Archivio mensile:settembre 2013

Una faccia una razza

Succede anche in Grecia – a conferma che c’è del vero nella nota frase ‘una faccia, una razza’. Peccato che si coniughi quasi sempre al negativo.

 

La notizia è questa: ‘I deputati del famigerato partito di ispirazione nazista ‘Alba Dorata’ hanno minacciato di dare le dimissioni in massa dal parlamento greco.

 

Ma allora è un vizio! direte voi. O un ‘idem sentire’: uno sprezzo per le istituzioni democratiche che unisce i nostrani ‘fedelissimi al capo barabba’ ai loro emuli e fratelli greci – il cui segretario e leader è stato arrestato pure lui. Più che di similitudini qui si sta parlando, mi pare, di comuni attitudini e vocazione a delinquere – e il considerare la democrazia dei cittadini poco più di un tappeto d’ingresso alla propria abitazione dove spazzolare i piedi.

 

Quo usque tandem, si chiedeva un radio-ascoltatore stamattina. La meneranno ancora molto per le lunghe, gli avrei risposto se fossi stato il conduttore.

I delinquenti di rango e danarosi hanno molto tempo da spendere per i loro ludi anti istituzionali e molto denaro anche per gli avvocati: quei ‘cavalli di caligola’ parlamentari che soffiano sul fuoco della crisi per spuntare un ultimo rantolo di ‘salvacondotto’ per il loro generosissimo cliente.

 

E finiremo per concederglielo, a patto che chiudano i suoi giornali e le tivù di famiglia e riprendano a trasmettere alle Isole Cayman in lingua inglese.

Chi vivrà vedrà

Chissà come saranno presentati dagli storici – e studiati nelle scuole di ogni ordine e grado – questi tre lustri di infamia nazionale che vanno sotto il nome de ‘il berlusconismo’.
Che già a noi presenti e vivi, europei per vocazione e aspirazione, appare definizione dei fatti e i misfatti di cui ci narrano le cronache un ‘fuori luogo storico’, un’oscenità del passato e della Storia vile e assurda quali ‘il fascismo’, ‘il peronismo’ e tutti gli stramaledetti ‘ismi’ tragici e guerreschi che hanno afflitto la storia dei padri e dei nonni.

Chissà se gli storici titoleranno questo periodo di infamia e avvilimento collettivi quale ‘L’era della Grande Suggestione e dell’Imbonimento’ – svolgendo poi il tema della creazione di slogans ad hoc confezionati dagli esperti del team berlusconiano sui giornali di famiglia e le tivù di regime quali: ‘la magistratura comunista’, ‘il complotto delle toghe’, ‘la sinistra illiberale e criminale’ e via elencando dello stupidario eversivo del barabba eversore e dei suoi lanzi al soldo e i nani ridicoli e le ‘pitonesse’ che raccolgono le firme per dire il parlamento italiano ‘un plotone di esecuzione’.

Slogans vuoti di senso e platealmente falsi, ma suggestivi per le deboli menti dei supporters de ‘l’esercito elettorale di silvio’ e non molto dissimili nella loro ridicola risonanza mediatica da quelli degli esperti fascisti che coniavano: ‘Bisogna dare la massima fecondità ad ogni zolla di terra!’ scritto in caratteri di scatola su tutte le masserie e le aziende agricole, ma poi: ‘Taci, il nemico ti ascolta!’ del soldato coll’elmo e lo sguardo grifagno e il dito puntato in avanti di un’Italia precipitata nell’abisso della Guerra.

E quest’altra pretesa ‘guerra civile’ dei bondi e delle santanchè di cui alle cronache chissà come sarà titolata dagli storici – se la fine confusa e convulsa e violenta dell’era delle Grandi Suggestioni e della pretesa di un popolo di infami evasori di rifilarci quale ‘capo di governo’ e ‘statista’ un barabba notorio, ad onta delle Leggi che danno regola e ordine alla vita associata – e una Giustizia che vigila sulla loro applicazione inflessibile e mai ‘ad personam’- oppure se precipiteremo nell’Era dell’Arbitrio di un nuovo ‘uomo della provvidenza’ che ci traghetterà a furor di piazze di disoccupati e fabbriche in disarmo fuori del contesto europeo – e seguirà il declino di un paese di pretesi furbi che: ‘greci-italiani una faccia, una razza’ e una comune sorte di infamia sociale ed economica futura.

Chi vivrà vedrà.

Recitazione della controversia berlusconiana

E’ la recitazione di una ‘controversia’ quella che ci propone il bel film di Emma Dante ‘Via castellana bandiera’. Un azzardo cinematografico che si tiene tutto sull’essere ‘cape toste’ le due protagoniste impegnate in un confronto di durezza estrema – e tutti i comprimari (bravissimi, ciascuno nel suo ruolo) stanno attorno alle due protagoniste fornendo loro ragioni ed emozioni perché la lotta duri e porti al diapason la sua nota di follia.

 

E’ un ‘fronteggiamento’ insensato, macchina contro macchina, muro contro muro, clan contro clan, ma ci ricorda gli scontri all’arma bianca al tempo dei cavalieri e dei cavalli per non volere, i contendenti, ‘cedere il passo’ e ne andava dell’onore – vedete bene come lo collochiamo in basso nelle vite nostre, l’onore.

 

Ed è a tutti chiaro che quella ‘controversia’ ridicola, quella recitazione di una insensatezza portata alle sue estreme conseguenze di morte e canto alto finale del coro che inneggia alla follia dichiarata del ‘carattere nazionale’ siciliano, è metafora precisa alla virgola del nostro fronteggiamento presente: berlusconiani ‘cape toste’ contro la Legge e la Giustizia uguali per tutti che hanno sanzionato i reati di cui alla nota condanna e tre gradi di giudizio.

 

E non c’è verso di fagliela intendere, l’assoluta follia delle loro pretese ‘ragioni’, ai dementi del clan berlusconiano che serrano i ranghi a difesa del leader azzoppato e gridano l’uno verso l’altro ‘ritirata! con grida mediatiche scomposte – e attentano alla vita del governo e all’interesse dello Stato dei cittadini tutti, incuranti del tempio che crolla e dell’Europa che, attonita, si chiede se non è il popolo tutto, gli italiani rissosi e impotenti, a covare i geni della follia che hanno consentito a un barabba notorio di comprarsi la politica e giungere ai vertici istituzionali dello Stato e s-governare pro domo sua e per salvarsi dai processi.

 

Ed eccoci giunti al canto finale del coro, alla litania struggente dei pazzi della folle ‘controversia’ che hanno segreta e dolorosa coscienza della loro malattia genetica e non sanno come curarla e se vogliono curarsi – e tutti corrono verso un orizzonte buio che sta alle spalle di chi guarda ed è solo la morte di uno dei due contendenti a mettere la parola fine all’insensato fronteggiamento.

Quest’estate che incede con lentezza indicibile


Quest’estate che incede con lentezza indicibile e lungamente ci dice addio non sarà detta peggiore delle altre che l’hanno preceduta. Calda è stata calda, ma con la moderazione che tutti auspicavamo, e non troppo piena di sfracelli e catastrofi quali altre che l’hanno preceduta.
E’ vero che lo sfracello-sovrano ancora pende sulle nostre teste, e ce lo ricorda la Barbara, che cara, che si chiede perché mai si è fatto un governo con un criminale, se tale lo consideriamo – e passiamo la domanda all’ottimo napolitano che tesse le sue tele di penelope incessantemente, nell’attesa che qualcosa muti nell’orizzonte plumbeo del paese e sorga tra quelli del pd l’Efialte che li traghetterà oltre l’orizzonte politico berlusconiano perché lo assumerà in proprio. Pd-meno-l per sintetizzare. 
Tanto, gli alleati di s-governo sempre minacciosi e fedeli agli umori del capo delinquente, quell’acronimo lo hanno abbandonato e ormai tutti parlano di forza italia come la nuova formazione di combattimento dei Medi in(e)vasori che premono alle Termopili e, alleati ai fascisti e a quello che resterà della Lega, ‘presto finiranno per passare’.

Ed è di tutta evidenza, cari lettori/rici, che di fronte a questo quadro desolato degli eventi autunnali che abbiamo di fronte, nessuno di noi sa fare una previsione di durata e di tenuta – qualità di governo che, come nel sesso, hanno una loro indiscutibile importanza – e forse finiremo per farcene una ragione delle elezioni prossime venture che metteranno la parola ‘fine’ a questa nostra situazione poetica iniziata coll’autunno del Cardarelli e finita colle evocazioni mitico-greche del Kavafis – per dire quanto siamo immaginifici noi popolo fenicio-etrusco-apulico e capaci di ludi e danze e peana e cachinni pur se sull’orlo del vulcano che principia ad eruttare.

Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, ha dato, scurdammoce ‘o passato, paisà. Il futuro è sempre un’altra cosa.

JohnWilliamWaterhouse-PenelopeandtheSuitors(1912).jpg

Potenza della Fede

Potenza della Fede! Che non smuove le montagne, questo è assodato, né fa quei miracoli con certificato di garanzia e da tutti constatabili – senza troppo sottilizzare e obbiettare e passarli a fil di scienza – però consente a un papa molto ‘mediatico’, molto ‘comunicatore’, molto ‘rivoluzionario’ di dire cose incredibilmente impegnative a una platea di disoccupati e gente che ha perso il lavoro.

A tutti costoro Francesco dice con enfasi profetica: ‘niente suicidi’, ‘niente disperazione’ e ‘affidatevi a Gesù’. Santo Cielo! vien da obbiettare, noi stramaledetti increduli e gente di nessuna Fede e Dottrina. Ma come farà Gesù a risolvere la crisi globale che ci affanna e ridare il lavoro che ci è stato tolto -neanche fosse la ripetizione del miracolo della moltiplicazione del pane e dei pesci?

Francesco, il ‘rivoluzionario’ papa mediatico osa molto e si avventura in un terreno scivolosissimo, nel suo raccomandare con apparente sicurezza a quei visi addolorati e compunti che abbiamo visto in tivù la Fede e la Preghiera quali panacee di un lavoro che il disoccupato del Sulcis certo non troverà domani, all’uscita dalla chiesa dove andrà a recitare la preghiera e rinnovare la sua Fede, né nei giorni e mesi a seguire.
Fra qualche anno chissà, ma dopo molti corsi di riqualificazione e attese snervanti e depressive e curricula portati di qua e di là, perfino nei bar e i ristoranti per rimediare un lavoro di lavapiatti, ma a quel punto Gesù c’entrerà poco o nulla.
Però i papi fanno di queste cose e osano ‘volare alti’, altissimi, più di ‘tre metri sopra al cielo’ – e la conferma ce la dava, tanti anni fa, un altro Francesco in una sua bella canzone -che dipingeva il gesto ieratico di ‘papa Pio con gli occhiali’ tutto di bianco vestito che benediva il popolo appena uscito da una guerra devastante. E tornò la pace e ‘il burro abbonderà’ della sua canzone accadde davvero e ci fu lo sviluppo economico e il lavoro fisso dei nonni e dei padri; ma oggi eccoci immersi in quest’altra guerra della crisi economica e delle ‘delocalizzazioni’ e del lavoro che non c’è e pare verosimile perfino che Gesù possa c’entrare qualcosa con la ‘ripresa’ – che verrà, prima o poi, se ne dicono certi Letta e Napolitano.

Ed è chiaro allora che viviamo di suggestioni e di Grandi Illusioni e il gesto ieratico e la parola di Fede di un papa non sembrano ‘fuori luogo’ e azzardo clamoroso a un popolo che di suggestioni ne ha ascoltate e interiorizzate una quantità, negli ultimi decenni di s-governo e infamia collettiva.
A partire dalle suggestioni berlusconiane confezionate negli ‘studios’ televisivi e nelle redazioni dei giornali di famiglia, che pretendono che la magistratura sia ‘comunista’ e ci sia un ‘complotto’ in atto per ‘farlo fuori’ e lasciare orfani i sei milioni di spudorati elettori, poverini, che hanno solo quel loro miserabile barabba da proporci e, senza, scomparirebbero dalla scena politica come accadde colla DC -che pareva eterna e bastò la fogna di Tangentopoli a farla affogare.

 

Resurrezioni e rottamazioni

Bisogna riconoscere a silvio berlusconi la pervicacia e la lena spese in un progetto imprenditoriale.

Un progetto degno di miglior causa, d’accordo, ma un progetto e un disegno poi diventato ‘politico’ e capace di affermarsi sulla realtà dei nostri giorni e di rovesciarla perfino in una suggestione collettiva, una gigantesca bolla di false cose e slogans incuranti del ridicolo e amplificati a dismisura dai suoi straripanti media televisivi e giornalistici. Facile, direte voi, con tutti quei soldi accumulati in flagranza di evasioni e fondi neri, comprare uomini e corrompere anime e assoldare intelligenze miserabili e prive del senso della vergogna.

 

Ma, ecco il punto, i soldi sono ‘magna pars’ e sorreggono la forza dei progetti orribili di coloro che si meritano, a posteriori, la patente di ‘geni del male’ e ci costringono a riflettere, dolenti e abbacchiati, sulla fragilità del democratico bene collettivo e sul perché siamo condannati a vivere stipati e caotici in questo spaventoso culo di sacco quantistico dove accadono le peggiori cose che ci affannano.

 

Ed è di ieri l’ennesima apparizione oscena del nostro lex luthor nazionale in video e voce, completo di cerone e calza sull’obbiettivo, che, – a reti unificate a causa di un malinteso ‘dovere di informare’ – ci ha propinato il suo ennesimo rosario stupido di accuse roventi alla magistratura ‘comunista’ e ‘complotti’ e ‘vogliono farmi fuori’ e biancaneve e il lupo mannaro e ‘reagite’ e ‘fatevi sentire’ – come se lui e i suoi tragici elettori da tre palle un soldo non ci avessero martellato ad abundantiam gli zededei in quindici anni di guasti e sfracelli politici ed economici che hanno portato l’Italia alla frutta e al grappino e conseguente ‘presa in consegna’ da parte di un Europa che trema perché siamo ‘troppo grandi per poter fallire’.

 

 

Così ce ne stiamo tutti a mollo, inebetiti da tanto frastuono e ridicolo argomentare e discettare sulle leggi che non si devono applicare a sua maestà il principe degli imbonitori, immersi nell’acqua gelida dell’agitato mare economico-finanziario, e ci mostriamo all’Europa con tutta la carcassa acciaccata e le lamiere contorte e lo scafo pieno di liquidi fognari e i due cadaveri nascosti nelle stive o nelle cabine come la ‘Concordia’ testè resurrezionata con costi esorbitanti e attendiamo rassegnati che ci dicano in quale porto europeo troveremo accoglimento per la necessaria rottamazione.073232892-bcd261f5-1869-479f-b7a3-fbcac18ae47e.jpg

La forza dei fatti contro le menzogne dei servi

La corruzione come metodo

 

di MASSIMO GIANNINI

La corruzione come metodoSilvio Berlusconi (imagoec)

I bardi della corte di Arcore, ancora una volta, la sparano grossa. Gridano al “golpe rosso”, all'”attacco concentrico”, all'”esproprio proletario”. Molto più banalmente, depurate dal falso ideologico e politico al quale ci ha abituato la propaganda populista e vittimista del quasi Ventennio berlusconiano, le motivazioni della Cassazione sul Lodo Mondadori sono solo l’ovvia conseguenza civilistica di una verità giudiziale ormai acquisita. Una verità definitiva, al di là di ogni ragionevole dubbio, che a questo punto diventa anche storica. Una verità che sveste il Sovrano di tutti i suoi finti orpelli e i suoi falsi scudi. E lo espone, nudo, di fronte alla legge e al Paese. 

Cos’altro deve accadere, perché si debbano considerare vere e non più contestabili le accuse provate in ben sei gradi di giudizio, e infine sanzionate con una condanna dalla Corte d’appello di Milano il 9 luglio 2011? A cos’altro ci si può appigliare, per contestare quella sentenza esemplare in cui ora la Cassazione, trova come unico e paradossale “difetto” quello di essere “fin troppo analiticamente argomentata”? Eppure non basta, ai falchi e alle colombe del Pdl che insieme ai familiari difendono il Capo, in una rituale confusione di ruoli in cui come sempre il partito si fa azienda e l’azienda si fa partito. 

I giudici di allora, come quelli di oggi, hanno scritto e ampiamente dimostrato due dati di fatto oggettivi, e non più controvertibili. Il primo: nella contesa che nel 1991 portò il gruppo Mondadori nelle mani del Cavaliere si produsse un episodio gravissimo di corruzione di magistrati, di cui Berlusconi fu l’ideatore iniziale e Previti l’esecutore materiale. Il secondo: se quel reato corruttivo non si fosse verificato, la casa editrice di Segrate sarebbe rimasta a pieno diritto nella proprietà del gruppo De Benedetti (editore di questo giornale). 
Basterebbe questo a dare la misura dell’enorme responsabilità penale che, nella vicenda specifica, grava sulle spalle della sedicente “vittima” del “complotto” e giustifica il risarcimento danni cui è adesso costretto. Ma qui c’è molto di più. Nelle carte del Lodo Mondadori come in quelle delle altre sentenze passate in giudicato (da All Iberian ai diritti tv Mediaset) c’è riassunto lo stigma dell’intera parabola berlusconiana, e insieme il paradigma della sua avventura imprenditoriale e politica. Un vero e proprio “metodo di governance” (e poi anche di governo), che risale a molti anni prima dell’epica “discesa in campo” del ’94 ed è in buona parte alla base delle fortune iniziali del tycoon della televisione commerciale, fin dai tempi dei primi decreti “ad aziendam” varati dall’amico Craxi negli anni ’80. Un “sistema di potere” collaudato, in cui gli affari privati si mescolano agli interessi pubblici. Gli strumenti della mala-finanza sono usati per assicurarsi i buoni uffici della mala-giustizia. Il Cavaliere evade il fisco, crea fondi neri, realizza falsi in bilancio. Tutto serve per alimentare una “provvista” segreta, con la quale si comprano magistrati compiacenti e finanzieri renitenti, e poi anche faccendieri senza scrupoli e parlamentari senza vergogna. 

La Guerra di Segrate e il “dominus” della corruzione
Nella guerra di Segrate “l’apparato corruttivo” berlusconiano dispiega tutta la sua geometrica potenza. All’inizio degli anni ’90 la contesa tra due industriali per il possesso della Mondadori volge a favore di De Benedetti, dopo che un collegio di arbitri gli assegna la titolarità della maggioranza delle azioni della casa editrice. Berlusconi impugna il Lodo davanti alla Corte d’Appello di Roma. E qui, nel “porto delle nebbie” della Capitale, accade il misfatto. Il giudice relatore Vittorio Metta deposita una sentenza di 167 pagine (scritta non da lui ma da “ignoti”, pare nello studio Previti) che sovverte il Lodo e riassegna la Mondadori al Cavaliere. Si scoprirà poi, più di dieci anni dopo, che quella sentenza Berlusconi l’ha comprata, facendo depositare 400 milioni di lire sul conto di Metta, attraverso i buoni uffici di Previti. Anche questa è una verità giudiziale, scritta in una sentenza passata in giudicato, dopo le pronunce della Corte d’Appello di Milano del 23 febbraio 2007 e della Cassazione il 13 luglio dello stesso anno. 

Quella condanna penale costa la galera a Previti e agli avvocati Acampora e Pacifico. Berlusconi si salva solo perché, nel frattempo, è già diventato presidente del Consiglio nel 2001, e ha fatto approvare dal Parlamento un paio di leggi che gli servono a salvare la faccia e la poltrona. A lui, premier, i magistrati di secondo grado applicano la pena della “corruzione semplice” (non quella “aggravata” che invece inchioda Previti) e gli riconoscono le “attenuanti generiche”. Grazie a queste, e alla nuove norme che nel frattempo hanno accorciato i tempi della prescrizione, il Cavaliere è riconosciuto a tutti gli effetti colpevole, ma non viene condannato perché il reato è ormai prescritto. Lo schema è sempre il solito. Ed è lo stesso che, attraverso l’abuso autoritario del potere esecutivo e l’uso gregario del potere legislativo, lo salva dalle sanzioni del potere giudiziario. È andata quasi sempre così: dal processo Sme-Ariosto a Mills, dal processo Mediatrade a All Iberian 1. 

Di fronte a tutto questo, solo i teoreti bugiardi della Grande Menzogna possono gridare al “tentativo di annientamento totale” del Cavaliere ad opera delle toghe politicizzate. Sulla base di quelle sentenze penali, la giustizia civile non fa altro che il suo corso. I giudici della Cassazione non possono che ribadire solennemente le due evidenze che già decretarono quelli della Corte d’Appello due anni fa. Prima evidenza: Berlusconi è “il corruttore”, perché è stato “indiscusso beneficiario delle trame illecite materialmente attuate da altri sodali”, e Previti è l’ufficiale pagatore, perché “doveva ritenersi organicamente inserito nella struttura aziendale”, al punto che tra le sue varie incombenze “rientravano anche l’attività di corruzione di alcuni magistrati”. Seconda evidenza: la corruzione del giudice Metta ha privato De Benedetti non solo e “non tanto della chance di una sentenza favorevole, ma senz’altro della sentenza favorevole”. La posta perduta dalla Cir, in altri termini. È stata molto più grande della “chance”: è stata la Mondadori stessa, perché secondo la Corte “con Metta non corrotto l’impugnazione del lodo sarebbe stata respinta”. 

Questo passaggio, ormai “res iudicata”, rende risibile l’ira di Marina Berlusconi, che tuona contro l'”autentico esproprio politico” e l’accanimento di “una certa magistratura” che “assieme al gruppo editoriale di Carlo De Benedetti, tentano di eliminare dalla scena politica” suo padre. La politica, in questa vicenda processuale come nelle tante altre che lo riguardano, non c’entra nulla. Il Cavaliere paga in denaro per i reati comuni che ha commesso quando era solo un imprenditore e l’epifania di Forza Italia era ancora di là da venire. Paradossalmente, Marina avrebbe quasi ragione quando sostiene che Fininvest non “deve un euro” alla Cir. Perché gli dovrebbe molto di più: cioè la Mondadori stessa, quella di allora, con tutto il potenziale economico e finanziario che rappresentava e avrebbe potuto rappresentare nell’arco di questi vent’anni. Un’occasione persa per sempre. Per questo, riafferma la Cassazione, il danno subito dalla Cir è “ingiusto”. 

Il sistema di potere e l’essenza del berlusconismo
Ma il Lodo Mondadori è solo un capitolo di una “narrazione” molto più vasta, e molto più inquietante. Come ha scritto Giuseppe D’Avanzo su “Repubblica” il 10 luglio 2011, questa vicenda giudiziaria, insieme a tutte le altre che lo hanno visto e lo vedono ancora coinvolto, riflette il rifiuto delle regole e il disprezzo della legge che il Cavaliere ha sempre dimostrato, da imprenditore illiberale e poi anche da leader di una destra anti-costituzionale. È lui il simbolo dell’Italia tangentara degli anni ’80 e ’90, e poi dell’Italia corrotta del nuovo millennio. Il meccanismo corruttivo è intrinseco alla gestione aziendale, ed è quasi consustanziale al raggiungimento dei risultati. Va al di là del solito principio secondo il quale il Cavaliere “non poteva non sapere”. Scrive la Cassazione: “Un’analisi ricomposta dell’intera vicenda (costituzione della provvista all’estero ed utilizzo della stessa a fini corruttivi) consentiva di concludere in termini di consapevolezza necessaria di quanto andava accadendo in capo al dominus societario”. 

Qui, come sui diritti tv Mediaset, è sempre lui il “dominus”, che architetta e sovrintende al sistema. E lo fa con una logica ferrea, che D’Avanzo ricostruiva ricordando la sentenza Mills, l’avvocato inglese che per conto e nell’interesse di Berlusconi e con il suo coinvolgimento diretto e personale crea e gestisce “64 società estere offshore del “group B very discret” della Fininvest”, dove transitano quasi mille miliardi di lire di fondi neri. I 21 miliardi che hanno ricompensato Craxi per l’approvazione della legge Mammì. I 91 miliardi destinati a politici “ignoti” (che “costano molto perché è in discussione la legge Mammì”). E ancora il controllo illegale dell’86% di Telecinco. L’acquisto fittizio di azioni per conto di Leo Kirch. Le risorse destinate appunto da Previti per la corruzione di Metta nel Lodo Mondadori. Gli acquisti di azioni che in violazione delle regole favorirono le scalate a Standa e Rinascente. All’elenco di allora si potrebbero aggiungere ora i miliardi spesi nel frattempo per comprare i silenzi dei Tarantini e i Lavitola, spacciatori di olgettine nelle “cene eleganti” di Palazzo Grazioli e Villa Certosa, o per comprare i voti dei De Gregorio e altri “responsabili”, congiurati necessari per far cadere il governo Prodi nel 2008.  
Eccola, al fondo, la vera essenza del berlusconismo. Un potere che sfrutta senza scrupoli la sua funzione pubblica, con l’unico scopo di proteggere i suoi affari privati. Aspettiamo l’alba di un nuovo video-messaggio, per capire se lo Statista di Arcore farà saltare il tavolo. Ma intanto assistiamo basiti al suo ultimo, disperato travestimento: il ladro che si urla perché l’hanno “rapinato”. 
m. giannini@repubblica. it

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La nave dei folli

La ‘rotazione’ della Concordia – la nave miseramente naufragata al Giglio – è la metafora del momento presente della nostra nazione.

La ‘nave dei folli’ -il comandante e il suo secondo e il timoniere – si adagiò di lato una sera di gennaio per un ‘inchino’ di troppo e uno scoglio roccioso come la sentenza della Cassazione e da quel giorno giace come morta e oggi la vedremo risorgere dai suoi flutti scaricando in mare la fogna di un’intera cittadina – come affermano fonti qualificate che speriamo pessimiste di vocazione.

 

Così il ‘governo delle larghe discordie’ giace su di un lato (il lato sinistro) dal giorno in cui è stato proclamato e votato – collo spergiuro dei ministri del pdl che giurarono davanti al presidente della repubblica con maledetta faccia di tolla di voler agire ‘nell’interesse della nazione’; e oggi, invece, minacciano dimissioni e sfracelli politici e guerre civili se qualcuno (la Provvidenza? Lo Stellone?) non manderà franco e assolto il loro barabba di denari e di evasioni e corruzioni miliardarie.

 

E, se la rotazione della Concordia riuscirà e ne usciremo vivi dal ‘giudizio di dio’ della Giunta e dal voto del Senato della repubblica prossimi venturi forse non potremo sottrarci all’immensa quantità di liquami che la nave dei folli italica scaricherà nel mare europeo delle attese messianiche di chi ci chiede se ce la faremo e se la nave resterà in piedi, dopo tanto sconquasso e fracasso mediatico e sfracelli di guerre civili annunciate e nuove elezioni.

 

 

Chi vivrà vedrà e tenetevi forte e turatevi il naso.  navedeifolli.jpg

Gangs of Venice

Gangs of Venice

Chissà che ne pensano i miei concittadini di questa preoccupante ricorrenza di locandine allarmistiche (o allarmanti? È aperto un sondaggio di opinione in proposito).

In meno di un mese, ben tre locandine dei giornali locali sono state dedicate a ‘risse in vaporetto’ (una con seguito di denuncia all’autorità competente) e, oggi: ‘Maxi rissa tra veneziani e cinesi all’ombra della statua di Goldoni’, nientemeno.
Gangs of Venice, praticamente. Allineamento di una città pacioccona e disneiana ai più noti bronx metropolitani.

‘Ghe ne ‘o ciapae, ma ghe ne ‘o dite.’ si diceva un tempo, quando si era bonaccioni e tontoloni – e tali ci raffiguravano nelle pubblicità (‘El canal, i ne gà sugà el canal’ – pietoso).
Oppure: ‘I s’à dito paroe da ciodi, i s’à dà quatro pugni sul muso’.
Ma quando si tratta di etnie contrapposte e particolarmente aggressive e pervasive e intrusive il finale cambia – e le due ‘gangs’ della maxi rissa non ‘è ze ‘ndae a finir su ch’el buso, dove el sor Nane vendeva el vin bon.

Se il buongiorno si vede dal mattino (uso ‘il mattino’ perché la nostra immigrazione è relativamente recente) direi che non sarà un buon giorno per i figli e i nipoti – e la stima che fanno gli studiosi di statistiche di parte ‘buonista’ – di una integrazione positiva e che, a sentir loro: ‘Degli immigrati abbiamo un gran bisogno perché correggono la nostra curva demografica al ribasso e fanno i lavori che non vogliamo più fare.’ non sembra davvero una buona stima, dati i prezzi sociali che pagheremo di fronteggiamenti aggressivi e scarsa tolleranza verso il ‘diverso’ – che continuerà a restare tale e per nulla ‘integrato’.
E ancora non si vedono lapidi nei cimiteri con nomi e volti di cinesi e tuttora continuiamo a chiederci con quali capitali e di che provenienza si sono comprati le licenze dei ristoranti e dei negozi di pelletteria e chincaglierie varie. Chissà se le Prefetture e le Questure hanno informazioni precise al riguardo.

E niente di diverso accade nelle ‘banlieues’ parigine e nelle zone periferiche di Londra dove, a campate più o meno lunghe, scoppiano le rivolte metropolitane e ci ritroviamo, ancora una volta, a constatare che neanche la seconda e la terza generazione dei figli e dei nipoti degli immigrati ha metabolizzato la cultura nostra occidentale e la rispetta e la onora come dovrebbe.

Siamo destinati alle gangs permanentemente schierate l’una contro l’altra? La parola ai professori (e ai concittadini illustri e meno illustri).Gangs_of_New_York_-_Five_Points_-_screenshot.JPG

Il paese che amo

E’ passata nel repertorio degli sceneggiatori di Hollywood: che quando vogliono caricaturare un politico in carriera e di belle speranze e rotto a tutte le frasi più stupide che si possono attribuire a un politico gli mettono in bocca questa, con l’espressione classica in primissimo piano del coglione fatto e finito: ‘Io amo questo paese!’, oppure ‘Questo è il paese che amo!’.

 

E l’ha pronunciata anche il nostro lex luthor nazionale ai tempi della discesa in campo e ripetuta in qualche comizio fitto di pensionati benestanti e commercialisti erremoscia – per dire, una volta di più, quanto suoni stupida e ridicola.

 

Perché, per amare questo paese, bisognerebbe ravvisarci qualche nota positiva e un elettorato che non ‘tiri a fregare’ il suo prossimo, rifilandoci il primo barabba che si presenta in tivù col cerone sulla faccia e la calza sull’obbiettivo a cantare ‘forza italia!’ degli evasori cronici e recidivi – neanche fosse una partita di calcio e coi trascorsi a tutti noti di un barabba atrocisssimo orfano del suo patrigno politico latitante ad Hammamet.

 

E chissà se, nel suo videomessaggio estremo prima del buio dei domiciliari o dell’affidamento ai ‘servizi sociali’ (quali? la raccolta delle deiezioni canine dei troppi cani metropolitani e padroni incivili?), il nostro lex luthor ce la ripeterà col cerone e la calza sull’obbiettivo.

 

 

‘Questo è il paese che amo!’ Lo dirà ancora, dopo tanta sofferenza patita a causa dei ‘giudici comunisti’ e dei comunisti tout court che la fanno da padroni nel pidimenoelle alleato di s-governo e i maledetti grillini?