Archivio mensile:maggio 2013

Grazia del ciel, come soavemente….

Grazia del ciel, come soavemente…

E’ come la ‘sindrome della pagina bianca’ che affligge gli scrittori. Per giorni e giorni è il vuoto che la fa da padrone nella tua mente e niente di notevole, di memorabile vi si affaccia – come se il mondo si fosse appiattito e la gente improvvisamente tutta rinsavita o rintanata causa pioggia e che non da adito ai commenti indignati, ai dibattiti, alle polemiche.
Perché, lo sapete, noi esseri umani vogliamo continuamente stupire ed essere stupiti – e i giornali vivono sullo scandalo permanente e fa notizia ‘il padrone che morde il cane’ e non viceversa e, parafrasando il Metastasio: ‘E’ lo stupire il fin delle gazzette’.

Ma, da giorni, niente più ci stupisce. berlusconi è silente in attesa di arringa difensiva dei suoi bravi ‘cavalli di caligola’ Longo e Ghedini e parlano in sua vece i suoi bravi, la santanchè e gasparri, ma e come quella storia in cui si racconta che: ‘Bussarono alla porta, andai ad aprire e vidi il Niente.’

E neppure il Grillo ci stupisce più. Che fosse Parlante lo sapevamo e, parla che ti riparla, qualche Grossa Sciocchezza la macini, è inevitabile. 
Dovremmo tutti tornare al silenzio di un cielo fitto di stelle o di un paesaggio di straordinaria bellezza e nutrirci di quel silenzio e tenerlo dentro a lungo – e imparare a fissarci negli occhi e cogliervi delle emozioni silenziose – ci farebbe un gran bene, credo.

Perciò non vi tedierò oltre e propongo alla vostra riflessione solo un paio di distici old style che potrebbero sostituire nei vostri cuori e le menti tutto l’avvilente bailamme di una politica che rottameremmo per intero, se fosse per noi, e trasferirci a volo d’uccello, che so, tra i fiordi della Norvegia o a Giava, a imparare il teatro delle ombre e rappresentarlo, poi, qui da noi, per la gioia dei bimbi – colla parte del cattivo affidata, ca va sans dire, a berlusconi-lex luthor e il redemptor a Letta, gravato della croce di governare le larghe discordie.

Grazia del ciel, come soavemente
ti miri ne la terra abbeverata,
anima fatta bella dal suo pianto!
O in mille e mille specchi sorridente
grazia, che da nuvola sei nata
come la voluttà nasce dal pianto,
musica nel mio canto
ora t’effondi, che non è fugace,
per me trasfigurata in alta pace
a chi l’ascolti.

Nascente Luna, in cielo esigua come
il sopracciglio de la giovinetta
e la midolla de la nova canna,
sì che il più lieve ramo ti nasconde
e l’occhio mio, se ti smarrisce, a pena
ti ritrova, pel sogno che l’appanna,
Luna, il rio che s’avvalla
senza parola erboso anche ti vide;
e per ogni filo d’erba ti sorride,
solo a te sola.
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Tanto avevo in animo di dirvi oggi. Godetevi il grigio del cielo e sperate nel sole. 
Verrà, lo so per certo. C’è sempre un po’ di sole nascosto nell’aria che intiepidisce. 
E fu subito estate.

Il ritorno del cretino (popolo di emme?)

Il ritorno del cretino

Dovremmo tutti andare a rileggerci le vicissitudini di Masaniello per capire dove sta il marcio della Storia e degli uomini che fanno la Storia.
Le belle speranze di rinnovamento e ‘vita nuova’ di un capopopolo osannato dalle folle in rivolta si appassirono presto, prestissimo, sotto i colpi e le mene e i complotti del ‘vecchio’ di sempre (i cardinali coi soldi degli aristocratici impauriti) – e, miracolo! le folle tornarono a sfilare sotto i labari dei vescovi e dei preti in processione come se nulla fosse stato.
E rileggetevi anche la storia dei fratelli Bandiera e di quei generosi idealisti mazziniani che fecero l’errore di pensare che ‘il popolo’ fosse uno stinco di santo pronto ad insorgere contro i suoi oppressori e non invece la somma miserabile di tutto il peggio che esprime nel suo voto ai barabba e agli andreotti di sempre – e tollera l’intollerabile e chiede umilmente le raccomandazioni a quei politici che poi, stupidamente, maledice. Dei Fracchia, insomma, o le macchiette italiche dei ‘furbi’ che ci hanno illustrato i films di Sordi e di Totò.

E i giornalisti di quasi tutte le testate non dovrebbero menar scandalo, come fanno oggi, se Grillo critica ‘il popolo che non ha capito’ il ‘popolo stanco di guerra’, il popolo che non fa le rivoluzioni o le fa a metà e subisce come un pio bove il ‘ritorno del cretino’ che più avvilente non si può – se consideriamo che tutto il marcio della stramaledetta casta è ancora in cronaca, con le condanne di berlusconi-evasore di milioni di euro e Fiorito e Bossi e assortita compagnia che quei milioni ‘se li magnavano’, secondo italica tradizione de: ‘è tutto un magna-magna!’ che sentivamo nei bar e sui tram fuori dalle bocche indignate ma non troppo del benedetto ‘popolo’.

Che non è improvvisamente illuminato se ri-vota i gli schifosi di sempre, i partiti dell’inciucio e delle assoluzioni a prescindere, al massimo gli possiamo riconoscere le attenuanti generiche che ‘il convento non passa di meglio’ – che non ci allarga il cuore, bensì ci conferma nell’inveterata e tristissima convinzione che dalle urne non esce nessuna ‘intelligenza collettiva’, bensì il ‘popolo che non è migliore dei suoi governanti’ – e han torto i Masaniello di ogni tempo e luogo a sperare che ‘li mandiamo a casa!’ e verranno i tempi nuovi della politica pulita di cittadini commendevoli e assennati e onesti (sic).

E i generosi rivoluzionari continuino a rivoltarsi nelle tombe perché anche coloro che ‘hanno fatto l’Italia’ non erano poi così illuminati e ne sommarono di porcherie (rileggersi, per credere: ‘La Controstoria dell’Unità d’Italia – fatti e misfatti del Risorgimento’) da far tremare le vene ai polsi e accapponar la pelle.

E, forse, ha ragione Soldini a far parlare nel suo ultimo film (Il Comandante e la Cicogna) le statue dei Grandi: Verdi e Garibaldi a cavallo che osservano attoniti le miserie quotidiane del popolo su cui fondarono le speranze di riscatto (Va, Pensiero, sull’ali dorate…) e conclude sconsolato l’Eroe dei Due Mondi: ‘Era meglio se vi lasciavo agli austriaci, cari.’

E se troviamo legittimo dire dei governi: ‘Piove governo ladro’, forse non parrà fuori luogo il pronunciarsi di quell’altra invettiva sanamente liberatoria de : ‘Popolo di emme!’ che non fai le rivoluzioni necessarie – e le tue rivolte asfittiche e le asfittiche indignazioni si chiudono sempre col ritorno in scena di vecchi puttanieri col parrucchino e nuovi democristiani fiorentini.


http://it.wikipedia.org/wiki/Masaniello

Amori non dispiaciuti

Sulla brevità è stato costruito il ‘social network’ chiamato Facebook. Brevi flashes sulle nostre vite che dovrebbero dare un’idea di ‘chi siamo e cosa vogliamo’ e di cosa nutriamo le nostre menti fragili. E ancor più brevi sono i ‘cinguettii’ di quell’altro suo concorrente che non ci fa mai mancare i fiati dei nostri politici e dei ‘famosi’, in aggiunta ai nostri. Come se non potessimo privarci dei fiati di una Santanchè o del Gasparri – che condanneremmo volentieri agli esercizi spirituali a vita in appositi conventi di clausura.

E, interrogato sul senso che ha il cinguettare e vario cantare dei passeri e gli altri uccelli, un noto studioso del ramo rispose laconico: ‘Non vogliono dirci niente.’ Semplicemente cinguettano per dare aria alla bocca o per dimostrare di essere vivi, chissà.

 

E io resto basito di fronte alla perentorietà di certe citazioni di noti romanzieri che non lasciano scampo tanto sono ben dette e ci costringono alla riflessione collettiva – come certi, sbalorditivi e mirabili, ‘tweets’ di Linus, Snoopy e Mafalda.

E una volta mi è capitato di leggere una sorta di versetto biblico che recita: ‘Amare vuol dire non dover mai dire mi dispiace.’ Che se ti capita di leggerlo sulle cartine dei baci Perugina ti vanno a stranguglione e li senti amari. Però è una ‘vera verità’, se ci pensi, perché sintetizza quel meraviglioso fluire di cose tutte giuste e perfette che appartengono al regno degli amori felici – e niente li turba ed è tutto un tubare e un abbracciarsi e uno scoppiare di incontenibile felicità e niente che dispiaccia, nemmeno la pioggia, e anzi i due amanti vanno danzando, appunto, come mostrava un noto film di altri tempi.

 

Ma a me, maledetto ‘avvocato del diavolo’ per vocazione e prassi consolidata, vengono a mente alcune possibili obiezioni che dovrebbero mitigare e rendere più dialettica quell’affermazione talibana, tipo : ‘Mi dispiace non avere abbastanza soldi per comprarti una casa al mare.’ Cribbio.

Ed è vero che l’amore non ha bisogno di una tale frivolezza, però aiuta a vivere e a dare ulteriore fuoco e fiamma a un amore che ha il sole dentro di suo.

 

E, forse, bisognerà assolvere il berlusconi e credere che sia vero amore quello che ascoltavamo nelle intercettazioni: delle sue ‘olgettine’ che lo svegliavano la mattina e gli dicevano: ‘Amore vuoi che vengo stasera?’ (il congiuntivo non usa in certi ambienti). Perché lui le case al mare e un posto nelle liste elettorali e un appartamento più che dignitoso e la pelliccia o una bustina con un po’ di denaro a fine serata non le negava a nessuna e il ‘mi dispiace’ gli è verbo intollerabile e lui stesso dice che loro, i berlusconiani, sono ‘il partito dell’amore’ a cui dispiacciono solo certe sentenze avverse dei ‘magistrati comunisti’.

 

E finirò per convincermi che davvero l’Amore è una potenza assoluta – se ti fa attraversare indenne tutto l’Inferno in terra e il Purgatorio, e ti ritrovi accanto, poi, la Beatrice in Paradiso – e durante tutto quello straordinario tragitto non hai mai pronunciato un ‘mi dispiace’ che sia uno, bensì concludi con viso radioso, mirando il viso e il corpo dell’Amata: ‘Amor che move il sole e l’altre stelle’.

 

 

The end e lacrime di gioia.

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Il Lampione e la rana a testa in giù

La nostra mente è un sistema fragile e complesso che ha bisogno di continue rassicurazioni e conferme per non ‘andare in tilt’.
E ci alziamo dal letto la mattina, – dopo aver lasciato andare il cervello per gli sconosciuti sentieri del sonno e dei sogni e ancora in preda alle sottili angosce che da quel disordine notturno ci derivano – cercando con gli occhi gli oggetti di sempre e le persone di sempre e i dialoghi, forse noiosi, ma rassicuranti che ci confermano che il mondo ha ancora una sua riconoscibilità e praticabilità pur nelle mille quotidiane mutazioni.

E ieri ci è stato restituito lo storico Lampione di Punta della Dogana, nostra fioca luce nelle nebbie lagunari e nei crepuscoli che ci rassicurava, magrittianamente, che una luce sempre si accende prima della notte ed è barlume che ci rassicura che ancora, noi esseri umani, dominiamo gli eventi di natura e nessuna notte mai scenderà sui nostri occhi, come l’Ultima che ci impaura – e contro le sue angosce abbiamo inventato le leggende della Luce delle anime nel Tempo che sempre ritorna circolare.

E non ne potevamo più di quel biancore arrogante del ragazzo troppo cresciuto che ci beffava colla sua rana tenuta per la zampa a testa in giù – ed era attrazione turistica che ci confermava che tutto ormai, a Venezia, si fa per ‘stupire i borghesi’; e ci inventiamo i tristi Carnevali fitti di ‘eventi’ triti e ritriti pur di riempire oltremisura questo piccolo arcipelago tenuto insieme da ponti fragili e animato da chiese che si riempiono di ‘fedeli’ solo in occasione di un funerale.

Città di fantasmi e ammuffiti gabbiani, Venezia è una sfida alla storia e alla storia dell’arte. Cambia tutto perché nulla cambi e tutto il suo vecchio di palazzi e campanili e chiese è teatro biennale del nuovo delle menti degli artisti che sono vecchi e ‘classici’, già alla prova della Biennale che verrà.

Però quel Lampione storico lo abbiamo fortemente voluto al suo posto, dopo lo scippo degli arroganti sindaco e assessori ‘novatori’, ed è, forse, la sola ‘cosa nuova’ che ha fatto questo sindaco e la sua amministrazione in tanto vecchio andare di tempi grami e visioni indecorose di una città che, anno dopo anno, diciamo sempre meno nostra. Di residui e afasici cittadini, intendo.CIMG0210.JPG

Il paese strano dei banditi di passo

 
   
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Il re della strada e della foresta (politica)

Le fedi non si discutono, semplicemente sono, nell’evidenza della loro fragilità e capaci di sfidare il ridicolo e tutto ciò che ci è palese e comunemente osservabile.
Nessuno ha mai visto svolazzare un angelo lungo i suoi tragitti quotidiani, -per quanto ne siano piene le immagini dei meravigliosi quadri che andiamo e osservare nelle chiese e nei musei – e se ascoltassimo qualcuno di nostra conoscenza parlare degli angeli come esseri reali e non immaginari, sorrideremmo e reprimeremmo, bonari e comprensivi, il desiderio di indicare col dito indice piegato a martelletto quel tizio/a come ‘picchiatello’.

Però la fede ha ‘smosso le montagne’ – e il Tirolo mostra per ogni dove, nelle strade dei bei paesuoli coi campanili a cipolla e lungo le vie che menano ai monti le immagini pietose del Grande Palestinese crocefisso.DSC00037.JPG
E, per fede, si sono armati gli eserciti e si sono fatte le ‘crociate’ e abbiamo ucciso, a centinaia, i ‘diversi di fede’, i ‘protestanti’, durante la terribile ‘notte di san Bartolomeo’ passandoli a fil di spada senza pietà alcuna.
E senza pietà alcuna il nero di origine nigeriana ha macellato, l’altro ieri, con coltello e mannaia, un cittadino britannico indifeso e incolpevole di alcunché, rivendicando quell’orrore tribale alla parola e alla predicazione integralistica e talibana dell’Islam.

E una vera e propria fede anima i nostri opposti di convinzione politica, i ‘berlusconiani’ – più simili ai ‘marziani’, per quanto ci accade di ascoltare e osservare da ormai tre lustri di infamia: gente di un altro pianeta e figli/e di altre leggi gravitazionali piuttosto che esseri umani con i quali si può discutere e convenire che le leggi ‘sono uguali per tutti’ e le sentenze si rispettano perché sono figlie di un lungo dibattimento nel farraginoso ‘teatro della giustizia’ – con molti testimoni a carico e a difesa e prove ed escussione dei testi e i diritti alla difesa e le arringhe.

E se chiedete a qualcuno di quei marziani se hanno letto con attenzione le pagine di giudiziaria sui giornali che davano conto dell’evidenza dei misfatti per i quali berlusconi è stato condannato anche in appello, faranno spallucce o peggio: vi grideranno contro che ‘è tutta una montatura della magistratura comunista’ perché il Verbo del padrone delle loro povere anime non si discute e per quel verbo si immolerebbero dietro l’altare di una qualche chiesa cattedrale – come ha fatto quello scrittore francese suonato che si è immolato per protestare contro le ‘nozze gay’.

Autentici talibani di un verbo politico eversivo e che abolirebbe per intero e ‘manu militari’ la magistratura e i giudici di ogni città dove è imputato il loro osceno lex luthor, i ‘berlusconiani’ tengono per il collo il governo delle larghe discordie perché è l’ultimo grado di appello che resta nelle loro mani per contrastare le sentenze avverse – ed è facile predire che ‘avremo elezioni in ottobre’ e che una folla di talibani-berlusconiani inneggeranno nelle strade e nelle piazze al loro barabba crocefisso dai ‘giudici comunisti’.

Benvenuti in Italia, strano paese, ‘cui regnarono Guidi e Malatesta / cui tenne pur il Passator cortese / re della strada, re della foresta’.

Dell’uso dei coltelli tribali e della macellazione di un innocente indifeso

Bisogna sforzarsi di usare tutta la pacatezza possibile nel dire l’orrore che ci provoca la macellazione del soldato britannico reduce dall’Afghanistan da parte di due neri immigrati a cui avanza perfino di pronunciare davanti a un telefonino il ‘j’accuse’ ideologico contro il giovane povero cristo che giace a terra sbudellato come un maiale.

 

Bisogna evitare di alimentare la logica malvagia della tribalità, del ‘noi’ e ‘loro’, della ‘guerra di civiltà’ – per quanto non ci riesca davvero, per quanti sforzi facciamo, di rintracciare un barlume di pregressa ‘civiltà’ nel gesto folle e spaventoso dei due neri che si pretendono ‘soldati in guerra’ e ammazzano a freddo e macellano e sbudellano coi coltelli e l’ascia dell’atavica tribalità delle origini un indifeso figlio della nazione il cui lavoro era di ‘fare il soldato’ secondo le direttive dell’Onu e le regole di ingaggio stabilite dal governo britannico.

 

Ma come si può invocare di avere compiuto una ‘azione di guerra’ traslata e a freddo, ospiti irriconoscenti di una nazione in pace, la Gran Bretagna, e che opera all’estero secondo le modalità proclamate di imporre la pace in territori di Jiahd dichiarata e tane dei più noti terroristi internazionali? E possiamo fare tutti i distinguo ideologici e schierarci anche, ciecamente, dalla parte dei talibani e degli jiahdisti, ma dovremmo essere pienamente informati di cosa e come avvengono le azioni di contrasto contro la guerriglia indigena e quali sono i problemi pratici che quei militari in missione di pace si trovano a dover affrontare prima di dare aria alla bocca.

 

E come si può concepire una ‘azione di guerra’ (in realtà una orrenda macellazione di una persona indifesa) senza averla prima pubblicamente dichiarata – e avvisato il preteso nemico perché possa difendersi e sappia di dover operare in ‘territorio nemico’ pur se in casa propria?

Niente di quello che abbiamo veduto in video e ascoltato dalla voce roca di quel macellaio nero di pelle che si pretende ‘soldato’ merita una considerazione di menomo rispetto quale si deve a un nemico a cui riconosciamo le ragioni di diversa civiltà che ci oppongono.

 

E’ un atto di pura malvagità, il gesto di un orco, che dobbiamo respingere al mittente col vigore di stati occidentali eredi di una civiltà che non riesce a concepire gesti di tanto violenta tribalità applicata a degli innocenti e vittime ignare.

 

E sarà difficile -difficile davvero- nei prossimi giorni e mesi guardare con occhi sereni e innocenti e disposti a un dialogo di integrazione quegli immigrati che, ospiti del nostro paese, nulla fanno per integrarsi davvero e lentamente disfarsi del loro ingombrante fardello di diversità assassina – se è vero, come è vero, che l’undici settembre 2001 si sono ascoltate, fuori dalle finestre delle loro abitazioni, voci di giubilo e di osanna al prode Osama bin Laden per aver colpito duro i simboli dell’odiato Occidente.

Corti circuiti quotidiani

La nostra mente è soggetta a frequenti ‘corti circuiti’ che ‘la mandano in tilt’ e gli effetti catastrofici si leggono il giorno dopo sui giornali – e abbiamo il nero impazzito che ne stecchisce tre alla volta, ascoltando le sue ‘voci cattive’, o l’ex marito che fa la posta per mesi e anni alla ex moglie e consuma violenza su di lei o la uccide non appena l’occasione gli è favorevole.

 

E il corto circuito mentale di ieri è avvenuto nella mente di uno scrittore francese che è andato ad ammazzarsi nella chiesa di Notre Dame – ma che impressione! una chiesa così bella e piena di turisti e quel povero cristo prigioniero dei suoi demoni integralistici dietro l’altare che consuma il più bieco dei sacrilegi: di darsi morte nel tempio più amato dai francesi e teatro di lontane e fatali incoronazioni.

 

E la ‘causa scatenante’ del gesto clamorosamente stupido e inutile è delle più abbiette: mi uccido per negare legittimità e riconoscimento alla legge sulle nozze gay votata dal parlamento francese e promulgata da Hollande, ma si può essere più ‘fuori’ di così? 

Un gesto di autodistruzione che vaneggia i futuri riscatti morali di una società avviata ormai verso i lidi delle libertà individuali piene – e perfino le autorità ecclesiastiche hanno ormai allargato le braccia impotenti e non si sognano più di lanciare scomuniche e minacciare gli sfracelli infernali perché non c’è santo o diavolo che tenga nel futuro dell’umanità liberata dai suoi impacci teologico-morali e dai fantasiosi empirei angelici.

 

E un altro corto circuito ridicolo e avvilente è scattato nella mente di quei genitori di una provincia del nostro sud che hanno ‘mandato allo sbaraglio’ il figlioletto a scuola, facendogli indossare una maglietta con su stampato il faccione osceno del nostro  lex luthor nazionale, il molto onorato e ancor più processato cavalier silvio berlusconi. 

 

E la reazione della maestra in classe è stata sicuramente eccessiva ed ha ‘offerto il destro’ per una citazione a giudizio da parte di due berluscones che più suonati non si può, se architettano una tale provocazione ridicola ed espongono il figlio al prevedibile ludibrio e alla sdegnata reazione conseguente. 

Perché bastava segnalare la provocazione e la strumentalizzazione oscena alla preside e rimandare l’allievo ostinato a casa e chiedere convocazione esplicativa ai genitori e la cosa si sarebbe fermata lì, ma ciò che è accaduto in quella lontana provincia la dice lunga sul clima da ‘fuori di testa’ che viviamo collettivamente a causa del principe dei provocatori che, anche ieri, ‘ci ha provato’ a mandare assolto il Dell’Utri con apposita legge concordata con un suo dipendente parlamentare e che ha mandato fuori dai gangheri il povero Letta.

 

Ma è destino delle nostrane ‘larghe discordie’ questo vivere di ‘corti circuiti’ continui che, prima o poi, provocheranno il black out elettorale prossimo venturo. 

Così sta scritto in questo paese di cortocircuitati cronici e recidivi che ci hanno rifilato il peggior figuro politico della storia della repubblica e sarebbero disposti ad immolarsi dietro l’altare della cattedrale di San Pietro se, per una qualche ventura e improbabile scatto di dignità dei nostri parlamentari dello schieramento ‘di sinistra’,  lo dichiarassero ‘ineleggibile’.

L’aspetto morale della crisi dei consumi

C’è un aspetto morale di questa crisi globale che ci affanna, fateci caso. E’ lo ‘sciopero dei consumi’, che si attua senza che nessun sindacato lo abbia proposto e caldeggiato, bensì un passaparola e un controllo ripetuto e inquieto nei cassetti dove teniamo i soldi del consumo quotidiano o quando spulciamo la ‘lista movimenti’ del conto corrente che va in rosso prima che finisca il mese.

 

E non è solo il teatro o il cinema che frequentiamo a più larghe e meditate campate, bensì prolunghiamo la vita delle scarpe e stiriamo ancora una volta la camicia che ci eravamo proposti di infilare nei cassonetti della Caritas, liberando gli armadi.

 

E la Conf. Commercio manda a dire al presidente Letta che non si deve aumentare l’iva perché apriti cielo! chiuderanno i negozi a mille; e un punto di ragione ce l’hanno, dato il clima sociale e lo sciopero dei consumi in atto, però – ecco l’aspetto morale che fa capolino – non sarebbe male riconsiderare insieme, commercianti e consumatori, quell’azione fondamentale che è nelle sole mani di coloro che vendono le merci: la formazione del prezzo finale di vendita.

 

Perché un paio si scarpe che la fabbrica invia in negozio al costo di 30 euro le osserviamo golosi in vetrina al prezzo esposto di 110? Non è un filo esagerato un ricarico di quattro volte il costo di produzione?

E ben vero: ci sono i costi di gestione del negozio, le bollette, il trasporto, il commercialista da pagare e tuttavia il dubbio sempre ci assale che non sia ‘morale’ imporre certi prezzi e ritagliarsi certi margini di guadagno profittando di un momento favorevole dell’economia in cui tutti spendono e tirano i consumi (oggi solo un sogno di futuro).

 

E torna in mente quella fase cruciale del nostro vivere associati che è stato il 2002 – anno fatale del ‘concambio’ lira/euro – e, il giorno dopo, il caffè che pagavamo le mille lire al bar ce lo ritrovammo a un euro, miracolo! E ci sentivamo tutti più ricchi con quella nuova moneta pesante, salvo constatare che i cento euro si estinguevano con la velocità di un lampo e in un battibaleno, e se solo facevamo ‘mente locale’ al chilo di melanzane che pagavamo due euro, ne usciva una cifra di ‘quattromila lire’.

 

Quattromila lire un chilo di melanzane, gente! E il governo di allora ci mandava a dire che non si poteva intervenire sulla formazione dei prezzi delle merci e il sistema di controllo fiscale -un gruviera con più buchi che materia grassa- non era in grado di informarci su quante macchine nuove cambiavano i commercianti e gli industriali e quante vacanze a Sharm e quante seconde e terze case si compravano alle nostre spalle di beoti consumatori.

 

Per tutto ciò esposto e rammemorato consideriamo l’attuale fase di ‘decrescita infelice’ un momento di pacata riflessione e un ‘esercizio spirituale’ da farsi nel canonico ‘silenzio degli innocenti’ : i poveri consumatori truffati e turlupinati e offesi dal berlusconismo crasso e ridanciano e felice dei cari commercianti e industriali che si spellavano le mani nell’applaudirlo ai loro convegni -e lo dicevano ‘statista’ degli anni grassi di nessun controllo fiscale e redistribuzione della ricchezza; e invece ci preparava gli anni magri dell’attuale fase penitenziale che viviamo e, se ‘crollano i consumi’, ci piacerebbe vedere quei dessi, commercianti e industriali, battersi il petto in salutari nostra culpa e cospargersi il capo di cenere prima di depositare le partite iva nelle sedi deserte delle associazioni di riferimento e passare ad altra, più meditata, attività rispettosa dei diritti del loro prossimo.

Non è un paese per ricchi

I ricchi di sempre e i ‘nouveaux pauvres’

Te ne esci al mattino presto, prestissimo, all’ora in cui la maggior parte delle persone, tendenzialmente nottambuli, dorme profondamente e ti trovi davanti, – o dietro, e il ritardo nel capire che succede è fatale – un uomo nero dagli occhi dilatati e bianchi come la morte, la ‘morte che cammina’ – e chissà se lo diranno ‘pazzo’ quel tale, nero di pelle, immigrato clandestino con precedenti di violata legalità; chissà se lo assolveremo dicendolo ‘fuori di testa’ e ‘incapace di intendere e di volere’, quel povero cristo che sentiva le voci cattive che gli ordinavano di colpire alla testa i primi esseri umani che gli capitavano a tiro.

E li ha fatti secchi tutti e tre, quei poveretti, e girava per le strade con un compito da assolvere: come se il mondo si fosse improvvisamente sospeso ed esistesse solo lui e le sue vittime casuali – incapaci di reagire e perfino di chiamare i carabinieri e la polizia, chissà perché. 

E forse anche lui, il ‘pazzo’ nero di pelle, è una vittima del ‘lavoro che non c’è’ che lo obbligava a chiedere l’elemosina e non lo ‘integrava’ in un paese dove rischiano di non essere ‘integrati’ neanche i nativi, di questo passo. 
E lo sappiamo tutti quello che puoi osservare quando chiedi l’elemosina: gente che non ti cura, che ti scansa, che sbuffa, indignata per tutta questa povertà che si esibisce nelle strade, che pare di essere ai tempi di Dickens e ‘gli ultimi’ diventano fastidiosamente visibili, troppo visibili, e ci inquietano perché ci ricordano che la miseria ci può riguardare – basta una separazione e un mutuo in corso che non puoi pagare perché hai perso il lavoro e ci sei anche tu in quel mondo di ‘nouveaux pauvres’ che si disputano le ultime mense dei poveri ancora aperte.

Ed era ieri che leggevo su una locandina dell’edicola all’angolo che la mensa dei poveri di ‘Betania’ ha chiuso per l’ennesima aggressione a un volontario. Non è un paese per ricchi, questo, dove i poveri si fanno aggressivi e si paventa violenza – e ogni giorno ci porta la pena di un nuovo impiccato per il ‘lavoro che non c’è’.

E tornerà la pace e il burro abbonderà



Si muore per le ragioni più varie e diverse, di questi tempi. Anche della malattia del lavoro che non c’è e spinge i disperati a togliersi la vita. Malattia terminale non meno spaventosa di quelle che leniamo con la morfina, ma non c’è abbastanza morfina a disposizione per lenire il buio di futuro di chi non sa che fare e come fare per ‘tirare avanti la baracca’, come si diceva un tempo.

E se n’è occupato anche Francesco, il papa nuovo, il papa buono e riformatore, che ieri diceva parole consone a quelle della piazza di san Giovanni dove si celebrava la missa solemnis di una sinistra vocata al martirio e al sacrificio di Isacco senza l’apparizione dell’angelo in finale.

Perchè non c’è nessun happy end in questa ‘stagione all’inferno’ che si consuma e che vede la sinistra incapace di alzare la testa e dirsi fiera delle sue origini e del suo destino di porta-vessillo di un lavoro che se n’è andato fuori, all’estero, è migrato dove tutto costa meno, anche la manodopera – e hai voglia di aspettare che passi la nottata e che anche i paesi di nuovo sviluppo si sindacalizzino e riparta una sinistra internazionalista che rilanci il lavoro su scala globale.

E fa venire i brividi questa consonanza di accenti dolenti tra la piazza del lavoro e la piazza di Francesco perché è il momento del ‘requiem’ – e chissà se si darà in futuro un nuovo ‘alleluia’ e ‘tornerà la pace e il burro abbonderà’, come narrava un altro Francesco in una sua canzone non troppo nota che ci rappresentava la fine della guerra e papa Pio con gli occhiali che benediva le speranze di chi tornava a vivere.