Archivio mensile:luglio 2009

l’arte e il mistero del male

 

Un intero palazzo nobiliare e la sfilata delle auguste stanze vuote per dire ‘Di che cos’altro possiamo parlare?’ Sembra l’eco di una poesia imparata a scuola (E come potevamo noi parlare / con il piede straniero sopra il cuore?) e invece è l’allestimento ‘artistico’ di Teresa Margolles, partecipazione nazionale messicana alla Biennale di Venezia.

 

Una sfilata di stanze vuote lavate ritualmente con acqua e sangue ogni giorno alle quattro del pomeriggio (la perfomance) e aria condizionata sparata fredda per congelare eventuali insorgenze batteriche e solo due stanze occupate con grandi teli imbevuti di sangue e uno di questi tessuto quotidianamente col filo d’oro della memoria che non vuol morire fino al giorno di chiusura della mostra.

 

Un allestimento e un idea che lo sorregge di una pesantezza intollerabile e se è vero che il rimando è alla crudelissima realtà dei morti ammazzati e della guerra criminale che si svolge quotidianamente alla frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti – un evento ‘pesante ‘ e sconvolgente, certo – altri eventi di uguale o maggiore drammaticità avvengono quotidianamente nel mondo e dovremmo coprire le città e le case di teli imbevuti di sangue (che il sole sbiadirebbe e rischiarerebbe perchè niente è nuovo sotto al sole) oppure stracciarci le vesti e cospargere i capelli di cenere – o fare come la Abramovich, anni fa, che, nuda, accoglieva tra i pesanti, materni suoi seni le ossa dei morti della guerra di Bosnia e li lustrava e piangeva ed emetteva gemiti come le piagnone siciliane ai funerali.

 

Se l’arte invade lo spazio della vita rischia di dire niente o di dirlo male. E se è vero che l’arte è chirurgica e non ha rispetti della realtà da cui trae i suoi stimoli e vi si sovrappone e ne denuncia la pochezza è altrettanto vero che lo deve fare in maniera geniale e rispettosa, invece, dello sguardo di chi osserva e cede all’incanto e alla fascinazione di un evento simbolico e di un rituale di teatro della memoria che commuove e rompe le corazze razionali e frantuma i biechi cinismi e con-vince.

Solo allora diventa ‘catartica’: capace di polarizzare l’attenzione e piegare l’animo alla commozione e all’idea di consolazione.

 

‘Se una poesia (o una forma d’arte n.d.r.) non è consolatoria’, scriveva David Laing, geniale psichiatra autore di un suo libro di poesie, allora è un totale fallimento.

 

Ma qui, in questo palazzo buio, in questa sfilata di stanze vuote lavate con acqua e sangue gli eventi di quella mattanza transoceanica non ci prendono, forse perchè abbiamo esposto troppe bandiere inneggianti alla pace e le abbiamo osservate stingere al sole inutilmente o forse perchè il Male lo abbiamo ormai accettato come terreno di coltura delle nostre sinapsi neuronali e gli facciamo quotidianamente un monumento e il Bene è un lenzuolo che sbiadisce di un’ artista velleitaria o illusoriamente convinta di saper suscitare echi di pietà (e, invece, ‘ pietà l’è morta’ e da tanto di quel tempo ormai).

 

La notizia del millesimo cadavere di un morto ammazzato non scalfisce più la mente al modo dei primi – così come l’ennesima schifezza di un politico che ci ha abituato a convivere e a ridere quotidianemente della miseria morale.

Si canta in coro ‘non siamo dei santi’ e chi non salta è comunista, olè.

romanzi di formazione

 

Che il mondo va alla rovescia è un’evidenza che trova parecchi riscontri. Umberto Eco, in suo libro recente, nota che la storia va ‘col passo del gambero’ e ne cita molti esempi nei capitoli e il ‘romanzo di formazione’ che sto leggendo: ‘Educazione siberiana’ di Nicolai Lilin ne è un’altra conferma autorevole e di una terza vi parlerò più avanti.

 

N. Lilin vi cattura fin dalla prima pagina rovesciando l’assunto-base a cui ci siamo abituati, – noi popoli stabilizzati e ‘civilizzati’ che ci riconosciamo in un’idea positiva di stato ormai da qualche secolo e lo diciamo/vogliamo liberale (fatta salva la bizzarra eccezione berlusconian-mediterranea e leghista degli ultimi quindici anni): che il Bene è nel buongoverno dello Stato e nelle sue Leggi positive varate per il Bene Comune e il Male è quello di chi vi si oppone e lo contrasta con tutti i mezzi pro domo sua.

 

In breve: Lilin ci narra come vive e viene educato un ‘criminale’ siberiano (l’autore medesimo) evidenziando che ‘criminale’, nel suo contesto storico-geografico, è parola positiva e contiene rituali e simboli e tradizioni e persone degne di lode e di narrazione di gesta.

Grande stupore in chi legge: che considera i criminali persone da combattere e osteggiare e annichilire con azioni mirate e i poliziotti e i tutori dell’ordine costituito gli eroi positivi che garantiscono la società dagli abusi e dalle malefatte di quelli.

 

Lascio agli eventuali lettori il piacere di scoprire il perchè di questo ‘rovesciamento’ di posizioni – fermo restando che uguale stupefacente rovesciamento si darebbe (e si è dato: vedi la serie cinematografica de ‘Il Padrino’) se a narrare di mafia e camorra da noi fosse un criminale delle varie bande invece che il bravo Saviano.

 

Dunque il regno del malaffare lo sappiamo riconoscere tutti e sappiamo indicare dove sta il Bene e dove il Male del nostro vivere associati – a parte i pochi destri del mio forum di appartenenza (e di quello confinante) che il loro Barabba tuttora leggittimano e lo dicono santo putta…re e sante le sue molte e ripetute corruzioni e perfino il suo essersi comprato la politica coll’esplicito intento di farsi le leggi pro domo sua e auto assolversi dai molti processi che lo vedevano imputato.

 

Però c’è da riflettere se un narratore rovescia così spudoratamente la frittata e spaccia il Male per il Bene.

Forse non tutto va per il verso giusto, verso univoco, in questo mondo di ladri e di criminali spacciati per etnia da proteggere: coi suoi simboli, la sua filosofia di vita, perfino la religione dei Santi e delle sacre Icone.

 

Forse dobbiamo, ogni volta, leggere i romanzi di formazione fino in fondo e con attenzione (laddove si parla di Russi invasori e di Comunisti assassini e di deportazioni), e, qui da noi, ricordare e tenere bene a mente i trascorsi di quel Tale in carriera che aspira alla massima carica dello stato pur in flagranza di corruzioni e di comportamenti privati ‘disdicevoli’ per qualsiasi uomo pubblico, ma non per lui e suoi elettori/sodali.

 

Per capire che il Male ha molte forme e, talvolta, ci ritorna indietro quando credevamo di averlo vinto ed esorcizzato – e non basta la lettura di un solo libro, nè il chiudersi in cabina elettorale e mettere il segno su un simbolo muto, se alle spalle di questa nostra sedicente ‘democrazia’ c’è una torma di cani ululanti disposti ad azzannare e a commettere ogni schifezza possibile spacciandosi, in video e in voce, per uomini dabbene e positivi.

il massimo grado di entropia

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Dovremmo fare come i bambini: tornare con la mente al periodo in cui avevamo coscienza di esserci per uno strano caso del destino e ci adeguavamo a quanto ci avveniva intorno.

Scrivere un ‘romanzo di formazione’, insomma, in cui raccontiamo il come abbiamo accettato l’ordine provvisorio e contradditorio che ci veniva dalla famiglia e dalla società e dalla Chiesa ed ha formato lo strano impasto che siamo.

Perchè questo ritorno alle origini? Ma, diamine! per capire da dove origina il fastidio che proviamo quando notiamo il disordine che ci circonda, il degradare delle buone abitudini civiche e il verificarsi dei fenomeni che ci inquietano perchè hanno un futuro ‘entropico’ che ci pare di non poter controllare mai più.

 

Mi alzo presto al mattino per godere del fresco effimero che residua dalla notte e a quell’ora la città si mostra nel suo massimo grado di entropia e, prima degli spazzini (oops! operatori ecologici), entrano in azione gli spazzini naturali e rompono i sacchetti dell’immondizia col becco rapace (pochi cittadini rispettano il regolamento comunale che prevede di alzarsi tra le sette e le otto e di mettere fuori dalla porta la spazzatura raccolta solo in quell’ora) e distribuiscono il contenuto tutto intorno per ingurgitare il poco di alimento che vi è contenuto – disputandoselo con beccate e gutturali strida minacciose.

Dietro a loro: i colombi in attesa delle briciole e i passeri, ultimi nella catena alimentare.

 

Questo sindaco-filosofo che molti ci invidiano ha dato il via a molte sistemazioni immobiliari, aperto cantieri, gallerie d’arte, ma ha perso la scommessa della ‘bassa’ gestione, esiziale in una città dai grandissimi numeri di visitatori.

La mancata e approssimativa pulizia della città schifa davvero: per le troppe deiezioni in bella vista dei cani (moltissimi qui in città e in aumento esponenziale a causa degli studenti e liberi di correre e abbaiare a tutte le ore del giorno e della notte che in Austria e nei boschi del Tirolo – pur se in tanta immensa natura – ve lo sognate, cari voi).

Deiezioni, dicevo, stampate e spalmate sui masegni e che attirano le mosche pel gran caldo.

 

Venezia è città lavata solo dalla rara pioggia d’estate e ‘rami’ più nascosti e le calli più strette attirano i visitatori che non vogliono pagare la pipì-card o accomodarsi in un bar e dai tetti piove il guano dei molti colombi nidificanti e che vi stazionano la notte: vere e proprie ‘colonie’ alimentate da signore/i che si reputano ‘animaliste/i’ e gettano più volte al giorno manciate di riso in barba ai divieti e ai regolamenti comunali che prevedono sanzioni severe.

Ma si sa che ‘grida’ e divieti fanno ridere e arrabbiare se inapplicati e manifestamente impossibili da gestire perchè la polizia municipale è sempre ‘ in tutt’altre faccende affaccendata’, poverini.

 

Ed ecco tornare a bomba i ‘romanzi di formazione’. Perchè l’ordine provvisorio che osserviamo alla nostra nascita e nel corso dei primi anni della nostra crescita sempre muta ed è vieppiù precario e, se vengono meno i ‘valori’ civici che abbiamo appreso e il pesce comincia a puzzare intollerabilmente dalla testa, disperiamo di tornare a un paesaggio mentale che ci rassicuri, – e si giustifica quanto avviene nel mondo di disordinato e orribile che ognora ci raccontano le cronache: che tutto ciò che è male trionfa e gli angeli neri infernali scacciano i bianchi domestici che ci proteggono (così ce la raccontavano da bambini).

 

E allora diventa normale avere a capo del governo un puttaniere ‘che fa’ e si arricchisce vieppiù in barba a un monumentale conflitto di interesse e un esercito di ammiratori che osservano compiaciuti la sua quotidiana predazione rapace che, al confronto, questa nostra delle decine di gabbiani-spazzini, è davvero picciola cosa e disordine ed entropia, tutto sommato tollerabile.

ramo Malipiero

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Big White Child ha l’aria triste da cinque giorni a questa parte.

Dominava Punta della Dogana e il Bacino di san Marco come una polena di bianchissima luce e adolescenziale eleganza e mostrava stretto nella mano destra il suo strano batrace prigioniero (catturato in chissà che fosso ed esibito per un suo artistico gioco atroce) ed oggi è imprigionato nella grigia trasparenza di un parallelepipedo in plexigas che lo ha ridotto a icona di se stesso, oggetto artistico qualunque, prezioso, da salvaguardare e preservare dall’attenzione malata di graffitari e notturni teppisti.

Era libero fra noi, seppure stranamente immobile e così alto, giovane Golia gioioso dell’arte moderna e ora è stretto fra le pareti del plexigas che portano la temperatura all’interno a livelli da forno e l’aria non la respira più e se è ‘salvo’ da schizzi e disegni osceni o da urti e martellate è stato ridotto d’imperio a una statua qualunque, un pezzo da museo o da galleria d’arte e non celebra più il senso di libertà piena simboleggiato dalla sua nudità e la felicità del gioco, sia pure atroce, della cattura di una preda.

 

Le opere d’arte vivono di luce e se la luce si spegne o poggia malamente sulla superficie dell’oggetto una parte non piccola di quell’arte viene meno ed ha ragione quell’artista di luce che ieri è venuto a visitare le ombre di Martinelli e le sue de-tessiture a dire che il suo lavoro di curatore di famose mostre, della luce che ‘illumina’ specialmente le opere esposte (www.lightstudio.it) è anch’essa arte e della più pura e lo ascoltavo dissertare con maestria e perfetta competenza di come il suo lavoro di luce avrebbe rischiarato le ombre di Mario – o le avrebbe incupite, secondo il desiderio dell’artista – e le avrebbe rese spettrali o calde e le avrebbe fatte parlare come per un concordato incontro nell’Ade, perchè proprio quel genere di dialogo impetravano gli occhi di Mario mirando l’ombra di suo padre seduto a un tavolo col gotto dell’ ‘ombra’ di vino che rallegra o consola i nostri giorni.

 

Ramo Malipiero è un effervescenza artistica davvero speciale, in questo effimero spumeggiare di ‘eventi collaterali’ della Biennale a volte poco consistenti e faticosi e di ‘partecipazioni nazionali’ meritevoli solo di un occhiata veloce e via verso altro palazzo, altra sede espositiva.

 

Ci pascolano perfino strani rinoceronti – di una bellezza commovente, forti, austeri, massicci, quieti e imperiosi come la loro ‘fattrice’ che in essi si identifica e nei suoi occhi (di lei) si legge la forza e la tranquilla determinazione di chi ha quel maestoso corno e poderoso nella mente e se parte all’attacco tutto travolge e la terra trema per il suo correre avanti furiosa incurante di ogni ostacolo.

 

Ieri ho ricevuto in prestito da Viola, curatrice fiorentina degli artisti di ‘The Pool Nyc’, un libro che cattura fin dalla prima pagina. Con lei e Gigi, cintura nera veneziana e curatore d’arte a sua volta, osservavamo in Internet i prodigiosi torsi di un artista e i suoi colossali ‘pugni’ decorati con speciali tatuaggi-codici – i tatuaggi dei criminali siberiani di cui parla il libro edito da Einaudi ‘Educazione siberiana’ di Nicolai Lilin.

 

Un Ramo veneziano, seppure chiuso, cieco, può essere un luogo di ampi orizzonti che si dischiudono ed eco di altri luoghi molto diversi del mondo e di persone le più varie e di ‘messaggi’ artistici che si aprono sorprendentemente davanti ai nostri occhi e rendono specialmente sapida una giornata.

se questo è un titolo

Il capo di governo di una nazione – che all’estero si schermano la bocca con la mano e lo dicono ‘il puttaniere’ (e i ‘lettoni’ per le escorts se li fa regalare dal Putin, suo compagno di merende e di vacanze romane e sarde) – ieri ammiccava alla platea dei suoi sodali imprenditori grandi e piccoli e agli altri ridanciani seguaci e diceva che: ‘…il paese è pieno di belle ragazze e io non sono un santo’.

 

Ci credereste? La platea ha riso di gusto e ha fatto venire giù i muri con l’applauso.

Ma che uomo simpatico e valente, che splendido capo di stato abbiamo: gioioso e altamente rappresentativo del ‘mediotipo italico’! L’uomo giusto per una repubblichetta da marciapiede che ‘più alla frutta’ non si può; meglio: che ‘più allo sgroppino’ – con allegro rutto corale e barzellette sconcie a raffica quale ‘grande finale’ del banchetto della ‘crisi che non c’è’.

 

‘Siamo tutti puttanieri’ sarà il motto-matto dei molti fan-clubs de ‘per fortuna che Silvio c’è!’ sparsi per il paese, – Emilia-Romagna e San Marino in testa? E che dire del mitico ‘voto cattolico’ dei pretesi benpensanti d’antan e bravi mariti e padri amorosi che oggi strizzano l’occhio al loro campione-di-denari-e-puttane e segretamente lo incitano a farsi beffe dei cosiddetti ‘valori’ e dei comportamenti degli uomini probi di una volta?

 

Alcuni arrivano al punto di consegnarli chiavi in mano le Noemi-figlie e nipoti stese su di un piatto d’argento e il limone già in bocca e il mazzetto di rosmarino in mezzo alle cosce perchè Egli le onori e garantisca alla puella-in-carriera un futuro da Ministra di Impari Opportunità o sottosegretaria, ma anche semplice deputata e, giù scalando, consigliera provincial/comunale o – se proprio va male – semplice ‘starlette’ o velina televisiva, veda Lui, faccia Lui, l’amatissimo Papi, – dal momento che gli uffici della disoccupazione hanno sede fissa ormai a Villa Certosa ed elegante succursale romana a Palazzo Grazioli.

 

E’ così che si fa politica e diplomazia oggi in Italia: offrendo ai Putin e ai Topolanek di turno – in aggiunta a pranzi lauti e le cene di protocollo e le visite guidate – la ricca messe delle veline italiche, delle aspiranti miss Italia che vanno a farsi i ‘books’ dai fotografi più noti e chiedono loro di essere effigiate in qualche particolare posa ‘osèe’ (Noemi Letizia) perchè hanno sentito dire che i porcelloni a cui quei ‘books’ sono destinati sono specialmente sensibili a quel genere di richiami volgari ‘antichissimi’ – come si dice del ‘mestiere’ cui molte giovani donne si condannano senza più sentirsi ‘sporche’ perchè, se è il presidente del consiglio in persona a dare il cattivo esempio, (il pesce che comincia a puzzare dalla testa), allora tutto è lecito e non mette conto più di discutere di morale e di buoni costumi e chi ‘non la dà facile’, già a partire dai 13/14 anni, è una complessata, una irrimediabilmente ‘out’ e che non ha futuro, care voi.

 

‘Berlusconi: non sono un santo’. Poichè questo è il titolo dei principali giornali/telegiornali di oggi, allora è fatta: siamo fuori dalla crisi, la disoccupazione non è un grosso problema, i terremotati possono attendere e tutto va ben, madama la marchesa e a tener banco nelle cronache è sempre e solo lui: l’allegro clown affetto da satiriasi che invita all’ottimismo sempre e a prescindere (guardate me!fate come me!). Quello che più conta nel paese è il suo indice di popolarità: che si parli di lui a più non posso, anche male, purchè se ne parli e l’audience va alle stelle e l’osanna televisivo beota è assordante e infinito – come si dice dell’umana stupidità e dell’espansione degli universi.

 

E giunti a questo punto del molto notare e scrivere e dibattere sulla questione ‘aplomb’ di uno statista e della sua morale pubblica/privata condivisa o deprecata, risulta chiaro anche a un infante un po’ tardo che di questi aspetti della ‘cittadinanza’ e del vivere associati ai nostri destri dei fan-clubs ‘meno male che Silvio c’è (e ‘onora’ le nostre figlie)’ non gliene importa un fico secco, nè se un bel giorno il loro campione si girasse in video e abbassasse i pantaloni e mostrasse i sodi lombi da satiro impenitente col fine di muovere alla risata il suo pubblico di aficionados gioiosi e osannanti.

 

Se i limiti e i vincoli del comportamento privato e pubblico di un capo di governo sono macerie e schifezze e spazzatura esibite e rivendicate pubblicamente, se non ci si stupisce più del concupire le vergini-puttane a botte di duemila/cinquemila euro (‘anche sul prezzo c’è poi da ridire’ cantava Re Carlo-tornato-dalla-guerra), cos’altro ancora può stupirci/indignarci/offenderci?

 

Forse solo l’arrogante, ottusa irrisione che ci rivolgono i suoi supporters sui forum, la loro supponente pretesa di impunità e di ‘facciamo-il-caxxo-che-ci-pare’ e il loro stupido dirci ‘moralisti’, gossipari’, ‘giustizialisti’, ‘manettari’ quando in causa, qui e ora, è solo una semplice questione di pubblica e privata ‘decenza’ e un livello minimo di ‘dignità personale’ e politica, vivaddio!

irrisioni e senso delle cose

Caro Fire,
   

    trovo le tue osservazioni interessanti. Sopratutto per il loro rendere evidente (ancora di più! come se dell’evidenza non sapessimo più che farcene ormai e conta solo il ‘prendere parte’) la differenza tra chi si interroga e cerca lume al senso delle cose e chi -come voi destri-futuristi (di che futuro!!)- sempre e solo sottolinea l’irrisione implicita nelle cose come loro accidente.

L’incidente occorso a grandi luminari dell’arte in occasione del ritrovamento delle finte teste di Modigliani non è il solo episodio di ‘incappare in un errore’ accaduto a gente più o meno famosa.

Viviamo nella apparenza delle cose e di noi che sono difficili da interpretare con un semplice tratto di penna e di pensiero e sempre dobbiamo riproporre l’interrogativo di senso (chi, come, perchè) per evitare di piombare come sassi nel profondo lago della stupidità e restarci cadaveri.

Vedi, ciò che tu irridi (l’errore dei due ‘grandi’ critici ed esperti di cose d’arte) somiglia all’irrisione che voi e i giornali della famiglia Berlusconi rivolgete ogni giorno a coloro che s’interrogano sul senso dell’avere a capo del governo e di una nazione un volgare puttaniere, l’incarnazione di quell’imbroglione italico, di quell’imbonitore da fiera che ritroviamo in tanti films e in tanti libri di questo paese.

Stessa pervicacia cieca e incurante del ‘senso’, stessa voglia di ‘bullismo’ mediatico: lapidare l’avversario per difendere il Barabba che si è voluto a capo del governo di  ‘questo mondo di ladri’ (dichiarati e fieri di esserlo: ladri di socialità, ladri di tasse mai o malpagate) – come cantava Venditti a suo tempo.

Non se ne va fuori, mio caro.

La partigianeria, il solo prendere parte, senza altri interrogativi e interiori rovelli porta agli hutu e ai tutsi e ai loro machete e alle fosse comuni.

Forse avevano ragione i vostri amati futuristi a indicare la guerra e la mattanza come la ‘sola igiene del mondo. Chissà.662.jpg

staccando l’ombra da terra

DSC00014.JPGForse sono condizionato dalle ombre del mio amico Martinelli o forse è quest’estate densa di presagi che mi aleggiano nel cranio a far risuonare troppo spesso nei miei pensieri le parole ‘staccando l’ombra da terra’. I pensieri fissi preoccupano, in genere – per quanto in alcuni producano opere di genio. O è il titolo di un romanzo di qualche decennio trascorso che ho letto?

 

Fatto sta che questa frase la sento particolarmente mia: mi stacco da terra, da un po’ di tempo a questa parte, ogni giorno un po’ di più: come per una segreta levitazione non avvertita e segnalatami da alcuno, malgrado la mia statura appaia più alta ad ogni nuovo incontro.

Il mio regno non è più di questo mondo – mi perdoni quel Tale che questa frase pronunciò duemila anni fa per la presunzione di essergli emulo.

 

A differenza di Colui, (che a sua volta staccò l’ombra da terra e la dissero ‘resurrezione’) lo è stato, però. In questo regno terrestre ci sono stato bene e ho interagito parecchio di gusto con cibi, donne e champagne (poco; di più prosecco e cartizze); solo che adesso non trovo più agganci di speciali piacevolezze e vale di più lo stupore di esserci ancora (qui, in questa valle di lacrime e gioie e frenesie le più varie) e mi chiedo ad ogni giorno nuovo ‘che ci faccio qui’ e il regno delle ombre comincia ad essermi più familiare di quegli strani esseri di luce che si dicono persone vere, agenti e interagenti freneticamenti tra di loro – sesso compreso, che sembra essere uno degli speciali piaceri per i quali ci diciamo vivi e felici di esserci.

 

Sono come quel vecchietto di quella storiella che, interrogato dall’amico sui suoi rapporti con le donne, lo rassicurava: ‘Si, si, ci corro ancora appresso, sai, ma, vedi, mi capita di chiedermi – una volta che le ho acchiappate – perchè diavolo ho fatto tutta quella corsa.’

 

Dunque addio alle armi e lo champagne giusto per festeggiare i prossimi sessanta e quella strana sensazione di levità e distacco da terra (ogni giorno più accentuata) che mi apparenta alle ombre che osservo tutte le mattine nell’atelier di Mario. Ombre gioiose, ombre di vita, ma ombre.

 

Finirò per chiedergli di farmene una, di ombra, per staccarla esorcisticamente da terra e osteggiare questa fuga lieve dell’anima mia dalla luce di ogni giorno nuovo che non so contrastare perchè, forse, è giunto il tempo di intraprendere un lungo viaggio: quel viaggio in direzione di un lontano deserto intrapreso dal filosofo i cui discepoli si rassicuravano l’un l’altro.

‘E’ in viaggio’, si dicevano ad ogni nuovo incontro – e, dopo un po’, nessuno interrogava più l’altro per salutare ‘virtù d’oblio’.

ceramiche e blob velenosi

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Una galleria d’arte itinerante sembra idea nuova e semplice – come tutto, in fondo, al suo primo apparire -, l’uovo di Colombo: bastava pensarci. E tuttavia comporta ideazione e la fatica implicita in ogni nomadismo: togliere le tende ad ogni giro di stagione e/o necessità di transumanza che cerca i pascoli più ricchi d’erbe e l’erba nuova e più sapida per le bestie.

Giovani artisti crescono e cercano luoghi dove mostrarsi e occhi e menti aperte alle loro creazioni: dunque si parte, si viaggia, si va dove ci porta il richiamo maggiore delle arti, si cercano le opportunità migliori per quelle strane bestie transumanti (per vocazione e destino) che sono le creazioni artistiche.

The Pool Nyc è il nome della ‘galleria itinerante’ che – nei mesi di giugno e luglio e agosto – presenta i suoi artisti nella Corte Malipiero, Ramo Malipiero – un luogo di incanti veneziani con vista sullo splendido giardino di palazzo Malipiero, ‘facing’ sua maestà il Canal Grando. Una calle cieca, un ‘ramo’, forse la più fitta di ‘sedi espositive’ (della Biennale e non) che si dà a Venezia, un vero e proprio ‘giacimento artistico’.

Oltre al padiglione dell’Estonia -che propone una riflessione sociale su un evento-cardine della recente indipendenza di quella nazione- troverete le sorprendenti e affascinanti ‘ombre’ di Mario Martinelli di cui vi ho già parlato e, sull’angolo, il silenzioso padiglione della Slovenia.

E se tanto non vi basta, cinquanta metri più avanti vi aspetta l’esposizione-monstre di Palazzo Grassi del ricco Pinault piglia-tutto.

 

A mia figlia piacerebbero (piacciono molto anche a me) queste sculture ironiche e graffianti di Andrea Salvatori presentate da ‘The Pool Nyc’ nella Corte Malipiero.

Ci troverebbe i suoi amatissimi ‘transformers’ e i giocattolini buffi con cui molto ha giocato – qui riproposti in forme e materia elegantissime e classicissime: la ceramica – statue e icone nuovissime e giocose e dissacranti quasi per ‘trasgredire’ in senso opposto: un ‘ritorno al futuro’ della giocosità satirica, incluso il gesto dell’ombrello dell’omino buffo rivolto alla morte.

Le icone ‘borghesi’ che un tempo facevano il servizio buono delle feste e le statuine di biscuit quali preziosi soprammobili diventano, plasmate dalla fantasia irriverente di Salvatori, vignette satiriche efficacissime e brillanti – con forte propensione all’uso del sadomaso come complemento (antichissimo) del ‘metterlo in quel posto’ quando ce vo’ .

Ecco allora il sacro piantare una spada nel corpo del drago di san Giorgio qui trasformarsi in una candela infilata nello sfintere del medesimo con effetti esilaranti e programmaticamente trasgressivi.

Oppure il blob melmoso e nerastro (fantastico qui l’uso paradossale della materia ceramica: elegante per irridentissima contrapposizione) che ormai è diventato cupola stercoraria con solo un foro in alto da cui uscire e un omino in affanno quasi sul punto di uscirne che è metafora – ahi, quanto cogente e attuale! – della nostra vita associata: di quel blob orrendo e puzzolente che esce dagli schermi televisivi fitto di vergini-puttane e vecchi puttanieri che danno l’assalto al cielo (e ci riescono, parbleu! Aiuto!).04.jpg

l’ombra delle cose e di noi

 

CIMG0245.JPGNon capita tutti i giorni di incappare in un ‘evento’ artistico come quello a cui mi è capitato di assistere oggi: di parlare diffusamente e interrogare per oltre un’ora e avere risposte plausibili e affascinanti da un artista innamorato delle sue creazioni (meglio: innamorato della meraviglia che le fa balzare fuori dal suo vulcanico cranio come tante Minerva) e della ‘filosofia dell’arte’ che le sottende.

Altro che ‘eventi collaterali’ della Biennale per il cui logo un artista deve sborsare fior di quattrini! Quello di Martinelli è un ‘evento centrale’, – pur se confinato in una calletta che da campo san Samuele va verso campo santo Stefano (nei pressi è l’interessante padiglione dell’Estonia).

 

Mario Martinelli è persona gioviale e faconda e geniale.

Trevigiano di grande spessore temporale (nasce nel ’44), è insegnante di storia dell’arte e ‘performer’ di un livello stupefacente. Elabora ‘ombre’, il Martinelli, ama l’ombra che tutti noi siamo e l’ombra lunga e persistente e ognora affiorante in noi delle cose: per la filosofia insinuante e inquietante che ogni ‘ombra’ sottende.

 

Andate a trovarlo: vi accoglierà nell’atelier espositivo che ospita le sue creature (uno scalino più sù di semplici ‘creazioni’ artistiche) come una sorta di Socrate bonario e ironico e disserterà con voi amabilmente di tele ridotte a scarnificazione di fili coloratissimi e di ‘ombre’ ritagliate in essenziali maglie di rete che a tutto rimandano del mondo che crediamo di vedere per come è ed è sicuramente fitto d’ombre: all’arte che è stata dei pittori maggiori (ombre di loro famosi quadri come il ‘Dèjeuner sur l’herbe’), alle nostre ombre in movimento e all’ombra di noi tutti che resta (o non resta) in questo universo di sogno che abitiamo.

 

Dialogava con una giovane donna di Parigi e con me, oggi, il Martinelli, – lei una sorta di scricciolo minuto, un’aspirante artista – e io li osservavo e ascoltavo commosso e ammirato.

Al Martinelli gli occhi brillavano per il piacere sincero di quel dialogo : genius loci di chi ha dimestichezza con le ombre, si, ma anche con la solarità e la luminosità che le genera e le sostiene e la giovane donna ne era consapevole e affascinata e non smetteva di interrogarlo e di approfondire e trascorrevano i minuti e un mondo di luci ed ombre e uomini e luoghi prendeva forma nella stanza e una segreta felicità di vivere, di esserci e di creare tesseva le sue architetture in quell’atelier fresco e accogliente che merita visite ripetute e un passa-parola tra i visitatori e, certo, a mio modesto avviso, una menzione speciale nei cataloghi dei mercanti d’arte e nelle future mostre ed esposizioni che andremo a vedere in questa e in altre città umbratili e luminose del vasto mondo che ci ospita.CIMG0240.JPG

luce, fate luce…

 

este_14114808_49500.jpgC’è un aspetto misterioso di questo grande evento pubblico organizzato dalla Biennale che ci sfugge: a noi comuni visitatori curiosi di tutto quanto vediamo esposto e del senso delle cose strane e magnifiche e belle o brutte (volontariamente) che gli artisti ci mostrano e delle quali vorrebbero che capissimo il ‘messaggio’ : perchè nessuna forma si dà in artefatto umano che non ‘dica’, non ‘comunichi’ di diritto o di rovescio – anche quando si ostina a negare se stessa e l’atto del suo essere stata creata.

 

E’ l’aspetto economico, il giro di denaro che ruota intorno all’insieme dell’evento e ad ogni evento particolare e ad ogni artista e al suo ‘mercante’. L’artista moderno nasce e rivendica nome e fama universale col suo committente (principi, nobiltà e conventi), il mecenate e, più tardi, il mercante.

 

La maggior parte delle esposizioni veneziane è legata ad una nazione e il contributo dello stato che ha scelto il/i suo/i artista/i di riferimento ha il suo peso, certo, ma alcuni artisti si muovono in evidente e bella autonomia finanziaria ed è quella sotterranea tela di ragno del mercato dell’arte e dei ricchi mercanti che lo sorreggono e manipolano a sostenere il maggior peso.

Venezia è tutta avvolta in una gigantesca tela di ragno artistica che si sostiene ai piloni dei vecchi palazzi finalmente aperti al pubblico e delle vecchie chiese ringiovanite grazie al lifting – talvolta dissacrante – delle opere che ospitano e la nuova, bella sede espositiva della Punta della Dogana.

Ben poco si dà, geniali dilettantismi a parte, fuori da quella rete che sostiene gli artisti (in molti casi li ‘crea’) e attraverso la quale si arriva alle grandi esposizioni, ai musei d’arte moderna, alle maggiori gallerie delle metropoli, alla gloria e alla fama, insomma.

 

Una sola cosa (ahimè) mi accomuna agli artisti e alla loro arte ed è la ricerca di senso. La differenza tra loro e me e che la loro domanda è palese ed è un’opera ‘d’arte’ rivolta a un pubblico; la mia è, invece, una muta, disperata interrogazione: ‘Che ci faccio qui?’ (sul pianeta Terra, in questa città, in questo mio corpo di-sgraziato).

Se lo chiede l’opera (quadro, statua o installazione o video o live performance) e ce lo chiediamo in molti perchè non è mai chiaro il senso dell’andare e venire di noi uomini, il prendere forma e darne: alle cose, alle leggi, alle architetture, alle città e ai suoi ornamenti artistici.

 

Se ‘luce, fate luce’, è stato il gemito di Goethe morente (che luce ha sparso a piene mani colla sua opera: il Faust in testa), uguale domandare è il nostro, muto, quando giriamo attorno a quel perimetro nelle sale che ci permette di osservare l’opera d’arte nei suoi diversi aspetti e particolari.

Che vuol dire? è il muto interrogativo di molti. Interrogata, l’opera non risponde e, a volta, non basta lo scritto del critico d’arte a illuminarci e cancellare le ombre del dubbio.

 

Trascuro i velleitari: ‘Lo posso fare anch’io’ dei cretini perchè non mette conto parlarne e c’è un bel libro nelle librerie e nel book shop del Guggenheim dal titolo omonimo che costoro dovrebbero leggersi prima di acquistare il biglietto ed entrare in un museo o nelle sale di una mostra d’arte.

 

‘No che non lo sai fare perchè l’avresti fatto’ mi piacerebbe rispondergli ‘e quell’artista e quell’opera su cui getti stupido discredito non sarebbe in quel posto e in quella sala se tutto fosse così banale e idiota e davvero naif e privo di senso.’

Dunque interrogatevi, come faccio io e altri dentro le sale – con muti sguardi a volte disperati -, e datevi una qualche risposta. Possibilmente sensata, se il poco cervello vi aiuta.

 

Abbiamo un disperato bisogno di risposte sensate, anche e sopratutto nella nostra vita politica e associata, dove il ‘luce, fate luce’ di Goethe trova la sua più cogente applicazione.CIMG0210.JPG