Archivio mensile:dicembre 2009

il nero del mondo

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Confesso di aver fatto parte di coloro che, quando crollò il regime dello Scia di Persia, lanciò i suoi osanna al ‘popolo sovrano’ capace di abbattere un tiranno ‘al soldo degli U.s.a.’ come usava dire.

La figura che andava a sostituirlo mi lasciava perplesso, per la verità, ma come non dare ragione a un popolo – come non schierarsi dietro le bandiere di una ‘rivoluzione’ che, pur se fatta da preti neri e oscurantisti (e da Khomeini, poi, il più nero degli imam: di cuore e di pensieri ciechi e antiche fantasie religiose) liberava le potenzialità ‘popolari’ e le lanciava verso il futuro?

 

‘Hope for the future’, titolava la mostra della partecipazione nazionale iraniana alla Biennale di quest’anno che se ne va: ‘Speranza per il futuro’. Come dire e denunciare che non ce n’è molta – al di là degli alambicchi e delle piacevoli alchimie che ogni arte ci propone- come dire che siamo ancora lì, in barba a una rivoluzione di popolo sanguinosa: siamo a un dittatore cupo e di pensieri malvagi e ai suoi degni seguaci cupi e malvagi del pari che hanno sostituito un dittatore classico, lo Scià, e ci riportano al punto di partenza: a un popolo che lotta e paga col sangue e la sofferenza di molti la sua insania di allora, l’aver scelto il male, voluto il suo male scambiandolo per il Bene o ‘il meno peggio’ come si dice delle democrazie.

 

Non vi ricorda qualcosa di a noi prossimo? L’elezione di un Barabba al soglio del governo della repubblica, tanto per dire, spacciato dai suoi tragici supporters come ‘l’uomo del fare’? E un intero paese schiacciato dal peso del suo enorme conflitto di interessi e dalla lotta titanica che L’Indagato-da-prima-repubblica-amico-di-Craxi ha condotto e conduce contro gli istituti di garanzia democratici che lo denunciano come uomo di quel malaffare politico-imprenditoriale che ancora incombe su noi tutti (vedi i capitali all’estero condonati e l’evasione premiata) e giustamente lo perseguono. Ancora per poco, perchè gli atti di guerra da Lui voluti contro l’istituzione-giustizia sono tutti scritti in quest’anno orribile che ci lasciamo alle spalle e funesteranno il corso del prossimo. Che Dio ci aiuti.

 

Quindi anche gli errori del ‘popolo sovrano’ si possono e si devono stigmatizzare, anche le loro marce scelte che si mutano in anni di m…a per l’intera nazione. Gli errori, i buchi neri della democrazia che non abbiamo voluto/saputo correggere si pagano col sangue, come mostrano le attuali cronache dell’Iran e il non aver inteso che l’oscurantismo religioso contiene in sè i germi di una tragedia futura è la Nemesi dell’attuale morire degli iraniani sulle piazze e scontare il carcere e morire uccisi in carcere per mano degli assassini che un tempo sono stati indicati come ‘i liberatori’.

 

E uguali moti confusi di rivolta si ebbero, ricordate, in Thailandia, dove al potere c’era la copia asiatica del nostro Berlusconi: un tycoon pieno di soldi marci coi quali si era comprato la fragile ‘politica’, – quella che disprezziamo perchè non la sappiamo governare e ce la scippano e la confondono e mistificano e le dittature che conseguono sono la nostra condanna: il malaffare che impera e si fa governo della repubblica è la sanzione che ci spetta, l’inferno in cui sprofondiamo per non aver fatto le scelte chiare e solari del premiare con il voto gente di specchiata onestà, i migliori tra noi cittadini.

 

Guardiamo all’orrore e alla sofferenza del popolo iraniano presaghi della nostra sofferenza futura di italiani che pagheremo durissimamente la nostra (loro) cattiva scelta di aver voluto un Barabba amorale alla guida della nazione. La democrazia è il minore dei mali tra i diversi sistemi di governo, è ben vero, ma è, insieme, la nostra pena e, a volte, una condanna capitale.

 

Buon anno a voi tutti: ne avete/abbiamo bisogno.

la morte di un solo

 

E’ tutto un ribollire di notizie di morte o annunci di morte e agitazione che ne consegue: manifestazioni in Iran, il fronte del terrore di Al Quaeda che insorge per ogni dove come i rossi funghi malefici e, invece, io sono attratto da un singolo che muore, che si lascia morire in veste di barbone, di senza casa.

E’ successo a Trento e l’uomo aveva 54 anni e la sua droga era di vecchio tipo: l’alcool.

Bottiglie di vino o grappa da pochi euro dei supermercati, i pochi euro che racimolava mendicando, e lo stordimento dell’alcool lo ha aiutato a rannicchiarsi, tremando di freddo, allato di una casetta di legno nei pressi di un parcheggio e a guardare la morte fredda che irrigidisce le membra con un senso di liberazione e segreta gioia e le auto intorno a lui si mutavano in immagini di sogno: privati ricordi di una vita altra e diversa che conteneva qualche briciola di felicità, forse.

E’ il Grande Freddo la teoria cosmologica che prevede la morte degli universi e lo spalancarsi della mostruosa bocca del Nulla.

 

Era stato licenziato due anni fa; lavorava alle Poste come autista e aveva perso il lavoro e, a cinquant’anni, lo sapete, non è facile trovarne un altro e la domanda che mi pongo è: come hanno potuto gli istituti di garanzia, gli enti di assistenza che pure esistono nella città di Trento, città federalista, lasciare che quest’uomo vagasse nel gelo dei giorni d’inverno senza trovare un luogo di pura sopravvivenza, un uomo o una donna o un ente pietosi che alimentassero la sua speranza di rientrare nel mondo dei garantiti, gli offrissero un briciolo di pietà che lo riscaldasse?

 

Sono domande retoriche, lo so, e ad esse se ne accompagnano altre e qualcuno avrebbe facile gioco nel mostrare che il suo morire di gelo non è un caso isolato, bensì una situazione condivisa da molti altri ‘ultimi della terra’, ‘figli di un Dio minore’ che osserviamo scorrere allato delle nostre vite senza mettere mano al portafoglio e chiederci se possiamo giovare al nostro prossimo meno fortunato di noi.

Non è questo, infatti, che mi commuove, perchè anch’io ho uguali rimproveri da muovermi, anch’io ho elaborato e praticato il cinismo dell’abbiente che non cura il mendico e la sua storia compassionevole.

Ciò che più mi colpisce della storia di quel ‘barbone’ è, infatti, il modo del suo morire: il gelo che paralizza le membra, l’ottundimento delle percezioni ultime, gli ultimi brividi del corpo che aiutano l’anima ad uscire: 21 grammi, si dice, che evaporano nei fumi del gelo e osservano il paesaggio osceno del propria morte corporale con quella leggendaria levità e segreta felicità che è propria di ogni liberazione – poco importa se l’anima è assunta nei cieli di un auspicato paradiso o nel buio di un confortante nulla universale.

‘Beata se’ tu, sora nostra morte corporale….’

delle antiche cronache

 

Abbiamo uno strano rapporto con il passato: un rapporto di fascinazione rassegnata e le tragedie che contiene e le spaventose cose della storia accettiamo e proviamo a ‘farcene una ragione’ perchè ciò che è stato è stato e i morti sono morti e il male si è compiuto e il bene è come il cuore dell’avo che i combattenti scozzesi lanciavano in battaglia di là delle fila del nemico e lottavano con tutte le loro forze per riconquistarlo.

 

Per la verità un uguale stato di rassegnazione ( e nessuna fascinazione) io vivo per i tempi presenti del berlusconismo stupido che ci contengono e non è raro che io eviti di accendere il televisore perchè quanto vi si narra è cronaca di avvilimento annunciato e l’indifferenza è uno stadio più avanzato dell’odio che il Barabba pretende suggestivamente gli sia tributato – e dell’amore non mette conto di parlare perchè il Cialtrone ne fa barzellette buone per i palati delle masse beote che tutto applaudono del suo costante flatulare. Non ti curar di lor, ma guarda e passa.

 

E, invece, mi attraggono di più le vecchie cronache, che vado a tirar fuori dall’Archivio Storico che sta a un passo da casa mia dove si può leggere – faticando non poco per decrittare le scritture dei governatori delle provincie della Serenissima repubblica – che nel 1583 :

‘havemo dato fuoco alla casa tutta e alla stalla con dentro li animali e bruciati tutti e anco i cadaveri de li appestati, si no la peste, che era stata segnalata per un solo caso in città, non havesse da propagarsi nei paesi intorno e se anco peste non fusse stata a sterminare l’intera famiglia meglio è lassare che il foco faccia l’opera che i dottori non sanno dire e sarà il tempo che viene a dire se sia stata cosa saggia o precauzione eccessiva…’

 

E ancora, un secolo e mezzo più tardi :

 

‘… che non si è potuto dare mano alla deportazione in altro convento dei frati che più di una denuncia ci avvisava che havessero commercio carnale colle vedove dei marinai che vanno per nave e le ingravidavano e già lo scheletro di un neonato era stato segnalato in un bosco mesi fa. (…) e la conferma delle denunce è venuta dalle stesse che hanno impedito alle poche guardie di entrare e gridato contro che non si havvia da compiere una cosa ingiusta e dentro il chiostro avevano steso i materassi loro e le tuniche dei frati erano stese ad asciugare come fussero gli abiti dei mariti che più non potevano servire (…)

 

Spalle al futuro perchè di lottare contro le presenti insensatezze non mette conto alcuno se la storia non è maestra di alcunchè e procede col passo del gambero e le oscene cose si ripresentano, mutatis mutandi. Lasciamo che siano i posteri a metabolizzarle e incasellarle e darsene ragione.

A me il presente è male e non riesco a trovare una bandiera e un’arma capaci di combatterlo che si possano ragionevolmente impugnare.

 

c’è del metodo in quelle follie

 

La follia è la forma del reale quotidiano che tutti viviamo. Facciamo spesso cose ‘un po’ folli’ e il saperle dosare è il segno di un buon governo della follia che abita in noi ed esorcizziamo, addomestichiamo per non incappare nella maggiore: quella di un improvviso litigio violento col marito, o il figlio/a adolescenti riottosi e/o ‘borderline’, ad esempio, e il litigio finisce con la rottura di oggetti incolpevoli, anche preziosi, (e i vicini di casa di là della porta d’ingresso sentono le grida e i colpi e portano l’indice alla tempia piegato a martelletto) ma poi subentra il ravvedimento, la quiete, il pentimento, il silenzio della riflessione su quanto ci accade e ci stravolge.

‘Anche l’ira contro l’ingiustizia stravolge il viso’, scriveva B. Brecht e tutti noi abbiamo un nostro privato concetto di ciò che è giusto o ingiusto e alcuni di noi darebbero la vita per imporlo (o la toglierebbero).

 

Tutto è ‘un po’ folle’ di ciò che osserviamo e che è o che è stato: il comportamento di un tale per la strada che parla da solo e gesticola e ti guarda in tralice se scopre che lo osservi, la danza sciamanica di un giovanotto che ha in corpo alcool e, insieme, una pasticca di extasi, ma non ci sorprendiamo più di tanto ed ‘elaboriamo’ quella follia e ci conviviamo e, invece, ci stupisce e indigna e preoccupa e ci manda in bestia il gesto di un ‘folle’ rivolto a un papa o a un capo di governo o a un re.

E tuttavia quei gesti eclatanti sono uguali – nel loro trascendere la nostra pretesa ‘normalità’- a quelli del marito/moglie con cui litighiamo dicendo cose sconsiderate e ‘folli’ e che picchiamo o colpiamo con un corpo contundente e la sola differenza sta nella persona del colpito: l’augusto pontefice capo della Chiesa Romana o il capo di governo che usa toni troppo alti nei suoi comizi e scatena l’ira di uno psicolabile che lo colpisce con la prima cosa che gli capita a tiro.

 

Eppure dovremmo notare che ‘c’è del metodo’ nella follia di un tale (e della sua corte curiale) che veste paramenti sacri e sacri anelli e se ne va in processione tra la folla con strani bastoni sacramentali e va affermando in video e in voce cose che non trovano riscontro visibile (e perciò condi-visibile) nella realtà dei nostri giorni – id est che esiste un Dio, il quale pretende dagli uomini comportamenti religiosi e pii e virtuosi e in nome del quale dovremmo abdicare a una parte della nostra ricerca scientifica e ritrovati medici e sottoporli alle norme di coloro che pretendono (un po’ ‘follemente’) di intepretarne il Divin Verbo.

 

Ed esiste una lucida follia manifestata quotidianamente da un tale che racconta ( e fa raccontare fino allo sfinimento dalla folla dei servi e i giornalisti a libro paga) la fola dell’amore e dell’odio cui egli sarebbe soggetto e non ha coscienza (oppure ce l’ha e anche in quella sua apparente follia c’è del metodo e un preciso disegno di onnipotenza) di quanto siano folli gli assunti che pretende di imporre a un paese tutto: addomesticare i giudici alle sue leggi ad personam e modificare la Costituzione per adeguarla ai suoi desiderata di novello caudillo.

 

Perchè ci stupiamo e ci indignamo, allora, se un singolo im-potente e in palese difficoltà nel controllare in suoi impulsi, prova, con gesti clamorosi, a rompere il delirio di onnipotenza verbale (e non solo) di persone-simbolo (pontefici,re,capi di governo), a deturparne l’immagine e ridurla a icona calpestabile, domestica? Non è quel che facciamo tutti noi, ogni giorno, con i nostri opposti politici quando li tacciamo di insensati, ‘che non capiscono una mazza’, ‘comunisti’ e deturpiamo, consapevolmente, e deformiamo l’idea santa dell’amore universale riducendola a macchietta ridicola e stupido slogan – come fa il nostro capo di governo ai fini di una disperata e ‘un po’ folle’ propaganda politica?

l’anno che verrà

 

Vengono cronache da tregenda dal Belpaese, i giornali ne sono pieni, per un maltempo neanche troppo disastroso e fabbriche che chiudono e famiglie alla disperazione, ma – come chiosava un mio amico ierisera (un commercialista di destra moderata, figuratevi, ne esistono ancora, forse vivere a Venezia, città liquida, induce pensieri di sensatezza) i manovratori al governo si limitano a dire che tutto va ben madama la marchesa e che la buriana passerà prima o poi.

Siamo agli scongiuri: incrociate le dita o toccatevi di sotto perchè se credete che vi sia un governo della crisi siete degli ingenui o dei disinformati. Lassù (a Montecitorio) qualcuno vi ama riamato – o così gli piace far credere perchè le storielle sceme ripetute in video e in voce milioni di volte trovano sempre degli allocchi cogli occhioni spalancati e rinci.trulliti da tutto ciò che ‘suona bene’ sotto Natale.

 

Le sacerdotesse di Delfi avrebbero fatto oracoli più precisi e soddisfacenti in merito alla crisi del lavoro e le fabbriche in chiusura una dopo l’altra e per il capo del governo avrebbero aggiunto ‘guardati dall’inferno’.

Non sarà l’inferno dell’aldilà – che quasi sicuramente se lo inghiottirà, il Barabba, e passerà di girone in girone a cicli di sessanta giorni assieme alla madre, responsabile della sua nascita, e lo seguirà un codazzo infinito di seguaci elettori col coro in testa dei portavoce penitenti – ma solo quello evocato con simpatica metafora natalizia da Di Pietro e che Berlusconi sia diavolo non ci piove perchè tutto il male che ha voluto per questa repubblica di infami è in bella evidenza nelle cronache 2008/9 anni di dis(grazia) collettiva, anni di m…. da dimenticare.

 

Non ci sarà inciucio che tenga di fronte alle richieste pressanti del diavolo di ottenere l’impunità sua personale e lo sfascio della giustizia conseguente; il Pd non tenderà la mano perchè lascerebbe scoperto uno spazio enorme a sinistra che Di Pietro è pronto a riempire.

In natura e in politica non esiste il vuoto.

 

Il 2010 sarà forse un po’ meno mer..so dell’anno che se ne va illacrimato per quanto riguarda il lavoro (speriamo), ma sarà ancora pieno di cronache di diavoli impuniti e di sconquassi istituzionali perchè quando si manda al governo un Barabba che mina sistematicamente i piloni istituzionali e si avvelenano i pozzi non si torna indietro, non si ‘pacifica’, non si fanno ‘riforme condivise’.

 

I loro, del Pdl, sono atti di guerra rivolti al futuro, sconquassi istituzionali e voragini che si aprono sotto i nostri piedi di cittadini e le menzogne sull’amore e dell’odio lanciate in faccia alle generazioni nuove si rivolteranno contro il paese tutto, già smarrito di suo per quel che è il riconoscere e ri-affermare i ‘valori che contano’ sui quali fondare una solidarietà nuova, un diverso crescere insieme e con-vincere. Che Dio ci aiuti.

territori ben difesi

 

Da molti mesi vado analizzando quella strana realtà che sono i ‘territori’ in cui decidiamo di piantare radici e viverci. Nasciamo in luoghi che non abbiamo scelto, ma un qualche input primigenio fa scattare nella nostra mente la ‘difesa’ sacrale del luogo natale e ce lo rende caro, ad onta che si tratti di un deserto inospitale o della giungla primigenia fitta di serpenti velenosi e fiere affamate.

Chissà, forse anche il Cristo dei Vangeli, pur se girovago per le necessità della sua divina predicazione, ha sempre tenuto a caro nel cuore quella Betlemme ostile ai suoi genitori in affanno – e la Madre prossima al parto ( ricordate la poesia: (…) un sottoscala almeno avreste per dormire? / Tutto l’albergo ho pieno d’astronomi e di dotti / provate al Cervo Bianco, quell’osteria qui sotto… ) – ma che gli ha dato il Natale universalmente festeggiato con tanto di Presepe e statuine di pastori e stelle comete che guidano i Magi.

 

Heimat, lo dicono i popoli di lingua tedesca ed è accezione che comprende insieme il luogo natale vero e proprio e la nazione ospitante quel luogo, la patria.

E per la difesa dei luoghi natali siamo disposti a dare la vita, stando almeno a quella retorica patriottarda che voleva che : ‘chi per la patria muor vissuto è assai’; – chissà se è ancora così dopo un ventennio di velenosa predicazione secessionista che spezzetta e frammenta l’idea di patria e la riduce a regione, pianura padana, e, a volte, campanile.

Il fenomeno è semplice e complesso a un tempo.

Si ama il proprio luogo natale, ma lo si odia, se, ad esempio, diventa il luogo che ospita la piovra mafiosa e dove si consumano i crimini terribili delle cronache calabro/sicule o campane e : ‘mi vergogno di essere italiano’ capita di sentire e leggere qua e là, allorchè una mala ventura politica fa assurgere al governo della repubblica un Barabba, il campione della vituperatissima Prima repubblica soffocata dai miasmi di Tangentopoli.

 

Poi ci sono i luoghi virtuali: ‘territori’ anch’essi dove si è nati, si vive, si chiacchera, si allacciano relazioni giovevoli o si combattono battaglie virulente e talora fatali per lo stato dell’umore e l’ansietà che provocano certe discussioni accese, certe opposizioni politiche pur se sterili e incapaci di incidere il bubbone che si denuncia gonfio del pus della cattiva scelta elettorale.

 

I luoghi virtuali sono l’estensione di una socialità buffa, litigiosa, ‘cieca’ sopratutto, perchè capita di innamorarsi della personalità virtuale di un/a tale e, quando poi si decide l’incontro, si spia l’arrivo dell’atteso/a, ma si resta delusi al punto di non presentarsi, si ‘dà buca’, – chiudendo così malamente un’amicizia che prometteva così bene.

Il fatto è che siamo strani. Pretendiamo troppo dal mondo che ci circonda e il giocattolo-Internet ha moltiplicato per diecimila la complessità delle relazioni tra uomini e donne, ma, a guardarlo bene, certe relazioni virtuali ‘cieche’ somigliano a quelle relazioni epistolari che univano i soldati al fronte e in prima linea alle crocerossine e alle signorine che, a casa, confezionavano le divise per i soldati e alcuni di quei carteggi struggenti finirono in matrimoni e figli, la maggioranza, invece, in una medaglia al valore e/o croce di guerra. Vedove di guerra prima ancora di sposarsi.

‘Chi per la patria muor vissuto è assai’ come si ricordava qui sopra, ma guai a parlarne ai leghisti immemori dell’epopea sanguinosa che ha portato all’unità del paese.

 

‘La mia patria è il mondo intero…’ recitava invece una vecchia canzone degli anarchici e la predicazione dei socialisti e dei comunisti abbracciò gli ‘orizzonti di gloria’ di una umanità condivisa e capace di valicare le asfittiche barriere, tutte le barriere – di razza, religione, nazione e popolo – che ci rinchiudono nei luoghi, nei territori patri come eremiti rimbecilliti dalla solitudine o ‘giapponesi’ armati abbandonati nelle selve delle isole indonesiane e incapaci delle sinapsi che ci faranno camminare impavidi attraverso i sentieri delle stelle cui siamo destinati.

 

La preistoria dell’uomo che ci imprigiona e ci ottunde le meningi lascerà presto il posto alla storia dei viaggi spaziali e le ‘guerre di civiltà’ -che combattiamo come coloro che ‘andavano per lottare ma erano morti’- saranno solo il ricordo stupido di un ‘romanzo di formazione’ noioso e scipito.

caro amico ti scrivo…

 

Un’amica mi scrive ‘…che il nuovo anno ti porti le cose belle che neanche osi sognare’, ma ciò che non abita i nostri sogni non dovrebbe esserti augurato e l’enfasi buonista natalizia non dovrebbe mai valicare le colonne d’Ercole di ciò che sappiamo/possiamo concepire.

Il Paradiso, scriveva J. Tipler, per i sogni di un carrettiere sarà il lento e sicuro risuonare degli zoccoli del suo asino sull’acciottolato nel silenzio dell’alba e nel torpore del mezzo sonno che ancora lo persuade.

E per il membro di una tribù ammazzonica sopravissuta nella giungla primaria sarà l’arrostirsi di un formichiere gigante sul fuoco e il profumo della carne arrostita e il gioco dei suoi bambini tutt’intorno al fuoco e delle mogli e degli altri parenti che pregustano il lauto pranzo.

 

Devo poter/saper immaginare le cose belle perchè entrino nei miei sogni e la mia memoria le accolga e le proietti nell’altrove della possibilità degli auguri.

Diversamente, perderemo il nostro tempo con gli auguri inutili che, passate le feste, gabbano lu santu, – come usa tanto spesso da essere passato in proverbio.

 

Nelle ‘Operette morali’ Leopardi immagina il dialogo tra un ‘passegere’ e un ‘venditore di almanacchi’ ed è uno snodarsi di desolate riflessioni sull’inutilità di ogni augurio che non scalfisce neanche la superficie del reale quotidiano quale si presenterà nei giorni e nei mesi a venire.

Il futuro è nella mente degli dei, dicevano gli antichi, ma anche nella nostra di semidei che ci ingegnamo di percorrere il tempo nella sua circolarità di passato e presente che coesistono e tornano in eterno – e vaneggiamo di macchine del tempo da costruire e di resurrezioni e future esistenze nell’aldilà dei sogni.

 

Beh, in qualità di semidio che dà vita al mondo nelle sue immaginazioni, mi sforzerò di immaginare le ‘cose belle che neanche osi sognare’ e le includerò nel ricco bagaglio di desideri inappagati che proiettiamo di là del limite di quest’altr’anno che se ne va illacrimato.

la storia che nulla insegna

 

Non ci dormo la notte. Questa storia del male che trionfa sul bene è più appassionante di un giallo. Ed è scritto talmente bene da parer vero, più vero del vero. Siate realisti perchè è nel reale che si forgiano le più intricate fantasie criminali e si snodano le trame.

A volte mi dico che dovrei ‘staccare’, smettere la dipendenza, ma è più forte di me.

In me agiscono pulsioni di giustizia, di vero, di buono e di bello che fanno si che io mi addentri nell’oscuro tunnel del mondo vario e cattivo e marcio come un detective sprovveduto che non sa a cosa va incontro, ma ci va perchè quello è il suo fato e se è la morte quella che ghigna assassina e si nasconde in ogni meandro della buia caverna, ebbene è una sfida mortale e ogni giorno è un buon giorno per morire se il bene in qualche oscuro modo si afferma e il male è contrastato nel suo andare.

Questa ampia premessa è per dire che un magnate russo, un ex del kgb (un altro!) ghigna affermando che si comprerà l’Independent – il quotidiano più sbarazzino e irrispettoso del Regno Unito – ‘perchè la cosa lo diverte’ e i redattori tremano per la sorte della loro libertà di espressione e di stampa e un’altra voce libera si vede minacciata nel suo libero dire contro il male del mondo.

 

Poi c’è il male del pianeta, che a Copenhagen ha visto contrapposti gli inquinatori storici contro i piccoli che stentano ad emergere, e il mito di Obama-il-buono ha ricevuto un secondo, durissimo colpo (il primo è quello dei 30.000 soldati in Afghanistan) e un’altra icona del bene presunto sta per andare in pezzi nel suo cozzare contro la dura realtà dei compromessi abbietti e necessari.

 

Poi c’è il Putin – di cui si dice tutto il male possibile, naturalmente (compreso l’assassinio della Politovskaia) – e Lukashenko in Bielorussia e il Gheddafi in Libia, tutti grandi amiconi del nostro Berlusconi e non ditemi che non vi è venuta in mente la storiella che ‘chi va col lupo…’.

Il Nostro ha la fissa di lavare i suoi panni sporchi di imprenditore di pecunia fetidissima (per le cento e cento corruzioni politico-partitiche cui deve la sua irresistibile ascesa) nell’Arno della cosidetta ‘costituzione materiale’ – che Egli e la sua corte dei miracoli vorrebbero imporci come Costituzione tout court e sostituirla con la presente e viva e operante e stringente i suoi lacci sui malvagi e sul male che prova ad imporsi sul bene dei cittadini tutti.

 

Mettiamola così: si potrebbe anche accettare che il Male imperi e si affermi e i malvagi e i corrotti governino una nazione perchè adorati dai loro non meno fetidi e malvagi supporters. Il popolo, si dice, è sovrano e se vota un Barabba e lo osanna con perfetta coscienza del suo essere malvagio e di pecunia fetida sono ..zzi nostri e tocca mettersela via.

Ma sono le conseguenze di un siffatto Impero del Male che mi/ci preoccupano e dovrebbero preoccuparvi – se avete a caro il futuro nostro.

 

La storia ci ha già raccontato, con dovizia di particolari in cronaca e di orrori e guerre civili e partigiane, come le irresistibili ascese degli Arturi Ui (leggetevi l’omonima pièce di B.Brecht) di ogni nazione e tempo finiscano in tregende e fini miserande, tipo : guerre mondiali, bunker di Berlino, e l’essere impiccati per i piedi ed esposti al ludibrio delle genti vendicative e prive di quella ri-conoscenza che il Berlusconi chiama ‘l’amore che trionfa sull’odio’ – perchè rigirare la frittata e dire che lui è il bene e tutti gli altri sono il male è il basamento di argilla su cui erige la sua statua colossale, il suo monumento equestre che franerà, è certo e sicuro come l’alto e il basso di Ermete Trismegisto, ma intanto ha seminato le sue zizzanie e statuito le sue ‘costituzioni materiali’ che prevedono che un pluriindagato della Prima Repubblica diventi il capo dello stato e che chi pensa in grande si compra il banco e la fa franca, – fino a quando non lo sappiamo, ma la fa franca e il peggio del peggio del paese salta sul carro del vincitore e i cavalli di Caligola siedono in parlamento a tirare la volata delle leggi ad personam o ‘ad evasorem’ – così, tanto per concludere con un sonoro latinorum.

 

Usque tandem, Berluschina, abutere patientia nostra?

plastica e calamari

Nevica che è un piacere qui in città e, come sempre accade in questa città speciale, girano per le calli e i campielli i turisti con le macchine fotografiche e i cavalletti in mano – perchè Venezia in bianco è rara e da mostrare.

 

Si mostrano anche i cadaveri dei capodogli spiaggiati e agonizzanti sulle spiagge pugliesi, peraltro, e non è un bel vedere e sapere ciò che quelle enormi bestie ci narrano della nostra bella biodiversità degradata e offesa e muoiono perchè hanno gli stomaci pieni di sacchetti di plastica scambiati per calamari, di cui sono ghiotti.

 

L’allegria di naufragi di cui ci parla il poeta nei suoi versi qui si mostra, invece, come l’orrore di una agonia di cui ci sfugge il picco del dolore – perchè quelle enormi bestie, a differenza di noi umani, non lo gridano (ed è dolore anche maggiore).

 

Potremo assumerle a immagini-simbolo dell’umana ‘idiozia di naufragi’ quelle immagini dei capodogli spiaggiati e morituri. L’estremo saluto che ci danno le balene – i cui canti ancora ci sono sconosciuti e non sapremo mai più (perchè si estingueranno prima) che cosa ci/si comunicavano con quei fascinosi e misteriosi inni subacquei.

 

Frana il progetto di salvare il pianeta colle ragionevoli proposte presentate al vertice di Copenhagen dagli sherpa dei diversi governi delle nazioni e siamo tutti basiti di fronte a questa irragionevolezza collettiva che ci condanna ai disastri climatici prossimi venturi come le malattie polmonari e delle prime vie aeree dei fumatori incalliti – che hai voglia di scrivergli sui pacchetti di sigarette ‘avite ‘a murì’ e ‘il fumo uccide’. Quelli, impavidi, continuano a pipparsi cicca su cicca e aspirano il fumo avidamente (come noi tutti l’anidride carbonica e il pianeta agonizzante con noi) e il nero dei loro polmoni è il nero che abbiamo nei pochi neuroni rimasti attivi e funzionanti tutti noi popoli incapaci di accordi sul clima che invertano la tendenza al disastro.

 

Però è quasi Natale ed è bianco natale, evviva. Consoliamoci con quello che offre il convento, dati i chiari di luna che van via. Non tutto il male vien per nuocere, si dice. Magari vivremo una mutazione che ci consentirà di adeguare i corpi alle schifezze che abbiamo prodotto. Mutanti, saremo, blade runners. E poi, pensate che bello! i nuovi disastri che subiremo ci colpiranno tutti in uguale misura. Un egualitarismo che funziona, finalmente! forse il solo e non c’è barba di evasione che possa darsi in questo caso. C’era una volta un bel pianeta pieno di foreste e animali e lo abbiamo trasformato in una pubblica discarica e in una crosta di cemento e asfalto. Son ‘..zzi nostri’ mandava a dire quel tale. Papale papale.

 

A proposito: avete dato un’ occhiata alle cifre dell’evasione italica ultima scorsa rese pubbliche dalla Guardia di Finanza? Che Belpaese, ragazzi! E che governo che ben governa e non trova i soldi per garantire gli asili nidi, la sanità, la protezione civile, la sicurezza!

 

Buon natale, cari; che un Berlusconi sia sempre con voi e coi vostri panettoni e vi illumini gli spiriti. Un Berlusconi è per sempre, come le disgrazie che ci affliggono in questa valle di lacrime. Santo subito, lo dovete fare, e Martire. Buono per tutte le geremiadi prossime venture e le contumelie inevitabili.

L’amore che trionfa sull’odio: roba da barzellettiere di infima categoria. Ma che è successo alle vostre sinapsi? Spiaggiate sulle spiagge dell’Apulia e della Trinacria?