Archivio mensile:ottobre 2011

le parole che non ti ho detto

Vanno forte, -in letteratura e nella spuria letteratura che sono le vite nostre- ‘le parole che non ti ho detto’. Come se fossero salvifiche: farmaci straordinari per bypassare il dolore di vivere.
Non è così. Provate a dirle, quelle parole. Ripetetele, se del caso. Il dolore persiste, la qualità della vita non migliora. Ciò che desideriamo rimane un confuso oggetto del desiderio e il piacere, quando ci accade di incrociarlo, ha un retrogusto di sale.

Perché la parole nostre sono solo un rumore di fondo e un’eco di quanto ci accade e causa quel dolore -e la complessità dolorosa che tutti ci avvolge continua a stupirci, non ci persuade e così ci domandiamo: ‘Ma perché dare al sole,/ perché reggere in vita / chi poi di quella consolar convenga?’ Ma l’intatta luna non ci risponde perché ‘tu mortal non sei / e forse del mio dir poco ti cale’.

Appartengo alla categoria che ‘le parole che non ti ho detto’ le ha dette, invece -e ripetute.
A chi contava e ha contato davvero e a chi contava poco o si rifiutava di contare e lo stupore per queste riluttanze e per i ruoli di gran peso o scarso peso dell’amore che dovrebbe nutrire le nostre vite come l’aria e il pane è ancora vivo e non capisco -dopo tanti lustri e albe e tramonti veduti e interrogati- perché ci aggiriamo come bestie ferite per le strade del mondo e le vite degli altri ci appaiono tutte belle e desiderabili a confronto con le nostre che rottameremmo volentieri, se potessimo.

Il dolore di vivere ci affanna e ci incrosta gli occhi malati e arriva il momento in cui il silenzio ci appare la risposta più dignitosa e fiera e la morte -compagna dell’amore- una ‘bellissima fanciulla / dolce a veder, non quale / la si dipinge la codarda gente…’

l’euro, le satrapie, i giochi di simulazione

Forse l’Unione Europea cederà il passo, sotto i colpi della crisi, forse l’impalcatura cederà e l’euro lascerà il posto alle nuove monete nazionali. Forse.
O, forse, questa crisi globale è l’annuncio che nessuno si salva più contando sulle sole sue forze – per quanto la Svizzera sia lì a dirci che è possibile reggersi in piedi senza stampelle e Unioni pietose e finanziariamente caritatevoli.
Però questa crisi ci ha dimostrato che l’ Euro senza una vera e coesa Unione Europea – senza un governo europeo capace di unitarietà nelle politiche economiche e di bilancio e fiscali- è debole ed esposto ai colpi dell’avversa fortuna e della maledetta speculazione e, se ne usciremo, ne usciremo con la certezza che i governi nazionali sono e saranno sotto controllo europeo, d’ora in avanti, e le furbizie e gli escamotages e le promesse idiote dei leader populisti sotto elezione mostreranno subito la corda alla quale si impiccheranno di lì a breve.
E sarebbe interessante creare un gioco di simulazione attraverso il quale osservare – date alcune premesse e le eventuali variabili- cosa succederebbe al Belpaese una volta sciolti i legami con l’euro e l’Europa.
Sarebbe un gioco interessante e forse divertente – se non fosse che, a valle, in chiusura di gioco simulato, registreremmo i venti di tempesta delle piazze in rivolta o peggio -dato il ‘marcio che c’è in Danimarca’. Pardon. In Italia. Satrapia europea a vocazione anarchica e Beneamato Leader avvezzo ai baciamano conturbanti e a dire oggi quel che smentirà domani con finto sdegno e ridacchiando coi suoi fidi in privato.

bibliche statue di sale

L’assalto dei consumatori all’ultimo sconto sui prodotti elettronici sembra smentire la geremiade collettiva sulla crisi che ci attanaglia, ma, a ben analizzare, rivela aspetti più simili all’antico ‘assalto ai forni’ delle rivolte di popolo d’antan.

E non solo perché erano prodotti venduti a prezzi che più bassi non si può -e la fila chilometrica che ha bloccato il traffico a ponte Milvio dimostra la fame di prezzi compatibili con i redditi più bassi-, ma più perchè era ‘l’ultimo regalo’ che molti proletari si facevano e si potevano permettere prima che il buio dei licenziamenti facili e la fine della cassa integrazione cali e comincia la notte dei sogni fragili e inquieti del futuro gramo dell repubblica.

E’ schizofrenico, è vero, quest’aspetto del consumo di beni durevoli che prendono il posto dell’antico ‘pane!pane!’ degli affamati, ma i ‘circenses’ sono (sono sempre stati) il secondo elemento dell’equazione di una pace sociale che dura e gli i-pad e i telefonini di ultima generazione e gli schermi piatti al plasma hanno oggi la funzione ipnotica e giocosa e che illude le vite che avevano i ‘circensens’ tra le moltitudini dei disgraziati senza speranza: tamagochi da nutrire perchè non muoia la speranza ultima e trasparente come un velo che torneremo a guardare il futuro, ci nutriremo di futuro un bel giorno.

Il futuro che abbiamo alle spalle e non ci riesce di girarci a guardarlo perchè la crisi e la suggestiva narrazione della menzogna berlusconiana ci hanno trasformato in bibliche statue di sale.

la città e lo sberleffo degli ultimi

E, ancora una volta, è dagli ultimi che voglio cominciare. Non che io creda alla predizione evangelica che ‘gli ultimi saranno i primi’ – non c’è giustizia e consolazione conseguente che tengano, né in questo mondo, né nei fumosi empirei della metafisica.

Il Cielo è vuoto e solo le Nuvole che trascorrono gonfie di pioggia danno forma alle fantasiose immaginazioni di dei e santi e antenati e favolosi animali.

 

E’ che ‘gli ultimi’ si lasciano raccontare senza difese – se ne stanno lì, a fare le povere cose del fragile momento che li tiene in vita e si lasciano osservare col loro guardaroba trascinato nei carretti laceri e sporchi che regaliamo loro -quelli coi quali andiamo a fare la spesa al supermercato- e gli basta un angolo al riparo dal vento, oggi freddo, e la città tutta è l’estensione magnifica di una casa vagheggiata e crudele, -quando scende la notte e le coperte non bastano a trattenere il poco calore del vecchio corpo malato.

 

Ce n’è una quantità di clochards, in giro, e neanche ti chiedono l’elemosina. Quelli che la chiedono sono i rom: bene organizzati e piazzati nei posti giusti e pronti alla fuga quando gli agenti in bicicletta si mostrano in fondo alla strada o alla piazza, e corrono insieme ai neri delle borse taroccate e delle piccole torri Eiffel prodotte in Cina.

 

E non c’è nulla di poetico in questi clochards che le antiche canzoni consegnavano alla tradizione dei ponti sulla Senna e delle ‘quaies’ della riva destra e sinistra, solo occhi persi nel vuoto e pieni di vento, come le loro anime piagate.

 

Però, a uno di loro, non manca la voglia di esserci, nel mondo, e ha un libro in mano, -libro che del mondo è specchio e sapienza- e legge, incurante del rumore delle macchine che gli sfrecciano davanti, e chissà che vita ha vissuto prima di ridursi a tale, che amori ha amato, se ancora qualcuno lo ama e sa che il suo avo vive a quel modo.parigi 2011 672.JPG

 

I clochards sono la frontiera ultima delle nostre solitudini in agguato e di quanto può accaderci, se ci capiterà di soccombere all’avversa fortuna e, talora, sembra di cogliere un lampo beffardo nei loro occhi, un lampo di sfida – di chi ci è passato per quella frontiera maledetta e l’ha valicata e ha perfetta coscienza che niente di peggio gli potrà capitare -e anche la morte lo coglierà con uno sberleffo stampato nel viso.

parigi 14/10/2011

usque tandem

Foto di fedechiara

 

Altro particolare della vicenda di squallore che va sotto il nome di ‘s-governo’ berlusconiano e di tutto il bagaglio di ridicolo che si trascina dietro: la lettera di Gheddafi inviata all’autorevole (sic) premier italiano in cui lo pregava di pietire presso la Nato la cessazione dei bombardamenti e gli rimproverava i trascorsi di baciamano e di accordi bilaterali fruttuosi per i due popoli amici.

 

Beh, che, a far da latore della missiva e ambasciatore e fiero sostenitore delle ragioni del ‘rais’, sia stato un tale che organizzava le ‘serate eleganti’ con le ‘gheddafine’ – noleggiate a cifre adeguate per allietare le ore del Beduino pazzo in trasferta a Roma – é aggiunta di pregio e sicuro ‘stile di s-governo’ che completa il mosaico di risate omeriche che si levano in Europa e ‘all over the world’ relativamente a come si fa ‘governo’ da noi, furbi italioti.

 

Usque tandem, Berluschina (e ridicola corte dei miracoli annessa), abutere patientam nostra?

quella risata che ci seppellisce

Foto di fedechiara Quella risata che ci seppellisce

 

Doveva venire ed è venuta. La risata dell’Europa che conta è oggi un video di risolini e occhi levati al cielo e risate crasse della sala-stampa e non più l’impotente figura retorica della satira nostrana e del verbo dell’opposizione politica e sociale su internet e nei teatri e in tivu.

 

 

 

Dunque una risata ci seppellisce, ci dice ridicoli e fragili nel consesso dei paesi membri e il clown di s-governo mastica amaro, amarissimo, e si sfoga coi fedelissimi della corte dei maggiordomi e reggipalle mediatici, ma è il punto d’arrivo delle corna e dei bubusettete dei tempi in cui era l’allegro giullare dell’Europa e dei vertici g7, g8, g20 -non si sa come tollerato- e il fair play della politica e delle diplomazie rischiava di coprirsi anch’esso del ridicolo che promana dal clown-satiro delle mille satire all over the world e dalla sua corte dei miracoli politica.

 

 

 

Ma è la crisi del paese che sta per scoppiare e rischia di affogarci tutti e la domanda che si ponevano da tempo i cittadini europei con cento articoli di giornali e settimanali: ‘ma come fate, voi italiani, a tollerare un simile scempio istituzionale, un simile abominio umano e politico?’ torna a proporsi d’imperio di fronte a quel video feroce:

 

‘Ma come abbiamo fatto, com’è potuto accadere, quale black out delle menti dissociate degli elettori-cialtroni ed evasori incalliti ha potuto partorire quella macchietta di s-governo, quel ‘furbo italiano’ che pensava di scassare le istituzioni della repubblica per i suoi personali problemi di processi e puttane e lenoni che lo ricattano?’

 

 

 

Misteri delle fedi politiche e delle cieche fazioni e di troppi cretini alle urne.

 

Che producono risate-tsunami di un’Europa che ci sfiducia -ad onta delle farse dei congressi degli Scilipuoti e dei sedicenti ‘responsabili’ che consentono a questa infamia di s-governo di galleggiare malgrado le mille falle e gli allagamenti in sala-macchine.

perchè non siamo stupidi

A una mia domanda provocatoria: ‘Come l’hai capito?’ (non ricordo più l’oggetto del nostro contendere), una mia amica rispose con fastidio: ‘Perché non sono stupida.’ Aveva doppiamente ragione.  Nel merito della contesa e nel suo sottolineare che le persone non sono stupide -e certe menzogne e ‘ricostruzioni’ della realtà (come quella della propaganda berlusconiana ad usum gonzorum) non meritano altro dibattere bensì quella risposta netta e ficcante.

Vi sono molte situazioni, nelle nostre vite e negli eventi della storia presente, che meriterebbero di essere risolti con un secco e liquidatorio ‘Perché non siamo stupidi.’
E’ il caso dell’esecuzione sommaria del ‘colonnello’ Gheddafi – personaggio che avrebbe meritato mille esecuzioni sommarie nel corso della sua stramaledetta esistenza di ‘cane pazzo’ e dittatore sanguinario e terrorista internazionale e capo di uno ‘stato-canaglia’.
Come per altre esecuzioni di altri dittatori (Saddam Hussein, Benito Mussolini – giusto per fare due nomi) non si dovrebbe sprecare la pietà che riserveremo, invece, alle loro vittime -e ricordiamo che la male azioni di costoro e le prevaricazioni e le corruzioni e le sopraffazioni di un potere malvagio contengono già in partenza la brutta fine e rabbiosamente violenta e il vilipendio a cui vengono sottoposti nel momento del ‘redde rationem’ della storia di un paese.

Però non siamo stupidi e non ce la raccontano giusta quelli dalla Nato quando ci dicono che non sapevano che in quel convoglio su cui hanno sparato missili e razzi c’era il Gheddafi in fuga.
E sospettiamo che i loro consiglieri presenti tra gli insorti libici abbiano suggerito agli esecutori che meglio sarebbe stato farla finita subito con l’ingombrante e sbraitante ‘cane pazzo’ – piuttosto che ritrovarselo tra i piedi con un processo da celebrare all’Aia e troppe rivelazioni ricattatorie che il  dittatore libico avrebbe potuto sciorinare davanti all’opinione pubblica in veste di imputato.

Non abbiamo bisogno di Wikileaks e delle sue rivelazioni -peraltro gradite e opportune- per immaginare le segrete cose e sporche che le ‘diplomazie’ di molti paesi occidentali hanno condiviso col cane pazzo libico per le vili  ragioni degli interscambi economici.

Perciò, cari governanti dei paesi che hanno partecipato alla guerra e ‘portavoce’ della Nato, smettetela di trattarci come imbecilli a cui propinare la piccole menzogne della convenienza politica. Perché non siamo stupidi.

specchietti e perline colorate

Ho seguito anch’io, con moderata attenzione e una sottile commozione, la vicenda umana e l’avventura ultima, (il suo magnifico modo di affrontare la morte annunciata) di ‘Steve’, il geniale e fortunato inventore della Apple e di tutte le piccole diavolerie che quell’azienda ha prodotto.
Mi ha commosso il sapere che in gioventù ha fatto le cose che molti di noi suoi coetanei hanno fatto, seguendo le suggestioni dell’epoca nostra: il viaggio in India, l’esperienza tutta intellettuale di testare alcune droghe come curiosità di altri ‘viaggi’; la curiosità di sapere quanto possa aprirsi la mente umana in direzione del futuro dei sogni.

Ma, poi, la sua vita ha preso quel corso concreto e positivo della curiosità per la tecnica e l’invenzione ed è divenuto il beniamino di tutti coloro che amano i postmoderni tamagochi sui quali esercitano compulsivamente le dita e riversano tutta l’attenzione che, prima, riservavano al loro prossimo per la strada, sui tram e dovunque si sia in contatto e in relazione con il nostro prossimo.

Già, perché, per le strade e sulle scale della metro e sui tram e vaporetti, si incontra uno sterminato numero di mutanti che sono proiettati negli altrove futuristici dei loro tamagochi -e i loro occhi sono vuoti e lontani, come se non ti vedessero e riconoscessero e tocca fare ‘ciao ciao’ con la mano o toccargli la spalla per risvegliarli e riportarli a terra, al ‘qui e ora’ dei loro corpi fisici e della loro presenza sulla scena concreta dei giorni che viviamo.

Ed è uscito un libro, di recente: ‘Facebook in the rain’ che viene pubblicizzato col sottotitolo ‘l’amore ai tempi di facebook’ e, anche se non l’ho letto, sono certo che dà conto e dice che gli amori scritti e astratti che nascono e si consumano sui ‘social networks’ e sulla ‘Rete’ sanno già di stantio virtuale e dovremmo tornare al qui e ora dei corpi fisici e del tenersi la mano e guardarsi negli occhi e tuffarsi in mare e correre sulla spiaggia e farci l’amore perché non se ne può già più di tutta questa tecnologia virtuale che ci cambia le vite e le rinsecchisce dentro ai video e nei troppi ‘altrove’ della tecnologie informatiche.

Non ho mai posseduto uno di quegli strumenti partoriti dalla fantasia creatrice di Steve Jobs e da quella dei suoi collaboratori, ma alcuni amici me ne decantano le straordinarie capacità di ‘fare’ e ‘comunicare’.
A me basta il computer di casa e quel poco di telefonia mobile che uso solo in casi di vera necessità e urgenza, ma non ho dubbi che le invenzioni di Jobs appartengano al futuro della comunicazione globale e che i posteri ne faranno un uso meno malaccorto e più equilibrato di quello che che ne facciamo noi -preistorici fruitori di aggeggi formidabili che attirano la nostra attenzione ilare e stupita come fossimo i ‘buoni selvaggi’ di Rousseau o quelli incontrati da Colombo sulle spiagge americane e bastavano le perline colorate e gli specchi a indurli a scambi dispari.

la selezione della classe dirigente

Viene l’autunno coi suoi cieli cangianti e tutto sembra mutare e anche ‘l’autunno del patriarca’ lo accompagna, ma un tale accostamento è stridente perché l’autunno di natura ha la nobiltà degli elementi vivi dell’aria e dell’acqua e della terra e questo ‘patriarca’ ignobile e abominevole che occupa abusivamente le cronache del Malpaese é putrescenza agglomerata e vivificata da Satanasso: tenebre e orrori di uno zombie ridanciano che non si cura della malattia mortale che ha inoculato nell’organismo sociale.

E ci fosse all’orizzonte un pensiero di ravvedimento, l’affiorare di una vergogna da parte di coloro che nell’urna hanno introdotto quel loro virus cartaceo mortale e, oggi, guardando la rovina del paese e le prossime scene di vergogna e furore che ci aspettano, nascondono la mano e si dicono innocenti perchè il meccanismo elettorale è quello e loro non potevano farci niente, poveri cocchi.

Ma comminare lo schifo, plasmarlo e presentarlo come un ‘normale’ prodotto elettorale è peccato o dovrebbe esserlo – e i sedicenti cattolici avrebbero dovuto essere in prima linea nella battaglia contro lo s-governo del cialtrone della gnocca e del suo ‘diritto alla privacy’ che mal cela il decameron delle puttane.

E il futuro prossimo è ridotto ai miasmi e ai dialoghi beceri di un puttanaio avvilente perchè il passato che lo sostiene è stato la ‘selezione della classe dirigente’ di un partito delle libertà che era il partito dell’immondo ‘servizio’ al sultano impunito -e ci piacerebbe conoscere il dettaglio di quei dialoghi mai pubblicati tra due ministre di s-governo che si scambiano i pareri sulla perizia tutta femminile del soddisfare e l’affanno di essere state all’altezza delle richieste e del premio.