ‘Mi ‘a so veneto e ti?’ – che, appena pronunciato da un venetista-indipendentista verace, ti viene la voglia di rinnegare i tuoi natali e le forzate appartenenze storiche tre volte al dì prima che il gallo canti.

 

Non che il genovese sia meno ridevole e bonariamente beota, per carità, o il torinese, nell’uso che ne fanno i suoi comici, ma vi ravviso echi e rimbalzi di ironia e staffilate satiriche che al veneto mancano – fatti salvi certuni cantautori recenti che hanno firmato canzoni di vigorosa protesta politica e civile, mi dicono e ne prendo atto. Però la predilezione basica del ‘Marieta monta in gondoea’ è sempre in agguato e torna nel reggae accattivante di quel gruppo che lamenta: ‘(…) ti ta morti Tatiana, ti ta tatua ea teta.’ Una sorta di vigorosa ‘sinfonia in ‘t’, avrebbe chiosato il mio professore di esegesi poetica delle medie.

 

Io, però, appartengo alla scuola e corrente di pensiero di quei valorosi che vollero fosse ‘fatta l’Italia’ e, una volta fatta, lamentavano che fosse più difficile ‘fare gli italiani’ dipoi. La maledizione delle piccole patrie e del dialetto che si succhia col latte materno che nessuna proclamazione nazionalistica e nessuna Grande guerra e i confini sulle Alpi strappati agli Imperi riesce ad estirpare, figurarsi le recenti e indigeste superfetazioni europee.

 

TUTTI ITALIANI
R. Fucini
 Tutti fratelli? S’è strillato tanto,
Ma fin qui non s’è fatto che parole.
–Lei di dov’è?– Lombardo, e me ne vanto.
–E lei?– Son fiorentino, se Dio vuole.
 
Tutti citrulli, siamo, e questo è quanto.
Se ci ripenso, quant’è vero il sole,
Dalla vergogna mi si muove il pianto:
Non credo più nemmeno nelle scuole.
 
Però, a mio figlio, gliel’ho già insegnato:
–Tieni a mente, — gli ho detto –sei pisano
perchè a Pisa t’abbiam battezzato.
 
Ma a Pisa non pensar: tu sei toscano.
Quel “me ne vanto”, poi, dillo, e non fiato,
Ma prima devi dir: “Sono italiano!”

Come vi sogniamo

A un fotografo capita di visitare un manicomio abbandonato e scopre un florilegio di disegni che illustrano i pensieri segreti e le aspirazioni al coniugio di quei poveri cristi che vi trapassarono, dopo una ‘vita da cani’ reclusi e dolori e sospiri da far impallidire lo ‘stridor di denti’ dell’Inferno dantesco.
E la donna che quei matti raffiguravano sui muri non è molto diversa da quella che immaginiamo e sogniamo noi ‘sani’: un po’ santa e un po’ puttana – per dire delle due polarità estreme che hanno riempito la letteratura di ogni tempo e luogo e le nostre stesse vite. Maddalena redenta e Beatrice da un lato e il ghigno laido delle prostitute dei quadri di Bosch dall’altro – e Isotta ed Elisa versus le postmoderne e gaglioffe Cicciolina e Moana di questi nostri giorni avvilenti e noi incapaci di ‘uscire a riveder le stelle’.

E, notizia in parallelo, il giornalista incaricato delle pagine culturali ci fa notare come ad Amsterdam e in Germania l’industria della prostituzione sia ormai un business di tale grandezza – e legalizzato e tributario fiscale – da far impallidire altri storici commerci in forte affanno da ‘crisi globale’ e di come, passato il valico di Tarvisio, un sindaco austriaco abbia pensato bene di fare affari d’oro aprendo e benedicendo un bordello dedicato a quegli impenitenti puttanieri che sono gli italiani. E, fuori dell’edificio dove si consumano e si avviliscono commercialmente le segrete pulsioni dei matti di cui sopra, si vedono famiglie con bambini che ‘vanno in visita’ gioiosamente beota al luogo del meretricio organizzato.

Ma cosa aspettarci di diverso da un popolo le cui menti sono state avvelenate da anni di exempla berlusconiani in cui la ‘professione più antica del mondo’ faceva premio di seggi parlamentari e consigli regionali e ‘dame bianche’ e ‘nipotine di mubarak’ e le olgettine a libro paga permanente del noto ‘satrapo de noantri’ affetto da candidosi europea?

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.

Maledette Primavere

Maledette PrimavereL’umanità non è felice. Almeno ad ascoltare alla radio, la mattina, chi ci legge le prime pagine dei giornali. C’è uno iato tra quanto apprendiamo dalle radio/televisioni e dai giornali e quel che ci capita di osservare a spasso per la città: i sorrisi e i saluti tra le persone e le esultazioni dei bimbi che giocano e i cani che si rincorrono. Come se i giornali e le tivù si fossero dati il compito istituzionale di ricordarci che la felicità/serenità del nostro vivere quotidiano è illusione miope ed effimera e che il dolore dei rifugiati siriani nei campi profughi e le lotte tribali e religiose nel sud Sudan e la Cecenia schiacciata dal tallone dell’ex padre-padrone russo sono la norma, invece, l’orizzonte di riferimento del Male necessario e inestirpabile dalla storia dell’evoluzione umana.

E davvero è sorprendente e angosciante questo suo prevalere (del Male) e ‘dettare l’agenda’ delle vite nostre – e ancora non mi capacito di cosa sia davvero accaduto in Siria, or sono tre anni fa, e del chi contro chi di quella guerra civile da nessuna prevista contro una dittatura tutto sommato ‘soft’ che, paragonata a quanto è avvenuto dopo lo scoppio del conflitto, ci sembra un delitto che quei gruppi e fazioni l’abbiano criticata armi alla mano e sperato di spazzarla via sull’onda delle ‘primavere arabe’.
E dirle ‘primavere’, con tutti quei morti ammazzati e gli orizzonte futuri bui e
quantomai incerti, è ironia feroce e sembrano ‘inverni’, invece di un’umanità che non sa che sia il meglio per sé e come, spesso, il meglio sia nemico del bene – e ‘si stava meglio quando si stava peggio’, vecchio adagio che resiste invitto e mai contestato, ahinoi.

foto di Enaz Ocnarf.
foto di Enaz Ocnarf.
 

Perchè gli è un bravo ragazzo

Perché gli è un bravo ragazzo

Si lo so che Renzi non vi piace per i motivi più svariati e, a volte, opposti, ma è un bravo ragazzo, pur se un filo spaccone, e ha il solo torto di essere stato appaiato al suo padre putativo e venditore di auto usate berlusconi silvio, frodatore fiscale e puttaniere compulsivo.
E’ a causa sua, del suo padrino putativo, se non gli credete e scommettete che quegli ottanta euri non li vedremo mai nelle buste paga degli operai e impiegati a basso reddito.
E’ a causa dell’improntitudine del suo patrono politico che prometteva milioni di posti di lavoro e ‘meno tasse per tutti’ che il povero Renzi fatica a sottrarsi alla nomea di venditore di aspirapolveri e/o di pentole a cottura speciale, ma senza coperchio, ahilui.

In realtà Renzi è davvero un bravo ragazzo, uno con un coraggio da leoni per come ha sbaragliato tutti gli avversari interni ed esterni e si è fiondato a palazzo Chigi col solo scopo di farci uscire dai gorghi della crisi e ‘tornare a crescere’.
Io un po’ gli credo, anche se mi ha giocato il tiro birbone e un filo mancino di escludermi da quegli ottanta euri (che tanto mi facevano comodo) solo perché pensionato e non lavoratore. Ma che caxxo di differenza c’é, dico io, se l’obbiettivo è quello di rilanciare i consumi? Forse che i pensionati non sono dei consumatori – e, in più, siamo quelli che hanno surrogato il sussidio di disoccupazione che non c’è con la paghetta mensile ai figli disoccupati e ai nipoti?
Però già quello che ha promesso sarebbe una rivoluzione non da poco, conveniamone, e, rispetto al suo padrino/patrono lex luthor, non ha conflitti di interesse – e la magistratura si è occupata poco di lui e per cosucce senz’altro veniali.
Diamogli il beneficio di inventario, suvvia! Ci resterà, quantomeno, la soddisfazione di dargli del ‘buffone’ a fine maggio, se lo coglieremo in castagna e flagranza di pentole che ci ha venduto prive di coperchio.

Dai finestrini dei treni

E’ la metafora del viaggiatore quella che meglio esprime la ‘condizione umana’. Vieni dal nulla prenatale e apri gli occhi su un mondo strano davvero dove le cose funzionano per approssimazione e difetto e la crudeltà della fame è sempre in agguato commista alla dolcezza della madre che la sazia, ma non è per sempre.

Niente è per sempre se non il tuo bisogno d’amore sempre frustrato e anch’esso approssimativo, magmatico – le cui forme in perenne divenire osservi stupito e incredulo e ‘te ne fai una ragione’ se, di quando in quando, appare il viso che ti commuove e intenerisce, ma scompare poi crudelmente e un altro se ne forma diverso. E quegli amanti improbabili non sono mai quelli dei sogni – e ti accompagnano per un tratto lungo o corto, ma poi, a un bivio, inseguono le loro approssimazioni e i loro fantasmi, come fai tu d’altronde.

E sono molti e diversi, ma era d’un solo che avevi bisogno – ed è illuminazione e illusione bruciante quando credi di averlo identificato e ne fai una Beatrice celeste e ti inventi un Paradiso dove tutto funziona al modo perfetto che intuisci possibile, ma solo in quel tuo Paradiso.

 

E tutto questo andare e viaggiare e osservare come va il mondo e tu con lui finisce in un luogo sospeso, che sempre appariva e spariva nei tuoi sogni: una Stazione Anima dove ti fermi perché stanco del tutto e del niente del tuo molto aver viaggiato e insensatamente e, seduto su una panchina, osservi passare le persone dirette alle banchine e li riconosci e sono quelli che ti hanno accompagnato e con cui hai condiviso malattie e illusioni di vita nuova e diversa, ma non si fermano a parlarti e solo accennano un saluto e uno stanco sorriso dai finestrini dei treni.101857736-363038d0-5dbc-4366-8816-0f8424c9cb78

I condottieri e le battaglie

I condottieri e le battaglie

Guardavo le straordinarie immagini in 3D del film ‘300 L’alba di un impero’, l’altro ieri, e tutto quel fragore di battaglie e di morti ammazzati dalle due parti in conflitto mi stordiva – e non mi capacitavo del come avesse potuto un esercito di contadini così poco numeroso atterrire a distruggere una flotta doppia e tripla e Temistocle trionfare sul prodigioso Serse, figlio di dei satrapici orientali.
La libertà, si dice, si narra. La forza della democrazia ateniese che rinasce dalle ceneri dell’incendio della sua città e gli stupri e i massacri dei civili e apre alla leggenda della Grande Ellade.
Ma è agiografia della nostra cultura occidentale – e nel fuoco e nel sangue delle battaglie è davvero difficile dire se sono i valorosi combattenti di una delle due parti a fare la Storia o la casualità di eventi miracolosi e interventi ‘divini’ (così si credeva) che fanno la differenza tra vittoria e sconfitta. Così fu per la tempesta che affondò e mandò sconfitta la Invincible Armada spagnola e disse Grande Elisabetta ‘la bastarda’ e consacrò la leggenda del suo lungo regno.

E, a proposito di condottieri e battaglie, ecco sul proscenio Temistocle-Renzi che affabula da Fazio da par suo promettendo mari e monti (Monti no, per favore!) e la rinascita del paese a partire dai consumi delle famiglie. Bella mossa. 100 euro in più in busta paga sono un’arma formidabile di propaganda elettorale – ed è vero che i consumatori votano e le imprese no, ma può essere che, se ripartono i consumi, il traino ci sia e la nave Italia voli nell’aspro mare delle procelle economiche che ci affliggono da un tempo così lungo ormai da non ricordare più quando ‘si stava meglio’ e perché. Lo aspettiamo al varco delle Termopili, il nostro Temistocle, e gli auguriamo che vinca la battaglia navale di Salamina e inizi l’alba di un impero economico e suo personale che durerà mill’anni, se ci riuscirà e i disoccupati avranno sussidio e troveranno lavoro.

In bocca al lupo e crepi – e, per una volta, mostriamo un filo di ottimismo e sfoderiamo le spade dei consumi e alziamo i cori dei peana del lavoro che ritorna. Uh! Uh! Viva Atene e Sparta unite nella lotta! Una faccia, una razza?

La grande bruttezza (La città strana 5)

La grande bruttezza (La città strana 5)

Se ti affacci sulla ‘piazza’ alle otto del mattino del primo giorno di Quaresima gli operai del Comune sono già al lavoro per smantellare il palco del Carnevale ed è un grande disordine che fatichi a toglierle di dosso e immaginarla pulita e silente e con lo splendore della sacra basilica a chiudere la prospettiva e proiettarla sulle cupole e sul cielo terso.
Ma se giri l’angolo della loggetta del Sansovino ti coglie la vertigine della ‘grande bellezza’ di questa città – e ogni diapositiva degli sguardi mirati sulla sfilata delle statue immobili stagliate sull’azzurro e/o sulla colonna del Todaro con lo sfondo dell’isola di san Giorgio la dice miracolo della Storia e architettura mirabile di là del fragoroso rotolare del Tempo.
E cento altre immagini di questa sua bellezza è facile raccogliere a quest’ora del mattino in una città ancora vuota di presenze – e viene in mente la frase del Principe di Salina che: ‘Dopo aver creato la Sicilia e averla giudicata troppo bella Dio creò i siciliani a riequilibrarla’ (libera citazione). Aggiustate sui veneziani e sui turisti in visita.

E, se ritorni sulla piazza e ti avvicini alla porta della basilica per osservarne i mosaici e i capitelli, noti lo sfregio delle tre sedie di un bar poste davanti al sacro portone – licenza di festosi ubriachi della notte appena scorsa – ed è insulto alla bellezza che nessuno pare notare, anzi! Uno dei vigilanti della basilica invita, ridendo, il collega a ‘fare una foto’ e ‘non c’è santo che tenga’ o sacralità che si rispetti in una città che della sua piazza ha fatto il centro-motore della licenza carnascialesca a fini mercantili – e il frastuono della musica del palco entra prepotente all’interno durante la visita e si fa beffe degli scritti che invitano al silenzio e al rispetto del sacro luogo.

E quando ti allontani e torni alla città degli uffici e dei commerci che comincia a popolarsi e le prime comitive di cinesi ‘foto, foto, foto’ prendono possesso della piazza al seguito della guida turistica con l’ombrellino rosso levato alto, ti vien fatto di pensare al perché ci veniamo così poco e di malavoglia, noi indigeni ostinatamente legati a un’idea di decoro e di ‘grande bellezza’.

Forse per la stessa ragione per la quale abbiamo deciso di non tornare nei luoghi del vasto mondo che ci hanno regalato un’emozione or sono quarant’anni fa e, se ci torni, ti coglie l’avvilimento per la grande bellezza che c’era e se n’è fuggita a gambe levate – e vedi la sfilata dei mille alberghi e relativi turisti sulle spiagge dove andavano le
tartarughe marine a deporre le uova e c’erano solo i villaggi dei pescatori a distanza di chilometri l’uno dall’altro.

Foto: La grande bruttezza (La città strana 5)

Se ti affacci sulla 'piazza' alle otto del mattino del primo giorno di Quaresima gli operai del Comune sono già al lavoro per smantellare il palco del Carnevale ed è un grande disordine che fatichi a toglierle di dosso e immaginarla pulita e silente e con lo splendore della sacra basilica a chiudere la prospettiva e proiettarla sulle cupole e sul cielo terso. 
Ma se giri l'angolo della loggetta del Sansovino  ti coglie la vertigine della 'grande bellezza' di questa città - e ogni diapositiva degli sguardi mirati sulla sfilata delle statue immobili stagliate sull'azzurro e/o sulla colonna del Todaro con lo sfondo dell'isola di san Giorgio la dice miracolo della Storia e architettura mirabile di là del fragoroso rotolare del Tempo. 
E cento altre immagini di questa sua bellezza è facile raccogliere a quest'ora del mattino in una città ancora vuota di presenze - e viene in mente la frase del Principe di Salina che: 'Dopo aver creato la Sicilia e averla giudicata troppo bella Dio creò i siciliani a riequilibrarla' (libera citazione). Aggiustate sui veneziani e sui turisti in visita.

E, se ritorni sulla piazza e ti avvicini alla porta della basilica per osservarne i mosaici e i capitelli, noti lo sfregio delle tre sedie di un bar poste davanti al sacro portone – licenza di festosi ubriachi della notte appena scorsa - ed è insulto alla bellezza che nessuno pare notare, anzi! Uno  dei vigilanti della basilica invita, ridendo, il collega a 'fare una foto' e 'non c'è santo che tenga' o sacralità che si rispetti in una città che della sua piazza ha fatto il centro-motore della licenza carnascialesca a fini mercantili - e il frastuono della musica del palco entra prepotente all'interno durante la visita e si fa beffe degli scritti che invitano al silenzio e al rispetto del sacro luogo.

E quando ti allontani e torni alla città degli uffici e dei commerci che comincia a popolarsi e le prime comitive di cinesi 'foto, foto, foto' prendono possesso della piazza al seguito della guida turistica con l'ombrellino rosso levato alto, ti vien fatto di pensare al perché ci veniamo così poco e di malavoglia, noi indigeni ostinatamente legati a un'idea di decoro e di 'grande bellezza'. 

Forse per la stessa ragione per la quale abbiamo deciso di non tornare nei luoghi del vasto mondo che ci hanno regalato un'emozione or sono quarant'anni fa e, se ci torni, ti coglie l'avvilimento per la grande bellezza che c'era e se n'è fuggita a gambe levate - e vedi la sfilata dei mille alberghi e relativi turisti sulle spiagge dove andavano le
 tartarughe marine a deporre le uova e c'erano solo i villaggi dei pescatori a distanza di chilometri l'uno dall'altro.