Archivio mensile:giugno 2009

il re della spazzatura e i suoi silenzi

…. nel caso ve lo foste perso.

 crisi istericissima

Da Noemi alle feste a Palazzo Grazioli, quelle risposte mai date

Le dieci nuove domande
che rivolgiamo a Berlusconi

di GIUSEPPE D’AVANZO

 

La sera del 26 aprile Silvio Berlusconi festeggiava Noemi a Casoria. E’ giunto il tempo, due mesi dopo, di tirare le somme. Bisogna annotare con cura le bugie ascoltate; interrogarsi sulle ragioni dei troppo silenzi; afferrare il filo rosso che da una storia (le “veline”) ci ha condotto in un’altra (Noemi) e in un’altra ancora (le prostitute a Palazzo Grazioli) fino alla soglia di una quarta (le feste del presidente). Giorno dopo giorno, si è definita sempre meglio la “licenziosità” del capo del governo, “la scelta sciagurata degli amici di bisboccia, la sciatteria in certe relazioni e soprattutto la caratterizzazione ostentatoria di tutti i suoi comportamenti privati” (Giuliano Ferrara, Panorama, 26 giugno). Quel filo si riannoda intorno a un “grandioso sé”, lascia nudo un potere e un abuso di potere che si immagina senza contrappesi e irresponsabile.

Da due mesi, Berlusconi parla senza dire. Ci scherza su alquanto imbarazzato e come ossessivo, ma tace l’essenziale. Il tempo non è passato invano, però. Le dieci domande che Repubblica ha ritenuto di rivolgergli il 14 maggio hanno trovato più di una risposta, nonostante il loquace mutismo del presidente del consiglio. A volte, anche i silenzi sanno parlare. C’è oggi materia viva per eliminare qualche interrogativo e proporne altri, nuovi e dunque necessari e urgenti.

“Chi è incaricato di una funzione pubblica deve chiarire”, dice Silvio Berlusconi (Porta a Porta, 5 maggio). All’alba di questa storia, il premier sembra sapere che il significato etico e politico di accountability presuppone trasparenza; impegno a dichiararsi; rendiconto di quel che si è fatto e si fa; assunzione di responsabilità; censurabilità delle condotte riprovevoli – anche private – perché è chiaro a tutti che non ci può essere una radicale contrapposizione “tra il modo in cui un uomo di potere tratta coloro che gli sono vicini (la sua morale) e il modo in cui governa i cittadini e risponde a loro (la sua politica)” (Carlo Galli, Repubblica, 22 giugno).

Berlusconi, in apparenza, è animato da buone intenzioni, dunque. Deve, presto e in fretta, liberarsi di tre grattacapi che gli vengono dalla famiglia (con le accuse di Veronica Lario), dalla sua area politica (con i rilievi critici di farefuturo). Gli rimproverano di voler candidare alle elezioni per il parlamento di Strasburgo “veline”, giovani o giovanissime donne che egli ha già promosso nello spettacolo e gli tengono compagnia con assiduità nel tempo libero, a Villa Certosa, a Palazzo Grazioli. Gli si contesta la frequentazione di minorenni e un’ossessione per il sesso che pregiudica il suo equilibrio (Veronica Lario, Repubblica, 3 maggio). Gli si chiede dei rapporti con la minorenne di Napoli di cui ha voluto festeggiare il 18° anno (Repubblica, 28 aprile).

 

Berlusconi è tentato dal rovesciare il tavolo, come gli è abituale. Parla di “complotto”. Di fronte all’evidenza che il fuoco è “amico”, lascia perdere e appronta una difesa che vuole essere conclusiva. Concede due interviste ufficiali (Corriere, Stampa, 4 maggio). Chiacchiera ufficiosamente e in libertà (ancora Corriere e Stampa, nei giorni successivi al 4 maggio). Si confessa alla tv pubblica francese durante il tg delle 20 (France 2, 6 maggio). Rifiuta – è vero – un’intervista a Repubblica (13 maggio), ma promette di “spiegare tutto” (Cnn International, 25 maggio).

Berlusconi è categorico, quasi minuzioso nella ricostruzione delle sue mosse. “Non avevamo messo in lista nessuna velina” (Corriere, 4 maggio). “Io frequenterei delle diciassettenni? E’ una cosa che non posso sopportare. Io sono amico del padre [di Noemi], punto e basta. Lo giuro!” (Stampa, 4 maggio). “Sono andato a Napoli per discutere di candidature con il padre di Noemi” (Porta a porta, 5 maggio), con cui “ho un’antica amicizia di natura politica”, peraltro “Noemi, la figlia dei miei amici, l’ho vista tre, quattro volte, sempre accompagnata dai genitori” (France 2, 6 maggio).

Le affermazioni del capo del governo non reggono alla verifica dei fatti.

Repubblica scopre (21 maggio) che il 19 novembre 2008, a Villa Madama, la minorenne Noemi siede al tavolo presidenziale, in occasione della cena offerta dal governo alle griffe del made in Italy, raccolte nella Fondazione Altagamma. La ragazza è sola, non accompagnata da alcun familiare, accanto al presidente del consiglio e a Leonardo Ferragamo, Santo Versace, Paolo Zegna, Laudomia Pucci. Sola e minorenne – e non accompagnata dai suoi genitori ma da un’amica minorenne (Roberta O.) – Noemi è anche a Villa Certosa, a ridosso del Capodanno, tra il 26/27 dicembre 2008 e il 4/5 gennaio 2009. Lo rivela a Repubblica (24 maggio) Gino Flaminio, un operaio di 22 anni legato sentimentalmente a Noemi dal 28 agosto 2007 al 10 gennaio 2009.

Gino, in contrasto con le dichiarazioni del Cavaliere, svela anche quando Berlusconi si mette in contatto con la minorenne Noemi. Che sia la prima volta, glielo racconta lei stessa. Accade nell’autunno del 2008 (ultimi giorni di ottobre, primi di novembre). Soltanto otto mesi fa. Berlusconi telefona direttamente alla ragazza alle prese con i compiti di scuola. Nessuna segreteria. Nessun centralino. Nessun legame con la famiglia della ragazza. Berlusconi (che ha davanti una collezione di foto di Noemi) le dice parole di ammirazione per la sua “purezza”, per il suo “volto angelico”. Dopo quel primo contatto, ne seguono altri (Gino ascolta la voce del premier in tre o quattro telefonate) fino all’invito a trascorrere dieci giorni – senza i genitori – a Punta Lada.

Le rivelazioni raccolte da Repubblica costringono il premier a correggere precipitosamente il tiro. Non puo’ negare la presenza di Noemi a Villa Madama. Ammette che la minorenne, anzi le due minorenni hanno festeggiato il Capodanno con lui, non accompagnate dai familiari. Non può confessare però che – uomo di 73 anni, con impegnative responsabilità pubbliche – trascorre il pomeriggio a telefonare a minorenni che conosce soltanto attraverso book fotografici fornitigli dagli uomini di Mediaset (nel caso di Noemi è Emilio Fede, dice Flaminio). Appresta allora una nuova favoletta per spiegare come, quando e perché ha conosciuto il padre di Noemi, Elio Letizia, e cancellare l’imbarazzante ma decisivo ricordo di Gino.

E’ la quarta versione che, nel corso del tempo, ci viene proposta. Ricordiamo le precedenti. 1. “Era l’autista di Bettino Craxi” (Ansa, 29 aprile, l’agenzia di stampa rimuoverà poi la pagina dall’archivio in rete). 2. “Elio è un mio amico da tanti anni, con lui ho discusso delle candidature europee” (Porta a porta, 5 maggio). 3. “Conosco i genitori, punto e basta” (France 2, 6 maggio).

 

Anche la quarta ricostruzione di quell’amicizia viene cucinata in malo modo.

Berlusconi scarica su Elio Letizia l’onere del racconto. Elio Letizia liquida per intero lo sfondo politico dell’amicizia. Non azzarda a dire che è stato un militante socialista né conferma di aver discusso con il presidente del consiglio chi dovesse essere eletto a Strasburgo. Dice Letizia che la “vera conoscenza [con Silvio] ci fu nel 2001″. Elio sa – racconta – che a Berlusconi piacciono “libri e cartoline antiche” e nelle sale dell’hotel Vesuvio di Napoli (maggio 2001) gli propone di regalargliene qualche esemplare. Nasce così un legame che diventa un’affettuosa amicizia quando Anna e Elio Letizia sono colpiti dalla sventura di perdere il figlio Yuri in un incidente stradale. Berlusconi si fa vivo con una “lettera accorata e toccante”. Letizia decide di presentare la sua famiglia al presidente del consiglio nel “dicembre del 2001”: “A metà dicembre io e mia moglie andammo a Roma per acquisti e, passando per il centro storico, pensai che fosse la volta buona per presentare a Berlusconi mia moglie e mia figlia” (il Mattino, 25 maggio). Dunque: il capo del governo “per la prima volta vide Anna e Noemi” nel dicembre del 2001 non in pubblico ma nella residenza privata del premier, a palazzo Grazioli, o a Palazzo Chigi. Noemi ha soltanto dieci anni.

Il ricordo di Elio Letizia non coincide con quello di Silvio Berlusconi. Nello stesso giorno, la memoria del capo del governo disegna un’altra scena decisamente differente da quella che ha in mente Elio Letizia. Quando Berlusconi ha incontrato per la prima volta Noemi? “La prima volta che ho visto questa ragazza è stato a una sfilata”, risponde il premier (Corriere, 25 maggio). Quindi, in un luogo pubblico e non nei suoi appartamenti pubblici o privati. Non nel 2001, come dice Elio, ma più avanti nel tempo perché Noemi avrebbe avuto l’età adatta per “sfilare” (quattordici, quindici, sedici anni, 2005, 2006, 2007).

Le “bugie bianche” di Berlusconi (il Foglio, 25 maggio) non possono nascondere qualche sconcertante punto fermo. E’ vero, il capo del governo “frequenta minorenni”, come ha detto Veronica Lario e dimostrato Repubblica. Il presidente del consiglio non riesce con qualche attendibilità a dire come ha conosciuto i Letizia cosicché le parole di Gino Flaminio acquistano più credibilità e maggiore verosimiglianza.

Il quadro compromesso e degradato dell’accountability del capo del governo è confermato addirittura dal racconto di Noemi, mai smentito (e oggi è troppo tardi per farlo).

“[Berlusconi, “papi”] mi ha allevata (…) Lo adoro. Gli faccio compagnia. Lui mi chiama, mi dice che ha qualche momento libero e io lo raggiungo a Roma, a Milano. Resto ad ascoltarlo. Ed è questo che desidera da me. Poi, cantiamo assieme. (…) [Da grande vorrò fare] la showgirl. Mi interessa anche la politica. Sono pronta a cogliere qualunque opportunità. (…) Preferisco candidarmi alla Camera, al parlamento. Ci penserà papi Silvio” (Corriere del Mezzogiorno, 28 aprile).

Noemi conferma non solo l’abitudine di Berlusconi a frequentare minorenni, ma rafforza anche l’altra questione decisiva di questa storia: la pretesa di “far uso dei bei volti e dei bei corpi di persone che con la politica non hanno nulla a che fare”. Manovra che denota “l’impoverimento della qualità democratica di un Paese” (farefuturo). Come – per fare solo tre nomi – Angela Sozio (Grande Fratello), Chiara Sgarbossa (miss Veneto), Cristina Ravot (cantante ammiratissima da Berlusconi che la voleva imporre al festival di Sanremo prima che al parlamento di Strasburgo), Noemi ritiene di poter ottenere da Berlusconi l’opportunità di fare spettacolo o, in alternativa, di essere eletta in parlamento. Televisione o seggio in parlamento, uguali sono.

Le aspettative di Noemi, sollecitate dalle promesse di Berlusconi, sono in linea con le riflessioni critiche della signora Lario (“Ciarpame senza pudore”). E’ documentata, allora, anche la seconda accusa che colpiva il capo del governo: per lui il corpo delle donne è “un gingillo” utile per “proiettare una (falsa) immagine di freschezza e rinnovamento” politico. S’invera lo “scarso rispetto per le istituzioni e per la sovranità popolare” del leader del Popolo della Libertà (Fondazione farefuturo).

Di fronte a due punti fermi (è vero, frequenta minorenni; è vero, candida nelle assemblee elettive i “bei corpi” che gli sono stati vicini), incalzato da domande a cui non può rispondere, Berlusconi si corregge di nuovo per tirarsi fuori da una catastrofe politica e comunicativa, domestica e internazionale. A Palazzo Chigi, dunque in un luogo che più ufficiale non si può, dice: “Non ho detto niente” (Ansa, 27 maggio). Pretende che gli si creda. Lo abbiamo sentito dire, spiegare, ricordare in pubblico, in voce e in video – e sempre mentire. Ora, con quattro parole (“Non ho detto niente”), intende resettare la storia così come egli stesso ce l’ha raccontata. Esige che il potere delle sue parole sia, per noi, indiscusso. Comanda di dimenticare ciò che ricordiamo e ci impone di credere vero ciò che egli dice vero (e noi sappiamo bugiardo). “Non ho detto niente” dovrebbe ripulire dalla lavagna le sue menzogne. Gli interessa ora andare al sodo per salvare la faccia e – forse – un destino politico che vede compromesso (compromessa appare la sua ascesa al Quirinale). Vuole rispondere soltanto a una domanda: ha avuto “rapporti piccanti” con Noemi? Se la pone da solo. Risponde: “Assolutamente no, ho giurato sulla testa dei miei figli e sono consapevole che se fossi uno spergiuro mi dovrei dimettere, un minuto dopo averlo detto” (Radiocor, 28 maggio). Non chiarisce che cosa siano i “rapporti piccanti”, per il lessico e la fantasia erotica di uomo come lui.

Sesso e politica. Politica e sesso. “Privato” che si fa “pubblico”. “Pubblico” che deve subire gli abusi di potere di un privato. Di questo impasto ci parlano le pratiche del Cavaliere che rinviano con immediatezza al suo dispositivo di governo, e quindi alla cosa pubblica e non soltanto ai comportamenti privati di un uomo. Lo “scandalo” dell’affare è in queste relazioni scorrette compensate da promesse di incarichi pubblici, è nelle accertate menzogne che screditano chi governa e il Paese che da lui è governato. Di questo dovrebbe rispondere il premier in pubblico se davvero avesse compreso che accountability è l’esatto contrario di arbitrio e menzogna.

Il capo del governo vive un clima psichico alterato. E’ la terza accusa della moglie: “[Silvio] non sta bene” (Repubblica, 3 maggio). La patologica sexual addiction di Berlusconi si sfoga in festicciole viziose. Anima “spettacolini” affollati da venti, trenta, quaranta ragazze: “farfalline” coccolate mentre il “sultano” indossa un accappatoio di un bianco accecante; “tartarughine” travestite da Babbo Natale; “bamboline” che mimano, in villa e tra i fiori, il matrimonio con “papi” (Repubblica, 12 giugno). Frequente la presenza di “squillo”, “escort”, “ragazze immagine” abituate a incontrare sceicchi sulle rive del Golfo Persico.

La scena, accennata esplicitamente da Veronica Lario, ancora sfumata nei contorni con Noemi, si definisce con nitore quando prende la parola Patrizia D’Addario, “escort di lusso”, un modo per dire prostituta di caro prezzo. Il palcoscenico, anche acusticamente esplorato, è illuminato a giorno, ora. Si possono vedere con chiarezza i gesti, sentire le parole, ascoltare le voci anche nelle stanze più intime e protette (il bagno, la camera da letto) del palazzo presidenziale. Il linguaggio si fa esplicito, crudo. Come, senza sottintesi, sono le condotte, le logiche, gli esiti.
Patrizia è ingaggiata (2000 euro) da un amico del Cavaliere che ingrassa i suoi affari e la sua influenza pagando “squillo” da accompagnare alle feste del presidente a Roma, in Sardegna.

Patrizia varca, per la prima volta, la soglia di Palazzo Grazioli il 15 ottobre 2008.

Patrizia, “una volta entrata in una stanza affrescata all’interno della residenza del presidente del Consiglio, si trova davanti venti ragazze e il suo primo pensiero è: ‘Ma questo è un harem!'”. (Sunday Times, 21 giugno).

Patrizia osserva, curiosa: “Mentre la gran parte di noi, come ci era stato detto, indossava abiti neri corti e trucco leggero, due ragazze che stavano sempre vicine, avevano pantaloni lunghi (…) Erano due escort lesbiche che lavorano sempre in coppia” (Repubblica, 25 giugno).

Patrizia, quella sera, non resta a Palazzo. Ci ritornerà, il 4 novembre. “Sono tornata dopo un paio di settimane, esattamente la sera dell’elezione di Barack Obama” (Corriere, 17 giugno).

Patrizia registra quel che sente. Fotografa – appena può – quel che vede. Lo fa sempre, con tutti, da sempre. Questa volta, la seconda volta da Berlusconi, Patrizia rimane a Palazzo per una notte di sesso con il capo del governo. Il Cavaliere – dopo cena, visione dei film che lo mostrano accanto ai potenti della Terra, le solite canzoni e la ola – chiede alla donna di aspettarlo nel “letto grande” (Repubblica, 20 giugno).

“Berlusconi mi ha telefonato la sera stessa, appena sono arrivata a Bari. E qualche giorno dopo Gianpaolo mi ha invitata a tornare. Ma io ho rifiutato (…) Gianpaolo ha voluto il mio curriculum perché mi disse che volevano candidarmi alle Europee (…) Quando sono cominciate le polemiche sulle veline, il segretario di Gianpaolo mi ha chiamata per dirmi che non era più possibile (…) [mi è stata allora] proposta la lista “La Puglia prima di tutto” [per il rinnovo del consiglio comunale]. Io ho accettato subito” (Corriere, 17 giugno).

I ricordi di Patrizia sono confermati dalle due “ragazze-immagine” (qualsiasi cosa significhi l’eufemismo) che sono con lei: Lucia Rossini (Repubblica, 21 giugno) e Barbara Montereale. Che dice: “Sapevano tutti a quella cena che lei [Patrizia] era una escort. Presumo anche il presidente”. (Repubblica, 20 giugno). Le due ragazze ridono, scherzano, si fotografano allegre nella toilette del presidente del consiglio, come padrone del campo.

Le parole, le testimonianze incrociate, le immagini, i documenti fonici non possono più confondere quel che abbiamo sotto gli occhi. Quel che la signora Lario chiama “malattia”, l’effetto distruttivo di un narcisismo sgomento dinanzi alla vecchiaia, un’autostima che esige sempre, a ogni occasione l’ammirazione riservata alla giovinezza, alla celebrità, al fascino rendono vulnerabile e gravemente indifeso il capo del governo e l’autorevolezza del suo ufficio. C’è un fondo di onnipotenza nei suoi comportamenti, come se ogni azione gli fosse consentita. E’ circondato da prosseneti che lucrano vantaggi personali cercandogli in angoli d’Italia ragazze sempre nuove, sempre più giovani, sempre più rapaci e spregiudicate, spesso sostenute nella loro cinica ambizione dalle famiglie, da mammà e papà. Vogliono un successo dove che sia, in tivvù o nella politica. Il premier può concederglielo con una telefonata, se vuole. Gli danno pressione. Lo pretendono. E’ il quadro che ha già proposto Veronica Lario. “Ho cercato di aiutare mio marito, ho implorato coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene. È stato tutto inutile” (Repubblica, 3 maggio).

La difesa di Berlusconi, di fronte a questa rappresentazione di se stesso e della fenomenologia del suo potere, è violenta fino alla spietatezza contro i testimoni della sua vita; è prepotente contro l’informazione che non sceglie la taciturnità imposta al servizio pubblico radiotelevisivo e accettata – con l’eccezione del Tg3 – di buon grado. E tuttavia, quando affronta le circostanze che sono emerse, quella manovra è maldestra.

Nicolò Ghedini, avvocato del Cavaliere, nell’ansia di sfuggire al reato ora che una prostituta parla di tariffe, trattative e pagamenti, ammicca complice agli italiani che si sentono “puttanieri” irredimibili, anche se spesso soltanto fantasiosi, nella convinzione che quel peccato possa essere presto perdonato urbi et orbi. Il lemma che adopera (gli appare il più onesto e concreto) peggiora il clima e deteriora ancor più l’immagine del premier. “Ancorché fossero vere le indicazioni di questa ragazza [Patrizia], e vere non sono, il premier sarebbe, secondo la ricostruzione, l’utilizzatore finale e quindi mai penalmente punibile”. (Affari Italiani, 17 giugno). Come se l’affare fosse legale e non politico. L’errore dell’avvocato convince Berlusconi a muovere in prima persona. Lo fa secondo le sue prassi consolidate. Dai fogli patinati di un settimanale di famiglia, nega quel che è accaduto. “Non c’è nulla nella mia vita privata di cui io mi debba scusare (…) Non ho [di Patrizia] alcun ricordo. Ne ignoravo il nome e non ne avevo in mente il viso. Non mi ero reso conto [che fosse una prostituta]” (Chi, 24 giugno). Tace che ancora il 27 gennaio, il suo amico di Bari chiama Patrizia per dirle (la telefonata è registrata): “[Il presidente] ti vuole vedere la prossima settimana a Roma” (Corriere, 21 giugno). Vedere lei, proprio lei: Patrizia, con quella faccia che ora non ricorda, con quel nome che ha dimenticato, forse ripensando soltanto al suo corpo.

Questa volta – direttamente e non attraverso i suoi giornali e attaché (lo ha fatto per Gino Flaminio) – scatena l’ordinaria menzogna distruttiva contro Patrizia D’Addario: “[Le è stato] dato un mandato molto preciso e benissimo retribuito” (Chi, 24 giugno). Dovrebbe offrire un riscontro anche labile della sua accusa anche perché ha avuto il tempo e ha le risorse per raccoglierlo. Non lo fa. Dovrebbe comprendere che la denunzia, anche se inventata, conferma la sua vulnerabilità. La mostra, la dimostra. Se c’è un ricattatore dietro le parole di Patrizia D’Addario, la responsabilità è soltanto di chi dissennatamente le ha aperto le porte di casa. Dice: “Può capitare di sbagliare ospiti” (Ansa, 25 giugno), ma il punto è proprio questo: quanti sono gli “ospiti sbagliati” che si sono seduti alla sua tavola? E che intenzioni hanno?

Il fatto è che il Cavaliere si tiene lontano da fatti che, per la loro solidità, possono fulminarlo. Preferisce scavare nella differenza tra sé e gli altri, tutti gli altri che soltanto ricordano quel che ha detto e giurato o le menzogne che ha sottoscritto con la sua faccia, i suoi discorsi. Non pare curarsene. Dice: “Io sono fatto così. E gli italiani così mi vogliono. Ho il 61 per cento. Io sono buono, generoso, leale, (attenzione) sincero, mantengo le promesse, sono un mattatore, un intrattenitore” (Ansa, 25 giugno).

Soltanto un malvagio può non amarlo. In fondo, la politica è questo per il capo del governo: la legittimità del suo potere lo autorizza – crede – a creare un’ostilità interna, un conflitto permanente tra chi è con lui e chi, perché lontano da lui o critico, deve essere considerato “estraneo”, “nemico”, “eversore”. E’ “odio e invidia” (Ansa, 24 giugno) chiedergli conto delle sue condotte pubbliche, del suo stato di salute, di una vita spericolata, delle contraddizioni radicali del suo agire: ha prostitute nel suo letto, ma legifera per punire chi frequenta le prostitute; invoca per sé la privacy ma vuole scrivere le norme della nostra privacy, dalla procreazione al “fine vita”.

E’ un “progetto eversivo” contro il suo governo e contro il Paese chiedergli di essere trasparente. “Le calunnie contro di me, le veline, le minorenni, Mills (è un testimone che ha corrotto salvandosi da una condanna), i voli di Stato (che utilizza per trasferire amiche, musici, ballerine) , hanno costituito una campagna di scandalo molto negativa all’estero per il nostro paese e credo sia un comportamento colpevole da chi l’ha pensato e organizzato, [credo che sia] un progetto eversivo perché la finalità è quella di costringere a far decadere un presidente del consiglio eletto dagli italiani (…). Se questa non è eversione, ditemi voi cos’è”. (Adnkronos, 13 giugno).

La sola soluzione che intravede alla crisi che lo affligge è la riduzione al silenzio o la rovina economica della stampa che non racconta come vere le sue fiabe. “Bisognerebbe non avere dei media che tutti i giorni cantano la canzone del catastrofismo e credo che anche voi [imprenditori] dovreste operare di più in questa direzione. Per esempio: non date pubblicità a chi si comporta così” (Ansa, 15 giugno).

Il rosario di incoerenze, menzogne, abusi di potere di Silvio Berlusconi sollecita a rinnovargli alcune domande che possono essere conclusive:

1. Quando, signor presidente, ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia? Quante volte ha avuto modo d’incontrarla e dove? Ha frequentato e frequenta altre minorenni?

2.
Qual è la ragione che l’ha costretta a non dire la verità per due mesi fornendo quattro versioni diverse per la conoscenza di Noemi prima di fare due tardive ammissioni?

3.
Non trova grave, per la democrazia italiana e per la sua leadership, che lei abbia ricompensato con candidature e promesse di responsabilità politiche le ragazze che la chiamano “papi”?

4.
Lei si è intrattenuto con una prostituta la notte del 4 novembre 2008 e sono decine le “squillo” che, secondo le indagini della magistratura, sono state condotte nelle sue residenze. Sapeva che fossero prostitute? Se non lo sapeva, è in grado di assicurare che quegli incontri non l’abbiano reso vulnerabile, cioè ricattabile – come le registrazioni di Patrizia D’Addario e le foto di Barbara Montereale dimostrano?

5.
E’ capitato che “voli di Stato”, senza la sua presenza a bordo, abbiano condotto nelle sue residenze le ospiti delle sue festicciole?

6.
Può dirsi certo che le sue frequentazioni non abbiamo compromesso gli affari di Stato? Può rassicurare il Paese e i nostri alleati che nessuna donna, sua ospite, abbia oggi in mano armi di ricatto che ridimensionano la sua autonomia politica, interna e internazionale?

7.
Le sue condotte sono in contraddizione con le sue politiche: lei oggi potrebbe ancora partecipare al Family Day o firmare una legge che punisce il cliente di una prostituta?

8. Lei ritiene di potersi ancora candidare alla presidenza della Repubblica? E, se lo esclude, ritiene che una persona che l’opinione comune considera inadatto al Quirinale, possa adempiere alla funzione di presidente del consiglio?

9.
Lei ha parlato di un “progetto eversivo” che la minaccia. Può garantire di non aver usato né di voler usare intelligence e polizie contro testimoni, magistrati, giornalisti?

10. Alla luce di quanto è emerso in questi due mesi, quali sono, signor presidente, le sue condizioni di salute?

(26 giugno 2009

l’anello magico e il mito del Mago

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C’è un forum, quello a cui ho collaborato per anni, che continua a darmi buoni spunti di riflessione. Merito di alcune belle individualità, senza dubbio, (non tutte ‘di sinistra’), ma anche delle varie e diverse argomentazioni e le contraddizioni che vi si spiegano e fanno la ‘coralità’ che è la nota distintiva di ogni forum che si pretenda interessante in lettura.

 

Non vi partecipo più da un semestre ormai – a causa di certi segni inequivocabili che già venivano dal gestore – brav’uomo, mi dicevano, e in odore di grande signorilità – e oggi sono confermati dal Barabba suo campione di denari: di non tollerare voci autenticamente ‘contro’, di voler chiudere la bocca (e i rubinetti della pubblicità: sola fonte di sopravvivenza finanziaria) alla sola voce di libera stampa e fiera e invitta che ancora resta in questo paese : ‘la Repubblica’ e i settimanali e i mensili aggregati: Espresso e Micromega.

 

Non vi è dubbio, al punto in cui sono arrivate le cose e i consensi del popolo televisivo e le piaggerie e le cieche imbecillità e i servaggi miserabili dei giornalisti e parlamentari comprati e venduti, che l’operazione gli riuscirà: di chiudere la bocca ad ogni dissidente, ad ogni libera voce che gli si oppone perchè i molti buchi neri della democrazia e le ‘anime morte’ da noi glielo hanno consentito : di arrivare a chiudere l’anello magico/tragico iniziato con la P2 di Licio Gelli, passando per il ponte dei Frati Neri e la cella dove Sindona bevette la sua cicuta: illacrimato protagonista dei nefasti finanziari dell’epoca.

 

Egli (il Barabba nostro della Certosa) è un Mito, ormai, e coi miti non si combatte se non con la magia bianca che è appannaggio dei maghetti alla Harry Potter e da noi non vi è traccia di questo genere di eroi e, piuttosto, mi viene in mente il protagonista di un film di Scola, (un Mastroianni nella improbabile veste di un mite omosessuale vissuto ai tempi del Duce) che subisce l’onta e l’oltraggio e attende, lottando contro l’avvilimento, che ‘passi la nottata’ – perchè certe malattie civili hanno decorsi lunghi e possono durare anche vent’anni e non è detto che si concludano a testa in giù a piazzale Loreto poichè la Storia, quando si ripete, si ripete in farsa e forse finirà a pernacchi e lapidazioni simil-iraniane – come piace fare ai sedicenti ‘destri’ (verbalmente, per ora) che, se potessero, cancellerebbero perfino la parola ‘sinistra’ dai vocabolari (e pazienza per i giovani che si iscrivono alle scuole-guida e si vedranno costretti a girare sempre nella stessa direzione ab aeternum).

 

Tornando alle riflessioni suscitate dal forum: mi ha fatto sorridere lo scritto di una deliziosa signora versiliese di buona scrittura letteraria che proponeva una sua bonaria riflessione sugli ‘involtini di kakka’ che ci propinano quotidianamente gli elettori del Barabba, – invece dei buoni libri e gli altri interessi diversi (diversi dalle puttane e dai puttanieri) che fanno belle le persone e dignitose e degne di stima e rispetto.

Gli rispondeva, piccato, un tale, un ‘destro’ che ha dimestichezza coi fumetti, uomo di buone letture, a suo dire, – come se le buone letture e il coltivare le rose nel giardino e voler bene ai figli e ai nipoti potessero da soli salvarci dall’abisso di ignominia in cui ci hanno precipitati coll’elezione di quell’abiezione umana che chiamano il loro presidente del consiglio dei ministri, l’uomo del fare.

 

Per un attimo mi sarebbe piaciuto esserci e chiedere a quel tale, a quel fumetto disneyano (che forse a volte gli prende la mano), da quale tristo contagio mentale, da quale metastasi ormai dilagata e incurabile gli derivava quella sua speciale predilezione per il Barabba (si dice membro del fan-club: ‘meno male che Silvio c’è’): se dal portafoglio rigonfio di tasse malpagate o da una bizzarra, avvilente visione di cos’è democrazia e i rispetti istituzionali e i pesi e i contrappesi e un minimo di aplomb ministeriale che ci metta al riparo dalle pernacchie e dai risolini contra Berlusca e contro il paese avvilito che egli, ahinoi! rappresenta.

 

Ma ci ho ripensato e mi sono detto: ‘E’ un forum: il luogo, per antonomasia, del dialogo tra sordi, delle parole in libertà, e intanto il Barabba detta le leggi (ad personam) e ingrassa (e fa ingrassare i suoi supporters delle partite-iva) a scapito della crisi che ci affanna e infila diecimila euro nelle buste che consegna, paterno, alle sua puellae.

 

E quei tali ci raccontano, piccati!di leggere i buoni libri, e ci dicono ‘razzisti’, noi di sinistra, (ma una spulciatina al vocabolario, mai, eh!!?) e votano il peggio del peggio che ventre di donna abbia mai partorito.

 

 

una rauca voce d’aria

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Adoro la pioggia. Perchè dilava questa città di pietra puzzolente di urine e sterco: mai lavata se non dalla pioggia, appunto, e, oggi, da questo temporale che tuoneggia e lancia i suoi lampi duri, assassini, a colpire a caso giù in basso qualcosa o qualcuno che ha la malaventura di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato (e succede a tutti noi, volta a volta), e brucia gli alberi e ‘fulmina’ chi è destino che sia fulminato perchè la Parca ha tagliato quel filo e gli dei così hanno deciso per quella fragile vita.

 

Adoro il movimento tumultuoso delle grosse e grasse nuvole che corrono e si danno addosso nel cielo coll’agilità di chi è fluido, scomposto, muta forma secondo il cozzare o il sovrapporsi e lo sfilarsi e correre via, gridando con rauca voce d’aria e di tuono una sua liquida, energica gioia.

 

Vorrei farmi nuvola anch’io e correre sul vento quell’emozione effimera del rotolare nembo su nembo, tumultuosamente, e poi spegnermi felice perchè non è il durare o il tirare la vita coi denti il senso del nostro vivere, ma l’emozione rinnovata, la gioia alta, il grido, il gemito dell’inabissare nel grembo delle origini e sciogliere la liquida vita nuova che abbiamo in corpo.

 

E adoro la pioggia e gli eventi celesti e gassosi e liquidi perchè ci restituiscono coscienza che non possiamo controllare tutto ciò che accade in alto e in basso di questo pianeta infelice, non siamo semidei che allo schiocco delle fatali dita fanno prendere forma para umana ad ogni cosa esistente e contenuta in nuce nelle nostre fantasie potenti e malate.

 

La pioggia e l’impotenza a cui ci costringe nei giorni in cui impera ci restituisce l’umanità periclitante che è nel nostro dna, colla quale hanno dovuto fare i conti i nostri avi, il senso della fatica e dell’attesa, il sogno di un nuovo giorno luminoso e niente è più esaltante dell’osservare la quiete prima e dopo la tempesta e gli occhi degli uomini e dei bambini e delle donne dietro le finestre a noi di fronte: pensierosi, finalmente, tornati ai pensieri che restituiscono senso alle parole, quelle parole quotidianamente svilite ai cellulari, stupide: massa informe di suoni di cui non sappiamo più il significato, trasformati tutti in anatroidi quaquareggianti e impauriti dal silenzio.

 

Pioggia, finalmente, e silenzio sospeso, di cui si disse magistralmente che: ‘è la cosa più affascinante che c’è prima della musica e dopo’.

sacre rappresentazioni

 

Dilagano. Dai tempi de ‘La Cina è vicina’ ad oggi ( 1967 : il film parlava d’altro, ma era link di esotiche fascinazioni – compresa la ‘Lunga marcia’ dei comunisti di Mao e tutto il ‘politico’ e il culturale che ne derivò da noi) sembra passato un secolo.

 

Adesso i cinesi sono tra noi – con quei visi gentili ma dalle segrete espressioni incomprensibili e quella lingua piena di ‘o’ strascicate che, nelle donne, in alcune donne dai visi di fiaba e dai corpi giovani, eleganti e flessuosi, è flautata, melodiosa, sensuale quale altra mai.

Vi sono uomini d’affari e artisti famosi e, durante le Olimpiadi, abbiamo saputo di atleti valenti in gran numero e, oggi, già vediamo legioni di turisti che, se non verranno arginati, contenuti, scaglionati, finiranno per uccidere questa città già morta (da Ettore Fieramosca: ‘Vile! tu uccidi un uomo morto’) – questa città di dilaganti turisti e avviliti, residui abitanti con le valigie in mano e un bed and breakfast in rapido allestimento alle loro spalle.

 L’altra sera ho salutato con un inchino Lee Sun – Don, al suo ingresso nella galleria Millennium che ne ospita le opere. E’ un artista taiwanese, ma l’Oriente da cui proviene e di cui è supremo interprete universale ormai lo chiamiamo Cina o ‘Cindia’ : se le accostiamo l’India prorompente, fascinosa, religiosa in modo contagioso, ma che non pare ben rappresentata nella sua ‘partecipazione nazionale’ a questa Biennale.

Lee Sun – Don viene omaggiato colla definizione di ‘ il Picasso orientale ‘: Patriarca della pittura ‘energetica’ che si richiama al buddismo zen e le sue opere sono un coloratissimo rimando di segni oscuramente significanti: un richiamo di tutto ciò che è contenuto nell’universo del visibile-invisibile: secondo che si usino oppure no gli occhi della mente che tutto filtrano, interpretano e restituiscono sotto forme diverse .

 

Mi ha restituito l’inchino, il grande artista, perchè così usa laggiù, dov’è nato, e anche gli altri : il piccolo corteo di organizzatori e ammiratori/trici – e sembrava non sorpreso di tutta quella gente che affollava la galleria, perchè è uomo che ha collezionato premi a iosa, a decine e di lui sentiranno parlare i posteri – che avranno il loro bel daffare a memorizzare i nomi e le opere di tutta questa gente famosa (o che presto lo diverrà) dell’era globalizzata che ci ospita.

 La Biennale di Venezia è un Evento fatto di molti ‘eventi collaterali’ e la mostra di Lee sun -Don è solo uno tra questi e ciascuno a suo modo e con le forme diverse richiede un’attenzione speciale perchè rimanda a quella parte di mondo lontana o vicina di cui sappiamo poco o nulla.

 Ecco: nel corso del pellegrinaggio ci si dovrebbe immergere senza pregiudizi nel mondo di echi e segni e paesaggi di ogni artista (anche i più ‘poveri’: vedi il padiglione dei palestinesi alla Giudecca e le fotografie di quell’universo concentrazionario che sono le loro città sovraffollate) e dovremmo riflettere a lungo – come fosse una processione o una messa – sul miracolo che è generato da ogni talento artistico brillante e rappresentativo ( non sempre, non tutti) dell’estro di un popolo, del suo ‘genio loci’.

 E dovremmo dire e riconoscere e testimoniare il rispetto e l’ammirazione che si deve al mistero che scaturisce da ogni diversa cosa e persona di questo nostro mondo di bellezze straordinarie (umane e artistiche) e, insieme, di straordinarie miserie morali – di cui è specchio, ad esempio, la vita e le opere del nostro primo ministro: il ridanciano puttaniere di villa Certosa.

 Visitare la Biennale è una ‘sacra rappresentazione’ di tutto il diverso e ‘mirabile’ del mondo: ‘Wunderkammer’ rinnovata ogni due anni che sempre stupisce, diverte, affascina e, in taluni casi, lascia perplessi.

Ma non è forse il destino e la missione ultima dell’arte quella di destare interrogativi e perplessità?

 

 

mio popolo tu

 

Mio popolo tu.

 

Prendo a prestito il verso di Ungaretti (mio fiume tu) per dire di un’identità che ci dovrebbe essere coi luoghi e le persone che hanno fatto da sfondo alla tua vita, l’hanno compenetrata e interagita così strettamente da condizionarla e impregnarla – volente o nolente.

Mi sono trovato a difendere questa mia periclitante identità di popolo una sola volta: nel corso di un viaggio lungo un fiume, l’Irrawaddy in Birmania (allora si chiamava così): fiume largo e fitto di bianche apparizioni di cupole e statue del Budda sulle colline e donne che pagaiavano a poppa di piccole e strette imbarcazioni.

Parlavo di altri viaggi con un professore di matematica tedesco seduti sul bordo del barcone e se ne uscì – non so più da che link del nostro dialogo – con un: ‘Quando viaggio con degli italiani sto sempre attento al mio portafoglio’. Rise e mi guardò beffardo.

Mi irritai profondamente e lo rimproverai dell’azzardo e mi allontanai da lui e gli tolsi il saluto. Perchè se è vero che aveva visto sugli schermi ‘Ladri di biciclette’ e i molti altri films del neorealismo italiano che avevano quali avvilenti protagonisti e comprimari ladri e imbroglioni, a me non sarebbe mai saltato in mente di parlargli al modo di Sturmtruppen o di citargli il nostrano ‘mangiapatate’, oppure – come si diceva ai tempi di un mio zio – che i tedeschi ‘hanno il chiodo’ – per dire della punta dell’elmo prussian-guglielmino che fa da metafora all’usi-obbedir-tacendo-e-tacendo-morir.

 

Le generalizzazioni sono stupide perchè pescano a mani cieche nel secchio dove nuotano girini e avannotti che diventeranno rane, alcuni, altri pesci dalle forme più strane e dai più diversi dna e vocazioni predatorie o di future vittime di quelli.

 

Però è anche vero che le generalizzazioni fanno il ritratto ‘impressionistico’ o lo specchio a larghe macchie d’antico su cui ci specchiamo ed è vero anche  che : ‘a parlar male ci si azzecca’ e l’evidenza del prototipo italico dell’imbroglione ridanciano e complice e pacche sulle spalle e opportunista e vincitore coi vincitori e vigliacco nella tragedia che incombe si fa fatica a negarla – vedi il Benito che offriva qualche migliaio di morti sull’altare di una guerra che riteneva già vinta dall’aggressore tedesco e gli avrebbe portato i benefici di fido alleato dell’imperatore designato.

 

Andò molto diversamente, come sappiamo, e oggi ringraziamo la Storia per averci salvato dall’abisso, ma l’infamia di quell’obbedienza cieca e silente e di quel cinismo e di quell’imbecillità assoluta e manifesta non ce la togliamo più di dosso.

 

Mio popolo tu. Che, da bambino, gli zii mi raccomandavano: ‘non facciamoci riconoscere’: per dire delle nostrane propensioni a far colazione con le mani unte di olio sui treni o sugli autobus o viaggiare colle valigie di cartone legate cogli spaghi o pisciare sui muri in pubblico come nel film ‘Pane e cioccolata’, con un Manfredi strepitoso e perfettamente nel ruolo – ma forse chiunque altro lo sarebbe stato: bastava la carta di identità di ‘italiano verace’.

 

E oggi eccoci qui: a far quadrato (le quadrate legioni?) dietro a questo puttaniere ridicolo, a questo ducetto di ritorno che pretende di dirci tutti imbecilli e farci credere alle sue difese di ufficio di una sua reputazione che all’estero si danno di gomito e ridacchiano e si raccontano le storielle sul Topolanek ospite di un capo di governo (sic!) che si mostra ignudo e in preda a satiriasi in quel della villa Certosa: puttanaio internazionale col quale quel Tale, il Re di Denari, si compra le benevolenze necessarie e stipula gli accordi internazionali buoni a dargli la patente di ‘statista’ (triplo sic) capace e insostituibile.

 

E il dubbio che si tratti di una propensione di popolo, di dna, riemerge prepotente, irresistibile, a leggere le difese stupide sui forum e i blogs degli elettori del Barabba, – che si nascondono dietro il dito del: ‘Non avevamo di meglio da votare.’ o quest’altro, ancora più idiota: ‘Il vuoto politico andava riempito’.

Che tristezza di vacue argomentazioni e pietose bugie – per nascondere il riconoscimento pieno e totale ‘di popolo’ col puttaniere del caso Mills e delle isole Cayman tutto casa e ‘giuro sui miei figli’ che ‘risolve’, a sentir loro, i problemi dell’Italia.

Mio popolo tu.

 

degli inarrivabili Dei nostri (che stanno ‘in the Sky’)

 

Siamo tutti Berlusconi, dite? Come chi lo dice?

Non vorrete farmi credere che vi è sfuggita quella fiera, orgogliosissima rivendicazione di identità popolar-genetica comparsa a tutta ‘prima pagina’ sull’autorevolissimo e libero foglio di libera stampa che si auto titola ‘Libero’ – giusto per evidenziare che loro non prendono soldi da nessuno e non hanno pregiudizi e pregiudiziali schieramenti a favore di nessuno, che diamine! e chi lo sostenesse è il solito maledetto comunista che complotta coi giudici e coi ‘poteri forti’ contro il capo Nostro del governo ‘che-ci-sa-fare-e-lo-fa-bene’.

 

Siamo tutti Berlusconi, quindi: sottoscriviamo tutti quello che Egli fa e dice e le sue sofferenze sono le nostre e nostri i torti che Gli fanno patire – povero Cristo, povero re con la corona di spine ( e povero anche il cavallo che lo trasporta e sanguina del suo sangue e lacrima delle Sue lacrime tutt’intorno al suo Calvario ).

E uno si chiede: ma non lo si era chiamato a gran voce Barabba?

Si, ma lo sapete che la sua vocazione televisiva lo costringe nel ruolo di Zelig e in tutti i ruoli possibili – vittima inclusa, anzi! Vittima Prima, Agnello Designato e portatore di ogni umana sofferenza che riscatterà chi lo ama al punto da riconoscersi in Lui, da dirsi Lui e gridare a tutti i venti: ‘Meno male che Silvio c’è. Osanna, osanna!! e se mai dovessero inchiodarlo alla Sua croce ogni piccola parte del Suo santo corpo sarà sminuzzata per farne reliquie e riempirne gli altari dei privati Lari del vastissimo popolo berlusconiano che lo adora a ragion veduta.

 

Però, però.

L’ebbrezza di provare a dirsi berlusconiani non deve essere poi di così vergognoso ludibrio e onta e oltraggiosa. Pensate all’ebbrezza che si prova a riempire una busta con diecimila euro e darla con gesto dolce e paterno a una escort (che tale si rifiuta di dirsi) che ne ha un gran bisogno, poverina – dopo aver, prima, ricevuto collane e bracciali e pietre preziose dal suo Re di Denari canterino e dal cuore grande come una casa.

Chi non vorrebbe provare ad appropriarsi per un solo giorno di quel senso di carità disinteressato e profondo?

Deve essere un piacere equiparabile a quello provato da quel tale di cui narra la mitologia greca – a cui gli dei fecero provare l’ebbrezza di essere donna e poi tornare a essere uomo, così che testimoniasse al mondo la differenza e i differenti piaceri che si provano nei diversi ruoli.

 

E’ davvero una ‘alterità’ assoluta, quella di potersi dire berlusconiani: paragonabile, appunto, a un cambio di sesso o all’ascesa all’Olimpo e dirsi Dei per un giorno o un mese o un anno.

Ma poi?

Come tollerare l’abisso del ritorno ai miseri, mortali destini che ci sono dati in sorte?

Come dirsi vivi, dopo quell’ebbrezza assoluta, inarrivabile, dell’avere attinto alla ‘berlusconità’: categoria dei mondi onirici, desiderio inappagabile e inappagato e intangibile – a meno di non essere giovane e bella e avere fatto i giusti ‘books’ fotografici dai fotografi giusti – per sentirsi un giorno chiamare al cellulare da ‘Papi’ che ‘sta in the Sky’ ( rubata alla Littizzetto) e consentire con l’anima sulle labbra alla Chiamata.

E si sa: molte sono le chiamate ma molto poche le Elette che con Lui si congiungono – a giudicare dalle intercettazioni e dalle confessioni delle signorine trasferite con appositi voli e i motoscafi dei carabinieri.

 

Ma, allora, perchè prendere per i fondelli in modo così volgare e clamoroso e titolare in quel modo vigliacco: ‘Siamo tutti berlusconiani’? – visto che mai lo potremo essere e neanche sfiorargli il lembo della giacca, oh stramaledettissimi servi di un tale inarrivabile padrone?

ss1ps

 

ss1ps (siamosolo1po’suonati)

 

Tutto è incerto, ma questo è certo e sicurisssimo: siamo solo un po’ suonati.

Per dirla diversamente e autorevolmente (con il bravo Einstein): ‘2 sole cose sono infinite: l’universo in espansione e la stupidità umana. Mi resta ancora qualche dubbio sul primo.’

 

E per rimanere in tema di universi, il tema dei temi è quella grande attesa del 21/12/2012 – per chi ama la Cabala interstellare e gli allineamenti numerici ricorrenti e simbolici e le attese messianiche e le messe sataniche e tutto il resto de ‘il diavolo-vi-porti’ o gli alieni prossimi venturi, fate voi.

 

Non sazi del ‘mille e non più mille’ – che se ne è andato lasciandoci l’amaro in bocca -, non contenti del ‘baco del millennio’ (che abbiamo risolto senza troppo soffrire) o delle predizioni varie e assortite del bravo Nostradamus, eccoci qui a rilanciare sul 21122012 neanche fosse il numero di un call center su cui ascoltare le deliziose idiozie di come avverrà la fine-del-mondo-prossima-ventura.

 

E ci sono fior di intelligenze che si sprecano a costruire rifugi antiatomici e trulli fioriti e comunità stellari e giardini-del-loto e che sproloquiano di Shiva-il-distruttore e di allineamenti galattici che ci consentiranno di sfuggire al culo-di-sacco-del-male in cui siamo incappati un sacco di tempo fa non si sa come e non sappiamo come uscirne.

 

E, se permettete, nell’elenco delle brutte cose che finiranno (insieme all’ultimo papa, le cattive religioni e tutta l’era del male, appunto, e via predicendo) io ci metterei il ‘papi’-nostro-che-sta-ignudo-alla-Certosa e tutto il codazzo di servi sciocchi e portavoce televisivamente addestrati quali cani abbaianti e rabbiosi e gli elettori/evasori che si sentono tanto insicuri, poverini, di ‘sicurezza percepita’ – perchè non comprovata dalle statistiche dei crimini e dei reati – e che ci hanno regalato questo Barabba stramaledettissimo che ha fatto carne di porco dell’immagine internazionale del paese nostro – che già poco brillava nel firmamento dei popoli e degli stati.

 

Ecco nel 21122012 ce lo toglieremo definitivamente di torno, Fedechiara dixit. E’ certo e sicurissimo che l’allineamento galattico con sacca finale in buco nero triturante risucchierà il papi immondo e rabbioso con tutto l’immenso codazzo del popolo elettore che lo ha voluto e ancora lo sorregge e, come dopo le grandi pesti del passato, rimarremo in silenzio per un po’ a rimirare quanto pochi siamo rimasti al suolo vivi e dolenti e necessitanti di immediata ripopolazione di solo buoni e positivi e civilmente dotati dei ‘veri valori’ da esibire in politica.

 

Perciò ci daremo da fare con le femmine rimaste e selezioneremo per via eugenetica una razza nuova e migliore – per evitare che altri tycoon spaventosi, oltre al Nostro e a quello tailandese suo primo cugino, possano influenzare il futuro e dirci osceni agli occhi dei posteri e dei visitatori delle altre galassie.

 

..zzo, sto sproloquiando! Mi son lasciato prendere la mano dal tema predizioni-e-futurologia.

 

Vedete bene come sia meglio non addentrarsi troppo in là nel futuro e nelle oscure trame dei buchi neri intergalattici e nelle ere dell’Acquario con colonna sonora di onde che si frangono dolcemente in battigia.

 

Facciamo che ci bastano i presenti (buchi neri) e – per quanto è dei troppi satanassi in circolazione sulla crosta del pianeta- mettiamoli a marcire per l’eternità (come faceva il Sommo Poeta) nel fondo dell’inferno da dove sono usciti: peti fetidi del padre Satanasso-primo che secoli fa li ha lanciati tra noi tramite una violenta eruzione del Vulcano – con grande ingiuria di pestilenziale aere che dura tutt’ora e fino a tutto il 21122012 (speriamo).

instromentorum potaentia

 

Potenza dello strumento. Mi è capitato, qualche tempo fa, di intercettare il mugugno di due non più giovani donne relativo al comportamento dei loro partners.

La recriminazione che le due donne si scambiavano (nel corso di una visita a un museo: quale ambito più favorevole di questo alle recriminazioni? non è forse anch’essa – la recriminazione – una forma d’arte: se ben svolta, argomentata, rappresentata?) riguardava la ‘tendenza’ dei relativi partners a ‘interagire’ con altre femmine nell’ambito della tribù di pertinenza (il tango), ma con incursioni anche più perverse in quella ‘terra incognita’ che è Internet, la stramaledetta Gomorra del terzo millennio.

 

Internet-terra di nessuno, ma ancora per poco: perchè ogni ambito di eccessiva libertà viene necessariamente ristretto non appena qualche uomo politico in forte odore di ‘barabbismo’ o iraniana dittatura o cinese fiuta il pericolo che gliene viene: di mancato rispetto dei suoi populistici desiderata di obbedienza e ‘rispetto’ – parola chiave (non a caso) di quel mondo chiuso e asfittico che è l’universo delle mafie, di ogni mafia: russo-putiniana o ucraina o cinese o capezzon-buonaiutan-berlusconiana che dir si voglia.

 

Ma per tornare ai musei e alle due non più giovani donne: lamentavano entrambe che i rispettivi partners si allontanassero vieppiù dalla tenda di pertinenza/residenza per un nomadismo di ritorno (e pascolo conseguente) pericolosissimi, ai fini della stabilità della relazione intrattenuta.

 

E Internet, terra incognita, è perfino più pericoloso delle milonghe: dove si scambiano pubblici ‘abbracci’, ma convenuti e accettati e quindi edulcorati, depotenziati, a sentire le due donne.

Al proposito, io qualche dubbio lo mantengo.

 

Però Internet: potenza dello strumento!! Parli con chiunque. Incognito tu, incognita lei e niente è più passionale e arrapante dell’incognito – salvo le rare ‘verifiche’ degli incontri che – con percentuali altissime- si risolvono in un nulla di fatto: perchè la gamma delle persone vocate a un incontro fruttuoso è necessariamente ristretta e occorre investire cento per portare a casa cinque: se si è fortunati o di ‘bocca buona’.

 

‘E’ tradimento!’, diceva rabbiosa una delle due donne al museo – mirando una tela di Klimt.

Si tradisce anche con l’intenzione ed è storia vecchia: come quella del peccare col pensiero – e sai quanti inferni bisognerebbe allestire per ospitare i peccatori-del-pensiero del terzo millennio che abitano l’inferno-paradiso di Internet: pieno di diavoli e diavolesse tentatori e poco importa che, al dunque, si rivelino illusori e attempati/e e rugosi/e e avviliti dalle loro vite trascorse e speranzosi di una seconda e terza occasione, ma, ahinoi, quanta fatica è rinnovare la speranza e ri-alimentare i desideri un po’ spenti!

 

Però si pecca. Col pensiero, più spesso che con le opere, ma è quel che basta per la condanna – e a poco vale il ricordare che siamo su questa terra per amare-ed-essere-riamati: in quali forme non è chiaro. Per questo navighiamo, chattiamo/fornichiamo: perchè non c’è chiarezza su quanta libertà possiamo usare e a quali nobili o meno nobili scopi.

 

Forse un post-moderno Savonarola da un suo qualche restituito pulpito fiorentino ci potrebbe aiutare.

Forse tutta questa libertà di costumi e i troppi ‘papi’ condiscenti e prodighi di regali alle giovanissime vergini in cerca di opportunità di lavoro e altro non aiutano.

Forse un medioevo di ritorno sarebbe auspicabile e aiuterebbe a capirci qualcosa in tanta confusione e marasma dei pensieri.

prosseneti, vergini, capi di stato

 

 Per chi se lo fosse perso pubblico il finale del lungo articolo di D’Avanzo di ieri. Non si poteva dir meglio e con  miglior precisione chirurgica.

 

 

(…)  E ora, svelata dal Corriere della Sera, anche la confessione di una donna che è stata pagata per una cena e per una notte con in più la promessa di una candidatura alle Europee e poi in consiglio comunale. La storia può essere liquidata, come fa l’avvocato Ghedini, dicendo Berlusconi comunque non colpevole e in ogni caso soltanto “utilizzatore finale” come se una donna fosse sempre e soltanto un corpo e mai una persona?

Che cosa deve ancora accadere perché la politica, a cominciare da chi ha sempre sostenuto la leadership di Berlusconi, prenda atto che il capo del governo è vittima soltanto di se stesso? Che il suo silenzio non potrà durare in eterno? Che presto il capo del governo, trasformatosi in una sola notte da cigno in anatra zoppa, non è più la soluzione della crisi italiana, ma un problema in più per il Paese. Forse, il dilemma più grave e più drammatico se non si riuscirà a evitare che la crisi personale di una leadership divenga la tragedia di una nazione.

(18 giugno 2009) Giuseppe D’avanzo  – copyright ‘la Repubblica’

re Carlo tornava dalla guerra

 

 

Già lo scriveva De Andrè di un certo ‘re Carlo’ che ‘tornava dalla guerra’ : in questo reame, chissà perchè, tutto finisce a grandi p…….

A differenza di quel Carlo dall’armatura luccicante, i re nostrani non si lamentano del prezzo e se ne pagano una schiera è perchè sanno che il mercato si autoregola e se l’offerta supera la domanda i prezzi scendono.

Lo stuolo di vergini, poi, avanzava richieste le più varie e innocenti (con quella bocca può dire quel che vuole, recitava la pubblicità di un vecchio carosello) e se non era un posto in tivù a sgambettare sul palo o a dire le previsioni meteo anche la politica sarebbe andata bene, anzi meglio : e chi se le ricorda più quelle vetuste rimostranze delle madri sullo sfruttamento del corpo delle donne e le rivendicazioni ‘femministe’:

‘La tua paleostoria non ci interessa, mamma; è così che funzionano oggi le cose e chi non si adegua resta al palo’.

 

Dunque è di questo che si deve discutere tra cittadini, se si votano i barabba al governo della repubblica: di gnocca e grandissime t…., ma lorsignori gli elettori di centrodestra non fanno una piega e se si stracciano le vesti è contro ‘il gossip’ – come lo chiamano loro: ineffabili ex frequentatori di caserme ben memori degli antichi lupanari e ‘case chiuse’.

‘E’ il più antico mestiere del mondo’ scrivono sui loro forum, schiumando rabbia contro chi svilisce il loro campione di denari e di vergini. Gli rovinate la reputazione all’estero, stramaledetti sinistri!! Ma va!! Non è che, per caso, se la sta rovinando di suo?

 

Uno di loro – che si richiama a un condottiero un po’ mongolo che faceva terra bruciata dietro di sè – è arrivato a scrivere che perfino alla corte dei vari ‘re sole’ e imperatori di ogni secolo e grado le cortigiane avevano ruolo riconosciuto e omaggi alle signore e cotillons e camere da letto aperte a corte e vigilate da guardie del corpo armate di spadone.

Ah beh, si beh, ho visto un re, cantava il nostro Jannacci. Un re che piangeva seduto sulla sella. Povero re. E povero anche il cavallo.

 http://www.youtube.com/watch?v=6P1HrrsQapo

Ma non fanno una piega, dicevo, i molti, ineffabili supporters, anzi: triplicano i voti e rivendicano la mani libere ( quelle pulite no: ci mancherebbe) e il diritto a farsi ‘i c…. propri’ nelle private magioni e ville e palazzi.

 

Finite le elezioni europee, ero a mangiare una pastina-e-caffè in quel di Domegge: ridente paesuolo veneto-alpino. Un tizio e una tizia discutevano accanto a me nel silenzio del primo mattino di come gliele avevano suonate a quelli della sinistra che, diceva la govane donna (aria grintosa e piglio ‘imprenditoriale’), si erano attaccati al gossip. ‘Uno fa quel che vuole nel privato.’ chiudeva secca quella tale per auto convincersi. Di moralità pubblica neanche a parlarne.

 

Che tempi! Che gente, di questi tempi! Accanto alla pasticceria si erge una grande chiesa e io ricordo quei valligiani come gente pia e pietosa e rispettosa dei comandamenti del vangelo.

Tipo: non desiderare la donna d’altri, non fornicare, non rubare, non dire falsa testimonianza.

Chissà di cosa predica il parroco, oggi, in quella chiesa, a gente come quei due che si sostenevano a vicenda dicendo che ‘nel privato uno fa quel che gli pare’.

Già: ma cos’è esattamente ‘privato’ e cos’è ‘pubblico’ in questo paese?

E cos’è la moralità, di questi tempi, e in che conto la dobbiamo tenere, in barba ai Vangeli e ai Comandamenti ricevuti qualche tempo fa dal buon Mosè coi lunghi corni di luce ai lati dal cranio?

 

 http://www.youtube.com/watch?v=NksnPsh_oFE