Archivio mensile:aprile 2009

se tutto resta in famiglia

 

Se la moralità della vita pubblica è affidata a una moglie avvilita e offesa dal comportamento del sultano televisivo che impazza colle sue gags sgangherate e le espressioni ridevoli sulle tivù nostrane ed estere allora davvero tutto è perduto, onore compreso.

Compreso l’onore di quel popolo che fin qui si è voluto innocente, tradito dalla politica e dai suoi miserabili riti e false promesse e invece, a leggerlo nei blog e nei forum, è ‘più realista del re’ più berlusconiano di Berlusconi stesso, più cialtrone nel profondo dell’anima del Barabba che ha promosso al governo della repubblica con perfetta coscienza e informazione dei fatti e dei misfatti che lo riguardano e per i quali è stato cento volte imputato e sempre prescritto per lode di costosi avvocati e leggi ad personam.

 

Dobbiamo farcene una ragione se il consenso attorno alla sua persona sfiora l’ottanta per cento perchè viene letto come uomo del fare e del decidere; dobbiamo accettare che i suoi elettori e i supporters non badano alle quisquilie dell’odore dei soldi -come sono stati fatti, chi si è unto per ottenere le frequenze televisive, chi si è corrotto per ottenere le varianti ai piani regolatori ai tempi degli immensi quartieri di Milano-uno-due e tre, chi si è comprato e assoldato per dare vita al partito di plastica e aziendale detto ‘forza italia’, che da vent’anni appesta la vita pubblica colle suo obbedienze al re e alle leggi di difesa personale (difesa contro i reati imputatigli) che ha imposto e ottenuto coram populi tra gli applausi degli impuniti di sempre: gli evasori cronici e recidivi.

 

Tutto è inutile, la guerra è persa : la moralità della vita pubblica non abita più qui, il paese-Italia va per le spicce: ‘chi va al mulino si infarina’, evadere le tasse non è reato, anzi! e chi concorre in magistratura come sua futura carriera e lavoro non ha le rotelle tutte a posto. Quando si sarà attuata la riforma della giustizia voluta dal premier e dai suoi accoliti allora, forse, quello del magistrato diventerà un lavoro come gli altri, una pura e inutile burocrazia e la ‘dura lex sed lex’ sarà stata sganciata finalmente dall’accertamento della verità – stupida pretesa storica della sinistra e degli ingenui -vittime o parenti delle vittime- che ci hanno creduto.

 

Questo è quel mondo e se la signora Lario in Berlusconi puntava a un soprassalto di moralità puntando il dito versus il marito fedifrago e spudoratamente dedito al culto delle puellae televisive avvenenti quant’altre mai ha fatto un buco nell’acqua, coltiva la pia illusione e sinistra che esistano comportamenti migliori e più dignitosi, uomini e donne migliori e muniti di personale dignità nell’affrontare i compiti quotidiani e quelli della politica – che nelle scuole di una volta, nell’ora di educazione civica si volevano ‘alti’, al servizio disinteressato della collettività.

 

Per fortuna a sinistra si è scelto di parlar d’altro, di non mettere il dito nella piaga e tra moglie e marito – per quanto la moglie di Cesare abbia riconoscimento di levatura imperiale e ci informi delle segrete pene di quella Dinasty nostrana.

Mancava solo che avessero nominato Veronica Lario leader dell’opposizione e ci saremmo ritrovati colla perfetta quadratura del cerchio: colle cose della vita pubblica e dell’avvilità moralità nostra che ‘restano in famiglia’ : panni sporchi da sciacquare in villa ad Arcore.

Fermate il mondo, voglio scendere.

besame mucho

 

Sono dappertutto. Stanno davanti ai ristoranti di questa città finto-allegra, – in realtà condannata dalla sua struttura di ‘città del passato’ a un sempiterno fondo di tristezza: ‘Com’è triste Venezia’.

 

Sono di provenienza balcanica e hanno capito che la tristezza paga, è la colonna sonora di queste pietre vecchie nell’anima – perchè in realtà i troppi restauri le hanno rinnovate più e più volte e niente è più quel che è stato e anche il ‘vecchio’ delle case e dei palazzi è una quinta teatrale, un teatro dell’antico dove va in scena la maschera e la commedia dell’arte e tutte le banalità e le stupidaggini che vi si accompagnano.

 

Suonano ‘Besamo mucho’ con solo lo strazio della fisarmonica e ancora quell’altro tango, – che ti uccide per la tristezza che induce nell’animo: ‘Es la historia de un amor qual no abia otro igual….todo el bien, todo el mal.’

 

Vien voglia di andargli vicino e pagarli perchè la smettano di suonare, ma cambierebbero zona e te li ritroveresti davanti mezz’ora più in là.

 

Venezia è una condanna a vita, una tristezza che uccide e se piove e tira vento vorresti essere altrove e sentire voci diverse, aliene magari, voci di una diversa vita da questa che ti è stata data in sorte…

un articolo strepitoso e pacato

RISPETTARE LA RESISTENZA

CHI gridò con tutto il fiato dei suoi giovani polmoni «La Resistenza è rossa! Non è democristiana!» oggi sorride di se stesso e della Storia (scriviamolo maiuscolo, è permalosa). Sorride ascoltando la canzonetta affabile e invitante: «Prego, la Resistenza non è rossa! Può essere anche berlusconiana». Partita chiusa, dunque. Anche per gli ex-neo-fascisti, che possono decidere, chi per vera comprensione, chi perché noblesse oblige, di unirsi alla festa per così dire dall’ alto e in vettura ministeriale. Partita chiusa. Ma allora perché questa inquietudine? Il 25 aprile è la più bella data del nostro calendario civile, e proprio per questo ogni volta viene da dire che “quest’ anno” il 25 aprile ha un significato speciale. Dunque, quest’ anno il 25 aprile ha un sapore speciale. Il fatto è che ci si ricorda insieme di una conclusione e di un inizio. La Liberazione fu la fine di una guerra spaventosa e la promessa di un ricominciamento del mondo. Ma anche perché nella bella entrata gioiosa nelle città liberate si riscattava il momento in cui tanti ragazzi si erano trovati di fronte alla decisione di impegnarsi per qualcosa di più grande della loro vita. La paura e la nostalgia di quel momento hanno accompagnato a lungo la storia della Repubblica, e hanno spinto anche a errori gravi, come nella parabola di nobiltà e miseria dell’ antifascismo militante. Oggi quella spina di nostalgia e paura si fa sentire più pungente. C’ è una mutazione della nostra democrazia, e bisogna trovarle un nome. La via più facile è quella di dare alla cosa nuova nomi vecchi: regime, fascismo, sono lì per questo. Vecchi nomi, vecchi simboli. I radicali, che pure sanno di avere a che fare con qualcosa di inedito, esibiscono nella loro solitaria campagna una stella gialla. Non evocano la Shoah, ma il futuro – ancora in gran parte impregiudicato – che la stella gialla annunciava negli anni ‘ 30 della Germania hitleriana. Hanno scelto il parallelo con un periodo in cui il cielo si gonfiava prima della tempesta, e il simbolo più “scandaloso” e allarmante fra tutti. Non è nemmeno alla disinvoltura berlusconista sulla legalità, e al suo grembo inesplorato, che si oppongono, ma a un’ intera storia di legalità mancata dell’ Italia repubblicana. Pannella è arrivato a questo perché pensa che le sue aspirazioni, come al tempo del divorzio e dell’ aborto, e ancora del finanziamento dei partiti o della responsabilità civile dei magistrati, coincidano con quelle della maggioranza del popolo italiano, e che questo sentire comune sia tradito dall’ ostracismo riservato ai radicali. Credo che sbagli, perché “gli italiani” pensano cose diverse e volubili, e soprattutto perché non votano per quelle cose (il testamento biologico, la stessa eutanasia, cui riservano nei sondaggi un netto favore) ma magari “nonostanti” quelle cose. Votano Berlusconi, proprio lui – magari nonostante quello che dice. Non voterebbero Pannella molto di più, non abbastanza comunque, anche se andasse una sera sì e una no, Dio non voglia, a Porta a porta. Il mago in carica, l’ illusionista di richiamo, è Berlusconi, il cui numero è largamente indipendente dal contenuto. Berlusconi a questo punto potrebbe farsi scrivere il discorso pressoché da chiunque, da Pannella o da suor Teresa,e non cambierebbe molto. È questa la chiave, diversissima dal fascismo, anche dalla sua variazione caricaturale, del berlusconismo: l’ indifferenza al contenuto, limitata “solo” (non è poco) dalla protezione propria e dei proprii interessi. Per il resto, è una macchina a gettone, o nemmeno. Alla fondazione del Pdl, occasione “storica”, ha tenuto relazione di apertura e orazione conclusiva e non ha detto niente. Era superfluo. Ha detto bensì ai giornalisti, nell’ intervallo, che era d’ accordo con Fini, il quale invece al contenuto aveva dovuto badare. Ed è probabile che lo fosse davvero, col piccolo incidente che era d’ accordo anche – così è sempre per lui – coi luogotenenti, quelli che Fini l’ avrebbero fischiato secco. Il berlusconismo si arresta davanti a questo unico limite: che è d’ accordo con tutti, ma tutti sono in disaccordo fra loro. Ora Pannella – da un po’ , perché il tempo passa, e si va verso la fine – è esasperato dal mancato riconoscimento. Rischia perfino di dimenticare che la nostra patria si distingue per il ripudio dei proprii padri – e madri, e che quel ripudio è il più lusinghiero dei laticlavii. Le stelle gialle sono l’ ennesimo rincaro dei bravi radicali. Per giustificarle, bisogna che non il mondo d’ oggi, ma l’ Italia d’ oggi somigli alla Germania del 1938. Ma la suggestione non ha senso, neanche in un gioco di caricature. Berlusconi vuole essere il più votato – all’ unanimità, eventualmente – non nelle elezioni, ma nel Grande Reality. Ci sono in Italia persone il cui impegno civile, e lo stesso svolgimento ordinario di un lavoro, costa già la vita, dove spadroneggiano le mafie. La caricatura cede già al dramma vero per gli zingari, i romeni, gli annegati dalla sponda africana. Ma anche questo non è ancora, e forse non arriverà a essere, paragonabile all’ antisemitismo. Zingari e romeni e africani possono gonfiare un mercato di riserva di capri espiatori, ma non diventare i Grandi Colpevoli, i Grandi Cospiratori: per quello gli ebrei sono insostituibili – devono somigliarci fino a passare inosservati e insieme soverchiarci diabolicamente per cultura, intelligenza, denaro. Altra storia. Non è un caso che servano ancora al vecchio scopo sulla scala di un mondo che non ne ha mai visto uno. Al capo opposto dell’ intelligenza radicale, simboli tratti dallo stesso sacro magazzino vengono evocati alla leggera. Mi parve che il “Bella ciao” canticchiato da Santoro fosse fuori posto. Sempre per la differenza fra i momenti in cui qualcosa reclama di valere più della nostra stessa vita, e i momenti in cui si difende la propria personale dignità al costo tutt’ al più di un avanzamento di carriera. C’ è stata la censura contro Vauro: odiosa e stupida, poi presto tramutata in farsa (una settimana di sospensione e una lavata di capo, torni accompagnato…). Io sono dalla parte di Vauro, perché sì, perché abbiamo appreso che guadagna 1.000 euro lordi (!), perché va in Afghanistan e si affeziona ai bambini afgani. Ma anche perché confido che Vauro non dimentichi nemmeno per un minuto la differenza fra quell’ Afghanistan e questa Italia, fra le donne e le bambine cancellate e violate e lapidate e le veline candidate al Parlamento europeo. Ora, nella vasta ribellione alla censura contro Vauro, ho letto mille volte la famosa frase di Voltaire. Quella che suona più o meno così: «Non sono d’ accordo con quello che dici, ma mi batterò fino alla morte perché tu abbia il diritto di dirlo». Più o meno, non perché ci sia un problema di traduzione, ma perché – mi dispiace di deludere la moltitudine di persone che hanno scoperto quelle parole – Voltaire non le ha mai scritte né pronunciate. Furono coniate forse da una studiosa inglese all’ inizio del Novecento, come un compendio del pensiero volterriano, sicché nelle loro versioni francesi sono una traduzione dall’ inglese… Filologia a parte, quando leggo le mille ripetizioni di quella frase – per esempio sulla rete, termometro sensibilissimo dei nostri umori – mi chiedo se mai almeno uno dei suoi ripetitori si sia fermato a interrogarsi sull’ impegno che la lettera di quel motto pretende: «Mi batterò fino alla morte». È naturale che sia così, ci sono parole che devono restare esonerate da un ricatto letterale. Devo poter dire che questo gelato al limone è buono da morire, senza che mi rinfacciate di non esserne morto. Però appunto: vengono momenti in cui le parole presentano il conto. Per non sembrarvi capzioso, vi farò un meraviglioso esempio opposto, ancora caldo. Alla fine dell’ epocale congresso del Pdl, Berlusconi ha cantato con le sue pupe e i suoi vice l’ inno nazionale, e quando è arrivato al verso: «Siamo pronti alla morte…», ha ammiccato al pubblico (cioè: al popolo) e ha fatto così con la manina per dire: «Pronti, be’ fino a un certo punto. Si fa per dire, no?». Il pubblico, cioè il popolo, deve aver trovato senz’ altro simpatico il gesto. Italiani, brava gente, spiritosa. Tutt’ al più con un inno anacronistico, l’ elmo di Scipio, stringiamci a coorte. Gli italiani l’ hanno già corretto a proposito, senza nemmeno volere: Stringiamoci a corte. Ecco fatto. Quanto a quelli che si pongono il problema, deve pur esserci una via dignitosa fra la retorica pseudovolterriana e la manina cattivante di Berlusconi. Anche perché abbiamo imparato del regime fascista, quella invenzione di italiani tipici, è che vengono, “scherzando e ridendo”, momenti tragici in cui il fiore di un’ intera comunità deve decidere che cosa fare della propria vita. E soprattutto che nella ventina d’ anni precedenti, benché si sia stati educati molto più rigidamente al libro Cuore e ai precetti sull’ onore, è successo che, neanche per salvare la pelle, ma appena per andare a occupare la cattedra lasciata improvvisamente vacante da un predecessore di razza giudaica, siamo stati capacissimi di dimenticare che eravamo così pronti alla morte. Può sempre risuccedere. – ADRIANO SOFRI

professore chiarissimo

 

Professore chiarissimo,

 

faccio outing, mi dichiaro: ‘Cacadoubts’ c’est moi. E’ la mia parte oscura, il mio mr. Hide che esce di notte vendicativo e vibra le sue ‘re’ avvelenate contro coloro che – a suo insindacabile avviso – le sparano grosse, – talmente grosse da meritare l’apparizione di quel mio fantasma orribile.

D’altronde non è chi non avesse veduto – lo rivelava una semplice analisi sintattica e i miei lemmi abituali e gli incisi e i riferimenti – che Cacadoubts era la mia umbratile ombra.

Ma chi non ce l’ha una sua parte notturna?

Anche lei, se non sbaglio, svolazza di notte con grossi occhioni aperti giallastri e becco adunco e lancia le sue adorabili ‘ielle’ di qua e di là dei confini forumistici, – simpatica mascotte di quella parte infantile che sempre coltiviamo in noi e ci delizia e ci confonde.

Ma ora è la mia parte ‘chiara’ che si assume l’onere ( e l’onore) di risponderle in vece di ‘cacadoubts’ – che stitico non è: lo rivela il fatto che caca ognora i suoi dubbi con grande franchezza e fresca verve polemica, pronto a rintuzzare, se del caso, – se non ostano le bannature preventive approntate alla bisogna in quel di Canossa e dintorni.

 

Ecco, è la sua frase relativa a un Almirante – giustificato in qualche suo contorto modo nel suo firmare i bandi che invitavano a fucilare i partigiani (perchè la ‘guerra civile è guerra sporca’ come dice lei) – a spingermi a scendere di buon trotto dal mio Aventino.

Non mi convince, caro professore.

A me appare chiara, invece,una guerra civile, e pulita: rivelatoria di quelle molte e diverse opposizioni che erano obbligate a tacere per lo strapotere del fascismo imperante e finalmente hanno modo di ‘andare in montagna’ e impugnare i fucili e fucilare i fascisti che la popolazione additava come vessatori e assassini e ‘longa mano’ di quel regime asfittico e folle che l’otto settembre mostrò la sua ridicola fragilità e le crepe e i segni della necrosi che, di lì a poco, si sarebbe tradotta in disfatta e ignominia e furore di chi gli si opponeva, finalmente!

E credo che Almirante, nella sua funzione politica di allora, avesse chiarissima questa svolta della Storia: sapesse perfettamente che tutto stava per finire, che l’onore era perduto (se mai c’era stato), ma, con pervicacia degna di capestro, firmò i bandi, si assunse la responsabilità politica di quelle impiccagioni e fucilazioni di partigiani che, qualche decennio più tardi, negò, ostinatamente, stupidamente, fino all’onta della smentita giudiziaria, perchè così esigevano i tempi nuovi e la necessità di ri-accreditare il fascismo sotto veste nuova: l’M.S.I. del fuoco fatuo che campeggiava nel suo simbolo.

La Storia vi condanna senza ‘se’ e senza ‘ma’, egregio professore (voi ambigui nostalgici di quei nefasti), e l’augurio è che la gestione delle sue due cattedre sia all’insegna di questa chiarezza: di condanna aperta e netta degli orrori e degli obbrobri della nostra storia patria recente e non c’è odio nelle mie parole, ma nitore dei fatti e degli eventi e ,se il negazionismo non vi appartiene, il riconoscimento di quella stagione marcia e morta è d’obbligo – specie per chi è incaricato di formare le coscienze delle nuove generazioni.

Si veda il bel film dei Taviani, in proposito: ‘La notte di San Lorenzo’.

Quando lo vidi, molti decenni fa, confesso di aver provato disagio per il mio aver ‘giustificato’, nell’animo emozionato, l’esecuzione del figlio adolescente di un fascista maledetto dalla gente e colpevole di crimini efferati.

La guerra civile non fu ‘sporca’, bensì fu un salutare ‘redde rationem’ di cui è bene e giusto coltivare il ricordo: nitido, preciso. E indicare a dito i ‘fucilatori di partigiani’ quali ‘fucilatori di partigiani’ perchè la memoria sia chiara e condivisa – se possibile (ma se non lo è poco male).

Con i miei più vivi ossequi. Mi stia bene.

 

Chiarafede

 

riferimento: Forum Virgilio ‘Invece del patibolo’ (quando mi sarà consentito accedervi e pubblicare)

i veterani e la storia

 

E’ vero che siamo dei veterani e che i veterani hanno difficoltà a elaborare il futuro. Lo dice con fresca prosopopea di parvenu la ‘ministra’ Meloni – una delle giovinette rampanti di questo governo e di questa ‘classe politica’ – e lo dice su un foglio tra i più luminosi del panorama politico odierno: il Giornale, il quotidiano della famiglia Berlusconi.

Il fatto è , cara ministra, che gli eventi del passato segnano e condizionano le menti, le ‘formano’, diciamo, e le attrezzano per affrontare i problemi e le malattie dell’esistere e del male che ci circonda.

Sono degli anticorpi, in un certo senso, ed è per questo che reagiscono male se a gestire e ‘celebrare’ la Resistenza al nazifascismo sono dei postfascisti al potere e il loro sdoganatore: sua magnificenza il Re di Denari – che non è andato troppo per il sottile quando ha ‘deciso’ di raccattare tutto il raccattabile a destra pur di vincere le elezioni e ha messo insieme reduci di Salò ed evasori secessionisti, ben sapendo che il collante del potere e del denaro facile sarebbe stato più forte delle idealità del contendere politico.

Perciò non ce ne voglia se della sua carriera politica non ce ne può fregare di meno, nè delle posizioni della sua associata che si sente di difendere in quanto donna, la bella ministra Carfagna, perchè noi veterani osserviamo e consideriamo con attenzione ciò che è politica, le posizioni politiche; delle altre: di quelle ‘posizioni’ legate ad altre più rapide e storiche vie per fare carriera preferiamo sorvolare e rimandare ad altri libri, altre biografie, altre belligeranze che faranno sorridere i posteri – dopo aver fatto sbellicare i presenti e vivi.

La Resistenza, come avrà ben imparato a scuola, fu guerra e rivolta di popolo che ha disseminato di morti impiccati la penisola e ha insegnato a molti – non a tutti – che chi semina venti di nazionalismo fascista e imperiale raccoglie tempeste di furore e odio, inevitabilmente.

E chi ha giochicchiato coi gagliardetti e coi teschi e coi ritratti del Dux nelle sezioni del Movimento Sociale per lunghi anni e decenni prima di darsi una frettolosa lavata al muso in quel di Fiuggi non può oggi pretendere il rispetto di chi ancora ricorda, ancora ha memoria dei fatti della Storia e ha gli anticorpi ancora formicolanti nel sangue e dice politica degna di rispetto quella che, in primis, si inchina a quei morti impiccati e tace ed espia le colpe dei padri in camicia nera ‘senza ‘se’ e senza ‘ma’.

Dopo, solo dopo aver metabolizzato quell’espiazione necessaria (ed è processo lungo e sospettoso, lei lo capisce) potremo parlare di nuove generazioni e di una Resistenza che appartiene a tutti.

Mi stia bene.

oremus fratres

 

Democrazia e demagogia hanno lo stesso etimo, ci fa notare Polito su ‘il Riformista’: entrambe hanno radice nel ‘demo’, nel popolo che le ossigena e le fa vivere – per quanto dell’una sentiamo un bisogno radicale e oggi perfino affannoso e della seconda ci piacerebbe di poterne fare a meno.

Dice ancora Polito che il beneamato leader nostro, mr Onni (onnipresente, onnipotente, onnitrionfante malgrado la sfiga che lo segue da sempre come un ombra ma è da lui dominata e accortamente usata: vedi l’Aquila e il terremoto e il G8 lì convocato alla bisogna ad usum mediatico) accarezza il popolo, gli è vicino, lo sorregge nel momento del bisogno, lo conforta, lo rassicura e, ahinoi, non ha tutti i torti.

E’ proprio questo che fa e lo fa bene e si premura di avere sempre dietro i fidi cameramen e i truccatori.

 

Un popolo che sulla ‘televisione del dolore’, sull’esibizione del dolore, sul pianto in tivù e le lacrime in primissimo piano e gli abbracci tra i singhiozzi ha elaborato le schifezze dei suoi attuali costumi sociali, di un clamoroso ritorno al passato delle piagnone che si assoldavano ai funerali non può non fare un gigantesco monumento mediatico ed elettorale al beneamato leader e tirar su statue crisoelefantine in ogni piazza e campo di ogni città e paese italici – più grandi di quelle che si eressero a Josip Stalin, a Ceausescu, e a Kim il Sung nel nord Corea.

Si stacchino le ramificazioni dalle palme e le si agitino al Suo passaggio: osanna, osanna! Egli è l’Unto e il Provvidente, e il padre della patria nostra colpita da cento tragedie : osanna, osanna!

 

Lunga vita all’uomo che sa coniugare democrazia e demagogia in modo esemplare e straordinario ed è insieme mamma e papà e amico fraterno e vate e giusto-tra-i-giusti che premia colla sua presenza magnifica e salvifica i suoi fedeli ai convegni di Forza Italia e per le strade dei paesi terremotati – dove giornalisti più realisti del re ficcano in gola i microfoni ai malcapitati e gli chiedono premurosi :

‘Soffre molto?’ ‘Si, si, quanto soffro, oh quanto!’ ‘Quanta paura ha provato?’

Ci dica ci dica, lo faccia sapere ai telespettatori che ci guardano di là dello schermo piluccando le patatine o il pop corn.

Questo è quel mondo e il convento che ci passa le schifezze mediatiche più turpi – condendo insieme tette e culi danzanti sugli schermi e i singhiozzi e i tremiti per il freddo nelle tende.

Così Egli vuole sulle sue televisioni e su quelle acquisite per meriti di governo ‘demo’cratico e conseguente spoil system.

Vien da pensare a quanto si stava meglio quando si stava peggio e i canali della televisione erano solo due e a mezzanotte calava la reticella giù dai cieli televisivi e ci addormentavamo sereni sui cuscini sognando la California.

Ritorno al futuro. Oremus fratres.

allegorie che illuminano le vite

 

Allegorie e metafore ci illuminano la vita. E ‘Il deserto dei tartari’ di Buzzati (di cui ho ri-visto ieri la bellissima riduzione cinematografica con la regia di V. Zurlini) è una delle belle e potenti allegorie del nostro vivere.

Al pari di ‘Aspettando Godot’ è allegoria di attese vane e senso delle vite nostre che ci sfugge, ma, a differenza della pièce di Beckett, non ci immerge nella disperazione per tutto quanto di assurdo ci sommerge, non è una stanza chiusa dove ci aggiriamo impotenti e prigionieri come belve in gabbia, bensì è magnificenza di paesaggi aperti e orizzonti lontani dai quali ci aspettiamo che verranno, prima o poi, le orde barbariche che daranno senso alle nostre azioni e giustificheranno gli assetti sociali e politici e militari degli imperi e quelli segreti e nascosti delle anime nostre.

 

La bellezza del film e dell’allegoria a cui dà forma sta nell’elegante mostrare che ad ogni ordine sociale o personale che abbiamo costruito corrisponde un disordine latente e potenziale che saremo costretti a contrastare. Estote parati.

Tutti sappiamo – fin dall’infanzia e dall’adolescenza in cui facciamo le scelte della vita adulta – che esiste un Nemico potenziale contro il quale opponiamo la forza e la granitica certezza di una vittoria militare per le virtù di un potente apparato e di rituali antichi che tengono vive le coscienze del come siamo e perchè siamo a quel modo e in cosa crediamo che valga la pena di una battaglia e di una guerra che affronteremo e vinceremo.

Abbiamo una Disciplina e un Regolamento a cui dobbiamo attenerci e Ordini che vengono dallo Stato Maggiore ai quali dobbiamo obbedienza. Perchè tutto si tiene: l’alto e il basso, l’Imperatore e il Comandante militare, gli ufficiali e i soldati e il maneggiare la spada e l’oliare i cannoni e i fucili per mantenerli in efficienza e lo strigliare i cavalli e tenere in ordine le divise perchè all’Ordine necessario e che dà un senso alle vite appartiene anche l’Eleganza di una forma.

E la vita e la morte di ognuno – ufficiale o soldato che sia – segue quegli antichi binari rassicuranti dai quali non si può uscire pena il deragliamento, il collasso delle menti e di un ordine sociale che è fragile e ha bisogno di rituali che si perpetuano nel tempo tramite nostro e di norme sicure a cui obbediremo.

Il Nemico è sempre alle porte e ci si mostra per vaghe luci lontane e ombre inquietanti e presagi e simboli (il cavallo bianco) dei quali dobbiamo tenere giusto conto. Ma dobbiamo anche temere i vaneggiamenti, le interpretazioni sbagliate. Un solitario cavallo bianco che trascorre sotto i nostri occhi allibiti non equivale l’avvistamento di una colonna in marcia lungo l’orizzonte.

Bisogna saper interpretare i segni e i simboli, non si può lanciare allarmi ingiustificati e mobilitare l’intero battaglione su una nostra idea sbagliata, un vaneggiamento, una segreta speranza.

E Occidente e Oriente, Nord e Sud non sono solo coordinate geografiche buone per l’orientamento e il saper rintracciare la via di casa, bensì Frontiere Culturali lungo le quali ci giochiamo l’identità sociale e il senso dell’esistere al modo degli avi e del presente nostro di eredi.

 

La fortezza di Bastiano dove è stato comandato il sotto tenente Drogo alla sua prima nomina è un monastero e i soldati sono monaci silenziosi ma non meno mistici e gli ufficiali sono gentiluomini che rispondono con precisione e fede ai rituali dell’eleganza del vestire e dell’ ‘officiare’ i riti consolidati di quella vita di volontaria segregazione.

Nel vuoto dell’attesa di un nemico fantasmatico, di un Godot terrestre, si dànno purtuttavia le azioni forti e significative della vita militar-monastica: si va e torna dal presidio avanzato, si tira di spada tra ufficiali, ci si fronteggia e ci si scontra sull’interpretazione più o meno rigida del Regolamento da cui dipendono le vite di ognuno e chi sgarra e assume iniziative personali muore perchè siamo nel Branco fin dalle lontane origini e il Branco si fece Urbe e l’Urbe organizzò i manipoli militari per la sua difesa e poi gli eserciti che conquistarono gli Imperi e oggi ne difendono i confini.

 

Ma di vane attese si può morire e si muore e la malattia misteriosa e allegorica che colpisce alcuni ufficiali e stroncherà il protagonista è malattia dell’anima prima dei corpi. Malattia è il contemplare la propria vita che non si traduce in azione, bensì resta attesa irresolta e quando finalmente il Nemico si rivela e richiede la nostra presenza sugli spalti e tutta la bella sapienza militare che abbiamo imparato e perfezionato è troppo tardi e chiudiamo gli occhi sul Nulla che ci ha torturato e annichilito.

 

Già lo scriveva Kavafis in una sua magistrale poesia: ‘Aspettando i barbari’: dopo tanto vano aspettare, la notizia che i barbari non arriveranno più ci affloscia ed uccide.

Quei barbari erano una soluzione, dopotutto, e senza più un Nemico da fronteggiare ci spegniamo a poco a poco e gli occhi fissano il vuoto perchè abbiamo il vuoto dentro.

ritratti

 

Io sono ciò che manca

dal mondo in cui vivo,

colui che tra tutti

non incontrerò mai.

Ruotando su me stesso ora coincido

con ciò che mi è sottratto.

Io sono la mia eclissi

la contumacia e la malinconia

l’oggetto geometrico

di cui per sempre dovrò fare a meno.

 

valerio magrelli  ‘ora serrata retinae’

la risposta è la storia

 

Chiedetevi perchè quel tale che vi sfila sotto gli occhi va in giro a quel modo e muove il braccio sinistro in quel suo particolarissimo modo buffo. La risposta è la storia.

Dovremmo farci più spesso le domande che aprono la mente alle storie non tanto perchè così ci illudiamo di poter/saper scrivere le storie, le infinite storie nostre e del nostro prossimo, quanto perchè ci appariranno plausibili, riconducibili a un ‘ordine’, una ‘logica’ – se ancora riteniamo che ci serva una logica per capire il mondo.

Perchè ci sono scrittori che prediligono una narrazione caotica, in linea collo svolgersi dei fatti e degli eventi della cronaca e non si preoccupano di ordinarli perchè l’ordine è succube del caos e ognora trionfa – ad onta e beffa di coloro che hanno un’interno bisogno di sapere che un’Entità suprema esiste ed è ordinatrice delle vite e della morte, di là della quale tutto tornerà Luce e paradisiaca Armonia.

 

A questi ultimi sconsiglio di andarsi a vedere ‘Questioni di cuore’ – il bellissimo film di Francesca Archibugi ancora per pochi giorni nelle sale – perchè il caso descritto in quelle vite che si rappresentano li disturberà e spaventerà.

Ma, se si facessero violenza, potrebbero vedere e ascoltare uno strepitoso Antonio Albanese che interpreta uno sceneggiatore stralunato e in crisi – che prima o poi tornerà a scrivere perchè uno che si fa continuamente domande non può non ri-provarsi a scrivere, prima o poi.

E vedrebbero un Kim Rossi Stuart allampanato, magrissimo e dolente che interpreta magistralmente un moderno Cristo condannato a una sua moderna croce: a una prossima perdita e definitiva di tutto quanto ha amato e guarda con occhi ormai distaccati la moglie e i figli che gli piacerebbe consegnare all’amico di sventura – lo sceneggiatore stralunato – perchè li ami e ne abbia cura in sua vece.

 

Si piange, guardando quel film, e si ride perchè pianto e riso e vita e morte si tengono per mano e sono il ballo sciocco del nostro esistere, ma il senso delle cose non ci sfugge, a noi spettatori partecipi, e il dolore della perdita ci scava nell’anima una sua trincea e vi si annida e punta una micidiale mitragliatrice contro tutto ciò che lo aggredisce perchè anche il dolore – come un cancro – è cosa viva e pretende di vivere, di affermarsi vivo e durare in vita il più a lungo possibile.

 

E vi farà innamorare il viso bellissimo e dolente della moglie (Micaela Ramazzotti) del carrozziere semplice e ingenuo perfino nel suo dirsi ‘evasore’ (e incappa in un controllo della Finanza, – caso strano e meritorio della patente di un nuovo ‘realismo’ cinematografico in tempi berlusconiani); vi farà ridere e piangere il suo straziante picchiare il marito già vocato alla morte e minacciarlo di ‘farti un culo così se mi lasci sola’.

 

E vi innamorerete dei tocchi di sapienza registica della Archibugi, dei continui cambiamenti di fronte della sua storia sapientemente sceneggiata e se il finale è ‘aperto’ e ancora ci indica la costanza del dolore di vivere poco male.

Non lo sono, forse, anche le nostre vite?

gente da forum (tre)

 

Ma quanti bei forum, madama Dorè! A Ginevra va in scena il Durban-due – famoso il primo perchè qualcuno dei presenti di allora mandò a dire alla stampa tutta e alle televisioni che ‘Israele è razzista’. Magari anche un po’ schiavista, chissà.

Sparare grosso è la specialità della nostra epoca e del tempo presente, ma, per nostra fortuna, la maggior parte dei botti è a salve e non c’è un principe in visita a Sarajevo che viene assassinato e un sovrano a Vienna che prende spunto da quel lutto per scatenare una guerra (la Prima) cui seguì la Seconda di lì a pochi anni.

E’ vero che a volte la parole sono pietre, ma è anche vero che a volte scoppiano come petardi prima di arrivare a destino e diventano ‘esorcistiche’ di mali peggiori. Perciò, cari miei, ditevene di cotte e di crude; tanto la realtà delle cose non cambierà di un palmo.

Vale anche per le vostre piccole liti quotidiane nei forum su internet e tra parenti e ‘amici’ e ‘fratelli’ (grandi) che tanto seguito hanno in televisione di stupidità irrancidita e urla e sceneggiate delle più turpi.

 

Molti anni fa, in visita in Marocco, un indigeno mi ronzò attorno per un bel po’ e invano cercai di togliermelo di dosso. Lo blandii, gli dissi che non avevo bisogno di nessuna guida e nessuna informazione. Niente, peggio delle mosche. Alla fine mi stufai e lo mandai a quel paese e minacciai di denunciare la cosa alla polizia turistica e ne ebbi in cambio la frustata verbale di un ‘raciste’.

Gli risposi con un irato ‘imbecile’ e la cosa si chiuse lì – per dire come, a volte, si confonda il razzismo con l’imbecillità di chi lo legge nei posti e nelle situazioni più varie e diverse.

 

E’, piuttosto, una questione di ‘stare al proprio posto’: cosa quanto mai difficile e poco partecipata – di questi tempi di barconi stracolmi di gente che al proprio posto non vuole proprio stare e naviga con ogni tempo in mezzo ai marosi alla ricerca di coste nuove. Piccoli Enea ognora crescono e vanno per mare a fondare nuove colonie e mille Virgilio postmoderni sui giornali ci raccontano le loro peripezie in tempo reale.

 

Vero è che non possiamo farci carico di tutto il disordine che si manifesta attorno a noi.

Le ferree leggi dell’entropia ci perseguitano e tentiamo invano di ‘mettere ordine’.

Perfino a casa nostra vi sono angoli ‘entropici’ che da anni ci proponiamo di bonificare e perfino nel nostro animo migliaia di particelle quantistiche vagano impazzite e si appiccicano ai neuroni e ci condizionano i sogni e i risvegli.

Rassegnamoci.

Ci sarà sempre qualcuno che ci sibilerà contro un ‘razzisti’ – per quanto neanche lui sappia bene che vuol dire esattamente e se esista un rimedio o un esempio positivo nella storia trascorsa utilizzabile anche nella presente e viva.

Tuttavia si parla e si discute e mille forum fioriscono di ogni ordine e grado.

Parlatene, gente, discutetene. Qualchecosa cambierà, prima o poi.