Archivio mensile:marzo 2012

atti di forza

I lettori dei giornali sono disperati. Una noia mortale coglie chi, in questo scorcio di siccitosa primavera , sfoglia le pagine dei quotidiani ed è tutto un ‘Monti ueberalles’ -coi suoi effetti collaterali di aumenti dell’iva, dell’energia, della benzina e di gente che si da fuoco davanti alle agenzie delle entrate (ma un minimo di pudore residuo no, eh? Andate nei boschi, sulle cime montane ancora innevate, che fa tanto poesia della disperazione).

Non riesco a immaginare cosa passa per la testa della gente che si suicida perché vessata (a loro dire) dal fisco. Non ci riesco perché per me la questione è (da sempre) chiusa in anticipo. Nessun contenzioso, nessuna cartella esattoriale impazzita, niente di niente. Un secco prelievo alla fonte e, ‘c’est tout’. Vessato e tartassato da sempre con l’aggiunta della presa per il culo di coloro che, -orefici, fioristi, motoscafisti, gondolieri-, dichiarano meno di un pensionato di medio livello e magari sono in lista per una casa dell’Ater e se la aggiudicano.

E Regione e Provincia e Comune sanno benissimo dove ‘mettere le mani nelle tasche degli italiani’ e a marzo battono regolarmente cassa in busta paga, i malnati, i figli di buonadonna, e aggiustano i conti in rosso (maledetti amministratori incapaci) sulle tasche dei soliti noti che -vedi notizie in cronaca- pagano più degli imprenditori.
E la domanda sorge spontanea: ‘Ma chi cazzo ve lo fa fare di ‘intraprendere’ e aprire partita iva e accollarvi rischi e noie fiscali talmente pazzesche da spingervi poi al suicidio per guadagnare quei quattro copechi di svalutatissimi euro che dichiarate al fisco, o grandissimi figli di peripatetica dilettante?’

Come si può buttare la vita nel fuoco per una partita personale giocata male, malissimo e scrivere quelle cose così commoventi nelle lettere alla moglie in flagranza di ‘evasione rivendicata’ e dimostrazione folle davanti all’Agenzia delle Entrate? Di progettare un diverso modo di lavorare davvero non c’era margine, -davvero tutto scoppia e va ‘a puttane’ in questo paese se si prova a mettere mano all’evasione enorme e dilagante e al maledetto ‘nero’ che ci ha messo alla berlina in Europa e consegnati nel novero dei ‘P.i.i.g.s.’?

Non è un atto di debolezza quello di chi appicca il fuoco su se stesso per le questioni fiscali, bensì un terribile, maledetto ‘atto di forza’, un voler spegnere sul nascere col fuoco e la pietà malriposta l’azione tardiva, tardivissima, dello Stato che, giustamente, si prova a fare strada nell’Europa delle regole -dove le tasse si pagano da sempre e i ‘furbi’ evasori hanno percentuali ‘fisiologiche’ intorno al nove per cento -contro l’immenso muro di evasione italica che ci condanna ai default annunciati.

la bambina col tulipano e l’anatra

Sono fortunato. Per andare a consegnare la provetta cogli augusti reperti delle mie grotte ipogee devo camminare per cinque chilometri circa tra andata e ritorno di buon mattino e il sole è ancora fresco e la città è magnifica di ombre in controluce e foschie che fanno la delizia dei pittori dilettanti già all’opera sulle terrazze a mare.

E vado di buon passo considerando che, tutto sommato, comunque si concluda questa tornata di perlustrazioni diagnostiche che mi inquietano ed affannano e mi hanno riportato a coscienza la mia finitudine, non è un male che l’idea della prossima morte galleggi in superficie e la sua immagine sia chiara nelle nostre menti perché, come scrive Concita De Gregorio, è bene ‘farsi amica la morte’. E narra di un disegnatore di libri per bambini che la raffigura come una bambina col grembiule a quadretti rosa e bianchi e un tulipano dietro la schiena. E l’anatra che se la vede camminare dietro le chiede allarmata: ‘Chi sei?’. ‘Sono la morte.’ ‘Dunque è arrivata la mia ora?’ ‘No. Ma ti accompagnerò lungo tutta la tua esistenza.’
E diventano amiche e passano i giorni e le stagioni fino a un lungo inverno molto freddo in cui l’anatra si distende affaticata sulla riva ghiacciata di un torrente e muore. E la Morte le poggia il tulipano sul petto e la sospinge al centro del torrente dove l’acqua scorre e la saluta con dolcezza e una goccia di pianto nel viso.

Così sarà per ognuno di noi e il senso di effimera immortalità della giovinezza si disfa nei giorni che si alternano e si sommano e ti guardi allo specchio un bel giorno e il viso è quello di un vecchio -e quell’immagine ti sorprende perché ancora le forze sono integre e il corpo tonico e la vita non ti basta mai e vorresti perfino ancora amore che incanti e illuda che tutto è ancora e sempre possibile.

E quando, un bel giorno, la morte mi si accosterà e mi farà cenno avrò, certo, una tristezza in viso per i necessari commiati con chi mi è stato caro e il rimpianto per tutto ciò che di bello e appassionante ho mancato di vivere -e mi dispiacerà non aver contribuito allo sviluppo della scienza e di non aver creato nessuna opera d’arte per difetto di talenti- ma affronterò il viaggio sereno e chissà che non mi venga detto ‘di là’ il perché di questo mio strano transito sulla Terra e il senso segreto di tutte le cose che abbiamo veduto e udito e il segreto del Bene e del Male e di ogni cosa creata.

La curiosità è forte, considerate le mille stranezze e l’orrore inspiegabile per tutto quanto ci è accaduto di osservare e ci struggevamo perché non avevamo risposte: guerre con milioni di morti, catastrofi naturali, pazzi massacratori che hanno ucciso con freddezza e calcolo giovani vittime incolpevoli di alcunché.

Che bello sarebbe se davvero Qualcuno fosse così gentile da darci una risposta plausibile e ci offrisse un senso.

<iframe width=”420″ height=”315″ src=”http://www.youtube.com/embed/NfNU30tzJzM” frameborder=”0″ allowfullscreen></iframe>

moderati da un tanto al chilo

Detto fuori dai denti: se fosse verosimile che il Pd facesse una battaglia campale sull’articolo 18 e muro contro i diktat in proposito dell’esimio professor Monti ne saremmo felici -e se su tanta questione il governo cadesse, alleluia, brava gente! Non ci perderei il sonno e grazie della collaborazione e arrivederci a tutta la squadra.

Che restituiremmo volentieri alle lucrosissime professioni d’origine e la politica torni ai cittadini.

 

E qui iniziano le dolenti note. Torni a chi, la politica? Ai cittadini? Quelli che ci hanno rifilato Berlusconi e marcia compagnia delle grandi opere e della cricca degli appalti e delle puttane nel lettone di Putin -e il Dell’Utri mezzano e garante del partito in Sicilia grazie ai buoni uffici dello stalliere di Arcore (sia ribadito alla facciaccia degli emeriti giudici di Cassazione)?

 

Quelli che gridavano ‘Roma ladrona’ e oggi si torcono le mani e spremono i fazzoletti perchè ‘Milano ladrona’ è peggio – e si danno dei cretini per aver creduto al verbo del mezzo paralitico -che il Dio Po inquinato fin dalla sorgente se lo beve a colazione mescolandolo con un suo vinaccio da osteria della bassa padana?

 

Quelli che ‘noi credevamo’ che la sinistra fosse santa e ‘diversa’ e ci ritroviamo tra i piedi un Pd dalle cento anime -che dico ‘anima’? ce l’avesse un’anima e, invece, è il partito delle ‘cento voci’ e fiati intestinali che, se si va al voto sull’articolo 18 e la direzione dicesse di votare contro mezzo partito si squaglia e costituisce un ‘gruppo autonomo’ pro Monti.

 

Siamo messi bene davvero, cari i miei italioti. Tenetevi i tecnici che vi meritate perché, dopo di loro, è il Diluvio.

E non resta che l’invettiva sterile de ‘Monti fottiti!’ perchè di tener duro sull’articolo 18, dopo aver sbracato vergognosamente sulle liberalizzazioni, è pura voglia di bastonare la sinistra – e se esulta Alfano e tutti gli sciacalli del pdl allora di tecnico ed equidistante resta ben poco.

 

Cada il governo, poco importa come e se lo spread torna a cinquecento. Vi meritate per intero il default, cari i miei italioti una faccia-una razza, moderati da un tanto al chilo, sepolcri imbiancati.

miti che cadono

Una cara amica mi confessava che certi giochi di ‘mirade’ e ‘cabecei’ che avvengono nelle ‘milonghe’ e hanno esiti negativi, -rifiuti che scorticano e deprimono e osservi abbacchiato dal tavolo i ‘maschi alfa’ tanghèri esperti che, invece, se li mangiano cogli occhi e le signore di ogni età e rango sociale e varia eleganza fremono vistosamente e si alzano il ‘decolletè’ e sorridono di denti-trentadue per averne lo scarno ‘invito’- certi rifiuti, dicevo, hanno origine e senso proprio nel gioco di attese e ‘selezioni naturali’ per le quali un uomo non è uguale ad un altro -però un bravo ballerino non si rifiuta mai, fosse anche strabico e gobbo e brutto come Igor, l’assistente imbranato del professor Frankenstin che gli rifila il cervello di un ‘subnormal’ nel film omonimo.143.jpg

 

Allora siete proprio come noi uomini, care le mie tanghere (oops, ho dimenticato l’accento), che, mutatis mutandi, l’amo lo gettiamo dove le pescioline sono vispe e giovani carpe in fiore sculettanti comme-il-faut sui volei e gli altri ‘adornos’.

276600_247261775326731_465301614_n.jpg

Allora è vero quel che diceva quel tale che ‘con il tango si cucca’, povero ingenuo che sono -che mi credevo che certi abbracci fossero teneri e accoglienti e materni e consolanti e un giorno, una signora smaliziata a cui lo raccontavo, mi contraddisse e precisò che ‘materno’ non è proprio un complimento da farsi a una signora nel corso di una tanda e capii che il mondo dei tanghéri è arena di uomini duri e donne scafatissime e ‘tutta vita’ e forse non è un caso che questo magnifico ballo lo dicano nato nei bordelli. Tu vedi dove va a finire tutta la poesia e l’incanto.19138_254087796007_141624686007_3848908_8182746_n.jpg

 

Che avesse ragione Carlo Martello (la canzone è di De Andre’) a dire che: ‘E’ mai possibile, oh porco di una cane, che le avventure in questo reame, debban risolversi tutte fra grandi p……’.?

 

Mi cade un altro mito, mannaggia la milonga.

 

http://youtu.be/42BNb2giVhA

toccarsi di sotto

Muore Antonio Tabucchi, di anni 68 e di cui ero lettore e ammiratore. Ed è morto Lucio Dalla, da poco, di anni 70, le cui canzoni amavo, come molti altri in Italia e nel mondo.

E neanch’io mi sento tanto bene, mannaggia all’età critica e quel meccanismo fastidiosissimo (inventato da chi?) di sommare un anno all’altro e un acciacco e un doloretto in più ad ogni nuovo giorno che ci dicono la nostra fragilità e ci abituano all’idea che ‘tutti dobbiamo morire’ e forse anch’io.

E, per la verità, mi ha colto un vero e proprio panico l’arrivo di quella lettera che i bravi medici delle nostre A.s.l mandano a tutti gli ‘over50’ per lo screening di massa finalizzato alla prevenzione dei tumori del colon retto. E capirete la mia angoscia, dal momento che il mio babbo se ne è andato proprio per quella malattia ancor giovane (52 anni) e l’idea più indigeribile per me è quella di entrare in un tunnel di ripetuti controlli e spaventi e probabili prossime invalidità che costringono la vita di una persona nello scafandro di quel film bello e terribile (Lo scafandro e la farfalla) dove la farfalla è la vita bella e soleggiata che osservi chiuso nel tuo involucro di malato e non la domini e padroneggi come fa l’atleta che balza e rimbalza e corre veloce o il giocatore di football che dribbla gli avversari e insacca la palla -ed un urlo di gioia di chi ti guarda e fa il tifo per la squadra della vita contro i pallidi e ossuti giocatori della squadra della morte rigorosamente in camice bianco e stetoscopio al collo e il pollice verso.

 

Mi tocco di sotto e spero di scamparla – e che gli esami siano negativi e tornino i giorni caldi della primavera dove tutto si può e si dà dell’idea di una rinascita e prego il ‘Signore degli universi’ nascosto nel cono d’ombra di un grumo di galassie lontane di ‘allontanare da me l’amaro calice’, ma tutto questo fiondarsi di casi di persone colpite dalla malattia nei miei pressi (due amici cari, di recente) mi fa simile a quella zolla di terra che si impregna dell’acqua delle zolle a lei vicine e paventa il momento in cui toccherà a lui di ricevere in testa la goccia fatale della pioggia acida che ammala e ti consegna al regno dei più, all’Ade ombroso di cui nulla sappiamo e ha riempito i sogni malati di scrittori e artisti delle più varie e diverse figurazioni.

 

E non resta che il guizzo del pensiero di quel bimbo napoletano che scriveva in un tema che lo rese famoso ‘io speriamo che me la cavo’. Già. Ancora per un po’, per un altro grumo di anni buoni e in buona compagnia. E il mistero della morte esorcizzarlo colle ‘botte di vita’ che residuano e leggerlo sui libri e che non ci turbi troppo i sogni, mannaggia, mannaggia.

il grido di Didone e gli assassini potenziali

Siamo tutti Didoni. O lo siamo stati, in un qualche punto della nostra vita.

Essere ‘Didoni’ è quella particolare condizione dell’essere che ‘dipende’.

Dipende da un sorriso, da una ‘fede’ che accadrà, potrà accadere il miracolo dell’essere amati e amare una persona ‘strana’ -e che di rivelerà ‘sbagliata’ di lì a poco, ma, nel breve volgere dell’illusione amorosa, ha colpito con lancia lunga e ferita profonda il ‘ventre molle’ del nostro essere, ci ha illuso di poter essere noi maggiori di quel che siamo, più capaci e competitivi: di tener testa alla miriade di altri ‘competitors’ che girano al largo della femmina che ‘abbiamo conquistato’ miracolosamente, ma presto si mostrerà disponibile all’approccio diverso non appena uno screzio, un varco si apre nel rapporto che abbiamo creduto/voluto coeso e solo nostro.

 

‘Solo a te sola’, scriveva il D’Annunzio, e per lui funzionava: maschio ‘alfa’ con in più il talento straordinario della parola -in un tempo dove la parola poetica era tutto e non c’era la televisione, il Grande Fratello, i palestrati e le altre miserie del postmoderno che hanno vistosamente complicato il quadro di riferimento.

 

E se siamo (stati) ‘Didoni’ in un qualche tempo della nostra vita, sappiamo bene che vuol dire la sindrome del fuoco e della cenere: la sindrome della pira funebre – e poco importa che su quella pira abbiamo voluto stendere il nostro corpo ormai ucciso dalla mente malata – la mente che ossessivamente pietisce: ‘non mi lasciare’, ‘ne me quitte pas’, come grida Didone morente che osserva la nave di Enea che si stacca dalla riva- o se abbiamo impugnato il coltello che volevamo affondare nel petto di lui, prima, e straziarne il corpo e bruciarlo e poi quello di lei, i due traditori, i felloni, gli amanti mille volte maledetti nella nostra ossessione di sempre rimirare la ferita aperta e che non rimargina, la ferita dell’inadeguatezza, del non ‘essere all’altezza’ di quel magico stato dell’essere che è l’amore.

 

E, a distanza di anni, ci viene da sorridere per quell’assassino che non siamo stati, per quella nostra ‘infiammazione’ gravissima di cui sorridiamo e alla maledizione dalla quale siamo scampati: di essere stati ‘Didoni’ vogliosi della pira e oggi ci basta il tepore del sole primaverile a scaldarci il cuore.800px-Giovanni_Battista_Tiepolo_088.jpg

 

Addatorna’ Baffone, addatorna’

Ci penso da tanto e lo devo dire. E’ tutta colpa del comunismo. Del maledetto comunismo che ‘non ha avuto le palle’ di consolidarsi e resistere in trincea all’ondata di critiche politiche e militari che l’Occidente democratico ha sferrato per decenni -e ha sfondato il Muro di Berlino e dilagato oltre la Cortina di Ferro.

 

E oggi paghiamo le conseguenze nefaste di economie disastrate dei paesi che stavano dietro la Cortina di Ferro che fanno ponti d’oro alle aziende che ‘delocalizzano’ e portano le produzioni dove la manovalanza costa meno della metà o di un quarto -e qui da noi sono tutti per le strade con le inutili bandiere dei sindacati stremati da quest’onda assassina, da questo tsunami del lavoro che se ne va e dissemina le cronache di macerie delle fabbriche vuote e corpi di annegati di lavoratori che ‘abbiamo il mutuo da pagare’ e ‘dopo i cinquanta che lavoro possiamo più trovare?’.

 

E’ tutta colpa del maledetto ‘comunismo sciacquetta’ che non ha blindato le frontiere per tempo e preparato ‘piani di resistenza’ e mandato l’esercito sulle brecce che si aprivano qua e là nel Muro -e oggi è venuto meno il formidabile contenimento di tutte quelle masse di ‘badanti’ moldave e rumene che chissà come facevamo prima senza e se non ‘si stava meglio quando si stava peggio’.

 

E un paese affollato come nessun’altro di popolazioni indigene -che se si progetta una ‘Tav’ si distrugge una valle- fa spazio a quest’altra ondata di barbari che, giustamente, reclamano i servizi sanitari e i diritti vigenti; e le file agli sportelli delle Asl sono chilometriche e le mamme con bambini sono, per il novanta per cento, di lingua ostrogota e per prenotare dei prelievi a domicilio per mia madre devo mettere nel conto l’intera mattinata, viaggi inclusi.

 

Addatorna’ Baffone, addatorna’. Lui si che sapeva come sistemare certe questioni di eccedenza e debordanza e continenza forzata. Altro che ‘Good Bye Lenin’.

 

l’equazione a due cifre

C’è un elemento di ferinità arcaica nel modo in cui è stata uccisa la bambina ebrea a Tolosa: l’averla rincorsa mentre fuggiva dal rumore spaventoso della propria morte che l’assordava e afferrata e sacrificata come una vittima designata sull’altare di una divinità crudelissima e che esige sacrifici umani.

Novella Ifigenia, la piccola vittima ci ricorda che ‘il mondo è pieno di orchi, uomini cannibali con denti lunghi e mani assassine’ come scriveva Tournier di questa nostra umanità di insensati, di pazzi, di soldati-fiere che torturano e stuprano e uccidono, di terroristi dalle teste piene di filosofie violente che sgranano il rosario dei proiettili delle loro macchine di morte con la fredda determinazione di quegli dei crudeli che affliggono le nicchie più nascoste di alcuni templi indiani colle loro maschere di orrore -e i sacerdoti seminudi avvolti nel dhoti dei sacri bramini che li incensano e si provano a placarne le ferocia assassina.

 

E la postmoderna divinità rediviva che ‘si mangia i suoi figli’ tuttora parla la lingua arcaica della razza di Ario, quella che nella diversità dei popoli e delle fedi e delle storie vede un nemico da combattere, un popolo e una fede da cancellare dalla faccia della terra come fosse la peste, il morbo per il quale si bruciavano le abitazioni e si levavano alti i roghi purificatori.

 

La linea rossa del sangue sacrificale nella storia europea vede legate in un solo ‘fascio di combattimento’ le invocazioni alla ‘guerra santa’ dei crociati contro gli ‘infedeli’ e le epurazioni ricorrenti dei ghetti ebraici fino all’olocausto finale; tutto in nome di una ‘verità’ pretesa e di una razza dominante e ‘pura’ che ha volto uguale a quello degli dei assassini nascosti nei templi indiani che invano si esorcizzano.

 

E solo pochi mesi fa la cronaca d’orrore dei sacrifici umani rinnovati ci veniva dal silenzio dei boschi della Norvegia e, anche là, nell’aria chiara di un giorno fatale, il dio assassino inseguiva le sue vittime spaventate e le si abbatteva con stampato in faccia un sorriso freddo come se quei ragazzi inebetiti dallo spavento fossero gli animali suoi da macello, il suo personale macello sacrificale.

 

E viene in mente la risposta che dava Einstein in un questionario che dovette riempire per ottenere il visto di ingresso degli Stati Uniti dov’era stato chiamato per un ciclo di conferenze.

Nella casella ‘razza’ scrisse ‘umana’ e Dio sa quant’è difficile disciplinare i cattivi pensieri dell’umanità sotto l’egida di questa semplice equazione a due incognite.

di satrapi e tiranni sanguinari (tutti i particolari in cronaca)

Anche i dittatori hanno un’anima. Ce lo rivelano le mails rubate dell’intimità di Assad, il sanguinario tiranno siriano che, a detta della (cattiva) informazione delle fonti occidentali, si è macchiato dei molti crimini della repressione della rivolta -che taluno afferma essere fomentata dai servizi segreti americani e occidentali in genere.
Non ci è dato di controllare la veridicità della cosa e la buttiamo lì, nella speranza che la Storia ci dica, un bel giorno, se davvero siamo stati vittime di un Grande Fratello fin dalla fine della seconda guerra mondiale e abbiamo vissuto nel limbo di un’informazione addomesticata che ci ha raccontato le gigantesche, liquide fole nelle quali sguazziamo come anatre inebetite in uno stagno artificiale.
Fatto altamente irritante, se vero e provato.

Tra i reports presidenziali di un morto ammazzato via l’altro, Assad-il-sanguinario (secondo fonti ‘occidentali’) pare avesse bastante tempo e voglia di intrattenere una simpatica relazione adulterina con una tale che gli si mostra nuda di schiena -e lui risponde con un semplice segno del loro affascinante alfabeto che, pare, si traduca con ‘ti amo’.

Anche questa aneddotica tesa a ‘sputtanare’ il tiranno andrà sotto il segno dell’incessante lavorio dei servizi segreti occidentali che lavorano per cambiare radicalmente il quadro del potere in Medio Oriente? Sia com’è, questo aprirsi di un quadretto idilliaco sul ‘backstage’ dei palazzi del potere ci fa venire in mente le ‘tenerezze’ di un vecchio satrapo italico che amava le ‘serate eleganti’ e non disdegnava i rapinosi amplessi colle giovanissime ‘nipoti di Mubarak’ -dei quali non sapremo più nulla se è vero il fatto che in parlamento si prepara uno ‘sporco accordo’ tra pd-pdl-terzopolo che abolirà il reato di concussione addomesticandolo ai fini di mandare assolto -coll’ennesima legge ad personam-, il nostro adorato Barabba di Arcore.

Peccato davvero. Ci perderemo i sapidi reportages sulle ‘cose turche’ dell’assatanato Priapo nostrano, sostituite dalle più pudiche ‘cose siriane’ del timorato Sanguinario.
E chissà, che, nelle more di questi revival e nuove rivelazioni, non ne esca anche una succosa e ricca di particolari piccanti ‘ricostruzione storica’ delle ‘cose porche’ che faceva alle sue cortigiane un altro amatissimo satrapo d’antan, il molto celebrato, nella storia e nella letteratura, e ormai mitico Nabucodonosor.

 

per completezza dell’informazione (non pilotata):

http://aurorasito.wordpress.com/2012/03/18/la-strada-insanguinata-per-damasco-la-guerra-della-triplice-alleanza-contro-uno-stato-sovrano/

 

il grido rauco della nascita

Ho piantato le zucchine, nel mio orto-terrazzuola. I vasi non sono molto grandi e cresceranno un po’ caute e non daranno troppi frutti, ma mi accontenterò. Tutto nel mio preparare l’estate è cauto. Il verde della mia terrazza riflette la mia cautela. Non devo amare troppe cose, se poi mi accadrà di doverle lasciare a se stesse per un viaggio e nessuno che se ne prenda cura.
E un viaggio è d’obbligo e propedeutico al ‘lasciare’, che è il destino di ognuno e tutti. Siamo testimoni del Tempo: pellegrini ciechi al futuro e se non abbiamo combattuto guerre e perpetrato massacri è solo per una felice casualità della Storia, nel cui angolo fin de siecle siamo stati confinati prima di chissà che ‘balzo in avanti’ per l’umanità dei nipoti e nuove catastrofi e mutazioni epocali.

La primavera è siccitosa, i fiumi e i laghi son al loro minimo storico, ma nessuno ne parla. Solo quando dai rubinetti uscirà un filo d’acqua e la sete sarà il flagello di quest’anno bisesto allora sarà un profluvio di geremiadi su noi umani insensati che consumiamo le terra e le sue risorse finite e prepariamo le catastrofi con le nostre incurie. Però si va: insensatamente traccheggiando verso il futuro -che forse è scarso o anch’esso finito, se dobbiamo credere alle profezie dei Maya, ma, come tutti i finis terrae e i finis maris e i tempore finis e i titanic, la catastrofe annunciata si consuma tra allegrie forzate e libagioni e danze -fino all’ultima, quella del ‘Settimo sigillo’, in cui ci teniamo la mano e danziamo nell’ombra della sera e in testa è la Morte.

Ma abbiamo vissuto e goduto e amato e chiudere gli occhi sarà dolce più di quando li abbiamo aperti la prima volta -ed eravamo spaventati e il corpo ricoperto di sangue e fluidi dell’antro materno e abbiamo emesso il grido rauco della nascita che ha dato inizio a tutto.