Archivio mensile:aprile 2012

dell’avere la tessera di un cineclub

Ho la tessera di un cineclub e -di recente- mi è capitato di vedere films (complice il 25 aprile) in cui persone magnifiche davano la vita e sopportavano l’atroce dolore della tortura per la causa della lotta all’oppressione/occupazione nazifascista.

Ed erano, perlopiù, giovani di belle speranze che, più delle altre generazioni, proiettavano le loro pulsioni vitali su un futuro che sognavano diverso, radicalmente diverso da quello offerto da Hitler, Mussolini e il maresciallo Pètain (un nome, un’evocazione).

E va precisato che lo stato d’animo dello spettatore è agli antipodi dalle prospettive esistenziali e proiezioni/predizioni di futuro dei protagonisti. Perché chi assiste e osserva quelle vite e quegli accadimenti tragici sa, per la sua posizione nel tempo presente, che la guerra finirà e Hitler e Mussolini e i loro regimi abbietti e miserabili saranno sconfitti, ma non lo sapevano quei martiri, quegli eroi che offrirono la vita sull’altare maledetto della Storia.

Storia che avrebbe potuto tradirli e dire inutile e stupido il loro sacrificio -se i tedeschi avessero portato a termine e migliorato le loro V-6 e annientato l’Inghilterra sotto le bombe e i loro scienziati avessero fatto in tempo a scoprire l’atomica e offrirla al Grande Dittatore pazzo per il cupio dissolvi che agevolmente immaginiamo.

E mi chiedo sempre che cosa avrei fatto io al posto di quegli eroi misconosciuti: se avrei avuto la forza e l’incredibile determinazione a dare la vita e tollerare la tortura in silenzio, senza fare i nomi dei miei complici, o se, pusillanime, sarei stato delatore e avrei condannato i miei compagni alla tortura, a loro volta, e alla morte.

E mi sovviene quella meravigliosa poesia di B.Brecht che chiedeva scusa ai posteri, a ‘Coloro che verranno’ del fatto che ‘noi non si poté essere gentili’ – a causa dei tempi grami e le orribili, spaventosissime cose che aveva/no vissuto quella generazione di eroi combattenti e comunisti di fede assoluta e che meritava il sacrificio della vita.

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perchè su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’affanno?

È vero: ancora mi guadagno da vivere.
Ma, credetemi, è appena un caso. Nulla
di quel che fo m’autorizza a sfamarmi.
Per caso mi risparmiano. (Basta che il vento giri,
e sono perduto).

“Mangia e bevi!”, mi dicono: “E sii contento di averne”.
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.
Nei libri antichi è scritta la saggezza:
lasciar le contese del mondo e il tempo breve
senza tema trascorrere.
Spogliarsi di violenza,
render bene per male,
non soddisfare i desideri, anzi
dimenticarli, dicono, è saggezza.
Tutto questo io non posso:
davvero, vivo in tempi bui!
Nelle città venni al tempo del disordine,
quando la fame regnava.
Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte,
e mi ribellai insieme a loro.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Il mio pane, lo mangiai tra le battaglie.
Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.
Feci all’amore senza badarci
e la natura la guardai con impazienza.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo le strade si perdevano nella palude.
La parola mi tradiva al carnefice.
Poco era in mio potere. Ma i potenti
posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta
era molto remota.
La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me
quasi inattingibile.
Così il tempo passò
che sulla terra m’era stato dato.
Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si potè essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.
Bertolt Brecht, “A coloro che verranno”, 1939.

pigre deambulazioni

Si fanno scoperte straordinarie, passeggiando pigramente per la città in mezzo allo sciame dei turisti.

Si scopre, ad esempio, osservando l’immensa mole della chiesa dei Frari francobollata su tutto un lato e sul campanile fronte e lato di tanti fogliettini numerati che ne seguono l’evoluzione statica (bel paradosso, neh? eppur si muove e rivela le inquietanti crepe), che il 08/12/1982 un’acqua alta eccezionale arrivò all’altezza di un metro e 42cm sul medio mare tutto allagando di quella chiesa che s’infossa di tre o quattro scalini all’interno.

E rifletto sulla labilità della memoria nostra che, sopratutto per gli eventi meteorologici, ci condanna a mostrarci ‘cretini cognitivi’ e ammiriamo, di contro, quei tali che partecipano ai giochi a quiz televisivi e vincono a man bassa con un poco di esercizio mnemonico pre suggerito ai fini delle rilevazioni Auditel.

E, scriveva Borges, che siamo così legati alla cronaca (leggiamo i giornali, le pagine web, ascoltiamo la radio), da dimenticarci di indagare e conoscere tutto quanto accaduto nei secoli pregressi -e le persone straordinarie e gli accadimenti a volte mirabolanti e istruttivi, più spesso orribili e altrettanto istruttivi (si spera) che contengono.

E stamattina, passando in vaporetto davanti alla chiesa delle Zitelle osservavo la statua della Vergine sulla sommità della cupola che ha postura e le braccia levate in guisa della Dea dei Serpenti scoperta durante gli scavi a Santorini e ospitata nel museo di Atene -e chissà se il serpente che viene schiacciato dal suo piede virgineo in altre sue DSC00255.JPGraffigurazioni ha un qualche legame comprovato con l’antica divinità degli Atlantidi sommersi.

E anche l’angelo nero che si regge impavido sul campanile di san Giorgio fa venire in mente gli ‘angeli neri’ ribelli e il loro capo in testa Lucifero, il più bello tra gli Angeli, il ‘portatore di luce’ che, forse proprio per questa sua luminosità, ci ha rivelato che esiste un inferno per i ribelli per vocazione e incontenibili pulsioni e conviene soprassedere ‘ubi maior’, ma già Prometeo quel Castigo lo anticiDSC00252.JPGpava nei secoli della pre cristianità ed è da un’eternità che ci rimette il fegato, poverino.

E l’angelo d’oro, invece, che sta al sommo del ‘paron de casa’ (il campanile di san Marco) è poco credibile a causa di quel suo lustro rilucente e pacchiano e non ha anima perché solo la ribellione alla divinità la conferisce come un fiato rabbioso -ed ecco che gli uomini fanno il salto storico e si conquistano il faticosissimo rango di ‘semidei’ che possiedono il fuoco e lo dominano, malgrado le ripetute catastrofi (nucleari) e con quel fuoco alimenteranno i motori delle astronavi che solcheranno lo spazio-tempo incurvato dalla gravità e scopriranno il segreto ultimo, ilDSC00139.JPG ‘volto di Dio’ che ha dato origine ai big bang e ai mille universi paralleli.

Tu vedi che razza di strani pensieri ti assalgono nel corso di una pigra passeggiata.

 

Alleluia, brava gente! (2)

Torna la politica o forse no.

Torna il battage elettorale, la grancassa, la tromba, l’ ‘Udite! Udite!’ e l’ ‘Entrate gente! Più gente entra, più bestie si vedono!’ -e i soliti cialtroni di sempre fanno la voce grossa con il governo per il pugno di lenticchie del favore che avranno (sperano di avere) dagli imprenditori (da tre palle un soldo) che nicchiano sulla riforma del lavoro e assumono come ridicolo pretesto per aumentare la posta l’articolo 18 e il poco, pochissimo che garantisce di ‘garantismo’ e giustizia sociale dei licenziati per rancori personali o peggio.

Torna la ‘politica’: quella del marasma e degli sfoghi di pancia e delle promesse idiote che non saranno mai realizzate ‘ad usum gonzorum’ – e tornano a fregarsi le mani i ‘menomalechesilvioc’è’ mai pentiti e i loro alleati ‘utili idioti’ che pensano che Silvio sarà migliore di Monti e garantirà pace sociale e, insieme, uscita dal default e altre mirabilie di ‘libertà, lavoro, meno ta(o)sse (per Totti?)’ e via elencando delle ridicole cose che piacciono tanto al popolo bue e al ‘popolo sovrano’ per un giorno -e il giorno dopo cornuto e mazziato da un berlusconi qualsiasi che le tasse non le abbasserà, il lavoro mancherà uguale, ma almeno avete votato e ‘le abbiamo prese, ma gliele abbiamo dette!’.

Alleluia, brava gente!

memoria condivisa

Curiosa questa invocazione a una ‘memoria condivisa’ relativamente al 25 aprile.
E’ come invocare una ‘memoria condivisa’ relativamente ai tre lustri di una stagione all’inferno berlusconiana fitta di malaffare e di cricche di s-governo e di farabutti e lenoni e puttane al vertice del paese e delle sue cronache di infamia -e gli avvocati in parlamento per fare le leggi ad personam finalizzate a cancellare l’infamia di un certo modo di essere imprenditore vocato all’evasione e alla costituzione di fondi neri e alle mazzette.
Che c’è da spartire e condividere con questa genia di farabutti?
E per quanto è del 25 aprile e della guerra civile che è stata, l’unica ‘memoria condivisa’ è quella di una scelta di campo ‘di qua’ o ‘di là’.
E di qua c’era la buona coscienza e le buone intuizioni di chi giudicava il regime nazifascista la massima abiezione della mente umana, il Male Assoluto -cogli orrori della guerra e dei massacri e delle occupazioni e dei lager e la domanda angosciante de ‘Se questo è un uomo’ che informerà la seconda metà del secolo dei sopravvissuti e dell’immensa fatica di conservare la memoria delle future generazioni perchè la storia ci sia maestra.
E ‘di là’ c’è la cattiva scelta di fedeltà al regime incanaglito e furente della Decima mas e dei tedeschi in ritirata che impiccavano i partigiani e li fucilavano e davano fuoco alle chiese e alle case e ai fienili dove cercavano vano riparo i civili.
L’unica memoria condivisa è quella di ‘ogni cosa è illuminata’ e ricordare l’orrore che è stato -e ne deve seguire il silenzio di pentimento e penitenza lunga una vita di chi ha militato nella parte sbagliata.
Ogni altra chiosa diversa di chi tenta di accreditare una ‘pari dignità’ è parola miserabile e oscena

grasso che cola

A leggere l’articolo dell’emerito Ferrara su Grillo e i suoi successi annunciati prossimi venturi verrebbe voglia di soprassedere al proposito di non andare a votare e votare il Movimento Cinque Stelle.

Che avrà pure un nome curioso e buffo come quello degli hotel lussuosi (che ci azzecca coi grillini in politica?), ma fa bene il suo mestiere dell’antipolitica -nel senso che non si è macchiato (finora) di nessuna delle nefandezze di cui sono macchiati, invece, tutti gli attuali partiti nessun escluso.

 

E sempre sono stupito di tanto spreco di intelligenza apparente negli articoli dell’emerito Ferrara -di tanto suo prodigioso ‘non si poteva dir meglio se si voleva dir niente’ che somiglia tanto alle arringhe di quel brillante e focoso avvocato che il cliente in aula lo pregava: ‘Basta, avvocato, per favore, che sennò perdiamo la causa.’

 

E Grillo peccherà pure di tutte le umane debolezze che furono di Masaniello e di altri ‘rivoluzionari’ e demagoghi e populisti che finirono come sappiamo, ma di fronte all’emerito Ferrara fa la figura di un gigante in marcia che scivola e si arresta improvvisamente e, alzando la suola, constata di aver calpestato un escremento e porcona da par suo:

‘Belin! ancora e sempre il Ferrara. Grasso che cola!’

il primo uomo

E’ una narrazione un po’ ingessata quella di Gianni Amelio alle prese con il racconto del grande Camus.

‘Il primo uomo’ scorre lento sulle note della memoria e Camus ragazzo non è diverso dai ragazzi di altre generazioni posteriori alla sua, ma segnate da quell’ottuso autoritarismo degli avi che ricorrevano alla frusta per ottenere obbedienza. E un moto di interna ribellione ci coglie perché ‘basta la parola’, la parola acconcia, il solleticare le intelligenze per far capire, nella stragrande maggioranza dei casi, e se oggi le maestre lasciano andare il branco alle odiate licenze e agli eccessi per tema di ricorsi al giudice e per le minacciate sanzioni dei presidi -ed è eccesso del postmoderno e della faticosa elaborazione della libertà e dell’intelligenza collettivi- quella frusta e il ruolo di vittime e carnefici che stabiliva ci opprime e torna in mente la pulsione atavica dell’ ‘uccidere i padri’ perché si affermi il mondo nuovo e il suo caos creativo che pur ci affanna ed elaboriamo a tentoni.

E anche la narrazione della storia nazionale dell’Algeria ai tempi del Fronte di Liberazione Nazionale e degli attentati e la repressione sanguinosa e cieca e la pena di morte è ingessata nei primi piani insistiti dei volti dei protagonisti e degli antagonisti -ed è vero che quella storia collettiva è solo ‘orizzonte di riferimento’ temporale e al regista interessa di più il ‘romanzo di formazione’ del giovane Camus e tuttavia quella pagina di storia meritava qualcosa di più di una citazione forzata e un approfondimento perché emblematica di uno ‘scontro di civiltà’ al suo inizio e di un ‘dialogo tra sordi’ affidati alle bombe e alle stragi che non ci abbandonerà più.

‘Il primo uomo’ di Gianni Amelio
sugli schermi di molte città italiane

i freschi pensieri di una possibile rinascita

Racconta Hobsbawm ne ‘Il secolo breve’ che, prima e dopo la grande crisi del ’29, altre crisi economiche hanno afflitto l’umanità nel suo divenire, ma -ecco la buona notizia- il grafico dello sviluppo economico lungo il Novecento traccia una diagonale in costante salita, malgrado i picchi profondi delle diverse crisi. Alleluia!
Si cresce, perciò; le ‘magnifiche sorti e progressive’ dell’umanità sono state un’esagerazione letteraria confinata nella seconda metà dell’Ottocento -secolo di grandi invenzioni e scoperte- ma si cresce, vivaddio! E tutto questo geremiare che si ascolta e si legge intorno alle fabbriche che chiudono e il lavoro che non c’è dovrebbe fare posto, invece, alle idee nuove e le nuove intraprese che costruiscono il futuro, facendosi largo a fatica e con pazienza tra le mille macerie del capitalismo che muore in patria, ma, come araba fenice, rinasce altrove: nei paesi di storica povertà che -come i vasi comunicanti- assorbono il liquido della ricchezza in uscita dai paesi di storica ricchezza.
Cediamo ricchezza, è vero, ma non mancano le risorse di intelligenza e voglia di farcela -e l’esempio di quell’ex dipendente licenziato a Piove di Sacco che si è comprato la fabbrica chiusa ed ha riaperto e riassunto una quindicina di ex colleghi è solo uno degli esempi che si devono portare in palmo di mano -e dovremmo smetterla di invocare le distruzioni di Shiva e il fuoco delle molotov di Atene e vomitare ‘rivoluzionaria’ rabbia inutile perché quella vecchia mitologia religiosa della distruzione ha fatto il suo tempo ed è inutile e costosa per la casse dello Stato che deve riparare i danni e meglio è guardarsi intorno e cogliere le nuove opportunità che si aprono per i semidei che siamo e che costruiscono il futuro colle loro mani e i freschi pensieri di una possibile rinascita.

andate al mare

La crisi della politica morde le caviglie delle pecore ammassate nel gregge del ‘popolo sovrano’ e, per la verità, proprio a strazianti belati somigliano le esternazioni di tutti coloro che si aggiungono al coro del ‘fuori tutti!’ e ‘facciamo pulizia’.
Perché nulla cambierà, dopo la prossima tornata elettorale e le investiture popolari che sono venute dalle urne aperte si sono rivelate sempre e inevitabilmente deludenti e inadeguate al compito di ‘servizio ai cittadini’ che dovrebbe essere il solo ‘must’ dei politici eletti e designati ai diversi ruoli istituzionali.
Temo che un perverso Nume aleggi sopra la democrazia italiana e la rende fragile ed esposta costantemente al vento della malapolitica e ci rifila ogni volta le peggiori persone e arrivisti e populisti e i bossi e i berlusconi e gli scilipuoti e i razzo.

Come a dire: bisognerebbe rivedere il meccanismo all’origine e riformarlo e stendere i binari di un mondo democratico nuovo e piantare i paletti, ma non si può fare. Vaste programme, avrebbe chiosato De Gaulle che se ne intendeva.
La democrazia italiana è la terra di nessuno dei cento partiti e cento liste civiche dentro le quali abbaiano candidati che, sempiternamente, promettono, promettono, promettono… E rubano, s-governano, danno fiato e paccate di miliardi di soldi pubblici alle cricche degli appalti, si comprano le lauree tarocche all’estero e via geremiando.
E le rivoluzioni annunciate si leggono solo sul web. Che il ‘professor Cacciari’ si incarica di dirci che ‘è pieno di frustrati’, alleluia! Che il Cielo ce lo serbi.

Andate al mare, cari concittadini -colla remotissima speranza che questo vecchio esorcismo craxiano cambi di segno e si faccia, invece, narrazione letteraria degna di un Saramago che, in suo libro, narrava di un presidente di seggio elettorale che vide arrivare nel seggio solo un paio di vecchiette dolci e care, alle quali si può perdonare di non sapere quel che accade nel paese e quali lupi ed esimi imbecilli si scambino i ruoli di eletti ed elettori.

Venezia e i barbari sognanti

Venezia è viva, vivissima, e per niente triste e decadente, come volevano vecchie canzoni melense e i sedicenti ‘futuristi’ marinettiani.

E’ l’unica città, dati alla mano, che in tempi di crisi ha incrementato i suoi numeri di presenze turistiche, -già altissimi e oltre il livello di guardia da anni- e li mantiene a Pasqua sepolta perché è città incomparabilmente bella e capace di offrire emozioni estetiche superiori perfino a quelle che offrivano i mitici ‘giardini di Babilonia’ sommati a quelli dell’Alhambra e addizionati col Grand Canyon.

E capita di passare per il campo dei Frari affollatissimo di turisti curiosi con le fotocamere puntate sulla gondola da matrimonio e scattano decine di foto ciascuno, neanche fossero sul set di Blow up – e poco importa che gli sposi siano davvero bruttini e parecchio avanti con gli anni; Venezia è Venezia e qualsiasi cosa vi si celebri è un evento da mondovisione, perfino le ridicole manifestazioni celtiche del defunto Bossi e annessi ‘barbari sognanti’ oggi risvegliati e affranti.

 

E capita di osservare giovanissime musiciste fuoriuscire da un bar gestito da cinesi con il toast in mano e avviarsi verso il ‘palazzetto Bru Zane’ dove danno un concerto di Brahms e pazienza se il ticket è salato. L’arte ha un suo costo è va saldato alla fonte; la pubblica amministrazione impari dai privati e così diminuirà il numero degli imprenditori suicidi.

 

E perfino Klimt è resuscitato a Venezia in quel di Pasqua, e una sua mostra attira le file dei turisti lunghe come quelle fuori della basilica di san Marco e gli ori del grande viennese fanno aggio sugli ori dei mosaici e si mescolano in una vertigine di figure ieratiche ed erotiche che solo Venezia sa coniugare.

Però, per favore, dimenticate Venezia e andate, che so, a Modena, a Cremona o in Abruzzo. Diversificate i percorsi turistici, che diamine! Ne abbiamo le palle piene dei numeri altissimi di visitatori che neanche le locuste. ‘Turisti go home’ dice una scritta a pennarello sul ponte di Rialto e un gruppo di giapponesine se la indicavano col dito e ne ridevano, beate loro.

p…… a palazzo e il paese a p……

Hanno ragione quei giornalisti che notano come ‘the family’ si traduca da noi con l’atavico ‘tengo famiglia’ -e non c’è miglior specchio di certa letteratura fradicio-italica e ‘roma-ladrona’ di quello di Gemonio dei Bossi ‘ladroni in casa nostra’: certificati dalla cartella ‘The Family’, che il tesoriere Belsito teneva in cassaforte ed annotava le spese pagate dai contribuenti tutti (terroni inclusi) sotto la fraudolenta formula ‘rimborsi elettorali ai partiti’.

Negare l’evidenza è specialità di certa destra, con una sfacciataggine che rasenta l’insolenza o una latente imbecillità, fate voi, e tutta la storia di infamia che abbiamo letto in cronaca del Berlusconi satrapo e le malefatte della sua cricca di s-governo e il suo essere stato sbalzato di sella dai ‘mercati’ e dalla minaccia del default (qualcuno lo chiama ‘il suo essersi onorevolmente fatto da parte’ e preferisco credere, per magnanimità, che sia una provocazione e un suo pudico nascondere la vergognosa nudità dietro al mignolo) e la presente storia del Bossi -gemello politico scemo del bauscia di s-governo- è oggi sciorinata su tutti i giornali con mille particolari in cronaca e dovrebbe far aprire gli occhi e la mente a un cieco, ma i ciechi politici sono ciechi specialissimi e recidivi e, per nostra fortuna, non percepiscono l’invalidità.

E sui video televisivi mi è capitato di osservare un vecchio militante leghista che ribadiva ‘noi ce l’abbiamo duro’ -metafora idiota che li condanna perché l’unica durezza di questi poveri cristi ‘lumbard’ è di comprendonio e l’accostamento inevitabile è il parallelo volgare delle teste di ….. detto finalmente in chiaro e giustamente liberatorio perché l’avere scritto una storia di tanta infamia per decenni si merita tutto quest’epilogo ridanciano e avvilente e il cupio dissolvi e la ‘congiura di palazzo’ di uno che di cognome fa Maroni -ennesimo accostamento sacrilego di una ‘politica’ di tre lustri fitta di puttane a palazzo e l’economia del paese a puttane.