Archivio mensile:marzo 2009

vivere è di gran lunga più difficile

 

Bella gente. Un sacco di bella gente in uno spazio espositivo di poco più di quindici metri quadrati e la pioggia di marzo che va, che batte insistente, che allaga, ma è più forte il richiamo dell’arte e delle persone amiche che all’artista decidono di rinnovare la stima, la considerazione, i complimenti per quel talento straordinario che è il dire per immagini, figure, decorativismi che a interrogarli in silenzio non dicono, non parlano e hai bisogno dello stregone-critico d’arte per aggirare l’ostacolo e cominciare a capire.

Batte la pioggia di primavera cha assomiglia sempre più ai monsoni e il critico-sacerdote offizia il rito, dice delle sfumature che l’artista sa intendere in un mondo che invece procede per opposizioni: bianco e nero, luce e buio, figura astratta o realismo.

Lo ascoltiamo attenti e a me piacerebbe interloquire, interromperlo, chiedere lumi su quella frase piuttosto che sulla successiva, ma non si può fare, creeresti imbarazzi, non è una lezione, è una celebrazione; tuttavia la curiosità di sapere da cosa nasce cosa è forte e quando si avviano le mascelle e si piluccano i salatini e si sorseggia il prosecco e si addenta la porchetta azzardo la domanda fatale all’autrice:

‘Ma come ti nasce il gesto creativo dopo il caffè della mattina, quali pensieri lo sorreggono, quali segni prediligi che si consolideranno sulla tela e interagiscono col foglio dell’oro e coll’arancio della crosta di pittura ad olio e col rosso mattone e tutti insieme daranno vita a quella figura e non a un’altra?’

La domanda la sorprende, la imbarazza, forse: non sempre e non in tutti le parole corrispondono alla capacità di dire, rappresentare, dare forma. Non per tutti sono le parole il tramite di una comunicazione. C’è una comunicazione non verbale alla quale io sono muto, che mi stupisce e mi affascina, ma che non saprei fare mia, non è un mio talento e per questo mi sforzo di intenderlo, penetrarlo, illuminarlo di una luce che, invece, so usare: la scrittura, il verbo.

In principio era il Verbo? Forse no. Forse in principio era la Figura. Dio crea la Figura umana prima di alitare e dire il Verbo che proibisce e sanziona il Male e lo oppone al Bene. E il serpente del Male era una figura allegorica così come la mela che offriva alla svenevole Eva della leggenda delle origini.

Però siamo flessibili e abili noi esseri umani, i più flessibili e i più abili sulla crosta del pianeta: lo dice l’abilità che abbiamo di dare (dire la) forma (del) al mondo.

Siamo capaci di infiorare/infiocchettare le cose che ci accadono e che creiamo e siamo capaci di mentire e tuttavia di raccapezzarci. Il mondo mentale mente monumentalmente, scriveva Prèvert e tuttavia scriveva e usava della sua mente e ci si raccapezzava e le sue poesie illudono e affascinano così come questi quadri accattivanti per i colori e le forme che ci arrivano per le vie traverse dei millenni dalle magie dei progenitori preistorici che esorcizzavano le loro angosce non dette sulle pareti delle caverne alla luce delle torce e del fuoco dei bivacchi.

C’è la vita e c’è la morte nel linguaggio dell’arte e c’è la quotidianità delle cose che ci affannano ed opprimono e forse non è un caso che, avviandomi verso casa, la persona che mi accompagna mi parli della morte che dà segnali di prossimità.

I telegiornali ne sono pieni, di morte, e così le nostre paure per un indagine medica prossima ventura, per il testamento biologico che faremo o non faremo perchè preferiamo incrociare le dita e lasciar correre.

‘ In questa vita non è difficile morire; ‘, scriveva Majakovsky, ‘ vivere è, di gran lunga, più difficile.’

Di certo il poeta russo non sapeva che qualche decennio più tardi sarebbe morto il comunismo e al suo posto sarebbe arrivato l’accanimento terapeutico e le flebo della nutrizione/idratazione assistita e le altre spaventose ‘meraviglie’ della scienza e della tecnica di cui si sarebbe impadronita una religione a corto di ‘verità rivelate’ e di dei provvidenti.

il lampo di uno sguardo

 

Di tutti i particolari del suo corpo quello era il più particolare. Sappiamo bene come di una persona cogliamo lo sguardo, ma quale sguardo? Lo sguardo di stupore, quello dell’ira che vorrebbe incenerire, quello della dolcezza che persuade, del desiderio lasciato trasparire, della gioia incontenibile e del dolore segreto, inutilmente nascosto e negletto?

E lo sguardo non si sostanzia di cento movimenti diversi, di molti muscoletti che alzano le sopracciglia, le sollevano appena, le aggrottano, inducendo lampi interni alle pupille? E gli zigomi che supportano le guancie e i loro volumi sempre mutevoli nei visi capaci di dire le emozioni, – ma quale viso è così inespressivo al punto dell’immobilità e del mutismo e dell’incomunicabilità?

 

Ebbene, di lei il particolare che più mi attraeva era quella doppia riga a lato di un solo occhio, il destro, che le allargava lo sguardo, lo lanciava oltre il viso stesso allargando l’orizzonte a ciò che le stava intorno: lei centro e motore di tutto, deus ex machina capace di far ruotare la scena intorno al suo sorriso o al preoccupante incupirsi dello sguardo perchè cupo si faceva lo sfondo del pari e più oscura la luce delle altre persone che l’accompagnavano e le erano strascico.

 

La incontravo ogni mattina per le ragioni della mia professione e ci salutavamo, col rispetto dovuto al collega anziano lei, io catturato fin dalla sua prima apparizione da quel viso straordinariamente luminoso, da quella carezza dello sguardo che, ahimè, non mi apparteneva, non ero solo io a cogliere a quel modo, ma ogni uomo che transitasse nei paraggi e girava il viso – alcuni ostentamente, volgarmente, subito freddati dal lampo del suo sguardo gelido.

 

Non credo di averle mai detto parola alcuna, sorrisi appena accennati, forse, che mi uscivano da un luogo segreto della mente violando la consegna del mutismo espressivo che mi connota, la severità degli atteggiamenti e del viso per cui andavo famoso. ‘Cerbero’ mi dicevano e fu lo sola volta che carpii il segreto degli appellativi e dei soprannomi aziendali passando accanto alla mia segretaria non visto mentre chiacchierava con un collega – e le si gelarono le parole in bocca quando la oltrepassai.

 

Presi l’abitudine di fermarmi in portineria il tempo necessario pe vederla passare: elegante sempre, un’eleganza senza tempo qual’è quella delle donne in bianco e nero dei films degli anni cinquanta aggiornata ai tempi nostri.

 

Un breve saluto, un sorriso ed era tutto; il resto erano filamenti di pensiero lungo la giornata, strane sensazioni fastidiose che scacciavo dalla mente concentrandomi sulle mie attività di sempre. Non sono mai stato uomo avvezzo a coltivare i pensieri molesti delle attrazioni e delle fatue apparenze.

Era il particolare dello sguardo, mi ripetevo, erano quelle due piccole rughe che il sorriso evidenziava che mi attraevano, un po’ come di un quadro, un ritratto di donna, noti la particolare forma delle labbra che accennano a un sorriso e gli occhi, magari, fermi a negarlo, annegati in un’orizzonte lontano, in una nebbia interiore che sospende il mondo in quell’incertezza, in quella dubbia interpretazione di senso- com’è della Gioconda di Leonardo.

 

Fino a quella mattina che, rispondendo al saluto, mi girai a guardarla come folgorato. Che c’era di nuovo e diverso nel suo viso? Mi fissava stupita del mio stupore attonito, interrogativa. ‘Mi scusi.’ le dissi in fretta, turbato, girandomi e camminando confuso verso le scale.

Che c’era di nuovo in quel viso? continuavo a chiedermi, martellando i passi piano dopo piano.

Le rughe!! Erano scomparsi quei due segni allato dell’occhio destro che avevamo impercettibilmente cambiato le mie abitudini e influenzato il corso di molti miei pensieri.

Non c’erano più, ne ero certo. Come poteva darsi? Come può una persona cancellare un segno del tempo sul viso come si cancella un tratto di matita su un foglio? Ma la domanda che usciva da una mia segreta rabbia era: ‘Perchè?’ Perchè l’aveva fatto?

Era come se un pezzo della mia vita recente si fosse d’un botto afflosciato, come si afflosciano certe nostre segrete speranze, d’un tratto, che diciamo vane e la vita si abbuia. Perchè? Due segni su un viso possono dire il mondo, possono contenerlo.

Tutta la luce del mondo sta in un occhio.

 

 

episodi poco significativi

 

Pochi episodi, certo non significativi di una tendenza. Il direttore di una fabbrica sequestrato in ufficio per protesta contro i licenziamenti. Dimostrazioni davanti alle case notorie dei ricchi managers e/o banchieri per dire loro la vergogna che gli manca e rimproverare ‘more revolutio’ la nessuna considerazione per le ragioni sacrosante delle vittime dei mutui subprime o dei bond e altri titoli tossici che si sono mangiati il risparmio delle famiglie.

Poca cosa per dirla una tendenza, una presa di coscienza pre-rivoluzionaria e la crisi che dà segnali di remissione spegnerà sul nascere queste manifestazioni di ‘moralità pubblica’ che affiora insicura di sè, delle sue buonissime ragioni.

Peccato. Che le cose abbiano in sè i loro correttivi è cosa che sappiamo da sempre e i correttivi della cattiva politica sono le elezioni che bocciano i governi e i correttivi delle crisi di sistema e delle loro spaventose abberrazioni dovrebbero essere i moti rivoluzionari, le piazze in rivolta e se non le picche e i capestri almeno gli arresti domiciliari in attesa di processo per i cialtroni e i figli di buonissima donna che si sono riempiti le tasche di bonus e stipendi assassini e hanno lasciato le aziende in bancarotta, le banche vuote di denaro e di fiducia dei correntisti/risparmiatori truffati e beffati.

Tant’è. Così va il mondo da sempre.

Chi sta in alto non è come chi sta in basso, non ha uguale destino, non segue uguali traiettorie.

Le stelle, nel senso di stars della finanza malata e ladra, stanno sempre a guardare e, forse, a ridere della processione dei neo miserabili in basso per le strade.

Sono vincenti da sempre, le stars, e, per un breve momento di penitenza subita da qualcuno di loro, seguirà presto una rinnovata ascesa.

L’uguaglianza e la fraternità non abitano i loro universi.

Quelle due cose antiche e antistoriche stanno in basso: hanno basso commercio tra gli umani che tirano a campare ( e, presto, in Italia, dovranno perfino ‘tirare a morire’ al modo che i ‘pietosi’ membri del ku klax klan vaticano hanno deciso che sia legge dello stato per interposto ‘partito delle libertà’ – tu vedi il sarcasmo del nome).

 

la vita che non è nostra

 

Conforta il sapere che la tua vita non è la vita tua. Che quando ti alzi la mattina e fai le semplici cose della giornata qualcun altro le fa al tuo posto e se ti sogni di redigere un testamento biologico in questo paese non ti filerà nessuno e i buoni e bravi padri putativi in camice bianco con su stampato l’occhio di dio ti alimenteranno sogni malati e prigionie mediche nelle quali annegherai senza rimedio come i condannati nelle segrete medievali della torre di Londra.

 

Questo è il contorno dei nostri giorni di cittadini di questa repubblica, l’orizzonte di riferimento delle nostre vite nella loro fase terminale e l’augurio è che non tocchi a te o a chi ti è caro di vivere il calvario che è stato di Beppino Englaro e di sua figlia Eluana perchè un’altra volta ti stronca. Stronca le coscienze laiche il sapere che la tua vita la devi decidere di soppiatto, andare all’estero, così sottraendoti alle ‘pietose’ cure dell’assistenza forzata, dell’alimentazione coatta: tubi e sonde ficcate in gola e infisse nel braccio le flebo a onore e gloria di un oscuro Iddio regalatoci dai nostri pietosissimi ‘fratelli in Cristo’ – che fino all’altro ieri neanche sapevano che si potesse ‘tirare a morire’ in questo modo vigliacco e impietoso perchè la medicina non ci era arrivata a quello stadio di empietà e avvitamento tecnologico intorno alle sue avvilenti scoperte e applicazioni da apprendisti stregoni.

 

Non sono le torture dell’Inquisizione, è vero, ma chi può dire quale tormento sia quella sospensione di vita, quell’aggirarsi nelle nebbie di una sopravvivenza vegetale che dice il buio della morte ambìto riposo: giusto, necessario e liberatorio sogno di un altrove privo delle miserie delle ‘verità rivelate’ dai monsignori?

 

L’augurio è che il Fato ci sia pietoso e ci sottragga a questa rete tesa sotto alle nostre vite e che ci farà galleggiare come pesci sospesi in una non-vita-non-morte come quelli chiusi negli allevamenti a pochi metri da riva che sono alimentati da chili e chili di antibiotici ed è, invece, il mare aperto il loro/nostro sogno, l’orizzonte di riferimento: il luogo che abbiamo amato ed amiamo – con tutti i rischi connessi che diciamo ‘vita’ e la vogliamo degna di essere vissuta.

dovrebbe fare ridere

 

Dovrebbe fare ridere. I banchieri con cifre mensili a cinque zeri che protestano per la tassa che verrà, che toglierà loro il novanta per cento dei cosidetti bonus (solo in America). Dicono che così si ammazza la finanza e forse non sarebbe un male che la finanza – quella che hanno gestito loro fino ad oggi ed ha causato il crack finanziario mondiale – finisse davvero: la finanza dei bond spazzatura, degli interessi nulli e dei capitali dei risparmiatori che si dimezzano mentre lo loro tasche sono sempre più piene, le loro maserati sempre più odiosamente esibite e gli appartamenti e le ville doppie e triple mentre vanno all’asta le case ipotecate dei poveri cristi che non ce la fanno a reggere i mutui impazziti.

Davvero viviamo tempi strani nei quali i cialtroni manifesti, i ladri di fiducia hanno eco sulla stampa e stanno ai vertici delle istituzioni bancarie e di governo e arraffano quanto più possono e noi tutti nelle nostre case e strade e piazze ad ascoltare con serenità democratica che lorsignori ‘protestano’ e hanno la faccia tosta di ritenere che la loro scomparsa farebbe più danni di quanti ne hanno già fatti le loro scelte di ladri di pubblica fiducia fin qui.

Ma i capestri, le ghigliottine, le picche dei proletari e dei contadini che aprivano le porte della Bastiglia non hanno avuto una funzione storica salutare, vivicatrice nei secoli a venire?

Basterebbe che almeno fosse tolto il microfono dalle bocche fetide di quei figli di buonadonna, che ci fosse la decenza di stendere un velo pietoso sul malaffare di coloro che si pretendono insostitubili e la loro finanza sempre uguale: sempre capace di arraffare soldi e fiducia agli illusi dal denaro facile di sempre: gli allocchi che seguono i pifferai colle loro stolide melodie e si ritrovano colle tasche vuote di fronte al futuro.

l’ambasciator che porta pena

 

La forza della sessualità che tutto illumina e tutto oscura del nostro vivere e delle emozioni che la riscaldano è travolgente. E’ una luce che abbuia, un buio accecante e se rotoliamo verso il futuro senza freni e limiti è grazie ad essa e al comandamento che la segue come un’ombra e un’antica condanna: ‘Andate e moltiplicatevi’.

Andare dove. Moltiplicarsi perchè.

 

Poi c’è la miseria del mondo che acceca e le copule dei miseri sono straordinariamente prolifiche e per quanti ne muoiono di malattie e di ataviche fami, milioni ne rinascono e afferrano il testimone dell’umanità fragile e corrono la loro brevissima corsa con un entusiasmo che alcuni pensatori dicono ‘degno di miglior causa’. L’India degli slums, gli assolati villaggi africani pieni di mosche e silenzio e madri avvilite sono fantasie metafisiche di una vita che sempre ‘rinasce dalle sue ceneri’ e non è araba e non è fenice e non sa involarsi verso le stelle alle quali la diciamo vocata.

 

E’ il caso dell’Africa del colonialismo assassino – che vi ha esportato guerre e schiavismi e pretese superiorità di razze e credi religiosi – e oggi questo bianco-pastore che se ne va correndo nel suo trono semovente per le strade dell’Africa ci fa venire in mente altre corse, altre razzie dell’Occidente e l’eredità assassina della povertà endemica e le prediche inutili sulla moralità che dovrebbe informare il comportamento di tutti quegli uomini neri e la loro sessualità travolgente che nessun preservativo imbriglierebbe e men che meno i messaggi di una castità del corpo che si vuole ‘tempio dello spirito santo’ come ci predicavano da piccoli.

 

Hanno ragione gli infettivologi a dire che le parole al vento di un astratto spirito dette da ‘sua santità’ sono parole vane e fanno male perchè non hanno il potere di incidere su quelle vite, non risuonano dentro le capanne dove si consumano gli ansimi delle copule e nascono i cuccioli neri destinati alla fame e alla malattia.

L’Africa brucia nel suo caos di miseria e di nessuna assistenza sanitaria degli stati che non se la possono permettere perchè troppo impegnati in guerre intestine e colpi di stato e corruzione endemica. Che senso ha parlare di spiritualità e prevenzione delle malattie in un tale contesto, che senso ha pensare di ordinare il caos di quelle vite che rotolano verso il futuro come una lava ardente che scivola verso valle tutto annichilendo al suo passaggio?

L’Occidente ha esportato i demoni del suo caos in quel continente selvatico e oggi tenta invano di ordinarlo e i suoi sacri ambasciatori portano pena, fanno letteralmente pena per le insensatezze che riescono a pronunciare, per le teologie asfittiche e non provvidenti che si ostinano a esportare.

Don’t lose it !!!

CASA Se passa la nuova legge nel paese del fai da te

Le leggi, i decreti legge, in un paesea regime populista come il nostro sono una fedele immagine dell’ idea che i governanti hanno dei cittadini, ma anche, purtroppo, dell’ idea che i cittadini hanno di sé stessi. La promessa legge sulla casa racconta un’ Italia di abitanti del sotterfugio, un paesaggio di verandine e cantinette, di superfetazioni e solai sempre pronti a trasformarsi nella cameretta per i figlioli con lo stiracalzoni reguitti e la collezione di lattine di birra vuote. È una popolazione in perenne competizione con gli odiati vicini alla cui faccia si può aprire una finestra abusiva, sopraelevare un terrazzo, rubare aria, vista e metri cubi. Infatti la cosa più singolare della legge in cantiere è che solleverà una marea di contenziosi tra vicini, perché il fatidico 30% di cubatura in più sarà sì certificato dal geometra o dal giovane architetto disoccupato, ma non certo dal dirimpettaio. È una legge fatta per incrementare il lavoro degli avvocati. Non per dare una spinta al settore edilizio. L’ Italia si trova ad avere una enorme quantità di edifici mal costruiti da dopo la guerra ad oggi con materiali scadenti, una totale disconoscenza dell’ economia energetica, una disastrosa collocazione: le periferie nate come una escrescenza mostruosa di un’ idea della vita e della città mutuata dalla divisione tra sonno, lavoro, consumo ed una condanna della meravigliosa realtà dei nostri centri storici. Il nord soprattutto ha scelto la strada della metropoli diffusa senza nessuna qualità urbana e senza nessuna coscienza di quanto si può guadagnare e risparmiare se si costruisce meglio e con una idea di comunità. Lo scandalo di questa legge non consiste solo nella promessa di cementificazione, ma nel fatto che è una occasione perduta per dare lavoro e respiro all’ unico vero settore che “tira” in Italia, le trentamila piccole imprese che si sono lanciate sulla strada della efficienza energetica grazie ad un decreto Bersani che qualche anno fa diede agevolazioni fino al 55% a chi si riconvertiva nell’ immobiliare ad alta efficienza climatica. Oggi in Italia c’ è bisogno di demolire molto e di ricostruire con materiali e tecniche innovative. La provincia di Bolzano lo ha capito e offre un “premio” di 3, 5 di cubatura % in più (non trenta!) a chi si fa una casa che rientri nelle alte graduatorie di efficienza energetica. Oggi il consumo energetico del nostro patrimonio immobiliare incide per il 40% dell’ energia consumata in un anno nel paese. Perfino la nuclearista Francia a cui facciamo il favore di comprare una tecnologia datata, oggi ha provveduto ad avere il 23% dell’ energia prodotta da vento, sole, fotovoltaico. Noi arriviamo appena sopra le decine. Obama ha investito 70 miliardi di dollari per la formazione di tecnici che controllino l’ efficienza energetica delle nuove costruzioni. Da noi nemmeno una vaga idea nella formazione dei progettisti della importanza di questa competenza. I nostri architetti che si strappano le vesti contro questa legge qualche mese fa – su questo giornale – sostenevano che ci vogliono 3 milioni di nuovi vani per dare respiro all’ edilizia. Da noi l’ idea è che l’ Italietta è fatta di scappatoie costruite da imprese più o meno legalie di fondo tutto l’ immobiliare puzza di inciucio, laddove in altri paesi come la Spagna non si fanno progetti se non in una stretta trasparente collaborazione tra pubblico e privato, tra comuni, banche e real estate, i famosi project financing che qui sono solo serviti alle mangiatoie autostradali e lì hanno creato un sistema di “paradores”, una fruizione del patrimonio monumentale e dell’ ospitalità turistica correlata con soldi privati e controllo pubblico che ha dato frutti economici magnifici. Il problema è che il nostro paese è all’ avanguardia solo nell’ idea di cortile e di interesse privato e preferisce distruggere la propria ricchezza urbana e paesaggistica in nome di una logica di agenzia immobiliare: pochi, maledetti e subito. Nessuna proiezione nemmeno in avanti di cinque, dieci anni. È l’ arraffa bavoso di chi dal governo ha creato delle xerox di sé in ogni padre di famiglia. Perfino in paesi molto più indietro economicamente come la Grecia la superficie di fotovoltaico e pannelli è una cifra tre o quattro volte superiore alla nostra, 3 milioni e mezzo di metri quadri. Greenpeace Italia ha spiegato come da noi ci siano state energie, inventiva, un tessuto di piccole imprese diffuse che aveva scoperto nella edilizia “efficiente” un polmone di innovazione. Ma non sono state aiutate dalla incoerenza delle leggi, dalla mancanza di coraggio dei governi e adesso l’ Italia è nel fanalino di coda di questo settore. Potremmo riprenderci perché comunque l’ intero immobiliare è in fermento e nuovi materiali, nuove soluzioni possono essere adottate, ma si tratta di concepire un pensiero, di avere un’ idea del tipo di città e di insediamenti che vogliamo. Gli architetti, come al solito stanno giocando a fare “i buoni” contro il governo cattivo e non sono come al solito capaci di un pensiero urbano innovativo. Il 30 per cento di cemento in più pesa sul nostro futuro perché da noi perfino l’ idea di demolire lo Zen di Palermo è considerata uno scandalo, laddove oggi uno dei settori più trainanti dell’ immobiliare è proprio quello delle demolizioni, ma razionali, energeticamente e ambientalmente controllate e con una idea di cosa farci di meglio. È probabile però che vinca il paesaggio populista, quello di una nuova Italia che ha bisogno di identificarsi nel balcone trasformato in verandina, e poi sublimato in stanza in più a gloria di futuri crolli sui vicini: peggio per loro! FRANCO LA CECLA

un po’ gli somigliamo

 

Un po’ gli somiglio. Non fumo, è ben vero, però ho la sua caratteristica di guardare in faccia le persone con quell’atteggiamento di criticità preconcetta che ha lui, di sfida: perchè il mondo degli uomini va in una direzione sbagliata e i figli e i nipoti fanno cose sbagliate e sono persone strane i cui comportamenti mi sono alieni.

Non ho fatto la guerra di Corea, d’accordo, però ho fatto il sessantotto e se a taluni potrà sembrare un parallelo poco appropriato e pertinente, faccio notare che sempre di guerra si è trattato: figli che ‘uccidevano’ i padri e l’autorità dei padri sviliti che si rifugiava in un rancore prolungato, (di maggioranze silenziose che avrebbero covato le loro vendette lungo i decenni fino a servirci sul piatto freddo un maledetto barabba di lotta e di governo) e quell’esplosione di libertà che ci sfuggiva di mano come i venti del mitico otre regalato da Eolo ai naviganti e gli slogans ‘è vietato vietare’ gridati gioiosamente, stolidamente, nelle vie e nelle piazze e nelle università, che non sapevamo bene quali implicazioni avrebbero avuto ma suonavano così bene all’epoca.

 

Poi ci siamo ritrovati adulti senza essere stati vaccinati e sono cominciati i dolorosi ‘nostra culpa’ e le riflessioni collettive e inutili sugli spiriti che avevamo evocato e non sapevamo più tenere sotto controllo e i ‘cattivi maestri’, parlando di ‘critica delle armi’, aprivano i portoni dottrinali ai ‘cattivi compagni’: quelli delle pistole e dei sequestri e delle gambizzazioni.

Una storia di guerre e di colpe, come leggete: la nostra ‘guerra di Corea’ europea e il ‘territorio nemico’ in cui avanzavamo armati solo di illusioni libertarie erano i tempi nuovi e mostruosi che si nascondevano dietro cespugli fitti, erano ombre minacciose nelle nebbie di pianura e i nessun valori nuovi che avevamo nella cintura ci costringevano a sparare a salve coi figli e coi nipoti e non avevamo esempi da proporre loro, nè valori di riferimento.

Una giungla, il futuro, e i cuccioli nostri allevati in quella giungla selvaggi come animali.

 

Ed eccoci qui: a guardare schifati questi musi gialli e musi neri della multietnicità postmoderna colle loro stu.pide gangs e i loro stu.pidi rituali di iniziazione che si fronteggiano nelle periferie urbane degradate e combattono le loro guerre di guerriglia urbane non più sorretti da ideologie libertarie e rivoluzionarie, bensì animate da un desiderio di farsi del male e farne, se possibile, al prossimo loro, ai poveri cristi che attraversano il loro territorio: i vari bronx delle diverse città che accolgono questi immigrati, questi naufraghi del mondo e li ghettizzano prima di elevarne un piccolissimo numero all’olimpo degli eletti: i college universitari, i campus da dove riemergeranno vestiti da M.L.King o da Obama primo presidente nero-meticcio.

 

Ecco: è il futuro lo scenario che fa da sfondo al bel film di Eastwood ‘Gran Torino’: il futuro delle periferie urbane dell’America (e oggi anche dell’Europa) colonizzate dai ‘risi lessi’ dei nuovi immigrati e l’arguzia dei dialoghi ci rammenta che quel popolo di nuovi arrivati è arrivato lì perchè fiancheggiava gli americani in Vietnam, ne era la ‘quinta colonna’, ma, persa la guerra, furono perseguitati dai comunisti al potere e chi potè emigrò e arrivò nell’America violenta di una pretesa libertà di sognare il sogno americano.

Lasciamo stare il finale del film: l’eroe che si riscatta e apre al futuro delle solidarietà e dei valori condivisi. L’importante è che ci (vi) faccia riflettere sulle vendette della storia e le sue beffe, com’è accaduto a me di fare.

perchè, cittadini?

 

Ho osservato attentamente il lavoro di un manager (prima pubblico poi fatto privato con un semplice cambio di denominazione societaria): riceveva e faceva telefonate, dettava lettere alla segretaria, si faceva fare diagrammi dei più vari dai suoi collaboratori nei diversi uffici; era la testa, insomma, il punto di snodo e forse di sintesi di un lavoro collettivo e, udite, udite, il suo costo, lo stipendio elargito più i ‘bonus’ e, a fine carriera, la liquidazione superava di gran lunga la somma degli stipendi dell’intero staff dei suoi collaboratori e segretarie che gli facevano corona.

Perchè?

Non vi era nulla del lavoro di quel desso che una persona con una discreta anzianità di ufficio, una discreta intelligenza e un tre mesi di corso intensivo pagato dall’azienda non potesse fare al suo posto e, da bravo sindacalista qual’ero, sapevo che quasi tutti lì dentro avrebbero ambito prendere il suo posto e si dicevano disposti a fare le cose che lui faceva per meno di metà della cifra che gli veniva corriposta.

Allora, qual’è l’occulta ragione per la quale si corrispondono stipendi assassini (per le casse dell’azienda e per il buon senso della cosa in sè) e si forniscono macchine da sogno aziendali e si prestano appartamenti che accarezzano le nuvole a ‘managers’ che in teoria dovrebbero far volare gli utili delle aziende e quasi sempre, invece, in tempi più o meno brevi, si risolvono in un costo aziendale altissimo e nessun utile aggiunto?

Quale teoria economica, quale pratica, comune evidenza del lavoro da eseguire, quale plausibile senso comune sorregge questa idiozia da capitalismo maturo, questo insulto ai conti dello stato e delle aziende che solo oggi, nella breve asfissia della crisi economica e finanziaria viene letto come tale e additato al giusto (ma non ancora giustamente rabbioso) ludibrio di chi il lavoro lo ha perso, fatica a trovarlo, se lo vede negare perchè donna, extracomunitario o perchè è ‘troppo vecchio’ o ‘troppo giovane’ e in odore di possibile, futura mamma?

Per molto meno nella storia degli uomini e delle nazioni si è ucciso, linciato, sono scoppiati i cosidettti ‘pogroms’ contro gli ebrei di nascita e di fede e in odore di ‘commercio col diavolo’ perchè benestanti e/o ricchi.

Sono scoppiate rivoluzioni sanguinose per il possesso della terra (lotta al latifondo) e per la nazionalizzazione delle ricchezze del suolo e dell’aria e ne sono scaturite teorie economiche e i governi di popoli e nazioni che hanno illuso milioni di persone sulla ‘svolta’ epocale dell’umanità nel suo divenire e cercare il bene comune.

Si è, cioè, lottato e si è morti per un ‘giusto’ rapporto tra ciò che è l’esigenza di vita di tutti e i privilegi di pochi o di un solo sotto la spinta della fame o l’urto di una guerra o di una crisi economica gravissima.

Malgrado tutto ciò, oggi, Obama fatica a trovare sponda giuridica nella sua giusta guerra contro gli stipendi e i bonus vergognosi elargiti da una società assicurativa che ha appena ricevuto fondi pubblici e i giornali di oggi ci illustrano gli stipendi assassini di una moltitudine di managers pubblici e privati che dissestano i conti delle banche, delle assicurazioni e delle aziende di stato. Perchè?

Perchè questa evidenza di sprechi e privilegi inutili e stupidi fatica a trovare sponda nel pubblico sdegno e nella rabbia – quando l’evidenza di una concatenazione, di un rapporto di causa-effetto mostra a tutti ciò che non va, che deve essere corretto? Perchè Brunetta e Tremonti hanno congelato gli effetti di una legge voluta dal governo Prodi che metteva un tetto piccolo-piccolo agli stipendi stupidamente grandi-grandi dei managers? Essere capitalisti di fede comporta necessariamente la condivisione dell’idiozia dello spreco e dello stupido privilegio?

Perchè tutto questo avviene, cittadini, e, come avviliti beoti, vi limitate ad assistere e mugugnare?

diapositive

 

Venezia era avvolta in una luce cruda, violenta per questi giorni di anticipata primavera, una luce che ne esaltava i colori tiepoleschi e coloriva di azzurro finanche gli sfilacci di nuvole residue che si liquefacevano a occidente sopra gli archi dismessi del Petrolchimico come peccatrici cacciate dal paradiso terrestre.

Ho attraversato la piazza (‘la piazza’ qui da noi è una sola, gli altri spazi ampi della città li diciamo ‘campi’) oscenamente fitta di popolo turistico del più vario, ma che non è riuscito a distogliermi dall’osservazione partecipata e commossa dei mosaici – esaltati nel loro splendore da quella luce assoluta, dispotica, che dava specialissimo risalto e gloria di definizione particolare ad ognuna della minuscole sculture che ornano gli archi e i sottoarchi della basilica.

La sindrome di Stendhal coglierebbe chiunque, posto di fronte a una tale visione di artistica magnificenza, se non fosse per quel popolo osceno formicante come anarchiche greggi per ogni dove davanti alla splendida mole luminosissima e per le sonorità atroci delle guide turistiche che, in tutte le lingue del mondo, hanno preso l’abitudine di amplificare i loro imparaticci concioni con microfoni ambulanti.

 

All’imbarcadero siamo tutti in attesa di un vaporetto in ritardo e il mio sguardo si sofferma sulle mani diafane e incredibilmente lunghe di una coppia di giovani sorelle tedesche rapite dagli sguardi di laguna e dai guizzi di colore diversi dell’onda per i diversi riflessi delle chiese e dei palazzi che vi si specchiano.

Dietro le lenti affumicate, certo di non essere scoperto, mi permetto di osservare i dettagli delle unghie rosicchiate e il biancore niveo della pelle e le labbra tumide dell’una e sottili dell’altra e in quell’osservazione, finalmente reciproca, una strana intimità si crea e abbozzi di sorrisi: rivelazioni di una comunanza, un comune sentire di chi questa città vive come apoteosi di bellezza paesistica e la condivide e ne fa partecipe chi gli sta vicino in silenzio: silenziosamente complici – come accade ai viaggiatori delle plaghe più remote del pianeta accomunati dall’avventura di attraversare un deserto, un lago salato, un confine non custodito di terre sconosciute.

 

Le statue ritte sulle facciate delle chiese stanno pericolosamente a picco sulle fondamenta e i campielli e hanno espressioni petrose, ieratiche, assorte e corpi corrosi e divorati dalla sacra passione di esistere e di essere monito di santità ai postmoderni visitatori che raramente alzano gli occhi al cielo per osservarne il dettaglio delle tuniche e le spalle ampie e le barbe contorte.

Ancora adolescente ne scrivevo:

 

Angeli e santi han fatto il nido

sopra a castelli nostri di nulla.

Non sappiamo la verità sotto ai cieli

nè pietà e giustizia.

Angeli e santi vanno e vengono:

uccelli indaffarati, indifferenti.

Non più invocanti nè invocati

ci sogguardano mesti, privi

di un qualche remoto iddio

che li giustifichi noi giustificando.

 

Angeli e santi, figure trapassate,

chiedono requie: stanchi di esistere

inutilmente: peroratori indefessi

di illusioni di salvezza presso nessuno.