Archivio mensile:febbraio 2010

il bianco negli occhi

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Va di gran moda la parola ‘perfetta’. Una tempesta perfetta, si dice, per dire di gran forza catastrofica, ma anche ‘La donna perfetta’ che era film straordinario di qualche anno fa: sarcastico, ironico e realistico insieme.

E parlava di donne bioniche costruire ad arte per compiacere le aspettative maschili e virili e si rideva un sacco all’udire le grida felici, alte, piene, inarrestabili, di una di quelle mogli perfette in camera da letto mentre era sotto ai canonici ferri.

 

Ho una gran invidia di quegli uomini che, ironia a parte, riescono a trarre dalle ignude ugole femminili quelle conferme straordinarie della loro virilità. Che è sempre in forse e ‘sotto tiro’ femminile, invece, perché ci tacciano (noi maschi) di chiacchieroni che ci vantiamo di inesistenti prodezze e performances da mille e una notte e basta mezz’ora, invece, ed è grasso che cola in molti casi e subito la sigaretta – e gli tocca perfino (alle valenti partners) fare da ‘insegnante di supporto’ nei troppi casi certificati di ‘ansia da prestazione’ conclamata e vilmente operante.

 

Conosco un tale che mi confida i suoi ludi amatorii e parliamo a cuore aperto e mi racconta di un fenomeno che mi intriga parecchio e mi appassiona: le donne, sotto ai suoi ferri, pare strabuzzino gli occhi e ‘fanno vedere il bianco’ come lui dice. Che impressione, gli rispondo, ma penso anche ‘che fortuna che hai’ – o che valentia amatoria che a me è negata.

 

Di tanti ludi amatorii di una vita pur ricca di soddisfazioni e parecchio varia mai una volta che abbia potuto osservare il bianco degli occhi di un paradiso orgasmico da me procurato, cribbio.

A chi troppo e a chi niente.

E dire che quel tale, per sua stessa ammissione, non ha un coniglio nei pantaloni e smentisce le fantasie oscene femminili sui brunetta del terzo millennio e, sempre cuore alla mano, mi confida che non dura più un quarto d’ora a farla lunga per ottenere quello straordinario risultato e, in paragone, io facevo maratone con le doverose soste ai banchetti dove distribuiscono l’acqua gentilmente offerta dagli sponsors.

Ma di bianco negli occhi neanche l’ombra – per quanti ‘punti g’ abbia cercato e trovato e annesse ‘anse h’ e ‘nicchie f’ ben celate nei labirinti femminili.

Forse si tratta di leggenda ed ennesimo vanto maschile o di strabuzzamento mentale del narratore che scambia il suo desiderio per realtà, non so.

Si rende necessario un nuovo rapporto Kinsey ed è aperto il sondaggio nel mio blog – a cui possono partecipare anche le signore (cotillons e ricchi doni a chi ne offre la prova provata) :

‘Secondo voi si da per davvero il fenomeno amatorio detto de ‘il bianco degli occhi’?

 

Ci auguriamo che sia di breve durata e reversibile così da evitarci l’incontro con spaventevoli ‘zombies’.

stati difformi dell’essere – part two

Il dolore nel canto e il colore nel pianto

 

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(…) Mi chiudo la porta della stanza alle spalle e il chiarore della luce che viene dall’ampia finestra di fronte mi abbacina al punto da non distinguere il disegno del lago e del palazzo bianco e azzurro che vi galleggia al centro.

‘How are you?’ ‘Fine and you?’

La persona che mi aspetta fuori della stanza è bassa di statura, un quarant’anni circa, magrissimo.

‘Ready for your visit?’ ‘Ready.’

Mi precede sulle scale e all’anziana signora che sta alla reception rivolge un sorriso, ricambiato, a trentadue denti. Forse è un parente e una mano lava l’altra.

 

La strada antistante la guesthouse è polverosa, non asfaltata e le rare fuoristrada degli ospiti che vi accedono hanno riempito le foglie dei banani che la fiancheggiano di uno spesso strato di polvere rossiccia. Sopra una foglia bassa e pendula fino a toccar terra un burlone ( o un pio fedele ) ha disegnato col dito il lingam di Shiva e il simbolo corrispondente della yoni di Parvati.

Propendo per un burlone ma qui l’osceno è concetto relativo e ambiguo e dove vi è dubbio si afferma il sacro.

D’altronde il tempio che andiamo a visitare è un inno a quest’ambiguità e alla commistione di sacro e osceno e di uomini e dei e dei e animali e gli uomini cogli animali e gli dei.

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Camminiamo di buon passo nel relativo fresco del mattino e alla svolta di una strada sento avvicinarsi e farsi alto il grido/canto che viene da un groppo di veli svolazzanti dai colori vivi e sfumati che presto ci raggiunge, ci avvolge, si disfa attorno a noi e si raggruma dietro senza mai smettere il canto. Intravedo i visi dietro ai veli trasparenti e alcuni sono giovani e belli e gli occhi che incontrano i miei sembrano ardenti di una passione inesprimibile.

Guardo interrogativo il mio Virgilio e mi dice sorridendo che sono le vedove del luogo che vanno a rendere l’omaggio funebre a un’altra che si è aggiunta al consesso giusto ieri. Le è morto il marito la sera prima e seguiranno il corteo che porterà il cadavere alla pira funebre sempre piangendo e cantando fino alla dispersione delle ceneri nel fiume.

Le piagnone nostrane, mi vien fatto di pensare, ma qui il colore dei veli riscatta il dolore nella luce e il pianto nel canto.

 

‘Non è facile per una vedova,’, si sente in dovere di aggiungere la mia guida, ‘specie se il marito non è ricco.’ Mi spiega con dovizia di particolari la condizione delle vedove prima delle leggi recenti che ne hanno modificato lo status sociale e patrimoniale e, forse per l’obbligato colore locale che piace tanto ai turisti, aggiunge quel che sappiamo tutti noi viaggiatori che leggiamo le guide turistiche per intero: storia, geografia, politica, usi e costumi: che fino a tempi recenti restò in vigore l’istituto sociale del gettarsi delle vedove sulla pira ardente – non sempre per amore straziato e fedeltà fino alla morte bensì per intolleranza di un destino di emarginazione e povertà quale si racconta da nonna a nipote.

 

Ci inoltriamo in un paesaggio di campi aperti: rossa la terra e il cielo di un azzurro intenso e il lago alle spalle che lo riflette, poche capanne di legno e paglia sui tetti e figure umane che attraversano i campi seguendo un carro. L’avvallamento del terreno nasconde il tempio fino al nostro affacciarci sul bordo ed è spettacolo anche maggiore del palazzo che galleggia sul lago di fronte alla mia guesthouse.

Il tempio è biancastro di un marmo color avorio ingiallito dal tempo e ne sorregge il tetto caratteristico un numero imprecisato di colonne che raddoppiano una volta all’interno a formare un labirinto e cento icone di dei-animali sono in agguato sulle nicchie e specchietti rilucenti che riflettono i rari raggi che riescono a penetrare all’interno e sono ‘gli occhi degli dei che ci osservano’ mi diranno.

Vi si accede percorrendo il terrapieno che congiunge il tempio al bordo del laghetto e alla mia guida è precluso l’accesso a causa della sua religione (è un convertito: vil razza dannata), ma mi incoraggia avvisandomi che vedrò scorazzare non pochi topi dentro al tempio, naturalmente sacri, e, forse, anche qualche serpente, ma che un ‘sacerdote’ si prenderà cura di me previa ‘offerta agli dei’.

 

Così sarà e i topi si affollano intorno ai piedi del sacerdote e si alzano sulle zampe fino alla caviglia e annusano l’odore delle mie scarpe e, per mia fortuna, non sembrano attratti, ma nessuna presenza di serpenti. Vago naso all’aria all’interno della penombra sacra e odorosa di incensi che fanno aggio sulle varie puzze e le sculture dei sapientissimi scultori antichi sui marmi del soffitto e delle colonne istoriate sono un incanto che da solo valeva il viaggio e il sacerdote che mi accompagna, ricevuta l’offerta, mi lascia solo all’imboccatura del corridoio che mena al ‘santa sanctorum’ e non ho il coraggio di entrarci tanto è buio e temo l’affollarsi dei ratti sacri che salgono sui piedistalli e volteggiano sicuri sulle teste degli dei-animali sicuri della protezione e dell’imperio religioso.

 

Poi mi faccio forza e inizio a penetrare all’interno, sempre volgendomi all’indietro per averne il conforto della luce alle spalle. Luce, fate luce.

 

Non ho mai sofferto di claustrofobia in vita mia, ma qui è un azzardo, è l’ingresso di un tunnel sempre più stretto che sembra respiri e gli squittii dei topi sacri si fanno più intensi ad ogni cauto passo e ronzano in alto, nell’aria densa e calda, i pipistrelli disturbati e non è difficile intendere di quali atmosfere equivoche si sostanzino i ‘misteri’ religiosi immaginati e mai interamente disvelati di ogni tempo e luogo della terra – e come la luce che si accende nell’universo e il buio cosmico che la ospita siano il grembo originario delle paure ataviche che si rappresentano dentro ai templi con maggiore o minore efficacia (qui davvero massima) ….

 

Quando ri-esco alla luce è come rinascere e sono sudato e in affanno e non so dire che cosa davvero mi sia accaduto lì dentro. Il pallore estremo che ho dipinto in viso, dice la mia guida, è della maggioranza delle persone che accompagna e chi non ce l’ha vuol dire che non ha compiuto il viaggio iniziatico dentro al tunnel buio che rappresenta l’ingresso al regno dei morti e la rinascita spirituale.

 

Lo guardo in tralice e lo seguo nel cammino che ci porta a una capanna dove si può star seduti e servono bibite gassate calde perché l’elettricità da queste parti è un lusso.

 

Lo ascolto parlare e parlare e gliene sono grato e non rispondo, ma respiro piano e a fondo e, lentamente, torna ai recettori del mio cervello la pienezza della luce del giorno e la coscienza di ancora esserci – uno stato difforme del mio essere – che quel tunnel oscuro si era mangiato.

Tutta la luce del mondo sta in un occhio.

 

(Fine)

 

piccole e grandi crepe

 

Può essere questa piccola crepa che si legge e si ascolta nei radio e telegiornali l’inizio dello smottamento?

In verità tanto piccola la crepa non è, se si guarda alle cifre di miliardi della truffa ai danni dell’erario congegnata dai valenti managers di Fastweb e Telecom.

Ma il mio popolo di formale appartenenza, il popolo italia(e)no, alle altissime cifre dell’evasione nazionale c’è abituato e scrolla le spalle – e c’è una parte (non piccola) che lo addebita alla metafisica delle catastrofi e lo ritiene un destino che è in mano agli dei e un’altra parte, ben più numerosa e agguerrita e motivata, che lo ritiene, invece, un diritto inalienabile, una necessità di sopravvivenza, un pezzo di dna che si trasmette da padre a figlio e ai nipoti e per affermare quel diritto è disposta a tutto, perfino a scardinare i principi fondativi della democrazia, perfino a colare a fondo la stanca Repubblica italiana consegnandola nelle mani del loro Campione, il Re di Denari, il Principe della corruzione della ‘prima repubblica’ transitata più arrogante che pria, nella seconda e i miasmi sono a cielo aperto e tocca tenere la mascherina sanitaria perfino dentro casa ascoltando i tiggi e i radiorai.

 

Dunque si torna alle origini, a Tangentopoli, si torna sul luogo del delitto originario, come dicono i narratori di gialli, il luogo dove è nato tutto: le fogne della corruzione generalizzata della prima repubblica. E si torna alla ‘discesa in campo’ di colui che – mentre apprestava le carte di fondazione e chiamava a convegno i suoi fidi dipendenti aziendali e raccoglieva le firme – affermava in privato: ‘Se non ci salviamo con un nuovo partito che si riprenda la maggioranza dei consensi che era della DC affondiamo tutti e buttano le chiavi’.

 

E le parole d’ordine e gli slogans di quel nuovo partito non potevano che essere quelli della difesa di una ‘onorabilità’ irrimediabilmente perduta: la rivendicazione di un orgoglio imprenditoriale i cui nefasti e furberie e tendenza a ‘farla franca’ (il dumping truffaldino che ci rimproverano in Europa) conosciamo tutti, ma occorreva prestargli un potentissimo megafono e tre televisioni e qualche giornale e giornalisti di pochi scrupoli comprati alla bisogna per tornare a dire e ripetere ossessivamente le bugie, le infamie, le tesi maramalde e suggestive del ‘complotto dei giudici’, i ‘giudici comunisti’ che si accaniscono contro un ‘onesto imprenditore’ di successo (triplo sic e quattro ‘bleaaah’).

 

Una bugia ripetuta mille volte che diventava una mezza verità agli occhi e le orecchie del popolo bue, il popolo delle telenovele; quel popolo che lo salvò al momento del referendum su Retequattro che doveva andare sul satellite in obbedienza a una sentenza della Corte europea dei Diritti.

 

Silvio Berlusconi ha proclamato a voce altissima e grida eversive lungo tutti i quindici anni della sua gestione malavitosa della ‘cosa pubblica’ qual’era la sua ‘missione’ salvifica. Riprendersi ‘l’onore perduto’ manu militari’ e le sue truppe erano gli elettori al seguito, autentici soldati di ventura, nel senso che votavano col portafoglio, che erano, nel loro piccolo, in tutto e per tutto in sintonia colle tesi del loro campione corrotto ed evasore notorio e recidivo.

Rileggersi le carte dei processi ‘guardia di finanza’ e ‘costituzione di fondi neri all’estero’ e ‘falso in bilancio’ per averne conferma – salvo, naturalmente aggiungervi le prescrizioni per via di ‘leggi ad personam’ e i suoi avvocati personali fatti deputati per le competenze del caso.

 

E adesso siamo al ritorno al futuro, al ritorno sul luogo del delitto: le fogne di Tangentopoli e si capisce bene e meglio che l’attacco alla magistratura tutta (coi toni epici e spaventosi che ben conosciamo) era assolutamente necessario per attuare il programma di saccheggio della pubblica finanza, della ‘cosa pubblica’ ridotta a ‘cosa mia’ o ‘ nostra’ – se la si allarga alla cricca degli imprenditori amici e amici degli amici.

E forse è proprio il senso di impunità che ormai quegli imprenditori credevano completamente acquisito – la magistratura in pezzi e avvilita e incapace di reagire – che sta alla base del riscoprirsi delle fogne della corruzione ad altissimi numeri – peraltro parallela a quella dei piccoli evasori italici messi insieme e resta da verificare se alle elezioni prossime venture si vedranno i conati di vomito degli elettori onesti nei seggi elettorali o se solo assisteremo a un ridicolo e fragile spostamento di voti a ‘quelli della Lega’ – secessionisti notori per le note rivolte anti-tasse e gli assedi eversivi che andavano a fare davanti alla caserme della Guardia di Finanza.

 

Ma che Belpaese, gente, ma che meravigliosa storia patria!

stati difformi dell’essere (racconto)

 

 – L’Incanto della luce (parte prima)

 

C’è un registro neuronico nel nostro cervello in cui si prende nota dei ‘lumen’ e della qualità della luminescenza dei nostri giorni. In quel nostro registro interno si annotano anche, in un modo che non conosco, (forse qualcosa di simile a quel che avviene nelle celle del silicio dei computer), i gradi di reazione del soggetto. Da una moderata soddisfazione e appagamento a un vero e proprio stato di ‘felicità’ – per quanto una tale definizione sia un azzardo e varia di molto da soggetto a soggetto. Così leggevo in un un articolo e, a lato, il parere contrario di un altro ‘esperto’ delle segrete cose del funzionamento del cervello e del cervelletto.

 

A conferma della prima tesi, tuttavia, abbiamo un registro diverso che tutti conosciamo: quello che annota la variazioni al ribasso quando la luce è poca e malata o assente e ci dice come molti soggetti entrano in fibrillazione negativa, sono ‘meteoropatici’, come vuole la vulgata corrente, e in quel sostantivo vagamente ospedaliero sono contenute le variazioni dell’umore nei loro diversi gradi fino allo stadio acuto della depressione e alle statistiche relative ai suicidi nei paesi dove, in certe stagioni, viene a mancare una adeguata quantità di luce e la vita pare sospendersi in una lunghissima eclissi. Sapete tutti quanto gli avi nostri si spaventassero all’accadere di quegli eventi e gli stolti sacerdoti maya interpretavano l’ira degli dei malvagi  sacrificando i prigionieri e strappando il cuore palpitante dai corpi – 2009 slovenia austria francia monaco 124.JPGe il sangue caldo degli innocenti era il lavacro orribile dell’ignoranza del moto degli astri.

 

L’inverno del nostro scontento ci ha lesinato la luce piena, il soleggiamento che ci premiava fino a qualche anno fa come ‘il paese del sole’. Molta la pioggia in quest’inverno cattivo, e le frane conseguenti e le valanghe sui monti anche a quote basse.

 

Oggi, invece, la città è un incanto di luce, forse per contrasto coi troppi giorni grigi, e perfino gli uccelli, i bianchi uccelli marini dai gialli becchi adunchi e la punta che sembra rossa per una sanguinosa predazione recente, stanno sui grossi pali degli approdi infitti nel fango e sulle ‘briccole’ e sulle cuspidi delle torri e delle cupole e sulle teste delle statue in cima alle chiese e aprono i becchi in ripetizione ed emettono il loro grido sgraziato e lamentoso, ma che esprime la gioia per la luce ritrovata e per il nitore che disegna le nuvole bianche e precisi gli archi dei portoni e delle finestre dell’isola di fronte coloratissima per i nuovi intonaci – che pare disegnata dal pennello del Tiepolo e gli acquarelli di Turner.

 

Mi capita di sospendermi, in giornate così, in una sorta di stupore per tutto quanto accade ed era normale fino a ieri, ma oggi trova una diversa definizione di incanto e ri-definizione dell’esistente.

 

Tutto ciò che vedo e osservo in controluce trova nella mia mente definizioni essenziali e primitive, quasi una regressione al primo linguaggio degli avi preistorici. ‘Buono’ è l’abbraccio di due giovani studenti seduti sulla banchina, ‘strano’ è l’abbigliamento di una donna che indossa una gonna lunga da zingara e un ‘bomber’ rimediato nei gialli cassoni della Caritas o sulle bancarelle dei mercatini domenicali degli ‘extracomunitari’ e il gioco dei bambini che strepitano e ti si fiondano sulle gambe coi monopattini lungo le rampe dei ponti è fastidio temporaneo e sorriso rivolto alle mamme che si scusano e li sgridano.

 

Il mondo rinasce ad ogni nuovo sole e i ricordi di altra luce forte e calda si sommano e una segreta allegria scaturisce da dentro che credevo sepolta…..

la provvidenza esiste

 

La fascia di mondo che sta poco su dell’equatore sta franando per le piogge copiose, spesso alluvionali e un territorio che si sosteneva sul fragile equilibrio di scarse precipitazioni e soleggiato per trecento gg. l’anno frana, le colline scendono a valle lungo gli storici canaloni, l’antica montagna si frantuma in piccole zolle fradicie e su queste spesso ci stanno le case che erano abusive e furono sanate in barba ad ogni studio idrogeologico e perizia dei geologi in forza ai comuni.

 

La natura si riprende il ruolo di regolatrice delle umane idiozie, degli eccessi, delle licenze concesse in barba ad ogni principio di precauzione e la protezione civile diventa il dominus di ogni emergenza, anche di quelle che si potevano tranquillamente prevenire con l’ordinata applicazione di regole che c’erano e bastava applicarle.

 

Abbiamo le catastrofi che ci meritiamo e la protezione civile conseguente e se in tanto dilagare di emergenze ci entra pure la corruzione e il senso di onnipotenza di un tale che è il braccio operativo del Barabba di lotta e di governo e ne media i vizietti e distribuisce i favori, beh, che volete farci: il popolo è sovrano, dicono, e se lo ha votato una ragione ci sarà. Piacciono i dux a questo nostro popolo, i risolutori, quelli che un tempo lanciavano gli slogans contadini: ‘dobbiamo dare la massima fecondità ad ogni zolla di terra’ e oggi si traduce ne ‘l’uomo del fare’. Comunque e in barba ad ogni regola e trasparenza. Peccato che la propaganda governativa nasconda la verità degli eventi e le più che modeste quantità del ‘fare’ rispetto all’arraf-fare.

 

Perciò osserviamo disincantati tutto quanto avviene di catastrofico ogni giorno che il buon dio manda in terra, sicuri che, tra tante frane, la provvidenza ci consegnerà, prima o poi, anche quella che vedrà lo smottamento in cinemascope-scopecolor del partito-azienda al potere e, dietro a lui, i suoi alleati opportunisti e ignari dell’antico motto che ‘chi va collo zoppo impara a zoppicare’.

Attendiamo sereni in attesa di levare il nostro ‘alleluja’.

La provvidenza esiste, lo sappiamo, solo ha tempi biblici e qualche precauzione di troppo.

si fa presto a dire dialogo

 

Si fa presto a dire dialogo. Se l’esempio viene dall’alto e dalla cosiddetta ‘politica’ stiamo freschi.

Il dialogo con l’opposizione che piace al pdl, ad esempio, è quello che smette le pur caute e misurate parole contro i misfatti della maggioranza e le sue iterate e ossessive leggi ad personam ed evita e stigmatizza quello che lorsignori definiscono ‘il gossip’, ma è, in realtà, un codice di comportamenti di chi è eletto alla massime cariche di governo e parlamentari, un decalogo che eviti le figure barbine, i possibili ricatti, lo sfregio alla morale pubblica.

 

Buona parte di un siffatto decalogo potrebbe essere ricavato dal ‘j’accuse’ di Veronica Lario al marito in carriera pubblicato sui giornali al tempo dello strano rapporto con una minorenne napoletana consegnatali brevi manu dai genitori perché ne curasse la ‘carriera’ (da velina o politica per la giovinetta non faceva differenza) – e a nord delle Alpi sarebbe bastato questo per un premier per vedersi stroncato sui giornali e dover rassegnare le dimissioni il giorno dopo allo scopo di non danneggiare l’immagine del partito di appartenenza. Ma il partito del signor B. è un’azienda e in un’azienda non usa che i dipendenti chiedano le dimissioni del padrone, ma solo se la fabbrica chiude per bancarotta fraudolenta e lascia sul lastrico i poverini.

 

Nel paese del Sultano Felix accade che quel tale, il Beneamato Leader, scateni, invece, le fidate legioni dei suoi fans adoranti e metta sotto morso i suoi mille giornalisti a libro paga e le redazioni dei telegiornali di fiducia (e quelli acquisiti della rai per il gioco sporco dello ‘spoil system’) e raddoppi addirittura la posta rivendicando la piena libertà di andare a put-ta-ne – e rovesci l’accusa politica sul fotografo che documentava l’andirivieni a villa Certosa degli yachts e gli elicotteri con a bordo le ragazze della ‘quindicina’ (cosi si chiamava il ricambio di carne fresca nei bor-delli d’antan, ma era una partita di giro con i bor-delli di altre città) e si aveva agio di osservare nelle foto perfino il dettaglio di un capo di stato di un paese dell’est, ospite del munifico presidente del consiglio italiano, ignudo e col pisellino in tiro per il magnifico spettacolo di poppe gonfie e sode e rotondi cu-li femminili al vento.

 

Che dialogo volete che si instauri con questa umanità avvilente e asservita che plaude al ritorno dei fasti che furono di Caligola e Nabucodonosor? Valori condivisi e buoni per le future generazioni? Principi? Regole? Buoni e dignitosi comportamenti quali si convengono per un capo di stato che rappresenta il Paese all’estero? Maddechè, aho!? Ma in che mondo vivi? Io so’ io e voi nun siete un ca@@o e se provate a criticare vi mostro i sondaggi che mi danno in crescita ad ogni put-ta-na nuova il cui nome viene rivelato dai giornali comunisti e al soldo degli ebrei svizzeri. E Bertolaso con la Francesca fisioterapista che se lo ripassa non si tocca e il Verdini santo subito e l’Anemone beato in attesa di miracoli decisivi.

 

Poi si leggono sui forum le risposte stu-pi-de di coloro che inneggiano al dialogo tra cittadini e lo dicono essere la ragion d’essere di un forum ed è, invece, un avvilente dialogo tra sordi e l’avvicendarsi di battute cre-ti-ne o stupi-da-mente rabbiose o l’ironia di bassissima lega (di chi si frega le mani per un potere infame che non viene scalfito neanche dal fuoco amico e perpetua il governo dei furbi e degli evasori) opposte alle accuse documentate e argomentate sui temi e misfatti del giorno. E lo chiamano ‘parlare di politica’. Ma ci facessero il piacere!!

 

Benvenuti in Italia.