Archivio mensile:maggio 2009

lunghe voghe

 

Ci deve essere una regia occulta dietro a una manifestazione di tanta grandezza numerica. Lo si intuisce dalla foggia delle barche che vi partecipano: alle quali deve essere stato indicato un luogo dove alare l’attrezzo e tirarlo su al momento della partenza.

Però ci sono barche di minori dimensioni che potrebbero bellamente fregarsene di una burocrazia e di un tentativo di controllo sui numeri – ogni anno sempre più grandi perchè il giocattolo-Venezia diverte e la laguna e i canali sono un divertimento assicurato e un modo turistico per ‘farlo strano’ e poi raccontarlo a un universo di amici reali e virtuali.

 

Beh, l’atmosfera non è così male, se si esclude l’aspetto anarchico e caotico: un ‘fuori controllo’ che è il dato caratteristico di questa città di invasioni irresistibili e maree umane sempre più alte che nessun Mose riuscirà a fermare per candida e avvilita dichiarazione degli amministratori cittadini. Ci mandano a dire di ‘avere pazienza’ e ‘tollerare’, ma intanto c’è chi ci campa alla grandissima su questo snaturamento ormai irreversibile di una città di turisti e il boom dei B&B e annessa evasione contributiva a tre/quattro cifre (milioni di euro) dichiara l’impotenza di questa e ogni altra futura amministrazione cittadina di qualsivoglia segno politico a controllare alcunchè, indirizzare alcunchè, imprimere svolte e ‘contenere’ e assicurare il ‘decoro’.

 

Questa del ‘decoro’ è la perla del ridicolo che si fa verbo politico severo, ma rimane lettera morta e beffa quotidiana.

Sali su un vaporetto qualsiasi e il tormentone è l’annuncio che ‘devi tenere pulita la città’, ‘è ‘un dovere di tutti’ – come se i pistolotti e le raccomandazioni e i manifesti sui muri avessero un senso quando i numeri della presenze giornaliere sono a quattro cifre e non c’è politico e assessore di nessun partito che non si faccia bello per aver incrementato stupidamente quel numero con qualche manifestzione pubblica aggiuntiva.

Dopo la ‘vogalonga’ potremmo lanciare l’idea del ‘monotrampolo a molla’ : con saltimbanchi da tutto il mondo conosciuto che vengono a Venezia fra lazzi e frizzi e richiami e ‘allegria! allegria!’ alla Mike Buongiorno e ‘sempre di più! sempre più in altooo!!.

Una volta si gridava, sulla soglia dei circhi da strapaese:

‘Venghino,venghino, siori e siore: più gente entra, più bestie si vedono!’. Benvenuti a Venezia.

 

La reazione ‘caotica’ a tanto baillamme e allegro casino è che noi veneziani ce ne andiamo, ce ne andremo tutti, chi prima chi poi, e la quinta teatrale di questo triste teatro dell’antico sarà vuota di anima popolare e buona solo per i guitti occasionali che vengono per mascherarsi a Carnevale o a vogare un solo giorno in diecimila e forse più.

 

Che mondo! Forse una tangenziale che avesse toccato le varie isole e le fondamenta cittadine avrebbe offerto migliori occasioni di sviluppo a questa città di vaganti greggi turistiche beote, chissà.

Forse avevano ragione i futuristi a pretendere che si uccidesse il chiaro di luna e tutto il marcio romanticume che ha fatto la condanna di questa città avvilita e accartocciata in se stessa – come i rifiuti che si lasciano dovunque in barba all’assessore al turismo e al ‘decoro’ e ai suoi stupidi annunci e severe ramanzine preventive sui vaporetti stracolmi.

di padre in figlio

 

Di figli che ‘uccidono il padre’ non ce ne sono molti in giro e le leggende di Edipo ed Antigone contengono tutto il dramma di questo accadimento tragico e raro, per nostra fortuna.

Ma ‘uccidere il padre’ è anche un leit motiv della psicanalisi così come l’accoppiarsi con la madre: tabù ancestrali che hanno a che fare col buio delle nostre menti e coi meandri nebbiosi da dove origina il mal tracciato sentiero che mena alla razionalità della polis e si lascia alle spalle la tribalità delle origini.

Ma uccidere il padre, a volte, potrebbe servire a ricondurci a quella razionalità che abbiamo perduto – dacchè i ‘papi’ ridanciani e gradassi e imbonitori si sono proposti alla guida di questa tribù nuova che è diventato il nostro vivere associati; un’Italia senza più ‘forza’ e rigore morale (ma è ben vero che poco se ne rintraccia nella ‘prima repubblica’), al punto che un partito nato sulla corruzione di quella arriva a invocarla come ‘grida’: col permanere per decenni del suo simbolo storico che rimandava alla sua genesi infausta e a una ‘logica di servizio’ verso il novello ‘principe’ sempre aggressiva (perchè malata) e rabbiosamente gridata nei confronti delle più solide istituzioni repubblicane e dei principi costituzionali che si vogliono modificare/abolire.

 

Non si può chiedere ai figli del premier di ‘uccidere il padre’, il ‘papi’ che la loro madre-Antigone dice ‘malato e bisognoso di aiuto: è troppo crudele pretenderlo e questi figli – come quelli di Craxi prima di loro – sono destinati a covare dentro la malattia genetica di un’appartenenza pesantissima e fatale che lega i piedi e le menti e l’unico modo per sopravvivere all’onta è gridare in ugual modo, rivendicare i geni della paternità malata e aggredire al modo del padre rivendicando quali loro ‘valori’ di discendenti i disvalori paterni, le corruzioni tendenziali ed effettive per cui fu imputato il padre – e solo maledette leggi ad personam e avvocati costosissimi e valenti hanno prescritto e silenziato e, quando non bastava, eccoli gridare ai giudici : ‘boia’ e ‘comunisti’ e ‘mentecatti’ e facenti parte di un complotto teso a delegittimare l’Eletto del popolo.

Grida sciagurate e insensate in una moderna polis democratica dove vigono pesi e contrappesi e doverosi rispetti istituzionali, ma sensate e leggittime per chi adora Colui-che-parla-alle-loro-viscere di pervicaci elettori di un Barabba – sordi ad ogni argomentazione razionale ed evidenza miserabile della privata e pubblica morale.

 

Per una volta tanto uscire dalle definizioni psicanalitiche e ‘uccidere il padre’ – nel senso del disconoscere apertamente e con grande forza morale il suo operare ‘politico’ di moderno Caligola e la sua a-moralità di imperatore plebeo – avrebbe fatto del bene a questo paese e saremmo a ringraziare come eroi mitologici quei figli che l’avessero fatto, ma davvero questa forza titanica non è sensato pretenderla in un paese ormai regredito alla tribalità e saremo costretti nel prossimo futuro ad assistere, sempre più avviliti, ai loro penosi tentativi di riscattare un preteso ‘onore politico’ come ha fatto la figlia di Craxi per decenni – invano cercando di convincerci che corrompere ed essere corrotti fosse farina del sacco di tutti gli italiani, farina di una moderna repubblica europea, di una ‘polis’ del terzo millennio.

perl’appunto

 

IL COMMENTO

I veri conti con la giustizia

di GIUSEPPE D’AVANZO

 

 

 

È vero come ha accertato Repubblica ieri che, nel giugno 2005, Gino Flaminio, l’ex-fidanzato di Noemi, è stato arrestato per rapina. Rito direttissimo. Condanna a due anni e sei mesi con la condizionale. Il ragazzo non ha mai fatto un giorno di prigione. Questa è la rivelazione, nel salotto di Ballarò, di Belpietro e Bondi. Che non hanno ricordato come anche Benedetto Elio Letizia, il padre di Noemi che Berlusconi definisce un caro e vecchio amico, è stato arrestato, condannato in primo grado per corruzione, poi assolto. Accortamente Belpietro e Bondi si sono tenuti lontani dalla vera questione. Berlusconi ha sempre detto di “aver incontrato Noemi tre o quattro volte, sempre in presenza dei genitori” (France2). Gino ha svelato che la ragazza, per una decina di giorni, fu ospite del Cavaliere a Villa Certosa in Sardegna a cavallo del Capodanno 2009. Berlusconi ha dovuto ammettere la circostanza smentendo se stesso. Conta qualcosa l’errore di gioventù di Gino rispetto alla verità che racconta e che il presidente del consiglio è costretto a confermare? Non pare. È spericolata la manovra dei corifei del capo del governo che vogliono screditare un ragazzo per la sua unica colpa dimenticando, come d’incanto, quante volte e come il Cavaliere ha evitato la severità della giustizia liberandosi delle sue condanne per prescrizione, con leggi che si è scritto abolendo il reato di cui doveva rispondere (falso in bilancio) o per l’immunità che si è fabbricato evitando una condanna a quattro anni e sei mesi per corruzione (Mills). Se Gino non può raccontare una verità che ha trovato una conferma indiscutibile, il curriculum giudiziario del Cavaliere a che cosa dovrebbe destinarlo?

 

(27 maggio 2009)

 

Il giornalismo d’accatto alla Belpietro e varia e assortita compagnia de ‘il Giornale’ e ‘Libero’ e ‘Il Foglio’ unitamente agli avvocati prezzolati dal premier provano a screditare i testimoni d’accusa.

Teatro già visto (si veda il processo Andreotti) di una repubblica di infami (che non lasciano fama). Bleaaah! (n.d.r.)

le vergini del drago e la guerra dei mondi

 

E’ la guerra dei mondi. E non è fantascienza, bensì le banali querelles quotidiane su cosa sia lecito fare o non fare in questa nostra vita associata e che senso ha il dare addosso al pres.del cons. – il molto (dis)onorevole Cavalier Silvius Onni – e il perchè.

 

Si dà addosso a Silvio Berlusconi e immensa compagnia complice perchè non si fa di distruggere la vita di una persona di cui si lodava la ‘purezza’ nelle prime telefonate dello stupore e del ‘non ci posso credere!’ e lasciata poi pressochè indifesa al vandalismo del tritacarne mediatico – delegandole (a lei e alla famiglia sua) perfino l’invenzione di un alibi qualsiasi buono per l’incauto imperatore, una qualsiasi storia di come abbia conosciuto quella famiglia che regga alle verifiche giornalistiche e che Lo salvi (sia sempre Lode all’Imperatore) dall’accusa infamante di essere drago e di mangiarsi le vergini.

 

E se è vero che il lasciarsi tentare dal mercato delle vergini (qual’è il commissionare un ‘book’ e spedirlo alle televisioni e agli improbabili ‘agenti’ di quel mondo parecchio fetido che si definisce ‘il mondo dello spettacolo’) è la mela maledetta di Eva e indica Noemi Letizia a prima, fragile colpevole e le toglie ogni pretesa innocenza, il fatto di essere stata pescata nella tonnara maggiore dei Fede e dei Berlusconi e di quel mondo dorato e marcio nel midollo e finire arpionata e squartata ci induce a uno sguardo di pietà per tutto quanto di strano e stupido e ridicolo è contenuto in questa storia di Barabba assunti a imperatori da un popolo che adora i suoi imbroglioni al punto da averne riempito i libri e i films e averne celebrato la macchietta per decenni (impagabile Sordi).

 

Fino all’ultimo: fino a questo strano Nerone e Caligola che canta con Apicella e che fa senatori i suoi avvocati e ministre le sue puellae – previo addestramento mirato sui palcoscenci delle tivù a mostrare il commercio fragile della bellezza e come possa essere pagante (con un po’ di fortuna) l’usarla bene e il venderla al migliore offerente.

 

Un mondo da ‘basso impero’, di corruzione dei costumi pubblici e perdita di ogni pudore relativo all’agire pubblico (e i supporters malati gridano che ‘c’è da sempre’, ma almeno un velo di pudicizia e avvilimento prima si stendeva e si chiudevano i sipari) che ricorda, appunto, le leggende ‘nere’ dei Nerone e dei Caligola – dei quali sicuramente si diceva un gran bene, all’epoca, quantomeno per aver fortificato i muri di difesa della città e rafforzato l’esercito e distribuito le terre incolte ai legionari (e anche di Lui, del Magno Benito si dice(va) che ‘i treni arrivavano in orario’ e aveva bonificato le paludi e ‘dato la massima fecondità a ogni zolla di terra’).

 

Beh, facciamola breve. Turatevi il naso, gente, e votate, votate, votate.

Come recitava una bella vignetta di Forattini ai tempi di Craxi, Spadolini,Andreotti effigiati ignudi a mollo in una pubblica discarica come fosse una vasca Jacuzzi:

‘Votateci! E’ qui che dovete passare il resto dei vostri giorni.’

il Grande Nord e l’aurora boreale

 

A che punto è la notte? I titoli dei romanzi ci servono per dire della presente notte civile – lunga quanto il buio del Grande Nord e che non ci darà le soddisfazioni di osservare, a un certo punto, il fenomeno straordinario di una bellissima aurora boreale.

E’ una notte fitta di incubi e il nostro sonno disturbato da molti risvegli ci dice che sono più veri del vero e un’angoscia sottile accompagna il sonno della ragione e genera i fatidici mostri che leggiamo sui giornali e vediamo in tivù – più raramente e ben schermati dalle ‘veline’ distribuite in redazione dai direttori dei tiggi al soldo del Capo e dei suoi scherani alleati al governo della nazione.

 

Il fatto è che non c’è speranza di cambiamento perchè – come ci ragguaglia un giornalista su ‘la Repubblica’ – quell’uomo abominevole, il beneamato leader che si è comprato la politica e il poco che resta della morale publica e civile, parla alle viscere del paese – e non è un bel parlare e non è un bell’odorare, stando a ciò che esce dalle viscere quotidianamente.

 

I miei (pochi) affezionati lettori che leggono da tempo questo blog conoscono la metafora che uso del ‘barabba’ – votato a clamore di popolo e che condannò Gesù, a suo tempo, al Calvario (della Resurrezione non so dirvi: chissà se è mai stata vera quella strana storia di angeli e pietre rovesciate della tomba e il sudario disvolto e ivi abbandonato).

 

Ebbene, i molti fans di mr Onni non fanno mistero sui loro blogs e forum di preferire un puttaniere ‘che fa’ ai politici di centrosinistra che disfecero. Su questo non avrebbero tutti i torti, ma resta da affermare se davvero possiamo disfarci del tutto, nella vita pubblica, nel nostro votare e scegliere questo o quel partito e candidato, della moralità, del limpido comportamento ed esemplare di uomini valenti al servizio della ‘polis’. Comportamenti ‘esemplari’ : già.

Davvero abbiamo coscientemente e cinicamente buttato il bambino con l’acqua sporca?

Davvero i ‘valori’ che trasmette il corpo e il comportamento del leader costruiscono futuro e che futuro sarà – se le ‘pari opportunità’ si danno solo alle lolite fasciate di begli abiti di lamè o che si esibiscono sul palo degli strip-shows in danze torride prima di essere nominate ministre o sottosegretarie? La ‘televisisazione’ della vita pubblica è ormai a un punto di mefitico non ritorno? Niente sarà più come prima e il commercio del corpo femminile manderà ‘tutto a puttane’ – come si diceva un tempo?

 

Siamo al rovesciamento degli adagi di un tempo: vizi pubblici e private virtù (poche) – se ce ne sono che a noi miserabili e impenitenti ‘comunisti’ ancora sfuggono.

Ma perchè mai dovremo mandarvele a dire? ci domandano rabbiosi i fans club di Kim il Silvius.

Si porti a letto chi vuole e le assoldi a decine quelle grandissime t…. (si sa che nei forum la finezza non è d’obbligo) e ci si faccia bello come gli pare, basta che ‘faccia’.

 

Sarà pur vero che ‘fa’, ma non trascurerei di far sapere agli elettori tutti e ai cittadini ‘come fa’: perchè se è vero che i rifiuti campani sono ora sotto al tappeto delle discariche militarizzate sarebbe bene far sapere a tutti noi europei anche gli effetti correlati di quel nascondimento manu militari e affidare al buon giornalismo di inchiesta i reportages su ‘di che percolato grondi e di che qualità venefiche’ sono le acque delle falde sotterranee e le arie e i suoli delle mozzarelle campane che siamo tornati a esportare.

 

storie di tango

tango1.jpg 

Non so bene cosa significhi, nel linguaggio del tango, l’espressione ‘porti bene’. Non credo abbia a che fare con la fortuna e con certi oggetti designati e rituali nostri convenuti che ‘portano bene’, appunto.

Suppongo che sia, invece, riferito a un modo dell’accordarsi/avvitarsi dei corpi sulla musica e in se stessi (un po’ com’è dei numeri primi: vedi il post ‘la solitudine dei numeri primi’ del luglio 2008 su questo stesso blog): un modo di ‘stare insieme’ e comunicare una felicità del ritmo e dei languori musicali che ci uniscono durante una tanda.

In teoria dovrebbe essere una sorta di complimento: ‘porti bene’ nel senso del condurre, domesticare e persuadere la partner col solo intuito dei corpi all’avanzare e ‘fintare’ e girare in tondo e giocare con ‘ocho’ e ‘sacade’ e ‘rastrade’: per dire della serie di complicate figure che, come in una corrida, mandano in visibilio gli spettatori e gli amanti del genere.

Ma non finisce quasi mai in modo cruento, per nostra fortuna di torelli inesperti e focosi, e al massimo ci portiamo a spasso qualche banderilla sul groppone caracollando per la sala – com’è capitato a quel tale, una sera di qualche tempo fa, che è stato ‘congedato’ dopo un solo tango (massimo dell’ignominia: si balla, per convenzione, un’intera tanda: tre tanghi di fila, a meno di dichiarato disagio dell’uno o dell’altra).

Con grande disprezzo del pericolo, mi sono fatto sotto alla ‘torera’ e le ho chiesto ragione di quell’inopinato ritorno al tavolo furiosa e ho saputo che il poveretto non ingranava: niente accordi, niente consonanze, niente armonie di passi e di corpi: un disastro.

L’ho invitata a riprovarci con me e ha funzionato, evviva! Come una giovane e agile puledra lipizana si muoveva leggera e leggiadra su ogni melodia diversa e mai una ‘stecca’ e un passo men che incerto e quella sua mano e il braccio nudo cinto di un leggerissimo braccialetto d’argento a tramatura fitta (tu vedi dove si fissano gli occhi nell’incanto di un ballo!) che sottolineavano i diversi modi dell’abbraccio rinnovato in corso d’opera e si piegava sinuosamente e si rialzava creando figure nuove nello spazio e nella complice penombra tra l’affollarsi delle coppie sulla pista.

 

E’ lì, in un certo punto e momento di quella creazione esaltante, che ho sentito risuonare nelle mie orecchie, ancora una volta, il noto adagio ‘porti bene’. Qualcuno dei miei, poi, mi ha chiesto perchè sorridevo al passaggio ai tavoli, cosa rara nel mio privato teatro tanghèro del ‘pensiero triste che si balla’.

Sospetto che, il più delle volte, quel ‘porti bene’ sia detto nel senso in cui lo diceva una mia cugina della quale mi dicevo innamorato all’età di quindici anni. Le avevo chiesto, con adolescenziale ingenuità. se mi trovava ‘un po’ bello’ e mi rispose: ‘Bello-bello no, ma sei un tipo.’ e da lì inizia il mio calvario di uomo e della mia autostima – quasi sempre a livello del paiolato.

Di chiunque si dice ‘sei un tipo’ per dire che proprio schifo non fai.

 

Però quella sera sembrava diverso e quel ‘porti bene’ e quel suo ridere felice al cessare di una melodia e prima dell’inizio della successiva comunicavano una segreta euforia e l’abbraccio si faceva sottile condiscendenza del corpo flessuoso e domesticato e segreto vibrare di corde come in una ‘sera del dì di festa’: quando ‘la gioventù del luogo mira ed è mirata e in cuor neDSC02106.JPG gode’ e, come per incanto, spariscono le canute incertezze e le tristezze e riappare quell’immagine lontana di una giovinezza che ‘ci allaccia i malleoli’ e sempre ci illude ‘o Ermione’.

nel caso ve lo foste perso

L’ANALISI


Un leader in fuga dalla verità

di GIUSEPPE D’AVANZO

 È giusto ricordare che, se Silvio Berlusconi non si fosse fabbricato l’immunità con la “legge Alfano”, sarebbe stato condannato come corruttore di un testimone che ha protetto dinanzi ai giudici le illegalità del patron della Fininvest. Condizione non nuova per Berlusconi, salvato in altre occasioni da norme che egli stesso si è fatto approvare da un parlamento gregario.

Le leggi ad personam, è vero, sono un lacerto dell’anomalia italiana che trova il suo perno nel conflitto di interessi, ma la legislazione immunitaria del premier è soltanto un segmento della questione che oggi l’Italia e l’Europa hanno davanti agli occhi. Le ragioni della condanna di David Mills (il testimone corrotto dal capo del governo) chiamano in causa anche altro, come ha sempre avuto chiaro anche il presidente del consiglio. Nel corso del tempo, il premier ha affrontato il caso “All Iberian/Mills” con parole definitive, con impegni che, se fosse coerente, oggi appaiono temerari: “Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conoscevo neppure l’esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario” (Ansa, 23 novembre 1999, ore 15,17). Nove anni dopo, Berlusconi è a Bruxelles, al vertice europeo dei capi di Stato e di governo. Ripete: “Non conoscevo Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l’Italia” (Il sole24ore. com; Ansa, 20 giugno 2008, ore 15,47). È stato lo stesso Berlusconi a intrecciare consapevolmente in un unico destino il suo futuro di leader politico, “responsabile di fronte agli elettori”, e il suo passato di imprenditore di successo. Quindi, ancora una volta, creando un confine indefinibile tra pubblico e privato. Se ne comprende il motivo perché, nell’ideologia del premier, il suo successo personale è insieme la promessa di sviluppo del Paese. I suoi soldi sono la garanzia della sua politica; sono il canone ineliminabile della “società dell’incanto” che lo beatifica; quasi la condizione necessaria della continua performance spettacolare che sovrappone ricchezza e infallibilità.

Otto anni fa questo giornale, dando conto di un documento di una società internazionale di revisione contabile (Kpmg) che svelava l’esistenza di un “comparto estero riservato della Fininvest”, chiedeva al premier di rispondere a qualche domanda “non giudiziaria, tanto meno penale, neppure contabile: soltanto di buon senso. Perché questi segreti, e questi misteri? Perché questo traffico riservato e nascosto? Perché questo muoversi nell’ombra? Il vero nucleo politico, ma prima ancora culturale, della questione sta qui perché l’imprenditorialità, l’efficienza, l’homo faber, la costruzione dell’impero ? in una parola, i soldi ? sono il corpo mistico dell’ideologia berlusconiana” (Repubblica, 11 aprile 2001). Berlusconi se la cavò come sempre dandosi alla fuga. Andò a farsi intervistare senza contraddittorio a Porta a porta per dire: “All Iberian? Galassia off-shore della Fininvest? Assolute falsità”.

La scena oggi è mutata in modo radicale. Se il processo “All Iberian” (condanna e poi prescrizione) aveva concluso in Cassazione che “non emerge negli atti processuali l’estraneità dell’imputato”, le motivazioni della sentenza che ha condannato David Mills ci raccontano il coinvolgimento “diretto e personale” di Silvio Berlusconi nella creazione e nella gestione di “64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest”. Le creò David Mills per conto e nell’interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle “fiamme gialle” corrotte), Mills mentì in aula per tener lontano Berlusconi dai guai, da quella galassia di cui l’avvocato inglese si attribuì la paternità ricevendone in cambio “enormi somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali”, come si legge nella sentenza.

È la conclusione che ha reso necessaria l’immunità. Berlusconi temeva questo esito perché, una volta dimostrato il suo governo personale sulle 64 società off-shore, si può oggi dare risposta alle domande di otto anni fa, luce a quasi tutti i misteri della sua avventura imprenditoriale. Si può comprendere come è nato l’impero del Biscione e con quali pratiche. Lungo i sentieri del “group B very discreet della Fininvest” sono transitati quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che hanno ricompensato Bettino Craxi per l’approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi (trasformati in Cct) destinati non si sa a chi (se non si vuole dar credito a un testimone che ha riferito come “i politici costano molto? ed è in discussione la legge Mammì”). E ancora, il finanziamento estero su estero a favore di Giulio Malgara, presidente dell’Upa (l’associazione che raccoglie gli inserzionisti pubblicitari) e dell’Auditel (la società che rileva gli ascolti televisivi); la proprietà abusiva di Tele+ (violava le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le “fiamme gialle”); il controllo illegale dell’86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l’acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche; la risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma; gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favorirono le scalate a Standa, Mondadori, Rinascente. Sono le connessioni e la memoria che sbriciolano il “corpo mistico” dell’ideologia berlusconiana: al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c’è la corruzione della politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.

Questo è il quadro che dovrebbe convincere Berlusconi ad affrontare con coraggio, in pubblico e in parlamento, la sua crisi di credibilità, la decadenza anche internazionale della sua reputazione. Magari con un colpo d’ala rinunciando all’impunità e accettando un processo rapido. Non accadrà. Il premier non sembra comprendere una necessità che interpella il suo privato e il suo ufficio pubblico, l’immagine stessa del Paese dinanzi al mondo. Prigioniero di un ostinato narcisismo e convinto della sua invincibilità, pensa che un bluff o qualche favola o una nuova nebbia mediatica possano salvarlo ancora una volta. Dice che non si farà processare da questi giudici e sa che non saranno “questi giudici” a processarlo. Sa che non ci sarà, per lui, alcun processo perché l’immunità lo protegge. Come sa che, se la Corte Costituzionale dovesse cancellare per incostituzionalità lo scudo immunitario, le norme sulla prescrizione che si è approvato uccideranno nella culla il processo. Promette che in parlamento “dirà finalmente quel che pensa di certa magistratura”, come se non conoscessimo la litania da quindici anni. Finge di non sapere che ci si attende da lui non uno “spettacolo”, ma una risposta per le sue manovre corruttive, i metodi delle sue imprese, i sistemi del suo governo autoreferenziale e privatistico. S’aggrappa al solito refrain, “gli italiani sono con me”, come se il consenso lo liberasse da ogni vincolo, da ogni dovere, da ogni onere. Soltanto un potere che si ritiene “irresponsabile” può continuare a tacere. Quel che si scorge in Italia oggi ? e non soltanto in Italia ? è un leader in fuga dalla sua storia, dal suo presente, dalle sue responsabilità. Un leader che non vuole rispondere perché, semplicemente, non può farlo.

(20 maggio 2009)

illusioni ricreate

Vi sono colonne sonore delle nostre vite che hanno il potere di rappresentarci ciò che è stato e abbiamo definitivamente perduto. Una vecchia cassetta audio che credevamo perduta torna a farci ‘sentire’ chi eravamo e come e il mondo che la musica e i testi delle canzoni ricreano è quello in cui tutto era possibile e io ero confuso e sperduto in quel possibile e amavo, amavo intensamente la persona che filtrava tutto quel possibile.

Di riflesso, tutto ciò che vedevo attraverso i suoi occhi, ascoltavo, metabolizzavo, lo fondevo in una mia fucina interiore e ne traevo illusioni di possibilità di un futuro mio diverso e migliore.

L’amore brucia e trasforma: è una banalità conosciuta da tutti e ripetuta in mille e mille canzoni all over the world, ma solo quando gli occhi si fanno vitrei e il corpo si fa di sale per i sedimenti di ciò che viene dopo l’amore il barlume interno di coscienza (che ancora agisce e vagola tra i ricordi) ti rappresenta quanto profondi possono essere gli abissi delle illusioni che abbiamo scrutato e quanto straziante è il rievocarli.

 

http://www.youtube.com/watch?v=l7_bpeiIJ2A

affanni e colpe

Non siamo innocenti. Nessuno lo è. Il contatto colle cose e gli eventi del mondo ci sporca ed evidenzia la nostra colpa: colpa di esistere.

E qualsiasi cosa noi si faccia e si decida e si pensi ci condanna all’errore.

I migranti hanno colpa di non accettare la loro storia e di ‘provarci’ con noi, colla nostra storia evolutiva, col nostro mondo apparentemente ricco di opportunità e distributore di ricchezza relativa.

 

‘Relativa’: è d’obbligo sottolinearlo perchè chi è stato espulso dal lavoro e da un reddito certo e certificato nel corso di questa crisi si sente ‘migrante’ a sua volta e il suo barcone si chiama disoccupazione – che è tragica in entrata (per il precariato, il basso reddito, l’odiata flessibilità) e lo è di più in uscita perchè dopo i cinquanta non ti vuole più nessuno e inventarsi la vita e vivere di espedienti non è facile, nè comodo e di certo non è allegro.

 

Perciò qualsiasi risposta si dia a questo affanno che ci colpisce e ci sospende il respiro è una risposta sbagliata, sporca, colpevole.

Colpevoli di esistere e di non sapere bene se l’eccesso di affollamento in un territorio sia la risposta giusta, amorevole, fraterna o se la mano tesa sempre e a chiunque non si ritorca contro di noi, in un secondo e terzo tempo dell’avere accolto i diversi, i migranti: non diventi ‘rivolta delle banlieues’ e dialogo tra sordi per quanto è dello ‘scontro di civiltà’ che importiamo e a cui diamo la stura – e se è vero che abbiamo elaborato una quantità incredibile di ‘diversità’ negli ultimi decenni è vero anche che ne abbiamo metabolizzato un disagio crescente e non dovremmo trascurare di notare che è l’onda più alta di un mare mosso dai marosi quella che ti affoga.

 

Diceva un’esperta di cose dell’immigrazione alla Dandini di ‘Parla con me’ che, su una barca di settantacinque migranti che respingiamo, la metà abbondante (dopo un gran lavoro di commissioni ed ‘esperti’ che vagliano e verificano) risulta meritevole di ‘diritto d’asilo’ e questo è il torto maggiore che colei additava di coloro che respingono quei poveretti al mittente.

E’ un dato straordinario perchè ci dice che dovremmo semplicemente accettare senza troppo discutere il travaso di miseria e di guerra e di oppressione degli stati del sud e dell’est del mondo e accogliere quei loro figli in fuga. Con numeri che sono determinati dagli eventi caotici e ingovernabili di tutto quanto di tragico accade sulla superficie del pianeta.

Se oggi sono le ‘tigri’ tamil e gli incolpevoli civili di quei territori in guerra a vivere la tragedia, aspettiamoci un barcone o cinque e dieci e cento che li travaserà prima o poi sulle nostre coste.

E basterà la lettura della pagina di ‘esteri’ di un giornale per fare facili predizioni di quanti migranti clandestini avremo da qui a qualche mese provenienti da fame e guerra e dittature.

 

Abbiamo davvero tutta questa capacità di accoglienza? E non si tradurrà, prima o poi, in conflitto, – così come già accade con una quantità incredibile di persone di questo paese che votano orribili personaggi politici e autentici ‘figuri’ postfascisti o leghisti e li leggittimano e li difendono apertis verbis e fino a ieri se ne vergognavano e nell’urna tracciavano in fretta, ritrosi, il segno sul simbolo sporco e proibito e non lo confessavano neanche alla moglie o ai figli?

 

Ecco: siamo un paese di dissociati e di schizofrenici e a sinistra si continua a battere la grancassa della fraternità solidale e si trascura l’enfasi sulla legalità regalandola alla destra.

Abbiamo in noi un parlamento, il nostro io è un parlamento con la sua destra, la sua sinistra, il suo centro e dovremmo abituarci ad ascoltare e a dare risposte plausibili anche al coro delle voci stonate che vengono dalla nostra destra o dal centro. Abbiamo bisogno di mettere a fuoco un equilibrio, sempre e costantemente, di dare rappresentazione a un ordine fragile che consenta l’ordinata transizione da uno stato di affanno a un affanno nuovo e diverso senza annegare in questi presenti marosi di crisi economica e di ‘paure percepite’ subito cavalcate dai maramaldi della destra ridanciana e proterva che occupano le odierne cronache di un ‘paese senza’.

Senza identità, senza vergogna, senza vera pietà, si diceva in un tempo non troppo lontano.

barcollando passo dopo passo

 

C’è un momento, quando si è acceso il computer e il monitor è nero e uno strano barlume di azzurra, circolare coscienza viaggia nei suoi complicati microchip neuronali, che ti coglie l’angoscia che non sarà luce, non si illuminerà il monitor per dirti dei suoi/nostri ricordi che fanno la sua/nostra identità (le sue ‘impostazioni’).

 

Così è al mattino quando i sogni confusi al risveglio non intendono lasciare posto al lume dello sguardo e alla luce nuova dell’alba che ti distende il mondo ancora uguale di là delle finestre e tu vaneggi insieme a quei filamenti onirici che ti hanno scosso la coscienza durante il sonno tormentato e la tua coscienza è una più bianca ombra del pallido (a whiter shade of pale) e le ‘impostazioni’ tardano a venire a galla e tutto può darsi di questo giorno nuovo: anche che il barlume azzurrino circolare non trovi il suo bandolo dentro l’aggrovigliata matassa e la luce dello schermo non si illumini e tu vagoli a lungo, troppo a lungo, in quel buio, in quei tuoi meandri, a tentoni, barcollando passo dopo passo…

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