Archivio mensile:ottobre 2009

la medietà democratica di un paese civile

 

Non si capisce e non si ha coscienza del clima, della temperie culturale, del ‘feeling’ di popolo se non si stacca dall’urlo continuo, inesausto, tenuto sempre sul più alto vibrare del diapason, che viene dall’interno del paese non appena si varca il confine e si compra un giornale – il Tirolo italiano é a parte – e lo distingue nettamente dagli altri popoli e nazioni.

Che hanno, ciascuna, il proprio elemento denotativo in positivo e in negativo e la storia e le pecche e gli scandali, ma su tonalità medio-basse, tollerabili, gestibili dal medio registro democratico e i picchi in alto (pochi) e le cadute nell’abisso li lasciano a noi: italici eredi di quel viavai mediterraneo che ci ha premiato e punito – secondo che si voglia sottolineare il poco genio dei navigatori e dei poeti e dei pittori e degli architetti e il molto di tragico e volgare e violento e furbesco/imbroglione dell’accozzaglia delle genti che all’estero ci fa indicare come ‘mafia e spaghetti’ e oggi ci aggiungono ‘e Berlusconi’ quale mediotipo identificativo.

 

E’ questo che non si vuol intendere nei forum dei cittadini quando si esplica la critica severa verso il popolo che si è identificato col suo campione a tal punto da voler morire con lui, cadere nell’ignominia con lui, fare corpo e anima malata con quel tale che ognora urla : ‘Comunisti’ – come il peggiore degli insulti rivolti al ‘nemico politico’.

L’urlo è il suo registro medio. Il registro alto, prossimo venturo, sarà l’esercizio della censura, la messa in mora dell’esercizio della magistratura e una dittatura mediatica che solo dall’esterno, dall’Europa, potrà venire indicata e stigmatizzata quale intollerabile negazione di una medietà democratica di stampo europeo.

Fate lavorare i pc e inserite in un programma di grafica il volto di Berlusconi nei suoi comizi arroganti e gridati e dissolvetelo su quello di Benito Mussolini al balcone di palazzo Venezia e niente parrà più naturale di quell’accoppiamento e di più indovinato in quella locuzione dei greci che ci condanna : Una faccia, una razza.’ Stesso fototipo mediterraneo e l’eccellenza nell’arte di arrangiarsi e costruire imperi fragili che si sgretolano nell’impatto con le ‘demoplutocrazie giudaiche’.

 

Quello che i supporters di Berlusconi non intendono, non vogliono o non riescono a intendere – perchè non hanno mai staccato dall’urlo e dalla canea e incitazione da stadio che sempre lo accompagna -, è la misura dell’abiezione italica che ha fatto seguito ai fatti di Tangentopoli, al repulisti (durato troppo poco) del marcio pentapartitico culminato colle monetine lanciate contro Bettino Craxi all’uscita del Rafael.

Sfugge agli odierni sostenitori di Berlusconi l’enormità politica e sociale (di popolo) del suo aver raccolto l’eredità dei caduti ‘sulla via di Tangentopoli’ e averla ri-lanciata in faccia agli avversari come si lancia per sfregio la materia fecale – e non è un caso che oggi la battaglia politica sia su questo piano e i proiettili siano fatti di irruzioni di carabinieri nelle stanze dei privati cittadini e di dossiers confezionati ad arte sui vizietti dei direttori dei giornali avversari: ‘La macchina del fango’ sottolineata efficacemente da D’Avanzo nel suo bell’articolo.

 

Finchè non ‘staccheremo’ da questa canea e da questo urlo atroce che ci perseguita fin dal primo mattino aprendo la radio che dice i titoli dei quotidiani, finchè si consentirà a un presidente del consiglio di difendersi dai (e non ‘ nei’) processi mettendo sugli scranni parlamentari i suoi avvocati e intervenendo nelle trasmissioni della tivù pubblica col piglio ducesco di chi minaccia e agita il randello delle leggi ad personam e insulta gli avversari con le sue grida di ‘comunisti!’ non si darà la medietà democratica di un paese ‘civile’.317.jpg

che strana identità in certi specchi

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28/09 Monaco di Baviera

 

L’altro giorno ho incontrato una signora italiana che occupava la pista ciclabile, lei e il suo cane, ed ho espresso in mio disappunto suscitando la sua reazione. Non sapevo della sua nazionalità, ma mi ha risposto in italiano, piccata e seccata della mia nota verbale, ed ho lasciato perdere perchè so che significa per questo nostro popolo (anche quando è in trasferta) l’immenso piacere di dilagare ovunque e fregarsene delle regole e, invece dell’ampio marcipiede riservato ai pedoni, meglio correre il rischio di venir travolti – perchè qui le biciclette corrono veloci e l’abitudine dei ‘munchner’ è di avere la pista ciclabile sempre sgombra e perfetta per raggiungere il centro in pochi minuti di pedalata e lasciare a casa la vettura.

 

A Monaco di Baviera ci vivrei. L’offerta culturale è pari o maggiore a quella di Venezia e pazienza per la barriera linguistica e lo sradicamento e le relazioni nuove tutte da costruire.

In fin dei conti non sarei molto diverso da queste persone che incontro al mattino quando vado a prendere la metro: parecchi extracom. di varia provenienza, ma che qui, in questo quartiere di antica residenza proletaria (molte case furono costruite per gli operai della Siemens – quando la Siemens era la Siemens), sembrano ben acquartierati e assimilati e omologati e rispettosi delle regole indigene e ci sono casette a schiera con giardino in comune e molto verde e spazi appositi per lasciare le biciclette e perfino lo spazio per mettere ad asciugare la biancheria al sole.

Trovi quasi sempre spazio per parcheggiare la vettura e tutti sembrano gentili e bene educati e se qualche cartaccia noti sui marciapiedi la vastità degli spazi te la fa noncurare e la città pare ordinata e pulita e, all’inizio d’autunno, subito accorrono gli operai a racogliere le prime foglie che cadono.

E di là della strada hai subito l’Englischer Garten, una sorta di parco-foresta dove scorre l’Isar, il fiume indigeno, e dove andare a correre o a passeggiare o in bicicletta fino ai paesuoli della cintura metropolitana – dove ti fermi a mangiare uno stinco e le mitiche ‘kartoffeln’ con la ‘zwiebel’ di cui vanno giustamente fieri.

 

In capo a qualche mese forse potrei anche andare al cinema e capire il cinquanta per cento o più dei dialoghi e potrei fare il ‘lettore’ in qualche corso di italiano: i tedeschi amano molto il nostro paese e ci attribuiscono qualità insospettate e che mi fanno sorridere quando me le raccontano perchè se ci guardiamo dentro allo specchio degli stranieri possiamo crescere di un palmo grazie alla loro generosità – e pazienza se lo specchio è manifestamente distorto e i nani paiono di statura normale e i giganti, invece, nani.

 

Ci pensavo l’altro giorno, dentro a un museo delle marionette e delle maschere del teatro per bambini che mi sono guardato in due specchi differenti ed ho visto due me stessi tutti da ridere.

Che buffa idea ci facciamo di noi, che strana identità ci costruiamo a fatica e basta uno specchio a dirla strana davvero.

i falsi miti della politica

eros(2)2.jpgEccoli là. Son giunti a destino. Gli allegri avanguardisti de ‘il Giornale’ lo scrivono in chiaro, papale papale, dopo averci girato intorno e travasato bile a fiumi e rintuzzato con argomenti da bulli le accuse roventi degli avversari: ‘Smettiamola col falso mito che i politici devono essere portatori di specchiate virtù’.
Per la verità, è un mito tutto da costruire e, semmai, dai tempi di Cicciolina al parlamento (una che anche da parlamentare si faceva ritrarre colla t…a di fuori), è un profluvio di inquisiti, puz.zoni, cialtr.ni della più bell’acqua, barabba, figli di….., mezze calzette, gente da osteria fumosa della bassa padana e via elencando del campionario onorevole che viene ospitato a carissimo prezzo nei sacri palazzi della politica.
Quindi, semmai, peroriamo il contrario: ‘Smettiamola col falso mito che gli eletti del popoli siano tutti onorevoli (degni di onore).’

E allora, d’accordo: che il palcoscenico si apra e ne escano la comparse e gli attori dell’italico teatro trucido: facce da patibolo (oops!) o da quadri di Bosch – come ci mostrano i migliori blob di rai tre.
Ecco l’onorevole che fa il gesto dell’ombrello, quello che si gratta impunemente la schiena sotto l’occhio violentatore delle telecamere (la diranno anche questa delle telecamere in parlamento ‘violazione della privacy’?), quello che si appisola in piena sessione legislativa, quello che si scaccola e, violando di brutto la privacy e ricattando spudoratamente: quello che va a trans e si fa pizzicare con tanto di polvere bianca sparsa e quello che invita i capi di stato a villa Certosa e si vedono le foto di donnine ignude ed esimi ospiti col pisello in tiro – che, poverini, a casa loro tanta abbondanza non si è mai data e semmai è il pisellino del poveretto a suscitare l’ilarità di casa-Italia e quella internazionale.

Perciò, per consentire con quelli de ‘il Giornale’, fin da domani tutti gli onorevoli in politica mostrino senza remore e falsi pudori o ritrosie il dito medio all’insù nel corso delle pubbliche interviste, facciano serenamente il gesto dell’ombrello all’indirizzo dei nemici politici e nessuna meraviglia più per le signorine che sono in politica o al governo per i meriti ricevuti nel corso del loro personale ‘de bello fallico’ applicato all’Augusto Pisello.

E basta con questa gente orrenda: questi intellettuali da salotto e che hanno la puzza sotto il naso e pretendono affermare le c………te di sinistra (sic!) : che solo la gente di specchiata virtù sieda sugli scranni parlamentari e ricopra le cariche pubbliche e non i barabba e i pi… lumbard che si dicono ogni minuto secondo ‘gli eletti dal popolo’ e che ‘il popolo è sovrano’.

Va bene, sovrano è sovrano, ma, se è sovrano, noblesse obblige, come si diceva in tempi non sospetti e grami come gli attuali, e se perfino nei forum dei cittadini la ‘netiquette’ torna in auge, magari un filino di quel che si dice anche tra gli eletti del popolo e saperci fare e saper dire meglio di altri e un po’ di maggior competenza sulle questioni di legge piuttosto che su quelle di letto non guasterebbe.
In barba ai falsi miti da sfatare e a quelli che mai lo sono stati.

il capitalismo illuminato della Riforma protestante

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27/09 Augsburg

 

Il capitalismo illuminato della Riforma protestante

 

Augusta, ad onta del nome, è città poco affascinante ed è costretta ad auto lodarsi nei depliants pubblicitari che trovate al Centro Informazioni e nei diversi luoghi della visita come ‘grande città nella Storia’.

Case, palazzi, chiese, nel loro crescere da piccolo borgo a città e metropoli, hanno un modo tutto particolare di disporsi storicamente intorno a una piazza o a disegnare una via di botteghe artigiane e mercati e quanto si osserva ad Augsburg non colpisce in modo piacevole, non stupisce, bensì raggela e respinge l’osservatore.

Sarà che Monaco, la nuova Atene voluta da Ludwig, mette in ombra tutte le altre città del vasto Land bavarese, ma a girarla con ostinazione per tutti i suoi quartieri trovi solo la ‘Fuggerei’ a dire di una storia affascinante ed esemplare di quel sogno degli intellettuali che non riesce a trovare varco di realtà e farsi storia della maggiore, – storia che conduce e seduce il futuro e consegna un mondo migliore ai posteri.

I Fugger sono stati una famiglia di banchieri e mercanti immensamente ricchi nel corso di lunghi secoli e nel trapasso delle generazioni. Hanno finanziato le imprese e le aspirazioni di grandezza di papi e imperatori -correndo i loro rischi, ma traendone grandi vantaggi diretti e indiretti.

Hanno spedito le loro navi cariche di merci fino al di là dell’Atlantico, ma la loro ricchezza si sposava con un rigore morale ed esemplare condotta civica luterani che li spinse ad erigere un’isola di socialismo all’interno della loro città: un quartiere artigiano recinto da mura, con propria fontana e pozzo, chiesuola e gli interni commerci autoctoni.

Basse case popolari (ante litteram) dignitosissime e di perfetta abitabilità fin da allora: una di esse è stata ricostruita ed è mantenuta nelle condizioni di inizio – che i concittadini meno fortunati si sognavano di abitare e possedere e i fortunati pagavano un fiorino all’anno col solo obbligo di recitare quattro preghiere al giorno a favore della salvezza delle anime dei ricchi donatori.

 

Un’isola di socialismo o di ‘capitalismo illuminato’ che dura tutt’ora alle condizioni di allora e il prezzo di affitto non è cambiato neanche dopo la ricostruzione postbellica (Augsburg fu bombardata come quasi tutte le città tedesche e un piccolo museo interno al quartiere ne dà testimonianza) il cui costo fu assorbito dagli eredi dei Fugger. Ma le 4 preghiere quotidiane in tempi di scristianizzazione postmoderna chissà se gliele dicono ancora e la verifica è posposta nell’Aldilà e può ben darsi che molti la facciano franca.

 

La Riforma protestante e il cosiddetto ‘capitalismo renano’: erede di quell’antico rigore morale di uomini nordici, gli storici li contrappongono ai nefasti, ai lussi vergognosi e alle corrutele della vita pubblica della Roma papalina e delle corti dei principi italiani che le facevano corona e prendevano legittimità da quella, ma è tutto un sistema di pensiero (e comportamenti conseguenti) che viene a sostituirsi alle mollezze della vita delle corti italiche (e francesi e spagnole).

Echi di quella storia e delle guerre di religione che ne conseguirono e gli esodi e le fughe e i ritorni e i ricordi dei torti e dei massacri riaffiorano, di quando in quando, e quando noi italiani veniamo indicati quali i furbi seguaci di Macchiavelli, levantini e libertini, non è estraneo il ricordo dei nefasti e gli orrori della corte dei Borgia e le diaboliche mene di una principessa italiana che soffiò sul fuoco dei contrasti religiosi a fini di puro potere dinastico e scatenò e diresse la strage della ‘notte di san Bartolomeo’.

Ma la Riforma protestante resse e si affermò nel corso dei secoli e costruì le proprie chiese o espropriò le altrui e furono sconfitte le pretese di chi pretendeva la verità ‘una e sola’ e allestiva i roghi contro gli eretici e gli scismatici, contando sulla complicità dei principi regnanti.

 

Il miracolo dei Fugger è di aver saputo destreggiarsi abilmente in quel contesto di lotte fratricide e guerre intestine e aver navigato con ammirevole abilità in quegli storici marosi.

 

alla direzione di Prima Pagina

 

All’attenzione della Direzione di Prima Pagina

 

Ho ascoltato Prima Pagina stamattina – come faccio quasi tutti i giorni per averne la collezione di titoli e le notizie. Il conduttore, il vicedirettore di ‘Libero’, ha occupato il tempo a sua disposizione (oltre mezz’ora su 45 minuti di trasmissione) a fare quello che ‘Libero’ e ‘il Giornale’ fanno fin dal tempo della loro acquisizione in mani non sospette di cincischiare colla ‘libera stampa’ : dare addosso in modo vergognoso e intollerabile a tutti coloro che non consentono con il loro ‘beneamato leader’, il molto onorevole cav. Silvio Berlusconi.

 

Il signor Bechis ha volutamente marginalizzato ed escluso dalla sua lettura La Stampa e la Repubblica perchè non riportavano in prima la notizia – il caso Marrazzo – su cui egli ha rimestato per mezz’ora con compiacimento di toni e sottolineature verbali sconvolgenti nella loro prevedibilità e il loro volere andare a parare.

Già, perchè, di seguito, per dimostrare la sua tesi e quella della vergognosa destra giornalistica e di governo, ha voluto propinarci il confronto con ciò che è accaduto al beneamato leader a villa Certosa: festini ed escorts e foto e video e violazione della privacy e ‘gossip’ – per stare alle tesi propalate in video e in voce in ogni trasmissione e foglio di stampa possibile da questo magnifico ed esemplare ‘giornalismo’ italico.

 

Sarà perchè torno fresco da venti giorni di Francia – dove giornali e tivù non si abbeverano a un teatro politico dell’assurdo come quello nostrano – ma davvero mi ha sconvolto l’ascoltare quella rassegna, fino al punto di chiudere la radio schifato.

 

Mezz’ora e più di ‘caso Marrazzo’ per far capire ai radio-ascoltatori che tutto il mondo è paese e le mele marce sono a mucchi in ogni cesto e chi di spada colpisce di spada perisce.

 

Sono andato a sfogliarmi in Internet le prime pagine dei giornali – facendo io il lavoro che avrebbe dovuto essere competenza dell’esimio Bechis – e ho trovato una quantità di notizie e di materiale interessantissimo, proveniente dall’Italia e dall’estero, che avrebbe riempito tre rassegne di Prima Pagina.

 

A voi della Direzione di Prima Pagina di valutare se è solo una questione di pesi e misure tra le diverse voci giornalistiche o altro – che costringe il nostro paese in fondo alle classifiche mondiali per quanto è della qualità dell’informazione che viene fornita ai cittadini e il parlamento europeo a schierarsi a difesa della libera stampa e di un giornalismo degno di questo nome.

fantasie di intellettuali e miserie di popolo

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25/09/2009 Monaco di Baviera

 

Fantasie di intellettuali e miserie di popolo

 

Per capire il sentimento di un popolo e la sua cultura non basta camminarci accanto e correre insieme in bicicletta lungo i km e km delle piste ciclabili organizzate benissimo e che dicono di una civiltà che ce la sognamo ed è parto di lunga data ed esempio mirabile (dovrebbe) alle mediterranee metropoli.

Per capire il sentimento di un popolo bisogna leggere i suoi libri e visitare i suoi musei e la barriera linguistica a volte incombe come una muraglia e non capisci come siffatto popolo – che a migliaia sfilava compatto e dignitosissimo dietro alla bara di un leader socialista ucciso nel ’29 – abbia potuto consentire a che si bruciassero i libri nelle piazze, di lì a poco, e l’esaltarsi collettivamente per un mito barbaro e arcaico come quello ‘della razza’ – che immensi lutti ha trascinato seco e al seguito delle parole d’ordine di un leader folle e megalomane.

Davvero si fatica, dentro ai musei di Monaco e alle Pinacoteche e nella Residenz dei Principi Elettori – tutta specchi e stucchi dorati e ritratti alle pareti delle loro maestà – a capire la storia e gli orrori del ‘secolo breve’ testè trascorso: come e perchè siano insorte le esaltazioni collettive del nazionalsocialismo e le mitologie peregrine e abbiano convissuto coi capolavori dei Kokoska, Klee, Klimt, Thomas Mann, Grosz, Stueck e gli altri di un ‘genio tedesco’ meritevole di ben altra storia e destino.

La complessità tragica e il destino di violenza del genere umano hanno il loro acme funebre nella generazione dei nonni nostri (di noi sessantenni) – che hanno martirizzato l’Europa e il mondo e sono stati a loro volta martirizzati coi bombardamenti assassini degli inglesi e degli americani e gli stupri feroci dell’armata rossa che entrò per prima a Berlino e la divise durante i lunghi decenni del ‘muro’.

 

E’ ben vero che la cultura e gli intellettuali – che presi in sè ci mostrano un mondo di fantasie e sogni e varie bellezze intellettuali che ci affascinano e seducono – non hanno mai cambiato la società in cui sono vissuti e impresso un loro indirizzo prevalente e nobile. Non nel senso di farla marciare univoca lungo il sentiero splendente dei loro sogni migliori: le ‘magnifiche sorti e progressive’ del futuro che sempre auspichiamo e sempre ci delude.

Marx ed Engels si rivolterebbero nelle tombe se avessero saputo quale uso aberrante è stato fatto delle loro teorie socialiste a posteriori.

Sono sempre gli epigoni – i sedicenti rivoluzionari – a dare gambe storte e malate ai sogni dei teorici e dei sognatori e son dolori per tutti, di solito, e catastrofi.

Come se un dio malevolo si divertisse a dirci capaci di volare alto, ma, come Icaro, sempre destinati a cadere.

E’ destino, pare, che l’umanità cresca e metta fogliame sopra al suo legno storto e orrendamente attorto e solo certi rami alti dell’albero fioriscono e danno splendidi frutti e gli altri in basso, rinsecchiti, patiscono la vita e solo in rare stagioni si mostrano appena un poco più verdi e in sintonia di crescita col rigoglioso fogliame che sta in alto.CIMG0616.JPG

Onore agli eroi di BAviera

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20/09/2008 Monaco di Baviera

 

Onore agli eroi di Baviera

 

C’è un modo ambiguo di onorare gli eroi (i soldati) che hanno combattuto una guerra sbagliata e folle e sono morti. Mi riferisco a una frase scritta sull’arco di trionfo di una via di gran traffico che mena al centro di Monaco. Dice, a un dipresso, che la guerra era una cosa sbagliata ‘ma sapremo riscattarvi nella pace che vogliamo costruire’. Bene. Un buon proposito si loda da sè, ma nella pace nuova che si costruisce non è contenuto nessun riscatto per chi è morto. E’ morto e basta e quella guerra era parto di una follia collettiva consapevole e condivisa ed è costata milioni di morti nel mondo e semi di follia che ancora mettono radici nelle presenti generazioni.

C’è un silenzio carico di tensione da queste parti, ogniqualvolta un ricordo rievoca e richiama la prima metà del secolo appena scorso. E’ bastato un mio maldestro ‘jawohl’ detto alla cassiera della Pinakotek der Moderne che mi ha chiesto se avevo moneta e decine di volti severi si sono girati a guardarmi. ‘Che c’è che non va?’ le ho chiesto. ‘Non si dice.’, mi ha risposto, ‘Così si diceva una volta’.

Una volta. Quella volta. Che un caporale imbianchino fondò un partito e scrisse un libro ‘Mein Kampf’, e cominciarono a girare certi ceffi che indossavano ‘camicie brune’ per le strade delle città tedesche che oggi a parlare di ‘camicie verdi’ e ronde padane ti viene l’orticaria e anche qualche brivido lungo la schiena – malgrado ci rassicurino che si tratterà di ex poliziotti ed ex carabinieri tanto bonaccioni e rispettosi delle leggi vigenti, ma, si sa, ‘gatto scottato ha paura anche dell’acqua fredda’, perciò fermiamoci a riflettere perchè le derive della storia non sappiamo mai come cominciano (ma solo a posteriori) e sempre ci pare una cosa buona e innocente quella di ‘garantire la sicurezza’.

Alcuni pensano, tuttora, che sia stata cosa buona perfino la ‘discesa in campo’ di un Tale che oggi diciamo ‘coram populi’ famigerata e ci preoccupiamo (e si preoccupano in Europa) che uno Zelig miliardario mostri sempre più spesso e sempre più rabbiosamente la mascella volitiva sugli schermi televisivi che usa come ‘cosa sua’ e insulta la libera stampa e querela i quotidiani che dice nemici e da del farabutto a coloro che, con buoni argomenti e mostrando le evidenze, lo dicono ‘barabba’ e ‘puttaniere’.

 

E anche davanti al teatro-tempio greco che chiude a est il parco della Residenz dei Principi Elettori hanno eretto un monumento al ‘soldato morto’ nelle guerre sbagliate.

Parallelepipedi sovrapposti di pietra striata come certi torroni esposti nelle fiere di paese delimitano uno spazio segreto dove giace il fantasma collettivo di chi è morto nel corso di una brutta storia e pare che, messa così: ‘onore agli eroi di Baviera’, chiedano ragione ai vivi e riconoscimento di quella loro storia e morte assurda e delle stupide e folli parole d’ordine cui hanno obbedito fino all’estremo sacrificio di sè e della patria tutta.

‘Un giorno vi rialzerete’, sta scritto più sotto, e vengono i brividi a pensare che possa essere vero.

 

Che i morti sbagliati restino dove sono e, semmai, il pensiero correlato è che nessuna guerra più dovrà scatenarsi sul pianeta Terra e gli orizzonti prossimi venturi degli uomini tutti dovranno essere siderali, piuttosto, cosmici.

‘E quindi uscimmo a riveder le stelle’ dovrà essere il prossimo confine del sogno umano e quando riattraverso il parco e sento della buona musica rock/jazz venire dal gazebo di Diana e osservo decine di coppie di tutte le età che ballano felici un ‘bughi’ davvero creativo e simpatico, ti viene da pensare che quel loro passato orribile sia un incubo doloroso che solo riaffiora, di generazione in generazione, e nessun dna malvagio si trasmette, ma solo accadono certi ‘black out’ che affliggono tutti i popoli volta per volta e ognuno per sè (noi abbiamo il nostro berlusconiano, ahinoi, ancora in atto).

Chissà che non sia vero, mi dico, che ‘quando la storia si ripete si ripete in farsa’. Così basterà una risata a seppellire i dittatori di ritorno di ogni genere e tipo – compresi certi ducetti nostrani a cui il denaro ha dato alla testa e credono che la democrazia del terzo millennio si possa comprare sul mercato europeo e l’opposizione scompaginarla e ridurla al silenzio a botte di querele giudiziarie e giornalisti sciacalli e servi televisivi che gli stendono il tappeto rosso sotto ai piedi.

Dioniso abita qui

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19 settembre 2009 – Monaco di Baviera

 

Dioniso abita qui

 

Già alle sette di mattino (di sabato!) il treno si riempie, di stazione in stazione, di questi fiori di campo bionde e trecciute e coi bei davanzali turgidamente esposti all’insù a dire di storiche abbondanze di popolo e nazione. Il ‘wonderbra’ le tedesche lo conoscevano già nel dodicesimo secolo e ne facevano buon uso per dare freschi lanzichenecchi agli eserciti mercenari.

Tanto di tutto quassù. Tette e coscelunghe e bei visi e capelli e sorrisi che non sai se gli vengono naturali o sono stati vivamente caldeggiati dalla pro loco e dal ‘burgermeister’ che alle dieci aprirà la prima botte di birra e dirà le frasi di rito e un collettivo ‘prosit’ e poi giù birra a fiumi – e il Danubio è poca cosa a farla ruscellare fuori dalle centinaia di migliaia di corpi sazi e ubriachi la sera.

 

L’intenzione del mio secondo giorno qui era di passeggiare in totale solitudine del sabato mattina nei dintorni di Marienplatz, ma decido di seguire il flusso umano e scendo più a fondo nella metropolitana e cambio direzione di marcia e sono circondato da ‘dindl’ di ogni foggia e colore e ‘lederhosen’ che mi sorridono come si farebbe a un alieno in visita e mi sospingono – come le turbinanti molecole d’acqua di un fiume che giunge a pianura e si allarga e vieppiù apre il suo letto e si distende maestoso.

Sono ragazzi e ragazze e uomini e donne di ogni età e condizione sociale che vanno a fare lista d’attesa davanti alle entrate dei locali immensi dove berranno, rideranno, fumeranno come matti e ascolteranno musica a tutto volume fino a sera tardi e balleranno sui tavoli – e bisogna averci un tedesco ‘fisico bestiale’ per reggere la quantità di birra e fumo e riso e i volumi di musica che dilaga nel cerebro e lo inebria e tutto ciò io non saprei minimamente elaborare e me ne sto in un canto a fotografare e mi passano accanto e mi sorridono o fanno sberleffi in questo immenso campo di divertimento e luogo di allestimento di fiere commerciali che chiamano ‘il prato di Teresa’.

Si tratta di una Maria-Teresa, ben s’intende: una Koeniggin o Prinzessin di grande fama al tempo suo.

Il 26 c.m. aprirà i battenti anche un’altra ‘Messe’: una fiera erotica per l’esattezza, in altra parte della città e lo sballo è assicurato e Dioniso ed Eros danzeranno congiunti in questa città di incanti autunnali che si merita la palma di eminente città orgiastica d’Europa, ma sa gestire l’irrazionale degli ‘spiriti animali’ che scatena col pugno di ferro di un’organizzazione dell’ordine pubblico magistrale.

Vedi polizia dappertutto – equipaggiata di tutto punto, alti e forti e bisex, e le facce delle ‘polizistinnen’, dai capelli cortissimi o tirati all’indietro, sembrano perfino più ‘mache’ e pugnaci e severe di quelle dei colleghi e ti immagini la durezza della loro condizione professionale e la compari colla dolcezza e straordinaria femminilità di queste contadinelle ludiche dai grembiuli e costumi coloratissimi, vogliose che la festa cominci per dirsi orgiasticamente felici di questa loro tradizione secolare che le appaia alle ‘baccanti’ del mito – che nei boschi delle coste egee andavano danzanti e urlanti e fameliche e gli incauti maschi che azzardavano l’approccio li sbranavano ferinamente e se ne cibavano.

 

‘Qui è di Dioniso l’impero / e tutte, tutte gli si fanno intorno / e cantano e gridano e del dio / innocente alfin si cibano fameliche / ma risorgerà più forte e folle / ad ogni nuova primavera…’

 

 

il parco dei morti

 

Monaco, addi 19 settembre 2009

 

Nordfriedhof

 

Quando si salgono le scale della U-bahn ti investe un vento freddo – freddo anche per questa estate bavarese che si estenua e si incanala nel suo autunno lento, ma inesorabile. E’ il vento dei morti, mi dico. Nel centro della città si suda, ma qui ti investe il gelo del parco dei morti – perchè stanno in un vero parco i ‘munchener’ che hanno fatto la storia della città e sono morti (come, dicono, accadrà anche a noi).

Un parco che si attraversa nel senso della larghezza e sconfina nell’Englischer Garten (chissà perchè dedicato agli odiati inglesi): l’immenso polmone di verde di una città che, ad ovest, già ingloba il vastissimo parco del castello di Nymphenburg e altri parchi e giardini a iosa a regalare aria sana a una città estesa e non alta – una città così fiera della sua storia di ‘novella Atene’ da riproporcela per ogni dove coi monumenti al Bavaro e ai Ludwig e ai Maximilian e altri duchi e principi regnanti e ‘Prinzessinen’. Incluso quello che ci lasciò le penne a Sarajevo dove cominciò il ‘secolo breve’ (vedi E. J.Hobsbawm) e spaventosamente violento che ci siamo lasciati alle spalle.

Se ci cammini lungo i viali di questo parco mortuario così severo e dolce avverti che manca qualcosa – malgrado i tigli e le querce abbondino e gli scoiattoli li salgano e ridiscendono e sia garantita ai parenti la libertà di erigere monumenti funebri dei più diversi (alcuni molto belli) ai morti che sono morti e ci sono stati cari. Poi te ne accorgi all’improvviso.

Mancano i visi, le fotografie di coloro che ci hanno lasciato a favore de ‘il mondo dei più’.

Nessuna memoria fotografica dei cari estinti – giovani o vecchi o dell’età di mezzo – ma solo una data e frasi brevissime, essenziali.

Non i romanzi sciocchi che si leggono da noi sulle tombe ridotte a patchwork ridicoli: ‘Nonno ti voglio tanto bene’ e i cuoricini incollati che fanno molto sms e forse gli hanno lasciato il cellulare nel taschino del vestito da morto, chissà: uno squillo o una musichetta scema non si nega neanche ai morti e la suoneria, magari, è una ‘chacarera’ – perchè il nonno, buonanima, amava il tango e le sue variazioni scenografiche collettive.

I ‘munchener’ (come diavolo di dice in italiano?) sono gente seria e pratica e senza fronzoli e grilli – a parte questa lunghissima parentesi ludica e dionisiaca che chiamano la ‘festa di Ottobre’ e la città e i treni della metropolitana si accendono di queste contadinelle coi turgidi davanzali esposti e contadinelli in ‘lederhosen’ (che raramente premiano i posteriori di chi li indossa) e camicie da festa ricamate.

Ma l’importante è l’oro giallo che inebria: la birra – tradizione e storia e commerci tra i maggiori di questa città di incanti artistici e naturali che ce la sognamo così efficiente e ordinata e non la sapremmo gestire del pari e godere adeguatamente, noi popoli mediteranei pasticcioni e litigiosi e sciocchi. A passeggiare per il centro a Marienplatz non senti che loro, ahi(noi), e fingi di non conoscerli e provi a non sentire gli accenti dei connazionali sguaiati e ridanciani che si additano le ragazze ridendo e facendo battute stupide.

Amiamo farci riconoscere, noi (loro) del tipo italico ‘alla Berlusconi’, e già con Mussolini e la repubblichetta di Salò abbiamo dato molto in quel senso alla storia e l’Albertone nazionale nei vecchi films in bianco e nero e il Manfredi di ‘Pane e cioccolata’ continuano a ricordarcelo che è questione di dna e storia e che con la genetica c’é poco da scherzare.

Per registrare qualche mutazione in positivo devi aspettare quattro generazioni, quantomeno.

 

p.s.

 

Riparto domani per la Francia e il resto del reportage bavarese (e poi quello dal Poitou e dalla Vandea e dal Bordeaux) dovrà essere post posto al 18 di ottobre.

Vogliano scusarmi i gentili, affezionati lettori. CIMG0778.JPG