Archivio mensile:gennaio 2010

se una notte d’inverno…

 

Se una notte d’inverno, nel chiuso di un imbarcadero, al freddo, ascolti il dialogo di una madre con la sua bambina e, intabarratti e incappucciati, tutti i passeggeri in attesa sorridono a quell’incanto e, lento, nel mezzo buio del largo canale, il vaporetto fende l’onda e si avvicina e sullo sfondo occhieggiano le luci dei lampioni e le sagome dei palazzi si specchiano oscure sull’onda appena smossa, hai l’intuizione commovente che una residua poesia di vivere si può cogliere in una siffatta città- malgrado il Carnevale sia vicino e questo incanto scomparirà nella ressa e nell’ammassarsi volgare dei grandi numeri di anonimi turisti colle loro maschere improbabili e tutto l’armamentario commerciale che gli va dietro.

 

Meriterebbe davvero di più questa città di speciali incanti di un nano megalomane che si compara a una ballerina e dice di sé che è ‘la Cuccarini’ di tutti gli italiani e ti rendi conto con amarezza di quanto sia caduto in basso il livello medio della sensibilità ‘democratica’ se un tale personaggio da tre palle un soldo può impunemente presentarsi sugli schermi a rivendicare la primazia e la coazione a ripetere le stupidaggini delle televisioni commerciali sul verbo ragionato della politica dei cittadini e i sondaggi lo accreditano di vincere col 58 per cento dei suffragi.

 

E’ davvero un epoca che si chiude: l’epoca della decenza, delle parole misurate, della pacatezza del verbo politico e ti viene perfino nostalgia delle ‘convergenze parallele’ dei tempi di Moro e della DC e al suo posto abbiamo il Re dei Saltimbanchi con le sue veline e putta-ne e il codazzo dei maggiordomi e i ‘portavoce’ e anche il nano che allieta i banchetti di corte e ti muove una segreta pietà solo perché intendi quanto deve aver sofferto per quella sua condizione di minorità fisica, – ma per uscirne, per riscattarsi, non trova di meglio che spararle grosse, lanciare i suoi sputi al cielo e di sé e della sua corsa a sindaco/ministro dice che porterà 25 miliardi alla città come sua dote personale e ha facile gioco il suo avversario a chiedergli se è questo il modo di amare la città e volere la sua grandezza : di considerare la soddisfazione dei suoi bisogni primari di residenzialità e lavoro e le necessarie opere idrauliche come un dono privato. Hanno privatizzato lo Stato questi malnati: è ‘cosa loro’ e ‘quei soldi ve li procuro solo se mi eleggete’.

 

E pazienza se sono le solite fanfaronate dei periodi elettorali buone per il popolo bue sempre ottusamente speranzoso e immensamente paziente.

 

D’altronde quella del ministro è una coazione a ripetere: gli hanno insegnato così negli avvilenti convegni di partito, li ‘hanno disegnati così’ come i fumetti : fanfaroni e maramaldi e la finanza pubblica è ‘cosa nostra’ e la promettiamo solo a fini propagandistici – e fino ad oggi e per anni Cacciari ha lamentato i tagli nei trasferimenti agli enti locali e mandato a dire in tutte le sedi istituzionali la sua (e degli altri Comuni d’Italia) impossibilità di garantire una raccolta-rifiuti degna di questo nome e i dolorosi tagli alla spesa sociale per garantire la quale fin qui si sono venduti i palazzi, i gioielli di famiglia.

 

Ma già: il popolo bue berlusconian-leghista ha un vivo senso pratico. Il collegamento sindaco/ministro lo convince di più e della questione morale che si pone di garantire ad ogni città il suo fabbisogno finanziario e una corretta ed equa gestione dei fondi e dei trasferimenti statali dice che è una questione di lobby e di santi in paradiso e di secessioni minacciate e di fucili.

E se il nano garantisce qualche miliardo aggiuntivo elemosinato con una piroetta magistrale nel corso di un banchetto di corte, evviva!

 

Panem et circenses. Così vanno le cose nella Beozia rediviva del ventunesimo secolo.

 

 

 2009 slovenia austria francia monaco 590.JPG

 

 (il maleficio di Brunetta)

bambini degli uomini

 

Il film non è un granchè: una storia di enfasi catastrofiche come tante altre se ne son viste al cinema, ma propone riflessioni non banali su quanto temiamo di perdere nel prossimo futuro e sulla ‘pietas’ rivolta a ogni essere vivente che tutti dovremmo condividere perché ne va del futuro condiviso e proiettato sulle aspirazioni universali del genere umano.

Parlo di ‘Children of men’ che trovate in cassetta dopo un passaggio sugli schermi oltremodo veloce e di più non meritava.

Tuttavia il film pone al centro la questione della maternità e della riproduzione e una catastrofe biblica si è abbattuta sugli uomini e le donne del pianeta e da oltre diciott’anni non nasce un bambino che sia uno e quando accade è uno stupore che ferma le guerre e gli orrori che si sono scatenati tra ricchi e poveri del pianeta e la prescelta, la nuova Madonna Nera, viene sfiorata con le dita dai combattenti di entrambe le fazioni al suo passaggio come un’icona sacra: una dea madre che ritorna, la Speranza che riaffiora di avere futuro come umanità complessiva.

 

Non moriremo, forse non ci estingueremo e sarà la Pietà a salvarci e in un altro passaggio del film si mostra come sia stato salvato da distruzione certa il David di Donatello (sia pure con un arto mancante) a causa dei conflitti esplosi per ogni dove nel pianeta, ma, emblematicamente, non la Pietà di Michelangelo, appunto, perché ‘pietà l’è morta’.

 

Accadrà? Può accadere?

 

Il contesto del film è quello di un mondo che si ‘incarta’ sulle proprie tragedie, sulla mancanza di pietà e capacità di mediare e risolvere i conflitti globali: niente di più probabile a giudicare da quanto sta avvenendo da qualche decennio a questa parte. Esattamente dall’89: anno in cui crolla il muro di Berlino e comincia la stagione dell’immigrazione dai grandissimi numeri incontrollabile, dell’invasione dei ‘nuovi barbari’ – e i ‘ricchi’ occidentali si chiudono a riccio e cercano di salvare l’impero (economico) e la cultura dell’occidente dal meticciato, dal ‘nuovo inizio’ di quello che ci pare di vivere come un Medioevo di ritorno, una fine-secolo ( e inizio millennio) bui e privi di prospettive luminose e dove i colori sono ‘le grida di dolore della luce’ come scriveva il Poeta.

 

Meditate, gente, meditate.

 

(….e posso avere tutto, ma se non avrò amore io sarò nulla. – Paolo di Tarso )

le bufale del premier e l’analisi degli economisti

 

di Vladimiro Giacché*

 


La notizia è di fine dicembre, e la maggior parte dei giornali l’ha confinata in poche righe. Ma avrebbe meritato maggiore attenzione: il servizio studi della Banca d’Italia, in una ricerca sulla crisi internazionale e il sistema produttivo italiano, ha fatto piazza pulita di tutte le fandonie di questi mesi sulla presunta buona tenuta della nostra economia. Con queste parole: “Rispetto ai massimi toccati all’inizio del 2008, nel secondo trimestre dell’anno in corso l’indice della produzione ha segnato una diminuzione cumulata prossima al 25 per cento, con il risultato che, nella scorsa primavera, il volume delle merci prodotte si era riportato al livello della metà degli anni Ottanta. Nella media dell’area e nei suoi principali paesi, il calo è stato inferiore. Misurato in termini di trimestri persi, cioè di quanto indietro nel tempo sono tornati i livelli della produzione, la maggiore gravità della situazione italiana risulta evidente: i 12 e i 13 trimestri di Francia e Germania si confrontano con i quasi 100 dell’Italia”. I trimestri perduti sono per l’esattezza 92: la produzione a metà 2009 si è quindi attestata agli stessi livelli del secondo trimestre del 1986. Fanno 23 anni: non abbiamo perso il lavoro di una generazione, ma poco ci manca.
Un primato poco invidiabile, reso possibile dal fatto che in Italia la crisi è arrivata dopo un lungo periodo di stagnazione, databile dalla seconda metà degli anni Novanta. Cioè da quando sono finite le svalutazioni competitive che periodicamente rianimavano le esportazioni italiane (l’ultima è del 1995). A questo punto le imprese avrebbero dovuto cambiare gioco, puntando sull’innovazione di prodotto e soprattutto di processo. Hanno preferito premere l’acceleratore, più ancora che in passato, sugli altri due pedali tradizionalmente adoperati: il basso costo del lavoro e l’evasione fiscale. Solo così si spiegano i dati apparentemente contraddittori esibiti dall’economia italiana in questo periodo. Da un lato la produttività del lavoro ha un andamento pessimo (scende all’1,7 per cento negli anni 1992-2000, ed è addirittura nulla dal 2000 al 2008), e il Prodotto interno lordo ristagna: negli anni 1999-2009 la crescita complessiva è stata appena del 5,5 per cento, mentre i paesi dell’area dell’euro crescevano in media del 13,5 per cento. Dall’altro, i profitti non solo tengono, ma crescono: dopo il 1993 sono aumentati per tutti gli anni Novanta, sia in percentuale del Pil sia come quota sul valore aggiunto, e lo stesso è avvenuto anche nei primi anni Duemila.
Come è possibile? In un solo modo: attraverso un gigantesco trasferimento di ricchezza a danno dei salari. E infatti negli ultimi venti anni in Italia il valore degli stipendi rispetto al Prodotto interno lordo è crollato del 13 per cento (contro un calo dell’8 per cento nei 19 paesi più avanzati). Oggi le buste paga italiane sono scivolate al posto numero 23 (su 30) nella classifica dei paesi più industrializzati dell’Ocse, e risultano inferiori del 32 per cento rispetto alla media dell’Europa a quindici.
A questo va poi aggiunta un’evasione fiscale da guinness dei primati, ben testimoniata dai 95 miliardi di euro appena condonati al prezzo di un obolo del 5 per cento. In 10 anni, siamo già alla terza amnistia fiscale (solo all’estero però la si chiama così: in Italia, regno degli eufemismi, si preferisce parlare di “scudo fiscale”). Ed è grave. Perché, anche se di rado ci viene rammentato, l’evasione fiscale non è soltanto una vergogna (e un reato), ma è anche disastrosa dal punto di vista economico. Amplifica le disuguaglianze sociali, rende impossibile affrontare il problema del debito pubblico e distorce la concorrenza. Ma soprattutto perpetua un handicap storico del nostro sistema produttivo: il nanismo delle imprese. Sino a non molto tempo fa impazzava la retorica del “piccolo è bello”, delle piccole imprese capaci di sfidare le leggi dell’economia facendo a meno delle economie di scala.
La verità era ed è un’altra: in Italia in molti casi il consolidamento industriale che sarebbe stato necessario è stato evitato grazie a quel particolare abbattimento dei costi di produzione rappresentato proprio dall’evasione. Imprese che sarebbero state fuori mercato se avessero pagato le tasse, si sono autoridotte questo costo e così sono riuscite a fare profitti (perlopiù poi non investiti nella produzione, ma dirottati sul patrimonio personale dell’imprenditore). Tutto questo ha concorso a far scivolare il nostro sistema economico verso una frontiera competitiva arretrata, imperniata sulla competizione di prezzo, anziché sulla qualità e sul contenuto tecnologico dei prodotti, in concorrenza con i paesi emergenti e di nuova industrializzazione: una battaglia persa in partenza. È qui che va ricercata la radice della stagnazione economica del nostro paese e della batosta economica che si è profilata nei primi anni del nuovo secolo, quando la riduzione dei dazi all’importazione di molti prodotti ha messo fuori mercato numerose nostre produzioni. È su questo spiazzamento competitivo che la crisi mondiale iniziata nel 2007 si è innestata, infierendo ulteriormente.
Sarebbe urgente invertire la rotta. Si sta facendo il contrario.
*economista e partner di Sator spa

migrazioni,culture,bio diversità, mutazioni

apocalypto.gifLe tue riflessioni e radicate convinzioni sulla biodiversità che va a morire sono stimolanti, caro Zarco. Uno sguardo a volo d’uccello sulla storia passata ci dice, però, che la bio diversità e le diverse culture dei popoli non hanno cifra uguale e fissa nel corso dei decenni e dei secoli.

E’ una perenne mutazione che in alcuni casi mantiene una linea di riconoscimento etnico-culturale e biologica lungo i decenni e in altri casi, invece, il panorama muta del tutto ed è un ‘nuovo inizio’ che non sappiamo dove ci porterà e quali nuove mutazioni annuncia. Ed é davvero difficile contrastare le mutazioni indotte da eventi della storia a volte radicali e crudelissimi, come nel caso di invasioni di popoli barbari che distruggono gli imperi consolidati e fieri e superbi.

Ricordi il ‘nuovo inizio’ delle tribù maya massacrate e i sopravissuti che vagavano nelle foresta primaria del film ‘Apocalipto’ di Mel Gibson? E il finale di quel film introduce a quell’altra radicale mutazione della bio diversità dell’intero continente delle due Americhe perchè il protagonista invitto e in fuga disperata viene ‘salvato’ miracolosamente dall’apparizione delle famigerate tre caravelle – che sappiamo essere l’incipit di uno sterminio anche maggiore, di un olocausto ante litteram.

Dunque la storia umana è storia di continue mutazioni e, seppure le nostre generazioni ultime, hanno conosciuto lunghi decenni di stasi e non belligeranza e sviluppo economico e culturale invidiabili, la caduta del muro di Berlino ha inaugurato un’era di nuove invasioni e migrazioni oceaniche di difficile contrasto e governo e assimilazione o multiculturalità – secondo le preferenze e gli indirizzi politici di questo o quel gruppo sociale o di partito.

Sigillare le frontiere? Ricacciarli a forza? Lo stiamo facendo ma quelli, ostinati, ci riprovano, ritornano: gli stessi o le nuove ondate di profughi sopravissuti a guerra, dittatura e persecuzione relativa, povertà e fame e che auspicano per sè e i loro familiari un ‘nuovo inizio’ in un luogo diverso e migliore.

Tu affermi che è necessario negarglielo – lo impone la salvaguardia della residua cultura dell’italianità e, a parte la difficoltà che ho a mettere a fuoco i caratteri precipui e distintivi dell’italianità bella e positiva che si vorrebbe salvaguardare, compì anche tu il tuo personale ‘atto di forza’ e li respingi e ti dici favorevole al verbo leghista (relativamente a questa sola questione).

Beh, mi piacerebbe che tu andassi a vedere ‘Welcome’ il bel film di Lioret in qualche cinema della tua città dove lo programmano e mi raccontassi poi che genere di emozioni ti ha suscitato.

Anche le emozioni dicono (dovrebbero dire) il futuro e non dovremmo negare loro l’accesso nel nostro animo. Stammi benissimo, galantuomo.

il far west che ritorna col passo del gambero

11.jpg 

Dove eravamo rimasti? Ah si! ‘E’ un complotto!’, ‘I giudici sono tutti comunisti!’, ‘Non posso andare in aula a Milano perché li mi aspetta il plotone di esecuzione. Lo dicono i miei avvocati’.

 

Sarebbe perfino divertente questa follia se non fosse collettiva, se non rispecchiasse il ‘comune sentire’ della folla dei malnati e delle partite iva e gli annessi beoti televisivi di ogni risma che lo votano e lo osannano e ‘menomalechec’è’ e sventolio di azzurre bandiere.

 

In realtà c’è del metodo in quella follia, in quel suo mantenere il tono dei proclami del condottiero di una guerra dei vent’anni e l’imposizione fatta ai suoi dipendenti parlamentari e i portavoce di ripeterlo stupidamente fino all’estenuazione e all’esasperazione e fanno le prove davanti alla telecamera per curare i ghigni giusti, le smorfie di finta indignazione e/o di partecipata emozione (come fa Bondi – che gli dedica perfino le poesie e forse sogna di trasformarsi in una puella e pagherebbe per godere delle intime carezze a loro riservate ‘nel lettone di Putin’).

 

E’ il metodo dell’assediante che intende espugnare le cittadelle meglio difese e dalle mura alte e forti e ri-costruisce le sue macchine da guerra dopo ogni assalto vano e lancia il fuoco greco di là degli spalti e intanto sogna di prenderli per fame, gli assediati, e per sonno, perché anche di notte incarica i suoi cantori di battere le grancasse e recitare le somma delle litanie idiote contro la Costituzione, i giudici, Fini e i suoi, il presidente Napolitano, ecc. ecc.

 

Finiremo per capitolare e dargliela vinta e pazienza per la giustizia – tanto non funzionava per niente e di vivere senza più giudici e avvocati tra i piedi sarà una liberazione e, se del caso, se saremo vittime di un sopruso, studieremo di farci giustizia colle nostre mani o con le pistole. Il Far West mai del tutto dimenticato ai tempi della ‘storia che va col passo del gambero’.

 

Ho una scatola piena di basiliche di san Marco in miniatura (che non è meno merlettata e piena di cupole e cuspidi e cavalli in bronzo del Duomo di Milano) in alabastro verde e oro. Qualcuno è interessato all’articolo? Prenotatevi perché, di questi tempi, la domanda supera di molto l’offerta e i prezzi sono schizzati parecchio in alto.

la giungla primaria e i sogni delle astronavi

avatar-poster.jpg 

Giulio Verne: chi non ha letto uno dei suoi straordinari (per l’epoca sua) romanzi? Un autore del genere che oggi chiameremmo ‘fantasy’ o ‘fantascienza’, ma la quasi totalità delle sue fantasie si sono avverate e siamo andati sulla Luna, abbiamo esplorato in lungo e in largo le profondità marine con ‘nautilus’ a propulsione atomica ben più avanzati di quelli da lui immaginati e descritti.

 

Ebbene, se questo è il rapporto tra fantasia e storia: che la seconda surclassa sempre la prima nelle realizzazioni tecnologico/scientifiche, prepariamoci all’idea che avremo degli ‘avatar’ e viaggeremo nel cosmo e mille pianeti Pandora i più diversi fra loro saranno i paesaggi dove agiranno i bis-bisnipoti muniti di robots e astronavi gigantesche e meravigliosamente efficienti nei cui laboratori avranno grembo e liquido amniotico i nostri straordinari ‘avatar’.

 

Saranno l’estensione del nostro cervello, il superamento dei nostri storici limiti corporei e li incaricheremo di essere la longa mano dell’umanità sul futuro del cosmo e auguriamoci di non trovare sulla nostra strada evolutiva alieni troppo agguerriti e di non esportare il filosofico (e politico) ‘male necessario’ che ci perseguita oltre le colonne d’Ercole della stratosfera perché sennò saranno dolori – come mostra il bellissimo film di Cameron.

 

Era dai tempi di ‘Via col vento’ che non sprofondavo nella poltrona dimentico dei miei muscoli e nervi e pensieri e solo gli occhi e tutto il cervello vivevano in incantata simbiosi collo schermo in 3D e si abbeveravano a quelle straordinarie figure, a quelle foreste incantate e dense di magici organismi – flora e fauna – che mescolano i paesaggi e le creature dei mari tropicali e li traspongono nella giungla fantastica, verticale, aerea e sospesa.

 

Nel film si riabilita la botanica delle giungle primarie e gli sceneggiatori ci rimproverano di aver distrutto un immenso patrimonio del pianeta: in Brasile e in Indonesia e altrove, senza neanche sapere quali tesori di farmacopea e di elisir di salute e lunga vita racchiudevano le cortecce degli alberi ormai estinti, e quali potenti fluidi potevano essere estratti dalle radici di arbusti che abbiamo bruciato e divelto e neanche li avevamo classificati nei manuali di botanica.

 

L’anima della foresta, la foresta che ha un’anima è l’idea di fondo del film bello e straordinario che stabilisce il confine tra un vecchio modo di fare cinema e la rivoluzione del futuro in 3D o, prossimamente, 4D: odori compresi e le varie e diverse compenetrazioni del nostro cervello con la storia narrata sullo schermo.

 

E ci sono le ‘prove di forza’ di un umanità vecchia e malata di ‘logiche di potenza’ e guerrafondaie e il suggerimento di approcci ‘olistici’ e ‘filosofie’ pacifiste e ‘obamiane’ – di certo più feconde e meglio produttive per il nostro viaggiare nel cosmo e colonizzare i pianeti dove la vita umana potrà espandersi e continuare la sua straordinaria odissea.

 

Non vederlo è perdere l’idea e le immagini di un futuro possibile, concreto, come quello che è seguito ai romanzi di Verne e ha reso ingenue le sue fantasie di narratore straordinario e immaginifico presso le generazioni ultime. Buona visione.

gli ubriachi e il male della storia

Berlusconi_1984.jpg 

La cosa potrebbe essere risolta senza tanti preamboli e patemi d’animo e tutto il vano e stupido dibattere che si fa in alto e in basso della nostra vita politica: c’è la Legge che è uguale (dovrebbe) per tutti e chi si sottrae alla Legge e alle sue applicazioni giudiziarie è un latitante e non merita nessun onore e nessun riconoscimento di ‘statista’. E sbaglia il capo dello Stato a tirare la volata ai fans di un latitante che si è sottratto alla giusta pena comminata dopo ben tre gradi di giudizio.

Semplice come bere un bicchier d’acqua e tutto il resto è fuffa della peggiore – e marcia, dopo tanti anni, e maleodorante.

 

Ma c’è un ‘ma’ ed è quello che mostra come le leggi fiscali ci sono e sono severissime e se capiti sotto i riflettori dell’Amministrazione sono dolori, però abbiamo una quantità enorme di cittadini che scommettono sulla possibilità statistica di ‘farla franca’ e quasi tutti ci azzeccano e su questa iniquità e questo furto di socialità è fondata gran parte della ricchezza indebita di alcuni concittadini e gran parte del ‘gioco di potere’ che oggi vede al governo della repubblica il Barabba più amato dagli evasori e i suoi avvocati e commercialisti di sua fiducia.

 

E il ‘benamato Leader’ è imputato in molti processi per evasione/corruzione dei partiti e di alcuni agenti delle Fiamme gialle e lotta come un Titano per sottrarsi ai processi e dice sbagliate le leggi che lo condannano e ne fa di nuove su sua misura e si fotta il paese reale delle fabbriche che chiudono e degli operai a spasso senza nessun reddito e il mutuo che continua a correre.

Questo è il quadro di riferimento non confutabile nella sostanza.

 

Poi ci sono i merlettai ridicoli che cuciono i loro orrendi ricami ‘politici’ sotto alla pietà dei figli che sbagliano: Bobo e Stefania – che dovrebbero coltivare la pietà filiale per un siffatto padre in silenzio e rispettosi del mistero del Male che tutti ci affanna e il loro padre più di altri (come fa la madre, Anna, la sola che in questa vicenda, in questo tormentone nazionale meriti rispetto per tutto quanto ha dovuto subire da un siffatto marito e gli ha reso in dedizione e amore).

 

E invece sbraitano e male-dicono (Stefania più di Bobo) e costruiscono la loro carriera politica sul rovesciamento dei valori e la Babele di lingue che fa la nostra vita pubblica e avvelena la politica: criminali e giudici a ranghi invertiti e così la fola del ‘partito dell’amore’ che, invece, ha seminato odio e zizzania a piene mani per decenni e oggi prova la spallata finale alle istituzioni di garanzia.

 

Banana Republic e una sterminata folla di bananieri osannante e neanche la soddisfazione di una predizione a breve che dica quest’andazzo un ‘male della Storia’, una ubriacatura collettiva che presto finirà.

Che avvilimento e pena, ragazzi!

 

mental disorders (part two)

 

…E l’amore è uno di quegli spiriti, il più burlone e sempre fuggitivo e il più inseguito benché abbia prerogative e poteri tali da far saltare i fragili equilibri su cui fondiamo le nostre esistenze. E nella metafora è cieco: quando scocca le frecce che infiammano le ferite. Ed è bambino : a cui tutto si deve perdonare. E in amore si vince e si perde come in una guerra : la guerra dei sessi e dei sensi e del senso di esserci e avere un ruolo presso il nostro prossimo e affermarlo.

Forse tutto ciò avviene perché da lui, l’amore, dipende anche il nostro poterci riprodurre, avere figli, conquistare l’effimera eternità della progenie ed è necessario dimostrare di ‘saperci fare’, saper competere nella crudele selezione naturale che offre minori opportunità di accoppiamento ai meno abili e incapaci e premia, invece, l’esemplare migliore. Sette donne per un uomo, si diceva, ma da qualche parte c’è qualcuno che se ne spupazza quattordici. E bellezza e fascino non si imparano e qualcuno invece ‘nasce imparato’. E viene voglia di guardare altrove e strapparsi la freccia dal cuore e accontentarsi dell’aria e dell’acqua e dei paesaggi che incantano e rimandare tutto a un altro-giro-altra-corsa del ciclo secolare delle stagioni che passano e delle nuove vite che appaiono. Se rinasco vorrò essere lupo dominante e condurre un mio branco.

 

Ho raccontato questa cosa al mio analista, perché avevo appena visto ‘Apocalipto’, un film sui Maya, e mi identificavo con quel membro della tribù che non riusciva ad avere dei figli e tutti si burlavano di lui, ma ha continuato a tacere e questa cosa mi esaspera e mi chiedo che senso abbia una ‘terapia’ in cui ci si ascolta e basta e tutti i dubbi restano dubbi e ci si sente più stupidi ogni volta che si esce dallo studio.

 

‘Mi parli dei suoi sogni.’ continua a dirmi, deviando le mie narrazioni in quel trovarobato confuso che di notte ti sciorina il suo stupidario incomprensibile. ‘Faccio sogni caotici, storie incomprensibili di cui ricordo solo brevi spezzoni e a volte non riesco a raccontarli perché certe immagini dei sogni sono strane e non trovo le parole.’, gli dico, e mi risponde che sono simboli e bisogna saperli interpretare – e così si accredita come sciamano, apprendista stregone che, prima o poi, tirerà fuori il coniglio dal cilindro e mi dirà: ‘Ecco il tuo mostro’ e lo sgozzerà e lo offrirà in sacrificio a Psiche: la dea che viene effigiata come una donna bellissima, ma in realtà è mostruosa: tutta rughe secolari e screpolature e voce da strega e solo raramente si trasfigura e se ne esce cogli inni e le canzoni e i poemi e le figurazioni geniali che la riscattano e ci fanno credere che tutti abbiamo un anima umana immortale.

 

Due notti fa ho sognato che ero un cavallo e la mia corsa era felice e la prateria in cui correvo aveva spazi così grandi che avrei potuto correre per sempre e un maledetto stridio lacerava quel cielo chiaro e quell’aria fresca che mi pettinava la criniera e quando lo squillo della sveglia è riuscito a rompere quell’incanto mi sono svegliato in affanno e tutto sudato. L’idea di una possibile felicità ci affanna?

 

Non l’ho raccontato al mio analista. Non se lo merita un sogno così.

 

(the end)