Archivio mensile:settembre 2010

le illuminazioni degli elettori/trici

 

Il premier all’incontrario di Marco Bracconi

In un Paese non dico normale, ma meno che normale, la vera notizia di oggi sarebbe che Berlusconi  ha attaccato tutti i suoi più cari amici e sodali.

Il premier ha puntato il dito contro le macchine “di odio”, e di sicuro a Vittorio Feltri saranno fischiate le orecchie. Ha promesso “lotta dura” al crimine organizzato, e alcuni dei suoi avranno certamente tremato. Ha elogiato la “grande squadra che si chiama Stato”, facendo scricchiolare tutte le poltrone di quelli che in questi mesi hanno attaccato Quirinale,  magistrati inquirenti, membri della Consulta, giudici dei Tar.

Non solo. In un paese meno che normale si direbbe che il nuovo Berlusconi ha scelto la Camera per dire che il Parlamento deve essere “forte”, il che suona come un inequivocabile j’accuse al suo ministro per i Rapporti con lo stesso Parlamento, che negli ultimi due anni ha chiesto la fiducia una settimana sì e una no.

Di più. Se il Cavaliere ha detto, come ha detto, che il Parlamento deve essere “libero”, avrà di che preoccuparsi il repubblicano Nucara, gran tessitore di compravendite di dubbia moralità.

In un Paese meno che normale, la conseguenza naturale di questo discorso dovrebbero essere le dimissioni immediate di mezzo governo e mezzo Parlamento, oltre che il pensionamento anticipato di faccendieri e coordinatori vari.  

Non accadrà, e a tutto ciò purtroppo si è fatta l’abitudine.

Spiace solo constatare che questa Italia molto meno che normale ha perso anche la sua proverbiale ironia. Altrimenti, quando Silvio Berlusconi ha pronunciato in aula la parola “Stato” la seduta sarebbe stata sospesa causa gigantesca e liberatoria risata.

tempora et mores

 

Il puttanaio Italia è sempre incinto. E’ di ieri la ‘notizia’ che un essere laido, tal Lele Mora, si ‘faceva’ il Corona, – il supermacho sciupafemmine televisive che di scandali vive e riempie e fa tracimare i cassonetti della peggior spazzatura prodotta dallo tsunami morale dell’impero delle televisioni commerciali.

 

E’ da quei cassonetti stracolmi che, da oltre trent’anni, fuoriescono i liquami putridi e velenosi di una storia politico-imprenditoriale e tangentizia divenuta il tormentone acido e putreolente di una intera nazione di infami.

 

Piscis primum de capite fetet, già affermavano i latini, e il Pesce-barabba e la sua cricca di governo e p3 annessa puzzano da far rivoltar lo stomaco – e dall’alto delle sue cento corruzioni e concussioni ed evasioni e condoni e prescrizioni il Satrapo si permette di lanciare accuse di nepotismo al presidente della Camera dei deputati e di lavorarselo giornalisticamente (?) con i noti ‘trattamenti alla Boffo’.

 

O tempora, o mores! Oh pulpiti e palpiti d’amor ferito! Seppure puzzi da far schifo sempre ti amiamo ed ameremo anche alle prossime elezioni, oh Silvio nostro nazionale che tutti così degnamente ci rappresenti. Ma un bel vaffa collettivo e di forza extragalattica che viene dal cuore all’indirizzo di questi infami, no eh?

 

L’asserzione del Mora è fatta davanti a un magistrato non ad un inviato di novella duemila ed ha valore di confessione e va messa agli atti delle cancellerie e degli archivi ed è la nota più alta del diapason televisivo di grida, insulti, svillaneggiamenti, oscenità, chachinni, culi di fuori (e mostrati persino come la miglior parte di sé e la più allenata, colla quale fare carriera e ascendere la scala sociale) che costituiscono il nostro Blob serale di una nazione esausta, priva di ogni nerbo morale residuo, un puttanaio, appunto.

 

Puttanaio-Italia dove, a latere, risuonano anche le esauste e ormai stupide flatulenze bossiane de: ‘Sono porci questi romani’ che si aggiungono ai ‘fucili dei 300.000 soldati padani’.

Della serie: ‘scoreggiamo tutti in coro, grande fama lasceremo’.

 

Da far rivoltare le budella di sopra e di sotto, ragazzi.

di chi non sa che sia l’etica pubblica e si offende se lo si dice un ‘cane’

I metodi dell’Innominato
e la libertà del dissidente
di GIUSEPPE D’AVANZO

Il discorso di Gianfranco Fini è un confronto diretto con Silvio Berlusconi, il mandante del suo tentato e finora mancato “assassinio politico”. Un raffronto tra la sua etica pubblica e la moralità dell’altro. Tra le proprie consuetudini private e politiche e i costumi politici dell’altro. Tra i suoi disarmati metodi di discussione pubblica e la violenza della macchina del fango che il Cavaliere può scatenare e – da un anno – scatena giorno dopo giorno.

Di volta in volta, il rivale può essere: la moglie, un giornalista dissenziente, un alleato riluttante. Il presidente della Camera non pronuncia mai il nome del suo antagonista. Mai, ma l’intero intervento del presidente della Camera va interpretato alla luce del paragone tra due storie umane e politiche, tra due metodi. Fini ripercorre l’affaire di Montecarlo e lascia bene in vista quel che ormai palesemente non funziona più nella nostra democrazia. Non aggiunge nessun elemento nuovo sulla proprietà di quell’appartamento di 50/55 metri quadrati di Montecarlo, se non la sua rabbia quando scopre che il cognato Giancarlo Tulliani è in affitto in quella casa di boulevard Princesse Charlotte 14. Si rimprovera “una certa ingenuità”.

Si chiede: “È Giancarlo Tulliani il vero proprietario della casa di Montecarlo?”. Il presidente della Camera non azzarda una risposta perché non sa rispondere. Non può rispondere, perché non sa. Non ne sa niente, ma non se ne lava le mani. Comprende che quel passaggio dell’affaire non è un dettaglio trascurabile, ma decisivo e non nasconde i suoi dubbi. Dice: “Gliel’ho chiesto con insistenza: egli (Tulliani) ha sempre negato con forza, pubblicamente e in privato. Restano i dubbi? Certamente, anche a me”. Potrebbe chiuderla lì seguendo l’esempio di Berlusconi che, negli anni, ha lasciato che il suo braccio destro fosse condannato per associazione mafiosa (Dell’Utri) e il braccio sinistro per corruzione (Previti) e sempre per comportamenti e relazioni e reati che hanno favorito le sue fortune e avventure. E dunque di che cosa dovrebbe preoccuparsi, Fini, con quella compagnia? E tuttavia egli segue un’altra strada. Assume un impegno pubblico, anche se si dichiara estraneo, inconsapevole, ingenuo. “Se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la presidenza della Camera. Non per personali responsabilità – che non ci sono – bensì perché la mia etica pubblica me lo imporrebbe”.

È tirando il filo della sua etica pubblica che Fini può tracciare la mappa dell’etica pubblica dell’altro, dell’Innominato, e marcare le eccentriche anomalie della scena italiana. C’è un signore – Silvio Berlusconi, l’Innominato – “ha usato e usa società off-shore per meglio tutelare il patrimonio familiare, aziendale e per pagare meno tasse” – che accusa chi “non ha né denaro né ville intestate a società off-shore” di frequentare i paradisi fiscali. Sempre quel signore – Berlusconi – che, facendo leva su leggi che si è apparecchiato come capo del governo, ha salvato la testa da processi che ne hanno accertato le gravissime responsabilità getta in faccia all’altro – Fini, “in 27 anni di Parlamento e 20 alla guida del mio partito, mai stato sfiorato da sospetti di illeciti” – una storia dove “non è stato commesso alcun tipo di reato, non è stato arrecato alcun danno a nessuno. E, sia ancor più chiaro, in questa vicenda non è coinvolta l’amministrazione della cosa pubblica o il denaro del contribuente. Non ci sono appalti o tangenti, non c’è corruzione né concussione”.

Ecco dunque che cosa succede: “Un affare privato è diventato un affare di Stato per la ossessiva campagna politico-mediatica di delegittimazione della mia persona: la campagna si è avvalsa di illazioni, insinuazioni, calunnie propalate da giornali di centrodestra e alimentate da personaggi torbidi e squalificati”.
È il preoccupato disegno che, della nostra democrazia, abbozza Fini. È l’ombra minacciosa che incupisce i giorni della nostra Repubblica. La si può scorgere nella lunga sequenza di “assassini mediatici” che sono diventati, in assenza di politiche pubbliche e di decisioni necessarie per il Paese, l’unica operosa attività cui si dedica il capo del governo. Dispone la raccolta del fango. A ogni avversario o nemico dichiarato o potenziale è riservato un dossier. Leggerezze ben manipolate possono diventare colpe e vergogna. Quando non ci sono né colpe né leggerezze, il fango lo si crea. Tornano utili i bugdet illimitati di cui dispongono i “raccoglitori di fango”, faccendieri, funzionari prezzolati delle nostre burocrazie della sicurezza, ma anche spioni di altri Paesi. Creato il dossier, lo si può pubblicare cadenzando i tempi politici. L’Innominato se lo pubblica sui suoi media, il dossier infamante. Per questa strategia, nell’agosto dello scorso anno, l’Innominato rivolta i giornali del centro-destra (il Giornale, Libero) come calzini. Sceglie persone adatte al nuovo canone bellico. Fini, ricorda, fu tra i primi a essere “avvisato” di marciare diritto se non voleva guai. Fece lo stesso il passo storto che poi non è altro che l’esercizio del diritto a dissentire. Contro di lui è auspicato, dice, “il metodo Boffo. (C’era) chi mi consigliava dalle colonne del giornale della famiglia Berlusconi di rientrare nei ranghi se non volevo che spuntasse qualche dossier – testuale – anche su di me, “perché oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera”. Profezia o minaccia? Puntualmente, dopo un po’, è scoppiato l’affare Montecarlo”.

Gianfranco Fini avverte, dunque, come spaventosa questa “meccanica”, ne avverte la pericolosità, ne avverte un’anomalia che può manomettere i necessari equilibri di una democrazia. Il suo intervento denuncia un sistema di dominio, una tecnica di intimidazione che deforma l’indipendenza delle persone, l’autonomia del loro pensiero e delle loro parole. Constata che siamo ben oltre una fisiologica dialettica politica. Più semplicemente, avverte Fini, discutiamo della libertà di chi dissente o di chi si oppone.

Il presidente della Camera vede al lavoro una macchina, vede in azione un dispositivo che vuole “colpire a qualunque costo l’avversario politico”, eliminarlo. Così, dice, “si distrugge la democrazia, si mette a repentaglio il futuro della libertà”. È un giornalismo adulterato che si fa calunnia, “manganello”, pestaggio e olio di ricino, il perno del meccanismo. Fa venire il freddo alle ossa. Pretende che “ci si metta in riga” se non si vuole assaggiare il “metodo Boffo” (liquidato con una campagna montata su un documento clamorosamente falso). C’è ancora l’Innominato a governare questa fabbrica di veleni che sono “i giornali del centro destra che non pubblicano notizie, che non ci sono, ma insinuazioni, calunnie e dossier” che possono essere costruiti in giro per il mondo con le risorse inesauribili dell’Innominato. Basta guardare quel che è accaduto a Santa Lucia dove “un ministro scrive al suo premier perché preoccupato del buon nome del paese per la presenza di società off-shore coinvolte non in traffici d’armi, di droga, di valuta, ma nella pericolosissima compravendita di un piccolo appartamento a Montecarlo”. Si può crederlo? Non si può crederlo ed è giusto indicare il mandante politico. Soltanto chi non vuole sentire, vedere, giudicare può far finta oggi di non comprendere che Fini ha indicato in Berlusconi il tessitore della manovra che ha provato a schiacciarlo. Il presidente della Camera crede che possa ritornare la politica sulla scena pubblica nazionale. Si può essere scettici che ciò accada fino a quando, impaurito dal suo stesso fallimento, terrà banco un Innominato che ha abbandonato il sorriso ingannatore per mostrarci come il vero volto del suo potere sia la violenza.

(26 settembre 2010)

i cani e la caccia alla volpe

La caccia alla volpe è una tradizione crudele. E, come quasi tutte le tradizioni ferine che l’uomo ha coltivato nei secoli contro gli animali, è stato proibito ex lege nella terra dove quell’inseguimento insensato avveniva. Immaginatevi la scena di ordinaria idiozia: una torma di cani abbaianti e furiosi che si ‘danno la carica’ morsicandosi l’un l’altro per stabilire una ‘dominanza’ e tutti insieme fanno da avanguardia ai nobili a cavallo che finiranno a schioppettate l’animale già mezzo sbranato dai cani.

E’ la metafora di ciò che avviene in questo paese di maledetti cani e sciacalli (molti, troppi) e nessun nobile a cavallo, bensì un Barabba imputato delle peggiori corruzioni e concussioni ed evasioni che conduce il gioco al massacro contro il presidente della Camera dei Deputati – coi servizi segreti presenti a Santa Lucia (Caraibi) a minacciare ritorsioni contro il governo di laggiù e il ministro della giustizia indigeno,spaventato, che rilascia dichiarazioni giurate al fine di sbarazzarsi di quei cani da fiuto e tornare alla tranquillità dei conti cifrati nelle banche e delle società off shore.

E anche da noi milioni di maledetti cani e iene e sciacalli (gli elettori del Barabba) abbaiano, latrano, azzannano la volpe in fuga – che avrà anche il torto di aver sbranato qualche gallina in un pollaio, ma lo si sapeva, – si conosce bene la natura selvatica e predatoria delle volpi in politica – da sempre – e chi ha eletto Fini alla sacra carica di terza maggiore autorità della Repubblica, sapeva di lui vita, morte e miracoli fin dall’inizio – perché nella redazione de ‘Il Giornale’ e in quella di ‘Libero’ hanno già pronti i necrologi di tutti coloro che si sono consegnati prigionieri delle liste elettorali del sedicente ‘popolo delle libertà’ (quattro sic e sei bleaahh!).

E, al momento opportuno, al momento di un distinguo o di un dissenso dell’incauto o dello sfidante, ecco apparire il necrologio in prima pagina e la caccia alla volpe entra nel vivo dei denti che affondano nelle carni e del povero animale che azzanna a sua volta, ma è destinato a soccombere al numero dei vigliacchi animali assassini – forti dei soldi che li stipendiano e dell’essere partecipi tutti insieme dello ‘spirito animale’ dell’arraffare e rubare delle ‘cricche’ e delle ‘p3’ al governo.

E se il ‘governo del fare’ naufraga sull’immondizia della Campania (che oggi finalmente trabocca di sotto al tappeto dove la si era nascosta ‘manu militari’), questa della ‘monnezza’ che esubera e delle discariche stracolme è altrettanta efficace metafora dell’immondizia morale e politica che quei furbi elettori, quei cani feroci e sciacalli (che, fedeli al loro principe, azzannano chiunque si opponga al malaffare), ci offrono della loro essenza morale, del loro essere sodali e ‘grandi elettori’ del campione dell’immoralità e del ‘farla franca’ – che si è comprato la politica coi soldi sporchi e il consenso degli evasori cronici e recidivi coi condoni ripetuti ad ogni anno nuovo.

la duna di sabbia che ci schiaccerà

 

Heimat, di E. Reitz, è un film chilometrico, la somma di molti film, e ripercorre la storia della Germania dall’inizio del secolo breve fino al dopoguerra dei sopravvissuti e la rinascita.

 

E’ istruttivo guardarlo, episodio dopo episodio, perché ci mostra come i piccoli segni che cambiano le nostre esistenze, un giorno dopo l’altro, conducono alle follie vandaliche delle camicie brune, al rogo dei libri, alle stelle di Davide sulle giacche e all’avvento al potere del Caporale Pazzo e alla seconda guerra mondiale, in finale di partita: ai bombardamenti su Dresda e Berlino che hanno seppellito sotto le macerie centinaia di migliaia di vittime civili.

Germania kaputt, fine della Storia, di una certa direzione della Storia che oggi definiamo come il ‘male assoluto’, i nazionalismi assassini e autodistruttivi.

 

Ebbene un piccolo segno, uno dei molti che assommiamo nelle nostre menti un giorno dopo l’altro è il dramma di un piccolo paese del bresciano dove si fanno le prove generali dell’ascesa di un altro nazionalismo di ritorno: il leghismo stupido, sangue e suolo, logiche identitarie e asfittiche, – col finale in comica irresistibile, ma che dà i brividi perché uguali elementi comici erano contenuti nei piccoli villaggi dove si affermavano le divise e i simboli che venivano da Monaco e da Berlino: ‘Leverò i simboli celtici del sole delle Alpi solo se lo dice Bossi’ ha affermato l’idiota di s-governo del comune di Adro.

 

Ecco è questo giorno dopo giorno e idiozia sommata ad idiozia che dovrebbe preoccuparci, perché è un veleno quotidiano che inaliamo col respiro, è un ‘clima’ sociale al quale ci abituiamo facendo spallucce, diminuendo i singoli episodi come ‘poca cosa’ e ‘che volete che sia’ e sono, invece, i granelli di una gigantesca duna di sabbia che ci seppellirà – e solo quando un grande evento tragico si manifesterà e includerà le nostre vite o quelle dei figli e dei nipoti capiremo come e perché ci è cresciuta addosso fino a toglierci il fiato e schiacciarci sotto l’immenso peso.

 

 

il salvacondotto

 

Ho scoperto che anche i ricchi piangono. Al di fuori della facile battuta, è ben vero che i ricchi hanno esitazioni, emozioni, fragilità, insicurezze percepibili al di là della scorza della ricchezza che li protegge e ne attutisce i colpi della avversa fortuna.

 

Ad esempio sono colpiti da malattie e vecchiaia come noi comuni mortali di reddito medio-basso e quel che fa tenerezza è il vedere che la scorza robusta della ricchezza che li avvolge e ripara (così abbiamo sempre creduto), a volte si incrina, cede, e ci capita di leggere nei loro occhi avviliti, spaventati, il dramma dell’essere stati colpiti a loro volta, del partecipare al comune destino del dolore e della morte possibile o prossima.

 

Già perché la ricchezza è (dovrebbe essere) uno scudo e un lasciapassare, un salvacondotto per medici migliori e più capaci, cliniche dove avvengono miracoli, climi migliori e alberghi di lusso e palme e spiagge bianche, ma ci sono punte di lancia del dolore di vivere che attraversano tutto quell’ovattato corollario del lusso e del denaro facile e centrano un ganglo vitale del loro corpo fragile o un grumo di neuroni lasciati senza difesa e ti abbattono il tycoon e il magnate e il capitano di industria come fosse uno qualsiasi tra noi.

 

Già perché noi poveri – se è ben vero che abbiamo la ‘nostra parte di ricchezza’ (ed è il colore dei limoni) come dice Montale – siamo abituati al freddo e alla pioggia e col dolore abbiamo dimestichezze che quelli (i ricchi) si sognano.

Siamo dei duri (noi poveri), rotti a tutte le avversità, allenati alla fame e ‘abbiamo visto cose che voi (ricchi) neanche osate immaginare’.

I bastioni di Orione della crudeltà e dell’abbandono, ad esempio, e lo strazio dell’ira impotente a cambiare le condizioni al contorno del nostro vivere, e l’evidenza di nessun talento che ci aiuti a salire i gradini della scala sociale, ma, giunti al finale di partita, la consolazione di essere stati, in qualche modo misterioso, il ‘sale della terra’, gli ‘ultimi’ che la leggenda evangelica afferma ‘saranno i primi’.

 

Chissà perché. Chissà per quale legge malvagia del vivere associati e delle profezie evangeliche i ricchi sono perseguitati da quella invettiva del Cristo: ‘E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri in Paradiso’. Forse perché ogni ‘accumulazione primitiva’ puzza di bruciato e di ‘metterlo a bottega’ al prossimo o di corruzione ed evasione fiscale cronica e recidiva, chissà.

 

Forse perché il nostro mangiare come lupi ed esseri pantagruelici ogni risorsa del pianeta – mentre il resto del mondo, i poveri, ci guardano mangiare magri come chiodi (loro) – non sembra così giusto Lassù, fatto sta che la pena della cruna dell’ago li (ci) castiga e qualche volta, uno di loro (di noi) si spoglia di tutto, lascia ogni veste elegante e di stoffa pregiata e dà ogni cosa ai poveri e divide il mantello con chi ha freddo.

 

Non scherzo. Ho provato tenerezza nel guardare i pochi ricchi che ho conosciuto resi fragili da un qualche evento inatteso e incontrollabile. E’ come cadere senza rete da altezze vertiginose e nessuna mano o materassi di sotto ad attutire la caduta.

La legge della gravità ( e del dolore di vivere) uguale per tutti, che spaventosa sciagura!

 

alla facciaccia del popolo sovrano

 

Il popolo non ha sempre ragione. Ad onta dei molti laudatores del verbo populistico di mr. B e del suo reggicoda Bossi, la sovranità del popolo ha precisi e inderogabili binari entro i quali quella sovranità si esercita – pena lo scadere nel populismo più becero, appunto e, dati tutti i precedenti storici, con esiti tragici.

 

Citiamo, a un tal proposito, i caudillismi di ogni epoca e latitudine e i ripetuti ‘peronismi’ argentini e il ‘putinismo’ dell’ex agente del kgb che ama farsi fotografare a cavallo a torso nudo o mentre spegne personalmente l’incendio di Mosca alla guida di un canadair , ma anche i recenti fatti di sangue di Bangkok, – ispirati e pagati col denaro sporco del tycoon indigeno già al governo, ma esiliato all’estero perché accusato e condannato per corruzione.

 

Del nostro ridevole tycoon, invece, sapete bene che è tuttora freneticamente al lavoro e in grande affanno per salvarsi dai molti processi attuali e pregressi – e concentra le sue attenzioni di s-governo sull’obbiettivo primario di riformare la giustizia ai suoi fini, costi quel che ci costa in termini di amnistie a fini personali e di maledetta impunità dei furbi e potenti di ogni risma.

 

Non c’è anno, mese e giorno, da tre lustri a questa parte, in cui ogni notizia di reato che lo riguarda non venga detta dai suoi portavoce e scherani e laudatores ‘ad orologeria’. Praticamente ha sintonizzato tutti gli orologi italici sul suo personale ‘cursus disonorem’.

 

Ma la mia attenzione di oggi è puntata sul popolo che non ha ragione neanche quando plaude alla Francia di Sarkozy che oggi rimanda i rom a quel paese (ma ce l’hanno poi un paese di provenienza o saranno, come sempre nella loro storia di vaganti, ‘stranieri in patria’?).

 

E’ difendere una causa persa, quella dei rom. Come vicini di casa non li vuole nessuno e con buone ragioni e, anche se piazzati lontano dalle case, hanno un costo sociale e ‘rubano’ come sottolinea sbrigativamente Bossi. Ma le nazioni che partecipano dell’Unione europea e ne hanno votato le direttive e le leggi comunitarie hanno l’obbligo di filtrare le loro decisioni di governo attraverso quei trattati e quelle norme e, se hanno cambiato idea, devono seguire una prassi interna all’Unione (pena una procedura di infrazione) e denunciare i trattati e cercare il consenso di una maggioranza di altri paesi per riscriverli.

 

Regole, insomma. Regole da seguire, da stabilire, da disdettare, se necessario, ma mai decisioni unilaterali secondo l’onda politica del momento e il sentire ‘di pancia’ delle popolazioni il cui sentire è sempre ondivago, psicologicamente fragile ed esposto a tutte le suggestioni pompate abilmente dai media televisivi e dai fogli di stampa.

 

Il popolo è un’entità astratta facilmente manipolabile, ahinoi, e basta avere piena disposizione di una ‘stampa di famiglia’ e proprie televisioni e ‘direttorissimi’ piazzati al tg1 per far sentire il popolo ognora ‘insicuro’ e bisognoso di un padre amorevole e forte che ‘risolva’.

 

Il come ‘risolve’ i problemi reali del paese è ben illustrato dalle inchieste della magistratura di Perugia che ci raccontano per filo e per segno le malefatte della ‘cricca’ e della ‘p3’ interna agli uomini di governo e nel Pdl e il ‘Cesare’ di cui alle intercettazioni in possesso dei giudici istruttori è il Cesare di sempre, l’uomo che ha ingolfato la macchina della democrazia e mostrato come la si possa vergognosamente comprare e gestire colla forza dei soldi.

Alla facciaccia del ‘popolo sovrano’.

un paese di infamia e sciagura

 

Non se ne è visto uno per le calli della mia zona – ed è zona di passaggio obbligato per la via di Rialto provenendo dalla stazione – non un solo leghista con i loro celtici vessilli stupidi levati alti; e gli altri anni, invece, era uno sciamare festoso e battute aggressive e pacche sulle spalle e chiamarsi e darsi sulla voce: donne, uomini, bambini.

 

Il popolo becero delle valli e delle campagne che entra nell’augusta e vetusta città capitale di regione.

Un tempo ci entravano in punta di piedi, consapevoli delle differenze di status e dottrina e comportamenti urbani; oggi la pretendono ‘cosa loro’, ma questa città gli è nemica e mille e più bandiere erano state vendute dai partiti organizzatori de ‘esponi la bandiera della Costituzione’ e bastava alzare gli occhi per notarne l’incombenza severa, il monito, la memoria scolastica delle buone virtù civiche da non dimenticare mai: la patria, il popolo uno, il sangue dei martiri e dei soldati morti nelle trincee per questa parola maledetta e insieme forte, storicamente pesante e ineliminabile dalla coscienza della nazione: la patria e la sua Costituzione.

 

Devono essersi passati parola. I loro capi devono aver raccomandato di evitare provocazioni e non cercare la rissa e ne ho avuto conferma uscendo a comprare due cose alla Coop di piazzale Roma ed erano tutti in fila davanti agli imbarcaderi a fare il giro largo e concentrarsi da subito nella loro isola protetta di riva degli Schiavoni, assediati da una città di ignari e divertiti turisti e abitanti incavolati per il dover tollerare quest’ennesima invasione e vaporetti stipati come sardine – un troppo pieno asfissiante e avvilente per questa città piccola e fragile e le calli strette e le fondamenta intasate e, lungo le vie principali, se uno si ferma a fotografare o a guardare una vetrina, si batte il passo come al seguito di una carovana costretta in una gola.

 

In ogni caso erano molti di meno degli anni scorsi, i leghisti, e, se non fosse per la stampa locale sempre servile all’intendenza di governo, il dato sarebbe stato evidenziato com’è giusto – per dire di una stanchezza che tutti proviamo per i toni troppo alti del verbo politico, per le costanti aggressioni verbali e le minacce di secessioni e fucili, e per i criminali che si spacciano per uomini di governo e uomini della provvidenza – e fa un’immensa tristezza il ripensare a quella cosa idiota detta in un forum da uno che ha una grande stima di sé (è un kombinat spaventoso la mescolanza di arroganza e idiozia e sfocia inevitabilmente nella pretesa di onnipotenza e impunità) :

 

‘L’ho votato perché pensavo che un imprenditore avrebbe spazzato via la vecchia politica e avrebbe introdotto la logica del fare’.

 

E le rovine di quella logica asfittica sono in piena evidenza nella costante incensazione intessuta di menzogne a tutti palesi che fa di sé il maledetto Principe degli Imbonitori, il Barabba di lotta e di s-governo – e il non aver tenuto in nessun conto che si trattava di un corruttore di Tangentopoli, un ‘amico degli amici’ rotto a tutte le intermediazioni malaffaristiche e para mafiose e che alla corruzione deve tutto, ma proprio tutto del suo impero, non li ammoniva che c’è una morale pubblica e un dettato democratico da rispettare e che le odierne cricche e le p3 sono il cancro del sentire democratico che oggi dispiega le sua nere, ampie ali di avvoltoio sopra la vita di questo paese di infami e sciagurati.

flags of our fathers

Sono importanti le bandiere, levate alte in battaglia quali simboli di un’idea per la quale vale la pena combattere e morire.
Ed ogni riflessione fatta sulle bandiere e su ciò che hanno rappresentato e tuttora rappresentano è una buona riflessione se serve a segnare una distanza, rigettare un’appartenenza oppure confermare un’adesione, un riconoscimento.

Non tutte le bandiere dei nostri padri furono cattive bandiere. E se è giusto buttare a mare e disfarsi e perseguire per via giudiziaria coloro che ripropongono alla nostra attenzione le bandiere nere col teschio : i maledetti seguaci del ‘me ne frego’ e de ‘viva la muerte’ e ‘eia, eia, alalà’, le bandiere nazionali resistono, invece, a dire i valori della storia di una nazione, delle sofferenze e perdite di vite umane per affermare l’idea di ‘un popolo’ e ‘una nazione’ – e qualunque tentativo di denigrare e vilipendere deve sempre passare per una domanda a cui doverosamente rispondere: ‘Perché e per chi è stato versato il sangue degli avi nostri, perché continuiamo a onorare i caduti, a cercare di dare un senso alle loro vite perdute e al loro sacrificio ed eroismo?’

Le bandiere sono simboli, così come i Libri, nei quali si riconoscono i popoli e le generazioni.
Possiamo contestarli e confutare le antiche tesi leggendarie e i singoli versetti e le cattive interpretazioni, ma mai bruciarli in pubblico, ne ‘buttarle nel cesso’ (le bandiere) pena l’avviarsi sulla china discendente – e armata – dei disconoscimenti e negazioni dalle quali scaturiscono l’odio e le guerre civili.

Esponete la bandiera al balcone, cittadini, e che non sia per i mondiali di calcio e il correre dietro a un pallone, bensì per una riflessione che avete fatto sul vostro essere italiani che si riconoscono nella Costituzione di una Repubblica nata dal sangue della ‘meglio gioventù’ dell’Ottocento e ri-nata in quell’altro bagno di sangue che fu la Resistenza al nazi-fascismo.

Viva l’Italia dei cittadini rispettosi dei loro doveri civici e che non votano i Barabba al governo della repubblica per affermare il privilegio dell’evasione e la falsa e miserabile e pezzente ricchezza che ne deriva.

esporrò la bandiera dell’Unità d’Italia al balcone

esporrò la bandiera dell’Unità d’Italia al balcone

 Esporrò la bandiera dell’unità del paese oggi e per un tempo sufficiente a dire a tutti i passanti sotto casa mia di questa mia rinnovata infatuazione. E se passeranno di sotto dei leghisti in passeggiata domenicale avvolti nelle stupide bandiere ‘ padane’ e ne udrò i commenti cattivi mi affaccerò al balcone e risponderò a tono, sosterrò una forte polemica civile e politica, terrò un mio comizio e, grande finale, li manderò collettivamente a quel paese – perché di dialogo possibile neanche l’ombra con quei malnati laudatori e sostenitori di una umana macchietta tragica qual’è il loro Bossi e l’aborto neuronico della sua merdosissima secessione.

 

Già, perché il bel film di Martone ‘Noi credevamo’, presentato due giorni fa alla Mostra, ha prodotto questo effetto su di me: un’infatuazione nuova. Lo so che è una parola pericolosa. Contiene al suo interno quest’altra: ‘fatua’ e perciò destinata a finire, ma non è detto.

 

Come per i molti protagonisti del film, l’infatuazione per l’unità del paese e la riscossa dei popoli oppressi (perché oppressi lo erano e succubi e infelici, ma incapaci di rivolta) contro le odiate monarchie potrebbe diventare un innamoramento e durare e produrre quegli effetti potenti che ha prodotto sulla nostra storia e che, a tutt’oggi, scontiamo e soffriamo.

 

Il film di Martone è un film dolente e terribile per le troppe speranze tradite e l’alto prezzo di vite e morti apparentemente inutili e ci consegna un affresco potentissimo di quell’Ottocento che, per certi versi, è secolo che ci fa sognare : idillio di campagne vergini, niente metropoli soffocanti e orrende periferie degradate/anti, niente automobili e le relazioni tra i sessi filtrate e governate da convenzioni sociali e rispetti e dolcezze che ci sogniamo.

 

E’ un bene ‘vedere’ la storia sul grande schermo e sugli schermi in genere perché dà un idea tutta diversa da quella che ce ne veniva sui banchi di scuola dai libri noiosi e le maestre che ci interrogavano. Mai avrei immaginato Mazzini a quel modo: una sorta di coscienza nera e sofferente dei rivoluzionari di ogni paese che in lui vedevano il Nume tutelare delle rivolte, il Martire, l’Esaltato febbricitante capace di progettare attentati contro re e principi e primi ministri, sempre Esule, ricercato da cento polizie e protetto da rivoluzionari amorosi, dalla ‘meglio gioventù’ dell’epoca che per lui avrebbe dato (e diede) cento vite.

 

E dolente e febbricitante e soffertissima nelle carceri e nelle pubbliche esecuzioni era anche quell’idea controversa di una unità di un paese ‘di uguale lingua’ – che sempre veniva aggiustata sugli eventi ‘in fieri’ e le mene e le macchinazioni dei politici di allora e dei regnanti e le insurrezioni inutili e stupide finivano in bagni di sangue perché ‘il popolo non è pronto’.

 

E il popolo non è mai pronto, in verità, mai, alle rivoluzioni e bisogna spingercelo e dargli parole d’ordine e curare le relazioni con i più accorti tra i contadini acculturati e di migliore sentire democratico, ma erano pochi, pochissimi e molte le spie della polizia ad ascoltare ogni fiato in famiglia e perfino con la moglie e le figlie ‘statte bene accuorto’ perchè spifferavano le loro paure e le angosce nei confessionali e molti preti, chissà perché, si sentivano in obbligo di dirlo alle guardie regie e finiva con torture e incarcerazioni.

 

Sfilano tutti i protagonisti e i comprimari della nostra ‘storia patria dolente’ in questo film e Garibaldi ci passa come una comparsa, a film pressoché concluso e solo per raccontare l’ennesima idea tradita, l’ideale della liberazione di Roma pugnalato al cuore dai bersaglieri del neonato regno d’Italia che uccisero le camicie rosse in Aspromonte e ferirono l’Eroe dei due mondi e chiusero malamente e con infamia la sua epopea personale.

 

Andate a vederlo, merita attenzione questa nostra dolorosissima ed eroica storia unitaria, ma di più i suoi martiri noti e sconosciuti – e si mostrano nel film le angosce di quelle vite inutili e ti gira per il cervello tutto il bailamme di domande che, alla fine del film, ti poni:

‘Che storia sarebbe la storia moderna se ancora i Borboni fossero al loro posto e il Papato ancora in auge e Venezia sotto l’austriaco?

Si sarebbe data modernità e tecnologie nuove e sviluppo economico e città grandi e moderne e quali altre e diverse guerre sarebbero scoppiate tra le monarchie sempre al comando e i re e le dinastie ben salde nei loro palazzi e al riparo dalle rivoluzioni repubblicane?

E se le vecchie monarchie e gli staterelli preunitari sono (fossero stati) compatibili con la modernità, tutto quell’agire necessariamente violento dei martiri e degli ingenui e sprovveduti cospiratori innamorati dell’unità del paese è forse stato inutile e/o perfino dannoso?

Tutto ciò che ci avviene nel corso delle generazioni è solo e tutto caotico? O c’è un Disegno e molti sotto-disegni possibili e una realtà politica nuova e opposta allo status quo che ci affanna e deprime è davvero migliore e merita che si combatta e si dia la vita per una Idea?

E il dare omaggio postumo ai Caduti di ogni insurrezione e cospirazione nazionalistica e di ogni guerra per il territorio patrio è cosa insensata, inutile e hanno ragione questi infami che sfilano sotto casa mia avvolti nelle loro stupide bandiere padane?

 

Che angoscia, mio dio e che dolore il dover ammettere che ‘chi per la patria è morto’ è vissuto davvero troppo poco e meritava di vivere una diversa vita non nutrita dagli ideali unitari che i pronipoti sviliscono senza provarne vergogna.