sol chi non lascia eredità di affetti….

costellazioni familiari

 

Sarà perchè cadono le foglie che il mondo dei morti si appressa ai viventi e i cimiteri si ri-animano e ci sentiamo partecipi di un destino comune: il lasciare il posto alle generazioni che seguono e promettono un destino migliore a quell’accozzaglia tragica di rissosi e opposti di fedi che siamo e ci fregiamo di essere ‘umanità’ con un comune destino di ‘magnifiche sorti e progressive’ ?

 

Non ho mai amato i cimiteri e quel verso del Foscolo ‘ sol chi non lascia eredità di affetti poca gioia ha dell’urna’ mi inorridiva perchè nessuna gioia bensì il dolore del nulla che paventiamo e ci angoscia è contenuto nell’urna cineraria e nella repentina scomparsa dei corpi nostri e anime dalla disgraziata crosta che ci ospita.

 

Perciò tra le tombe dei cimiteri ci cammino veloce, e la massa dei ‘più’ che giacciono con quelle loro espressioni improbabili definite nelle foto mi spaventa e mi chiedo quanto sarà affollata la valle di Giosafatte e mi coglie uno schizofrenico riso interiore se penso alla battuta del nostro miglior comico che si finge il Pancreatore e grida colle mani a imbuto sulla bocca : ‘Ferrara (Giuliano), spostati! che  là ci devo mettere i cinesi!’

 

Mia suocera mi guarda con un sorriso dolce e rassegnato. E’ morta da poco più di un anno e la tomba è ancora in disordine. Gliel’ho fatta io quella foto e la mostra monda dell’atroce dolore lungo tre anni che ha torturato la sua agonia. Abbiamo bisogno di dimenticare il dolore e la sua atrocità.

 

Era una roccia quella donna. Ha seppellito tutti i suoi fratelli e al funerale, mi dicono, c’era una folla che si ricordava ancora della tragedia che l’aveva colpita quando in pancia aveva l’ultima sua figlia, mia moglie: un’automobile impazzita, guidata da un ubriaco, falciò suo marito di ritorno da un imbarco ed erano entrambi profughi da pochi anni – istriani che si erano costruiti una casa e una vita migliore senza troppo ricorrere agli aiuti che lo stato italiano volle per i suoi concittadini che scapparono dalle foibe e dal comunismo titino che prometteva miseria.

 

Negli ultimi anni che abbiamo passato insieme mi chiedeva spesso di armare la sedia a rotelle e di condurla qui, nel regno silenzioso dei morti che la chiamavano con sempre maggiore insistenza.

Si riconosceva di più in quei visi fermi delle foto di persone di cui mi raccontava tutto che nelle facce dei vivi che le passavano accanto e non erano più il suo mondo favoloso in cui la sua mente sempre la riconduceva.

 

Non era persona di facile convivenza, forse nessuno lo è, ma abbiamo mangiato e chiacchierato e riso insieme tante di quelle volte da scriverci un libro e l’estremo saluto e un volatile pensiero di commiato erano d’obbligo – come quello che finalmente mi decisi a dire a mio padre dopo quindici anni di assenza dalla sua tomba e neanche al suo, di funerale, avevo voluto partecipare.

sol chi non lascia eredità di affetti….ultima modifica: 2010-10-25T09:04:50+00:00da nunvereggecchiu
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