Archivio mensile:maggio 2011

per omnia saecula saeculorum

E’ vero che il voto di ieri non contiene tutto il buono e il positivo delle speranze di buona amministrazione che noi cittadini confidiamo che si realizzino e per le quali si è votato in un voto amministrativo e sappiamo bene che la disillusione è dietro l’angolo, ma oggi è un giorno speciale.

E’ il giorno della gioia perché è nunzio di una Liberazione dal Cialtrone di lotta e di s-governo, dall’Imbonitore-principe che a cuore aveva ed ha solo lo scopo di scardinare le istituzioni al fine di sovraordinarsi ad esse e imporre l’idea dell’impunità sua personale e della sua cricca di malaffaristi conquistata coi voti della mala politica e del voto di scambio dei leghisti.

 

Perciò, per oggi e solo per oggi, sospendiamo i giudizi sui sindaci che verranno e sapranno (lo speriamo) dare nuovo impulso alle languenti amministrazioni dalle casse desolantemente vuote.

 

Oggi si intona l’Halleluja di Haendel perchè inizia il calvario personale del Malnato di Arcore ed ogni cattiva notizia per lui é e sarà la nostra gioia piena.

 

Perché tutto il male che colpisce Silvio Berlusconi è un bene per il paese – qualsiasi sia lo sviluppo delle cose e degli eventi futuri.

E se non vi sono chiari i perché di questa mia perentoria affermazione, beh, miei cari, davvero non abbiamo molto da dirci.

Tre lustri di s-governo di un Barabba notorio e conclamato avrebbero dovuto bastare e avanzare per far funzionare i neuroni – e se ancora non è avvenuto rientrate nel cono d’ombra degli sconfitti e tacete fino a che la luce di una residua intelligenza non vi illumini (consentitemi di dubitarne).

 

Amen e così è. Per omnia saecula saeculorum (speriamo).

 
 
anche questa non mi pare sbagliata

 
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Inviato il: 31/5/2011, 10:03 CancellaModificaCitazione
 
CITAZIONE (gedae64 @ 31/5/2011, 09:56)
anche questa non mi pare sbagliata

(FILE:www.youtube.com/v/YruVzW6zjdk?fs=1&hl=it_IT)

Hai ragione. Mozart ha più corpo di allegria. Vada per Mozart. Felice di rileggerti.

chiarafede/fedechiara

nostos algos

Parto. Mi avanza un’ora prima della partenza e guardo distrattamente alcune foto recenti. Il mio corpo e il mio viso sono mutati nell’ultimo anno. La senescenza incombente mi consegna l’immagine di un viso florido e il sorriso ironico di un Dario Fo a cui somiglio e non mi piaccio.

L’austerità è il mio obbiettivo e i viaggi, in genere, sono momenti di austerità, per me, e di dieta e ritorno alle origini.

E lascio i luoghi abituali quasi come un congedo definitivo, uno sperdimento della mente, un ultimo viaggio, ma nessuna tristezza.

Perchè lascio un paese estenuato da una guerra civile dichiarata ma mai combattuta – che ha eletto a capo del governo un Barabba malfamato e adorato dai suoi soldati che in lui si specchiano e sono letteralmente nauseato dalle dichiarazioni del principe dei malfattori che equipara la magistratura a un cancro e i p.m. a piaghe devastanti, ma hanno il solo torto di fare il loro dovere di indagine su reati di cui hanno avuto pubblico avviso o denuncia circostanziata.

Il cancro di questo paese è lui e metastasi terminali sono i suoi sostenitori e sciagurati elettori genere ‘perserverare diabolicum’ che questo paese hanno consegnato alla menzogna continua, alla ricostruzione mirata della realtà ad usum delfini -gridata in video e in voce da una corte di miracoli di giornalisti al soldo e senza dignità e senso della vergogna come un peana di battaglia contro le istituzioni della repubblica e la legalità repubblicana.

Pollice verso e fuori i leoni, verrebbe da dire, ma occorre un ribaltamento di posizioni e sbalzare fuori dal cocchio istituzionale Caligola-berlusconi, ma i sondaggi pre elettorali non prevedono un tale esito e al ritorno il paesaggio desolato di questo paese sarà uguale o peggiore.

Ma segnare un distacco giova e mi riprometto dei non comprare nessun giornale italiano e di non entrare in nessun internet-point a cercare informazioni su questo paese-senza. Senza dignità e vergogna bastanti a gestire una democrazia degna di questo nome.

Via, via! E nessun rimpianto, nessuna nostalgia, nessun nostos algos di un ritorno di cui mi priverei volentieri.

noi speriamo che ce la caviamo

La letteratura aiuta a vivere? Dipende. Se considerate il giudizio di coloro che vi dicono ‘hai visto troppi film (o letto troppi romanzi)’, beh, allora rassegnatevi a considerare la letteratura ‘a world a part’ – un luogo della mente dove fantasticare e ricreare il mondo a vostra immagine e somiglianza; oppure un paesaggio di sogno, di molti sogni che ci piace sognare, però escludete in partenza il detto scespiriano che ‘siamo fatti della stessa materia (dei sogni).

E affidatevi a Calderon del la Barca che nel suo notissimo autosacramental vi conferma che ‘la vita è sogno’ – per quanto vostro padre o il marito si affannino a raccomandarvi ‘smettila di sognare!’: per dirvi e ridirvi che i passaggi tra realtà e sogno sono stretti e basta e avanza la notte per certe funzioni di sfogo onirico e consolazione di una realtà ahinoi cruda e dura da elaborare e digerire.

 

Ed è, certo, nei sogni che dobbiamo confinare la nostra aspirazione a veder presto morto e sepolto il governo Berlusconi e il suo titolare malnato e pluri prescritto – perché nelle urne, pare, si dice, che molti figli di degnissima madre (per tacer del padre) lo vorranno confermare, malgrado le molte onte e vergogne accumulate, che all’estero scuotono il capo quando gli passiamo accanto e intendono la rotondità della nostra lingua latina. ‘Non facciamoci riconoscere’ è detto tornato in grandissima auge, da tre lustri a questa parte.

 

E che la letteratura non aiuti un granchè la vita me ne accorgo ogni volta che passo davanti alla storica sede di ‘Ca’ Foscari, l’università nostra, e sono tre giorni che la sagoma disseccata di una pantegana sta in bella evidenza sul terzo gradino e spaventa le signore e a me fa venire in mente ‘La peste’ di Camus – dove si legge che, da un giorno per l’altro, si vedevano i ratti affiorare dal sottosuolo e venire a morire alla luce, perché anche loro, poverini, amano la luce come noi umani e forse, morendo, squittiscono in un sussurro ‘luce, fate luce’ – come di dice abbia sussurrato il grande bardo alemanno autore del Faust.

 

E la speranza che gli operatori ecologici incaricati si decidano a raccoglierlo e seppellirlo in discarica o a bruciarne il cadavere sulla pira è ormai al lumicino, ma per fortuna fra tre giorni me ne parto e starò via fino a fine maggio e chissà se al mio ritorno quella sagoma disseccata sarà ancora al suo posto o se leggerò su ‘El Pais’ che la peste dilaga in Italia e si è portata via in una settimana oltre la metà della popolazione.

Quella di fede berlusconiana, speriamo. Noi, speriamo che ce la caviamo e che tutta un’altra storia (non letteraria) abbia inizio.

figli/e di tanto padre

Certi figli di padri scomodi dovrebbero uscire dal cono d’ombra dei genitori -una volta che questi sono incappati nella disgrazia dell’imputazione che sfregia e dei processi e delle condanne. Capisco il dolore speciale dell’inghippo genetico, ma se ti tocca in sorte di nascere dal seme di un cialtrone/corrotto e barabba tout court, dignità di vita nuova e diversa vorrebbe che fosse il silenzio e il lasciar correre gli eventi dolorosi pregressi il tuo destino di figlio/a. E vale per i figli di Bettino come per quelli del suo vendicatore uscito indenne dalle fogne di Tangentopoli e che ha impugnato il bastone della vendetta politica avvelenando i pozzi del vivere associati.

 

Ma eccola là, invece, la cara Marina: a riempire i giornali e le riviste amiche e di famiglia con le recriminazioni e gli atti di accusa che a tutti dovrebbero apparire ridicoli e scontati perché a difendere un tale padre bisogna essere solo dei ‘menomalechesilviucciopasserottomioc’è’ -o delle figlie di degno padre che hanno introiettato la menzogna e la spudoratezza paterne rilanciandola come corredo genetico destinato a sporcare il futuro del paese per chissà quante altre generazioni.

 

L’evidenza del malaffare al potere e del bunga-bunga vergognoso non conta, per una tale figlia. Conta la fiction paterna che si costruisce sui giornali e e telegiornali amici, contano le comparse con la diaria e i cartelli preconfezionati da coloro che definiscono i giudici brigatisti davanti al tribunale di Milano; conta la pretesa di impunità di chi può pronunciare le bestemmie pubbliche e incanaglire la vita pubblica colle ‘discese in campo’ teleguidate e la politica comprata coi soldi sporchi delle corruzioni e delle tangenti e dei favori chiesti e ottenuti dai potenti di allora andati esuli ad Hammamet con sentenza passata in giudicato.

 

E vengono in mente i figli e figlie di Osama bin Laden, anch’esse/i schiacciate/i nel cono d’ombra di un siffatto genitore, per i quali vale ancora l’affetto filiale ad onta di tutte le malefatte e gli omicidi di cui è mandante palese e universalmente acclarato.

Ed è tragedia epica, eschilea, che meriterebbe una scrittura adeguata al dramma che si recita -ma ha i toni, invece, di una tragicommedia degli equivoci dove in ballo non ci sono figlie da maritare e mariti cornuti, bensì morti ammazzati a migliaia nelle twin towers e, qui da noi, è lo schifo di una politica ammorbata dal malaffare più spudorato che, per giustificarsi e sostenersi, grida contro i giudici ‘comunisti’ e assolda schiere di parlamentari-giuda e giornalisti-servi a perpetuare la vergogna berlusconiana più turpe.

solitudini mitiche e legalità

AlicudiGenAlto245.jpgUna conversazione sul lavoro -che c’è o non c’è e, se c’è, è precario o semplicemente ‘strano’- mi ha riportato alla memoria l’isola. Che ‘c’era’ : Filicudi, l’isola della mia prima moglie e del mio viaggio di nozze e il vento, in alto sul monte, accarezzava gli steli svettanti delle erbe primaverili selvatiche tra le tombe male in arnese e dimenticate del piccolo cimitero in cui mi sarebbe piaciuto essere sepolto – perché i profumi della primavera, per un qualche misterioso respiro del tempo, mi sembrava che li respirassero anche i morti sotterra e mi commuoveva al punto da volerne partecipare un’effimera eternità.

Parlava un’anziana maestra dall’isola di fronte, Alicudi, stamattina, giorno di silenzio-stampa dopo il Primo Maggio, festa del lavoro. Uno scoglio, lo diceva, con solo gradini e sentieri sterrati che vanno in alto coi muli che trasportano le poche merci. E lei, -milanese, approdata per un miracolo della mobilità italica su quello scoglio-, di quell’ambiente naturale straordinario si innamora e per quattordici anni vi risiede e lavora ed educa i ragazzi colle difficoltà che a tutti appaiono palesi, ma ‘l’isola’ trionfa – col suo respiro di mare-cielo e del vento mitico del dio Eolo – che a quelle isole ha dato nome. Perché la Bellezza, che abita il paesaggio isolano aspro e solitario, fa aggio sui disagi del vivere in solitudine e il vento ti è compagno e i silenzi carichi di echi del mito.

E c’è una comunità cosmopolita che risiede o soggiorna per lunghi periodi in quegli scogli -particolarmente numerosa a Ginestra, Stromboli, l’isola del fuoco che cova sotto ai piedi e ne ascolti i tuoni sotterranei che si impadroniscono dei sogni e forgiano i caratteri rocciosi- ed è agguerrita a difendere e osteggiare ogni provvedimento amministrativo e piano regolatore che turbi il fascino estremo di quelle solitudini mitiche e mistiche.

E la maestra milanese racconta le difficoltà ad affermare la ‘legalità’, in quegli scogli divini.
‘O con noi o con i carabinieri’ le sibilano all’orecchio – e le bruciano la porta dell’abitazione in puro stile sicilian-mafioso e il racconto vira in storie degne di un Verga o di un Pirandello – ed è vero, e lo ricordo, che la figura dell’uomo dello Stato, era nemica e tenuta a distanza, perché la terra dura ad essere assoggettata e messa a coltura obbliga a un corpo a corpo che non vuole arbitri e mediatori e, piuttosto, il rimando narrativo è a ‘Il vecchio e il mare’ -in cui il pescatore vittorioso e paziente finisce col parlare ‘cuore-in-mano’ col grosso pesce che agonizza allato della barca avviata al ritorno e gli chiede venia della sua inevitabile morte e del suo essere ridotto a vile cibo per il vincitore.AlicudiScaleScecco.jpg