Archivio mensile:dicembre 2008

abissi di senso

I fucili mitragliatori che sparano le note di dolcissimi canti natalizi (Blob su raitre di ieri) è prodotto tragico della nostra era, del nostro mondo televisivo – e niente è più reale se non ha eco di televisione che ce lo confermi.

Scene di orrore e di ingiuria che si aggiunge agli orrori dei morti e dei feriti e dei crolli e delle bombe, ma -nel suo ripetere gli eventi in modo dissonante e sarcastico-, è ‘propedeutico’: obbliga  a riflettere sul senso degli eventi: perchè accadono e se ci potrebbe essere un modo, un’idea, una pratica di vita e comportamento collettivo che evitino l’accadere delle guerre e delle rappresaglie.

Confesso di non provare simpatia per il mondo arabo, per il suo ‘stringersi a coorte’ culturale: gli iraniani che ‘solidarizzano’ coi palestinesi che ci azzeccano? Fossi un palestinese diffiderei quei malnati dal mettere becco e naso (e soldi agli eserciti del terrore e dei kamikaze) perchè ogni parola che esce dalle fogne della repubblica teocratica e dalla bocca di quel peto di satanasso che risponde al nome di Accamineggiad (versione italianizzata) è benzina sul fuoco dei conflitti e nuove fosse che si aprono per accogliere i morti palestinesi.

C’è bisogno di parole di pace e di uomini di pace e nelle teste di molti arabi (governanti e governati) ancora agiscono i neuroni stupidi delle guerre di religione: la Jihad, la guerra santa, santa una sega, qui e ora non c’è guerra di conquista che tenga, non ci sono imperi da fondare e conquistare, ma solo piccole enclaves da difendere colle unghie e coi denti dall’assalto dell’inciviltà di chi non sa dialogare e non lo vuole perchè i suoi sogni malati sono pieni di israeliani morti ammazzati.

Di accettare lo status quo di due popoli  che convivono malgrado e oltre le differenze culturali che li oppongono storicamente non se ne parla: eppure sarebbe la prova provata che l’intelligenza ci è stata data come dono divino e sappiamo usarla: uomini, esseri umani e non arabi di qua ed ebrei di là: solo uomini di pace che elaborano il progetto più difficile: convivere, usare al meglio le scarse risorse di un territorio già scarso per tutte quelle persone lì convenute e nate.

Come dire l’araba fenice. Che in Palestina non risorge mai dalle sue ceneri, ma ognora ne produce: colle bombe e i fucili che parlano e cantano i canti di natale e producono gli abissi di senso che menano ad altri, più profondi abissi.

le cose degli uomini – incipit

 

Le cose degli uomini

 

‘Diceva sempre che il tavolo della sala da pranzo gli sarebbe sopravissuto e sarebbe sopravissuto a me a ai miei figli, che le cose hanno un’emivita superiore a quella degli uomini, che uomini e cose fanno il tempo e le vite, ma che gli sarebbe piaciuto vivere in altri impasti di uomini e cose, altre vite, un’eternità di vite possibili… ‘

La giovane donna non finì la frase, come se la fonte interiore che la nutriva si fosse d’un tratto disseccata. Guardò in faccia la persona che le stava davanti come se la vedesse per la prima volta e le gettò le braccia al collo scoppiando in un pianto dirotto.

‘Grazie zia; grazie per essere venuta.’ le mormorò nell’orecchio.

La zia non si aspettava quell’abbraccio e per un breve momento restò interdetta, incerta se ricambiarlo, poi giunse le mani dietro la schiena della nipote che mai aveva conosciuto prima e l’attirò a sè, dondolandosi piano da un lato e dall’altro come a voler cullare il dolore così intenso della nipote – apparentemente incapace di trovar più largo argine e sponde dove espandersi e rallentare.

‘Dobbiamo seppellire tuo padre.’ disse a un certo punto, staccandosi piano dall’abbraccio della nipote. ‘E’ morto da due giorni e il caldo non tarderà a produrre i suoi effetti. Vieni con me.’

Si avviò verso l’uscita seguita dalla nipote, scese le scale e si diresse verso la capanna degli attrezzi. Insieme, con vanga e piccone, le due donne scavarono una fossa dietro la casa, dove la montagna insorgeva d’imperio con lente pendici boscose.

‘E’ questo il paesaggio che ha avuto sempre negli occhi negli ultimi mesi.’ disse la ragazza alla zia, mostrandole dove affacciava la stanza della malattia e della morte del padre.

‘L’ho trovato accasciato sul davanzale. Ha voluto morire con dentro gli occhi il bosco, la montagna, forse desiderava andarsene su per il bosco per non essere più ritrovato, lo ripeteva spesso, ma le forze non gli sono bastate’.

Insieme, zia e nipote, decisero che il morto doveva diventare quel paesaggio, esserne compreso fisicamente come un albero, una roccia, e decisero di non coprirlo con un sudario e di non evidenziare la fossa rinchiusa. Solo loro due avrebbero serbato il ricordo di quella sepoltura.

La ragazza e la zia raccolsero dei fiori tutt’intorno e li buttarono sopra al morto poi, con lente palate, lo ricoprirono e sopra alla terra smossa distribuirono foglie e rami e la segatura umida degli spilli secchi degli abeti….

il futuro della Pizia,dei maghi e dei ruffiani

 

Il buffo è che ci credono. Tutti quei poveretti/e che si iscrivono e/o rispondono alle chat con finalità di conoscenza e ‘sincera amicizia’ o ‘vero amore’ devono crederci davvero perchè son disposti perfino a pagare il servizio dei vari portali che li mettono in contatto – così consentendo che il fluido caldo delle comunicazioni interpersonali fluisca come il torrente ematico nei suoi interni alvei che ci dà ossigeno e vita.

Sarebbe rassicurante e consolatorio, se non fosse più complicato di quel che vogliono far apparire coloro che ci lucrano -come i maghi che ci predicono un futuro oscuro per definizione e non bastano le Sibille Cumane e gli Oracoli divini di Delfi a insegnare ai postmoderni ingenui che dal futuro caviamo solo il famigerato ragno perchè è un buco che riempiamo della sabbia del presente. Il Magno Alessandro prese la Pizia di Delfi per i capelli e la malmenò fino a farle uscire di bocca quel che voleva sentire: che Lui era il più Grande e neanche gli dei gli avrebbero potuto fargli impaccio nel delirio delle sue conquiste belliche.

Dovremmo imitare il Magno e prendere per i capelli maghi e ruffiani e pronubi internettiani e sbatterli contro il muro di casa fino a che ci diranno quel che già dovremmo sapere: che niente ci è regalato e i rapporti con il nostro prossimo li mediamo meglio ‘de visu’, – ben vedendo chi è chi e come parla e che voce ha e se puzza o si lava e sa cantare o suonare uno strumento e se ha lavoro o è precario a vita.

 

Una mia amica ha fatto da cavia, su mia insistenza, e si è prestata al gioco degli incontri e degli inviti e ne ha scritto un libro in attesa di pubblicazione e me ne è grata.

Naturalmente niente nomi come per i preti in confessionale, solo la narrazione delle attese vane ai tavoli di un noto bar della tal piazza nella tal città e le speranze avvilite e le calvizie precoci e le basse stature e le voci stridule e fesse, ma anche i rari, rarissimi casi di incontri fortunati che sfociano in un rapporto bello e solare (di cui è titolare quella mia amica, ad esempio, dopo aver sfogliato i petali delle molte margherite).

Come per i guaritori filippini o brasiliani che operano le cateratte con coltelli arrugginiti, l’importante è crederci. Se guarisci, quelli ne avranno una doppia fila in lista di attesa per il passaparola della magia; se crepi di tetano, alè, c’est la vie, quello era il tuo Destino.

 

Niente ti è regalato, dice il Vecchio di Chio, e tutto promana dagli occhi tuoi chiari che guardano il giorno nuovo e interagiscono col presente al meglio dei tuoi talenti. E se talento non c’è, beh, non facciamone un dramma. Anche l’essere spettatori di un bel film o lettori di un buon libro ha il suo bel giovamento e questo che osserviamo è il migliore dei mondi possibili finchè non si aprirà la visione su altri mondi.

Abbiatevi la mia benedizione, cari lettori, il futuro ricomincia ognora.

Fra qualche giorno è un anno nuovo che andrà dritto per la sua strada caotica di conflitti annunciati e ci ri-tormenterà con le notizie cattive e che ci spaventano, ma voi andate in pace come il Vecchio di Chio o fate come il Magno Alessandro. Vedi mai che funzioni.

il respiro quieto delle piccole cose

 

Il respiro quieto delle piccole cose si sospende quando un avvenimento speciale irrompe in una valle soleggiata e fa uscire gli uomini dalla chiesa dove si cantano i sacri salmi e la parola’ guerra’ li eccita e li fa fremere di uno strano ‘patriottismo’ come nelle danze tribali dei progenitori.

E’ la guerra l’antefatto del bel film trasmesso ieri su raidue: ‘Ritorno a cold mountain’; una guerra feroce, (in)civile, dove la difesa dei privilegi dell’economia schiavista dei sudisti veniva spacciata per tradizione degli avi – quasi elemento del paesaggio: coltivazioni di cotone e tabacco e le schiave nere che portavano in grembo i bastardi del padrone.

 

Una guerra sbagliata che ha spopolato la valli e le città fitte di vedove e di orfani, riempiendole poi di mutilati avviliti e rancorosi.

Anche questa è una pagina (poco conosciuta nei suoi dettagli, in verità, e più nelle atmosfere ed ‘epopee’ granghignolesche che ci vengono dai films hollywoodiani) dura da digerire del divenire collettivo e faticoso ‘farsi’ della nostra umanità.

 

Le guerre contengono orrori inenarrabili, crudeltà inimmaginabili e per fortuna che la letteratura e il cinema ce li ricordano perchè la tendenza di noi figli e nipoti dei sopravissuti ai macelli e agli stermini e ai pogroms e ai campi di concentramento e ai lagers è all’oblio – e una crisetta da niente che adombra i nostri giorni futuri la diciamo ‘crisi di sistema’ o ‘del ’29’ perchè abbiamo bisogno di fantasmi paurosi per dire le nostre angosce e paure odierne e non sappiamo più cosa fossero le economie di guerra e le lettere dal fronte e le attese straziate delle vedove che si vedevano recapitare con mesi di ritardo la missiva fatale dalla segreteria dello Stato Maggiore dell’Esercito patrio.

Caduto per l’onore patrio, eroe di guerra: una lapide e una croce a futura memoria, ma la vita da tirare coi denti per chi restava e aveva la sventura di aver partorito un figlio.

 

Ma ‘Ritorno a Cold mountain’ è anche una stupenda storia d’amore.

Di quell’amore che si nutre dei fiati dell’attesa e della speranza: che scavalca i mesi e gli anni e le vite che mutano irrimediabilmente e i sentimenti che sono come il muschio dei boschi: cambia colore e dissecca perchè è transitoria la storia nostra di uomini e donne e il Destino ci sovrasta e ognora attizza il dolore.

Eppure l’amore resta saldo nell’anima come una roccia che, dilavata della polvere e del limo delle stagioni del vivere, si mostra ancora lucida col pianto pluviale degli elementi celesti e il ritorno dell’eroe stanco di guerra – e che finalmente conosce l’amore e il piacere che sale dal ventre della sua donna e tutto l’avvolge – ci trascina nel vortice di un pianto segreto che dilava anche noi di dentro e ci dice fragili e feriti per l’amore che ci è stato negato o abbiamo a nostra volta negato.

 

Che maledetta storia di uomini e donne abbiamo scritto nei secoli! Storie di guerre sbagliate combattute con ferocia malgrado le cause scatenanti fossero palesemente ingiuste, sbagliate, stupide.

Storie di ferocia e orrori e belluinità di stupri – e vecchi, donne, bambini coinvolti nell’orrore dei fronti di guerra lontani. Un vento di passioni ci annichila e travolge e accomuna in un pianto universale e gli umori suoi gonfi di morte e sangue mi riportano alla mente il morire necessario e il prossimo soffrire che incombe nella mia vita e le altrui e ‘lentamente ci dice addio’.

natale cruciale,fatale

 

Natale fa male

 

 

Natale cruciale, fatale, ferale:

giorno presago di morte: croce, lancia

costato, grido, notte, tomba e ascesa

al cielo promessa. Natale fa male

pel sogno ad occhi aperti d’esser vivi,

sogno di re e pastori, sogno d’albori

fragili d’oriente su cui misuriamo

l’esistere e le stelle. Natale che vale

il silenzio, la pena, la ferita e il sale.

 

le sincopi e i black out

E’ così Vandalo. Nessun riconoscimento di leggittimità a governare all’intera tua parte politica perchè si è messa al servizio di un Tale che è sceso in politica per le note ragioni della salvezza delle sue televisioni e sua personale nel momento in cui ai suoi mandava a dire spaventato: ‘questi ci mettono sotto’. Questi erano i magistrati che avevano in mano le inchieste che lo riguardavano.

Con tali premesse di paura della legalità repubblicana ha dato vita al partito di plastica Forza Italia – nato da una costola di Publitalia con dell’Utri e assortita compagnia aziendale a far da specchio di democrazia interna al partito.

Che leggittimità vuoi riconoscere a un organismo di tal fatta? O ai partiti satelliti che si sono messi nell’orbita della stella nascente per pura compulsione verso il potere e la cadrega da ottenersi in parlamento e al governo?

Tutti come un sol uomo a ripetere per anni le giaculatorie vigliacche e fantasiose contro la ‘giustizia a orologeria’ e i ‘giudici comunisti’. 

Tutti a ripetere – senza provare vergogna per il miserabile asservimento politico e personale – gli slogans suggestivi e bugiardi confezionati dai ‘creativi’ di Publitalia che hanno fatto breccia nelle coscienze degli elettori creduloni e/o bendisposti per censo e interessi di portafoglio a tributare l’omaggio al nuovo Barabba di lotta e di governo che offriva loro copertura ‘democratica’.

Non c’è vera democrazia senza regole fondative che la mettono al riparo dai black out e dalle sincopi, caro Vandalo, e Berlusconi è stato la sincope di una democrazia zoppa per lo spaventoso intreccio di corrutele incrociate e non aveva una legge sul conflitto di interessi a sbarrargli la strada e non aveva leggi che impedissero a plurindagati che si rifiutavano di difendersi ‘nel processo’ e agli altri già condannati nelle aule di giustizia di presentarsi candidati alle elezioni.

Restava la speranza che il popolo – che non è santo per definizione – si rifiutasse di avallare lo scempio di una democrazia già monca e zoppa, ma così non è stato e al mulino-Italia  dove ci si infarina allegramente senza pagar dazio sono corsi in milioni per le ragioni più strane e davvero avvilenti.

La genesi di Forza Italia e l’uso spudoratamente personale di ‘arma letale’ contro le leggi allora vigenti e contro l’indipendenza dei magistrati che lo indagavano non può essere cancellata dalle vagonate di voti che voi allegri elettori di centro-destra gli avete tributato felici e contenti – perfetti eredi cinici della Balena bianca spiaggiata sulle coste di Tangentopoli e indifferenti alla questione morale grande come tutta la catena dell’Himalaya.

Per questo continuo a non riconoscere leggittimità politica e di governo alla tua parte e i distinguo che pretendi non li trovo coerenti. Perchè non è cambiato davvero nulla del ‘servizio al padrone di denari’ delle vostre origini e anche la Lega oggi cavalca spudoratamente le diverse questioni sul tappeto pur di avere la biada di un federalismo qualchessia da sventolare davanti ai beoti che la votano. Che l’Italia ne abbia i vantaggi sperati da quel federalismo, poi, è tutto da dimostrare e le classi di governo locale, a mio avviso non sono meno avide di denaro e corrompibili di quelle di Roma-ladrona.

Questo è il quadro d’insieme, caro e non spero di averne condivisione più – data la deriva di senso che da troppi mesi ormai ti connota e caratterizza.

E’ tempo perso il cercare di convincerti, ma c’è un forum che ci legge e a loro una coerenza di argomenti e di dibattito civile va riconosciuto. E’ solo per questo tipo di obbligo morale che mi accodo e continuo a spiegare, riassumere, ricordarti, confutare.

Vatti a mangiare una bella fetta di panettone, va, che è più produttivo per le tue sinapsi.

anniversari

 

 

quoi? l’eternité

 

…a forza trattengo la notte

con mani ghiacciate di pena.

Irrimediabilmente siamo morti

un’altra volta. Sarà – mi dicono –

definitivo. Che suonino a festa

le campane sul trionfo dell’effimero!

Le stagioni, sai, non muteranno

il loro corso, nè accenneranno

i visi a mutamenti di espressione.

Anche le parole scorrono

fuori di bocca in perfetta

sequela d’idiotismi: adesso

e dopo; il vento, la folla, i santi

il nero, il nudo, il sangue;

canzoni intonate col cuore in tumulto.

Avrà questi occhi la morte?

Solo questo mi è residuo senso.

s’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde un lamento

 

Per chiunque ami leggere i giornali con attenzione gli elementi di valutazione dell’odierno dramma della vita politica italiana sono dati come le carte al poker – e ognuno può valutare se andare al bluff o rilassarsi e inibire il sorriso perchè ha in mano una scala reale o un poker d’assi.

 

A sinistra abbiamo un partito di nuovo conio che implode, collassa e fioriscono le metafore astrali come quella di chi auspica un nuovo big bang.

A destra una partito solido, di plastica dura, inscalfibile, con satelliti non proprio piacevoli a vedersi e udirsi, ma nei complicati universi in formazione della politica tocca tenere aggrappato gravitazionalmente quel che passa il convento e Colui-che-tutto-può è stato abile nell’aggregare e dimostrare che senza la sua gravità assassina non si andava al governo del Sistema – e pazienza per i trascorsi giudiziari ingombranti e il mastodontico conflitto di interessi che lo ingobbisce.

 

S’odono a destra gli squilli di tromba, a sinistra risponde un lamento, d’ambo i lati calpesto rimbomba di cavalli e di fanti il terren. La battaglia di Anghiari al confronto è picciola cosa, – se andate a leggere quel che scrivono i cittadini indignati e avviliti sui vari forum.

Meglio la metafora degli Hutu e dei Tutsi: è più vicina nel tempo e dice meglio l’odio tribale e la ferocia con cui si userebbero i machete contro gli opposti di clan – se una qualche parola d’ordine segreta desse il via alla mattanza annunciata.

 

Ma il girone infernale dei m****si, è l’orizzonte di riferimento e il guazzo quotidiano di tutto il quadro politico, ahinoi. La differenza è che la destra del Barabba pluriprescritto a botte di grandi avvocati è fuori dalla grancassa mediatica perchè ci ha abituati (e sono lustri ormai) alle geremiadi vergognose contro i ‘giudici comunisti’ e il complotto fantasioso (ma che ripetuto milioni di volte in tivù e sui giornali di famiglia fa crollare le coscienze dei più deboli e psicolabili) del ‘partito dei giudici’.

A quelle geremiadi si sono appesi -come sul dito che indica la luna- i supporters e gli elettori in avvelenata crisi di astinenza per poterlo votare senza fare i conti con i rimorsi biblici che li perseguiteranno fino nell’Oltretomba. Dicono di essersi turati il naso nel farlo, ma il puzzo era tale che avvelenava perfino i pori della pelle e nell’odierna discarica-italia a cielo aperto i fetori avvolgono tutto e tutti per la maledetta regola democratica dei cinque-anni-cinque.

‘Tutti colpevoli nessun colpevole’ è il loro motto-salvacoscienza e si danno di gomito e gongolano alle notizie di cronaca e si passano i commenti soddisfatti come i tifosi delle curve sud e c’è chi dà fuori di matto, letteralmente, e ripete compulsivamente le sue annose, rivoltanti, idee fisse e i suoi insulti alla parte avversa per convincersi che lui/loro sono migliori e che hanno votato il giusto e quel che vota il popolo è santo, alleluia brava gente.

 

Evvabbè! Nel pieno di una crisi globale di sistema tutto questo avvilente teatrino viene derubricato a varietà dei peggiori teatri di periferia e il Belpaese già occupa le basse classifiche dei virtuosi dell’Europa e del mondo, ma in qualche modo ne usciremo.

Il futuro ha lavacri capaci di sorprenderci e se non saranno dei big bang saranno dei nuovi inizi più modesti e meno catatrofici.

Stringiamoci a coorte e aspettiamo. Il meno che si possa dire è che lo spettacolo è assicurato e, per nostra fortuna continuerà. Abbiamo bisogno di circenses come di pane e pazienza se gli attori sono men che mediocri, – basta che se le diano di santa ragione e ci strappino un sorriso, di quando in quando.

 

la colpa di tutto è dei sofisti

 

La colpa di tutto è dei sofisti, sostiene il mio professore di filosofia greca. E’ da lì che viene il marasma del relativismo odierno, il trionfo della parola umana sui valori e gli Enti e gli Esseri che obbligavano l’uomo al retto agire e al rispetto delle Leggi.

Da quel tempo lontano e quel popolo di semidei audaci che esploravano inesausti le vie della scienza e della sapienza sofistica nascono quasi tutti gli obbrobri del presente.

 

In uno: non si dà nessuna Verità, bensì la capacità di suggestionare, convincere -nel migliore dei casi; vince e trionfa chi è più bravo a menarla e a menare per il naso l’uditorio qualchessia: giuria popolare o elettorato.

L’odierna repubblica degli avvocati origina da lì, dai maledetti sofismi dei sofisti. La verità negletta e offesa nei tribunali e l’onta riservata alle vittime di un sopruso o di un crimine non aveva più leggittimità e riconoscimento già ai tempi di Protagora e di Gorgia.

 

Quindi: mettersela via e accettare lo status quo della postmodernità dove i cialtroni emeriti e i pifferai di bassa risma vanno al governo con i loro avvocati e fanno le leggi che più aggradano a loro e il Bene Pubblico vagheggiato da Platone colle sue Idee immutabili è oggi la variabile dipendente dagli umori biliosi del capo-in-testa degli impuniti – che ognora sbraita contro i maledetti giudici comunisti e arriva a realizzare il suo capolavoro di una ‘riforma della giustizia’ subita a testa bassa dagli avversari politici smerdati dalle recenti imputazioni per corruzione.

 

Un bel mondo, non c’è che dire. E neanche la soddisfazione di sibilare tra i denti ‘Ah, ma se c’è una Giustizia!’ perchè quella divina è tutta da dimostrare e forse la sola a cui possiamo ambire è quella che ci facciamo da noi, con un rasoio affilatissimo celato nella tasca e un passamontagna calato in testa, nascosti nell’ombra in attesa di chi ci ha fatto torto – se mai arriviamo a indentificarlo e inchiodarlo ai suoi maledetti crimini.

 

Pensi a come sarebbe diversa la storia del mondo se potessimo scriverla su base di verità dimostrata, ho obbiettato: le stragi degli anni ottanta tutte in giudicato con colpevoli certi e puniti con giusta pena; le verità oscure de ‘il Divo’ Andreotti dimostrate all’universo mondo per il tramite dei moderni (e pressochè infallibili) sistemi di identificazione di chi mente che la scienza ci mette a disposizione.

Niente trionfi effimeri di avvocati valenti e costosissimi che invalidano le carte processuali per un cavillo o negano le imputazioni diffamando i pentiti dell’accusa o la tirano per le lunghissime fino a prescrizione delle imputazioni.

Niente più trionfo della parola suggestiva e menzognera.

 

Sarebbe tutta un’altra storia davvero. Ma il professore scuoteva la testa e mi guardava perplesso.

La filosofia e i sogni vani degli uomini hanno percorsi diversi, ha sentenziato.

finchè morte non ci separi (1)

 

(…) la società contemporanea sembra avere smarrito del tutto il senso del valore della morte, del legame indissolubile tra il vivere e il morire (…..)T.Browne, medico inglese del 17mo secolo, affermava: ‘noi siamo più felici con la morte di quel che saremmo stati senza di essa’.

 

Paradossalmente, è la morte che ci fa il dono del passare del tempo. In sua assenza saremmo smarriti in una accozzaglia di eternità e non avremmo nessuna ragione di agire o meglio di vivere.

 

(…)senza la morte, il tempo, la crescita, il cambiamento non esistono.

 

(…) la brevità della vita non deve paralizzarci, ma spronarci a vivere in modo fluido e intenso. Il compito della morte è di costringere l’uomo alla essenzialità (C.Ricks)

 

– tratto da ‘modi di morire’ di Iona Heath – Bollati Boringhieri