Archivio mensile:agosto 2010

o si ama o si è di destra

Adoro la pioggia. La pioggia torrenziale, imperativa, che tutto dilava e ripulisce la città di pietra dalle mille deiezioni fresche o disseccate di cui nessuno si cura (salvo le mosche) e ferma i rumori degli operai edili coi loro stramaledetti strumenti di lavoro: le flex, i martelli pneumatici, i trapani battenti, le seghe.

E’ una pioggia che sana, cura, lenisce, abbevera la terra riarsa e nasconde alla vista (evviva!) le mille persone che vanno e corrono operose e caotiche come formiche, le fa rintanare sotto i portici e ne sospende le vite e i poverini battono il passo e sbuffano, ma questo meraviglioso elemento primigenio non se ne cura: è parte integrante e fondante del movimento caotico dell’atmosfera terrestre e si impone com’è suo costume da migliaia di millenni – ben prima dei tempi calamitosi dell’Arca del patriarca biblico che galleggiava placida sul mare delle acque che avevano coperto tutte le terre emerse e i cadaveri degli umani meritevoli del Castigo divino galleggiavano a milioni insieme alle carcasse degli animali.

E sullo scrosciare della pioggia e l’allegro tuonare delle nubi che cozzano ascolto la canzone triste dell’amore perduto : ‘…siempre fuiste la razon de mi existir (…) es la historia de un amor qual no abia otro igual (…) todo el bien, todo el mal…’ e mi sospendo a pensare al miracolo dell’amore che sembra annullare le differenze tra gli uomini nel divampare della fiamma che brucia dentro, perfino le differenze del pensare ‘politico’: incredibile, ma vero.

Leggevo, mesi fa, su un settimanale di informazione, il bel racconto biografico di un avvocato guatemalteco e si narrava la sua bruciante e romantica storia d’amore con una giovane donna a cui preparava i pranzi e aveva cura che la tovaglia non fosse mai uguale, né mai uguale l’aspetto elegante del desco amoroso al centro del quale troneggiavano i mazzi di rose rosse e, alla fine del racconto, si dava conto dell’appartenenza politica di destra di questo donchisciotte di non so più quale sua personale causa contro la corruzione di governo – ed ebbe spezzata la lancia e la vita nella lotta contro il presidente del Guatemala che diceva pubblicamente corrotto e colpevole di malgoverno.

Che strano, pensai, un uomo di destra può essere anch’esso ‘amoroso’ al modo degli altri; il deragliamento amoroso, a quanto appare, unifica gli opposti di fede politica e provai il fastidio di chi si sente defraudato di qualcosa di esclusivo e nobile.

Perché l’amare, l’amore, un certo tipo di amore che merita attenzione e suscita meraviglia, non può appaiarsi all’abiezione di chi si identifica, che so, con l’agire ( e l’amare) di un Berlusconi, giusto per fare il primo nome che mi capita a tiro.

Vi è una poesia dell’esistere (e dell’amare) che davvero non ha niente a che fare con un sentire ‘di destra’ perché quel sentire è rozzo e volgare e becero, a quanto ci è dato di osservare della vita del nostro satrapo osannato dai suoi laudatores, e porta seco la considerazione di un ruolo femminile che è quello delle ministre di alcova e di governo e delle tante Noemi che la danno via facile e adorano il loro Papi perché gli sistema il futuro di consigliere regionali o di veline, faccia lui.

No, l’amore di destra non è vero amore; è qualcos’altro, che so: un’infiammazione delle basse vie, uno scherzo neuronico di cattivissimo gusto, un’ircocervo sentimentale.

L’amore come io lo concepisco: alto, nobile e bello e poetico non può coniugarsi a destra mai: è un assioma non soggetto a discussione. Fatevene una ragione. O si ama o si è di destra.

vota antonio, vota antonio

Avete presente quella pubblicità con Gèrard Depardieu che, mano sul cuore e pastasciutta rossa di buon sugo in scatoletta, afferma finto-commosso : ‘Tengo cuore italiano.’?

Beh, guardatevi il video con le hostesses nerborute e ‘abbronzate’ del duce libico che scende la scala dell’aereo, abbinatevi la faccia di Berlusconi e dei molti ‘managers’ che fanno affari d’oro con la Libia e fategli dire in coro, suadenti e felici: ‘Tengo cuore africano’.

La nostra storia africana era cominciata con le fregnacce-eia-eia-alalà di un ‘impero’ da costruirvi per smaltire una forza-lavoro che da noi sovrabbondava e continua oggi con gli appalti che abbiamo concesso al duce-satrapo della Cirenaica perché faccia per nostro conto il lavoro sporco con gli immigrati – che le nostre corvette risospingono a forza nel golfo della Sirte e vengono presi in carico dai militari libici e chiusi nei campi di concentramento che paghiamo profumatamente.

Già, perché è questo il vero aspetto ‘sporco’ del caso Libia-dittatorello ludico da tre palle un soldo : la quantità spaventosa di soldi che gli rifiliamo perché compiaccia la fregola anti immigrati che è alla base della fortuna elettorale della Lega e consolidi così il voto di scambio malaffaristico con le leggi ad personam votate come un sol uomo dai ‘lumbard’: zitti e mosca.

Questo è il cotè postmoderno del nostro esserci volti nuovamente a sud. Non più ambizioni imperiali alla Benito, bensì appalti sporchi e affari di grandi industriali.

‘Teniamo cuore africano’ e abbiamo pagato un debito altissimo di soldi anche per tacitare le mene della pretesa persecuzione italiana colà: ‘i debiti di guerra’ li chiamano e non ci sarebbe niente da eccepire se non fosse per l’uso disinvolto e osceno che di questa questione ha fatto il duce-satrapo e ha trovato un suo emulo a Roma che non si circonda di amazzoni ‘abbronzate’ bensì di ministre mandate al governo dopo i ludi amatorii che gli sono costati un divorzio che pagherà a prezzo altissimo.

A ognuno il satrapo che si merita. Vota Antonio, vota Antonio, vota Antonio: Italiaaaniii!!

il mondo sempre ricreato dai maledetti architetti

 

Gli alberi ad altissimo fusto sono di per sé un’architettura delle migliori da sempre e molti di essi vengono usati per supportare le costruzioni che fuoriescono dai padiglioni e si integrano e rendono mirabile quest’ennesima Biennale che mira a stupire.

 

Stupore è la parola-chiave e tra i visitatori e gli invitati e gli ‘imbucati’ di sempre alle vernici passa il consiglio amichevole: ‘Devi vedere l’Australia’.

 

Non il continente, che avete capito, che è viaggio bello e fascinoso, ma il padiglione dove i bravi architetti e i curatori della mostra hanno allestito un film in 3d e quando entri nel buio del tendone la camicette bianche delle signore vengono sparate dagli effetti luminosi e penzolano gli occhiali speciali appesi a dei fili e li indossi e fai un viaggio nella geografia delle moderne città australiane che par di essere a bordo di un astronave aliena e prima di sparare il raggio distruttivo ti concedi di ammirare i grattacieli che svettano (a distruggere si fa sempre in tempo) e le belle geometrie terrestri – ed è sicuramente un bel vedere che scalda il cuore e dice che non tutto è perduto e ancora molto di bello e di positivamente ‘costruttivo’ si può ancora erigere e, a volte, basta sollevarsi di qualche centinaio di metri per aria e tutto il brutto e l’informe e il nefasto del vivere associati sembra miracolosamente scomparire.

Angeli e demoni, male e bene, bello e brutto si riconoscono meglio sospesi a qualche centinaio o migliaio di metri come uccelli o alieni in visita, giust’appunto.

 

Ci mancano le ali, a noi esseri umani, e la nostra evoluzione sarebbe stata mille volte migliore e avremmo costruito i nidi e disteso architetture aeree e, invece, ci hanno appiattito come formiche laboriose e incasinate sulla crosta del pianeta – e abbiano dovuto fare come i funghi che insorgono dal sottosuolo e abbiamo scavato e scavato e nella bellissima sequenza di diapositive in 3D si mostrano perfino i buchi profondi e geometricamente belli e coloratissimi a vedersi: le immense cave da cui hanno preso il materiale di costruzione delle città costiere colla spirale di strade che salgono e scendono: ventre di terra-madre che abbiamo ridotto a gruviera, a tavolozza d’artista, a scultura di terra e pietre e il miracolo dell’architettura è questa sua abilità a disegnare tutto il disegnabile sotto e sopra la terra, dritto o curvo o sghimbescio, e a distendere fili ed elevare torri e la torre di Babele era davvero poca cosa a fronte di questi monoliti tecnologici eleganti e simmetricamente allineati che ‘grattano’ il cielo sempre più alti e sembra non esserci più limite al costruire nidi lussuosi verso e dentro il cielo e gli dei vendicativi sono scomparsi – che punivano la superbia degli architetti che li sfidavano e si credevano semidei…. (segue)

un video hard

 

Lo spunto è un video ‘hard’ di You Tube tratto da un film ‘Marie Antoinette’: la vezzosa, la munifica, la scontrosa, l’indifesa, la pietosa (sue visite caritatevoli ai ‘poveri’ sono documentate), ma ebbe, infine, la testa mozzata da eventi più grandi di lei e che liberavano l’umanità dalle secolari catene feudali.

 Famosissima è rimasta la sua frase compassionevole e ‘leggera’ (un riporto leggendario, forse; non si riesce mai a provare le verità vera della storia, maledizione!) :

‘S’il n’ya plus de pain donnez lui (au peuple) des brioches.’

Frase deliziosa a udirsi fuori dalle finestre aperte della reggia – col rumoreggiare di sotto della folla che, di lì a poco, avrebbe sfondato le porte della Bastille e liberato tutti i prigionieri dando vita alla ‘modernità’ dei popoli liberi.

 

Definisco quel video tratto dal film un video ‘hard’ perché mi ricorda – nel succedersi dei particolari: i pasticcini e le torte e lo spumante a fiumi che scorre giù dalla piramide delle coppe – uguali particolari di un altro film (9 settimane e mezza) e – in ogni caso – è hard (sporcaccione) perché ogni esibizione di ricchezza sfrontata, gratuita, assassina (poiché fondata sul sopruso e sul privilegio aristocratico e le tasse e la miseria spaventosa che imponeva alla plebe) è ‘sporcacciona’ e porta inevitabilmente a commisurare quelle immagini di lusso e follia goderecce col gesto lento del contadino sui campi e nelle stalle e nelle filande familiari da cui uscivano i meravigliosi tessuti che fasciavano le molli carni delle femmine festose e danzanti e folleggianti nei balli di corte e nelle alcove dei palazzi e dei castelli.

 

E c’è un altro film (di cui non ricordo il titolo) che metteva a confronto e faceva risaltare l’intollerabile e non più ricomponibile contrasto tra ‘l’esprit de finesse’ – tanto amato a corte – con ‘l’esprit de justice’ che scavava il suo minaccioso alveo dentro al rancore della miseria delle plebi – ed esploderà, di lì a breve, a Parigi, col grido dei disperati: ‘Du pain! Du pain!!’

 

E nessuna arguzia verbale e mirabile acume delle menti degli intellettuali di allora che questuavano prebende a corte riuscirà a intercettare e consonarsi a quel fiume carsico di odio di classe che, alle soglie del diciannovesimo secolo, farà traballare tutte le monarchie europee e si costituirà a cartina di tornasole di ogni spaventosa rivoluzione sociale futura.

 

L’esprit de finesse soccomberà, da nessuno più rimpianto, e l’esprit de justice comincerà il suo sanguinoso cammino che si diparte dalla ghigliottina pietosa e dalle teste di Louis XVI e consorte (e molte, molte altre) che rotolavano nel cesto con gli occhi spalancati dal Terrore.

 

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natura matrigna e limpidi futuri

 

Il mondo è terribilmente complesso, l’avete notato? Ed è complicato tenerlo sotto controllo, farlo funzionare al suo meglio, ammesso ( e non concesso) che un ‘meglio’ si dia, si sia mai dato.

 

Non è necessario arrivare al punto di un bigliettaio della veneziana azienda di trasporto che non sapeva le lingue e non riusciva a spiegare a un norvegese che stava viaggiando nella falsa direzione e il biglietto in suo possesso non copriva quella tratta e non ha trovato di meglio di sbottare in un impotente : ‘Ea colpa xe de gesucristo che ne ga fato tuti diversi!’ – e scambiava il Pancreator col di lui Figlio e forse neanche sapeva che funzione salvifica ha lo Spirito Santo in tutto questo baillamme di antiche proposizioni teologiche che azzardiamo.

 

Basta considerare il dato meteorologico e i disastri spaventosi che produce (Pakistan e nord dell’India in questo momento, ma, subito prima, La Cina e il fuoco che ha rischiato di far collassare Mosca) per allargare le braccia e pronunciare le antiche giaculatorie sconsolate; ‘il Signore dà, il Signore toglie, sia lode al Signore’ e da quelle parti cambiano nome al Signore e lo nominano Allah, ma la sostanza è che sono solo cazzi nostri e quando l’acqua erompe da tutti i pori e fori della montagna e il cielo non smette di alimentarla conviene saper nuotare alla meno peggio tra i flutti o aspettare che spiova seduti sul ramo più alto di un albero secolare e ben piantato sulle sue radici.

 

Poi ci si mette anche l’uomo a complicare le cose e le sue ideologie contrapposte sotto veste religiosa – e si dà il caso di questi giorni dei Taliban che invitano autorità di governo e popolazioni stremate, e solo in grado di tirare il fiato e contare i morti e i dispersi e neanche un chicco di riso da mangiare, a rifiutare gli aiuti internazionali (che già sono scarsi ed è difficile organizzarli al meglio e farli arrivare dove serve).

 

Dunque, le catastrofi sono piene e totali e strabocchevoli di morti feriti e dispersi perché noi, umani semidei, siamo tuttora in grandissimo affanno contro madre natura e pare lunga davvero la strada che ci porterà a un pieno dominio su di essa e sulle leggi fisiche che governano il pianeta e il cosmo dove siamo destinati ad emigrare.

 

Di confortante c’è che abbiamo l’animo dell’araba fenice e rinasciamo dalle nostre ceneri e se pensiamo alle molte guerre di sterminio, agli olocausti di varia natura e popolo, alle pesti storiche che dimezzavano la popolazione – e oggi siamo ancora in grado di distruggere il pianeta per la sovra popolazione mondiale che consuma più risorse di quelle di cui possiamo ragionevolmente disporre – forse è destino scritto e Fato che ce la faremo, ne usciremo vincitori e pazienza per il numero esorbitante dei morti che lasceremo sul terreno prima della vittoria finale.

 

Exultate, iubilate, quindi: da morte nasce nuova vita e seppure ancora la definiamo una ‘valle di lacrime’ sta scritto che risorgeremo e i progenitori e i pronipoti si incontreranno festanti in una qualche terza dimensione tuttora sconosciuta ai più, ma consolatoria.

 

Il futuro è nostro – per quanto tutto quanto oggi osserviamo ci appaia strampalato e disordinato e infelice – a partire dalla mala Italia berlusconiana che ci affanna e avvilisce.

ditelo con dignitose poesie

Canzone del danno e della beffa

Stillicidio di delitti, terribile:
si distruggono vite,
si distruggono posti di lavoro,
si distrugge la giustizia, il decoro
della convivenza civile.
E intanto l’imprenditore del nulla,
il venditore d’aria fritta,
forte coi miserabili
delle sue inindagabili ricchezze,
sorride a tutto schermo
negando ogni evidenza, promettendo
il già invano promesso e l’impossibile,
spacciando per paterno
il suo osceno frasario da piazzista.
Mai così in basso, così simile
(non solo dirlo, anche pensarlo di duole)
alle odiose caricature
che da sempre ci infangano e sfigurano…
Anche altrove, lo so,
si santifica il crimine, anche altrove
si celebrano i riti
del privilegio e dell’impunità
trasformati in dottrina dello stato.
Ma solo noi, già fradici
di antiche colpe e remissioni,
a noi prima untori e poi vittime
della peste del secolo
è toccata con il danno, la beffa,
una farsa in aggiunta alla sventura.

Giovanni Raboni  –    ‘Ultimi versi’

 

p.s. … e considerate quella meravigliosa dedica che la nostra maggiore poetessa vivente fa ai suoi lettori nelle sue prime ‘Centurie’. Scrive la Valduga :  ‘A tutti coloro che combattono i berlusconi della terra, con gratitudine.’

E’ proprio vero che la sola salvezza di una umanità degradata viene dalla vera poesia.

trattamenti alla Boffo e cieli neri

www.famigliacristiana.it/Informazio…al-comando.aspx

Bisogna che leggiate per intero il testo contenuto nel link qui sopra perché vi sia chiaro il colore del cielo politico che connota il nostro paese da due anni a questa parte e, più in generale, dai tre lustri della famigerata ‘discesa in campo’ del Grande Imbonitore e piduista d’accatto ed elemosiniere di partiti corrotti per averne l’impero di tre reti televisive – grazie ai provvedimenti legislativi ottenuti dal suo amicone e compare di grassazioni tangentizie Craxi Bettino.

Leggetelo per intero e ditemi se non è plumbeo, il nostro cielo : nero come il colore del fascismo che abbiamo conosciuto – con le squadracce e i capi-bastone e mandamento che andavano coi manganelli e l’olio di ricino contro le sedi dei partiti e i giornali di opposizione a imporre il loro male dell’anima: il male di un paese che conobbe l’orrore della guerra civile dopo un Ventennio di ridicolo imbonimento de ‘L’Impero’ italico e dei ‘Fasci’ e mandò i suoi figli a morire in Grecia, Russia, Africa e nella repubblica di Salò, suo ultimo inferno e buco di culo politico-geografico.

Direte che esagero, che non siamo ai manganelli e all’olio, ma i ‘trattamenti alla Boffo’ e oggi il ‘trattamento alla Fini’ delle squadracce giornalistiche che hanno sede nota e riconosciuta nelle redazioni de ‘il Giornale’ è parafrasi di quelle violenze fasciste aperte e crudeli, di quella dittatura che si imponeva colla violenza in assenza o colla complicità delle forze dell’ordine di allora e la latitanza dell’esercito che, se schierato alle porte della capitale, avrebbe scompaginato facilmente i manipoli della ‘marcia su Roma’ e i ridicoli furori ideologici che erano stati instillati nelle zucche vuote delle ‘camicie nere’ da combattimento dal progenitore dell’odierno satrapo che ci s-governa.

Come un sol uomo, l’intera squadra di ‘portavoce’ e reggicoda e maggiordomi stenditori di tappeti rossi al passaggio dell’adorato Silvio nazionale, si è lanciata contro l’estensore dell’articolo citato per denigrarlo e dire la sua prosa ‘pornografica’. Avete letto bene: ‘pornografica’.
Da che pulpito, mio dio, da che bocche oscene e rotte a tutte le suzioni e i leccamenti posteriori esce questa parola!!

Dei pornografi di professione ed amanti del genere ‘letteratura oscena’ in veste poetica (il Bondi) si permettono di rovesciare la frittata e dire pornografica la critica al regime che sostengono in video e in voce con abbaio di cani fedeli: l’impero di un solo e che solo! di un Impunito, un Barabba notorio e che ha una letteratura di malaffare che ha riempito scaffali e librerie – due titoli storici per riassumere : ‘L’odore dei soldi’ e ‘I cavalli di Caligola’ – leggeteveli e poi ditemi perché, per quale castigo biblico e male che abbiamo commesso da piccoli ci sono in giro ancora italiani e italiane a cui non si rivolta lo stomaco, a cui non gli si mozza il fiato all’idea di ri-votare quel figlio di buonissima madre, quel grassatore che appesterà l’aria che respiriamo nei prossimi lustri di infelicità nazionale profonda che ci aspettano.

agosto, amico mio…

Mellencamp, amico mio, ti chiedo scusa e venia per queste mie debolezze senili e vergognose cadute nell’obbrobrio del pop più becero e facile e ‘ballabile’.

So di essere imperdonabile, ma ti so specialmente magnanimo di ritorno dalle ferie e agosto, lo sai, è mese di rovinose cadute del gusto (e dell’udito e dell’intelletto) e di solitudini immense che un video pop, improvvisamente, riesce miracolosamente a sedare, placare, blandire – e pazienza se ti senti un po’ coglione a girare e ballare da solo nella mezz’ombra della casa tornata calda attorno e sopra questi ritmi ‘madonnari’ e un po ‘maicolgeksoniani’ (provandomi invano a imitare il suo celeberrimo ‘passo della luna’).

E’ una musica volgare, lo so, artefatta, – accattivante e buona per il popolo delle spiagge e delle balere e delle televisioni commerciali e delle veline e di quelli che nell’urna ancora si apprestano a votare, non pentiti bensì rabbiosamente beoti, il Barabba maledetto in affanno populistico e mediatico.

Però è successo e non posso negarlo e perfino il video colle sue immagini (era la prima volta che osservavo un video musicale con speciale attenzione) mi hanno catturato e inebriato – con tutti quei culetti bianchi e androgini che caratterizzano la postmoderma bellezza muliebre e quei simbolismi affrettati e improbabili (bare bianche da 2001 odissea nello spazio) affastellati in un messaggio che non vuol dire nulla però lo dice bene e ti dà la carica.

Agosto non è mese da sestetti d’archi, ne converrai, e neanche gli amatissimi Brandenburghesi funzionano più nei meriggi assolati, né la ‘musica sull’acqua’ di Haendel, che pure dovrebbe data la calura e l’afa.

Ecco allora che si apre lo spazio per una Lady Gaga qualsiasi, una parvenue con i suoi cattivi romanzi (Bad Romance) e quella sua voce incredibilmente ‘negra’ che raspa la gola e ha risonanze inebrianti e un po’ ‘trans’ ed ecco che anche tu, giunto alle soglie della senilità trista e avvilita, ti ritrovi scoperto – un po’ Marrazzo, un po’ Lussuria – con tutto ‘sto bendidio esibito sui video televisivi e internettiani e neanche un piatto di erotica minestra nel letto da sorseggiare in ricordo di certi culetti a forma di mandolino che abbiamo accarezzato e ci illuminano i ricordi giovanili.

Vabbè, i neuroni degradano, si sa, e le sinapsi vengono meno, e ci ritroviamo come Fracchia con la lingua di fuori a bearci gli occhi e solo gli occhi di questi paesaggi nuovi che ci sono negati – come notava tristemente Groucho Marx e si riferiva ai paginoni di Playboy.

Beh, goditi il video-omaggio che ti linko e sappimi dire se anche tu qualche brividino nascosto l’hai provato per questa trasgressività sessuale videomusicale che ci affligge dappresso e ci vede impreparati all’assalto e trova varchi d’agosto che non abbiamo saputo puntellare come si deve – ma solo con una quantità di ghiaccio rinnovato nel bidè riempito d’acqua.

www.youtube.com/watch?v=qrO4YZeyl0I

il pensiero triste che non si balla più

 

Di sicuro qualcosa è cambiato. Era cominciato, per me, con un atto di punizione, il desiderio di auto umiliarmi e segnare e confermare la mia cronica mancanza di talenti e finisce con la chiosa amara che quell’ambiente, in troppe sue storiche milonghe, è un puttanaio, una sorta di locale per scambisti col di più del vezzo di ‘farlo strano’ : con volteggi ‘senza rete’ e vario sgambettare e fraseggio di passi più e meno eleganti e raramente in perfetta sintonia con la musica.

 

La scuola di pensiero minimalista ‘col tango si cucca’ stravince, ahinoi, e si moltiplica, nelle milonghe, la presenza assidua e fastidiosa dei ‘liberi battitori’ e adescatori/ici, ma quest’uso volgare del ‘ballo più bello del mondo’ degrada la disciplina a ‘ballo da sala’ aperto a tutte le variazioni più becere – col di più dell’ostinato, cieco e avvilente mostrarsi dei molti, troppi ‘pippo cammina dritto sennò ti metto sul giornaletto’.

 

Come ogni cosa quando entra nella sua fase ‘di massa’, il tango argentino si deteriora, ingaglioffisce e non basta l’averlo fornito del piedestallo del ‘patrimonio dell’umanità’ per riscattarlo.

 

Alcune milonghe hanno audio pessimo, altre vivono del passo dell’oca dei primi corsi e ci sono ‘maestri’ che non si peritano di mandare gli allievi acerbi al macello di un’esibizione a fine corso che dovrebbe stroncare ogni velleità di proseguire nella disciplina se solo si guardassero con un minimo di senso critico in un video.

Meglio sarebbe fare più pratica nel chiuso della palestre dopo le lezioni e astenersi per i primi due anni dal mostrarsi pinocchietti penosamente allacciati in danza macabra – salvo quelli/e naturalmente dotati del talento necessario e che gli basta un semestre per volteggiare con eleganza.

 

Il tango argentino aveva dentro il mistero di una disciplina orientale, di una danza sufi o la rotazione dei dervisci, col di più de ‘l’amor que se baila’, e il merletto letterario de ‘il pensiero triste’ e finisce con maratone estenuanti e ripetitive, una vera e propria compulsione a ripetere e concedersi al primo che ti invita senza la coscienza che ogni cosa che deborda e abbonda induce inflazione e finisce in un buco nero.

 

E bisognerebbe tornare all’essenza dell’amore, dell’abbraccio che emoziona – ma filtrato con la tecnica e la doverosa eleganza – e i ‘maestri’ auto proclamati meno occupati a far cassetta colle crociere e le milonghe e gli stages nei grandi alberghi e di più a evidenziare le ragioni del suo essere diventato ‘patrimonio dell’umanità’, ma il convento della quotidianità passa tutt’altro e forse mi convertirò alla biodanza – come mi suggeriva un’amica.

 

Pare che risollevi l’autostima e in finale di partita potrebbe essere un simpatico regalo – non foss’altro che per camminare un poco più dritto malgrado il mal di schiena e migliorare la postura.

agosto mondo mio non ti conosco

Agosto è mese di catastrofi naturali, è ben noto, e quest’anno abbiamo galleggiato tra i monsoni indo-pakistani con milioni di sfollati e – qualche migliaio di chilometri più a nord – gli inestinguibili roghi che hanno soffocato Mosca e minacciato la catastrofe atomica – dal momento che il fuoco è arrivato a pochi km (o, forse, metri; le autorità indigene hanno decretato il black out dell’informazione per tema di essere accusati di essere degli imbelli e non pagare gli inevitabili prezzi politici) dalle centrali nucleari vecchie e nuove.

Il sindaco di Mosca non ne voleva sapere di rientrare dalle ferie mentre il Putin cavalcava aerei-cisterna colla stessa spavalda ribalderia propagandistica ( e assoluta inefficacia pratica) con cui cavalca a torso nudo per le steppe col fido fotografo di fiducia al seguito.
E del sindaco di Mosca sappiamo che ha cambiato faccia urbanistica alla città colla determinazione (mala)affaristica che è tipica dei regimi populistici guidati da impuniti e collusi con la ‘mafia russa’ del nuovo capitalismo d’assalto e da noi trova echi precisi e riferimenti di nomi e cognomi (Tarantini,Verdini, Bertolaso e gli altri della ‘cricca’ sarda) e ineffabili ‘compari’ (‘comparaggio’ con Gheddafi e Putin è il reato che si addebita al Berlusconi in affanno di governo).

Galleggiamo sulle catastrofi e, come esperti surfisti, ne cavalchiamo l’onda senza lasciare troppi cadaveri sul terreno e alle Eolie è caduto un costone della montagna, ma lo stellone nazionale ha fatto si che gli allegri bagnanti indifferenti ai divieti di balneazione se la siano cavata con un grande spavento.

Il pianeta Terra è fragile e malato, ma i virus umani che ne hanno causato la irrevocabile malattia resistono baldanzosi e promettono di colonizzare il cosmo, se, prima, un sommovimento tellurico immane non li sterminerà (il Big One?) a milioni.

E restano tutti i dubbi su come evolvono le tragedie, dal momento che, passata l’emergenza, i pigri giornali di agosto non ci ragguagliano come si dovrebbe su come e cosa ha spento i roghi di Mosca e quanti sono i morti effettivi registrati negli obitori e se i monsoni indo-pachistani hanno travolto dentro le loro grotte anche i combattenti legati ad Al Qaeda.

Vogliamo saperne di più sulla nostra possibile fine e smettetela di affidare ai films catastrofisti in technicolor e panavision il compito di prefigurare e mostrare il nostro terrore di umane formiche impazzite che fuggono dalle metropoli in preda ai crolli e le acque e i flutti che ci travolgono come quando un’Arca si vide galleggiare sulle acque che coprivano ogni terra emersa ed era colma di animali e una sola famiglia umana a gestirli all’interno per un favoloso e improbabile ‘nuovo inizio’.