Archivio mensile:ottobre 2008

scontri epici

 

Bisogna concedere loro l’onore delle armi. Combattono bene la loro battaglia, bisogna convenirne. Usano mazze e bastoni con grande perizia quando non bastano i tornelli e i fucili per il momento li minacciano solo se non si farà il federalismo.

Lanciano grida spaventose dai giornali di famiglia e dai forum della Rete – che contano tra le loro file soldati valentissimi di retrovia: Doppiofuoco il Cinico, l’irsuto principe orrendo a vedersi uscito dai nuraghes dei Giganti e il prodigioso Megalorchis – che ogni sera esce dalla tenda e si fa sotto le mura e mostra il petto privo della corazza e lancia i suoi insulti ai singoli guerrieri silenti di là delle mura che la Notte oscura. L’amazzone sua regina balcanica l’attende nella tenda e riscalda gli olii avuti da Persefone coi quali il Megalorchis farà lunghi gargarismi che danno alla voce quelle risonanze orribili a udirsi e che terrorizzano i nemici dalle menti più fragili.

I Semidei Ordinatori mostrano nella prima fila urlante del campo di battaglia la truce Gelmini coi fulmini del padre Giove infilati tra le pieghe della tunica e Brunetta/Pièveloceachille capace di balzi prodigiosi colla spada tesa in avanti a infilzare qualunque categoria sociale gli si pari davanti.

Troia, l’inverconda città che difende i ladri di mogli (ogni riferimento al filosofo-sindaco è puramente casuale) va espugnata e i Semidei Ordinatori con le loro navi ancorate di fronte alla spiaggia hanno in serbo sorprese a non finire e ancora l’avvilente contesa delle armi tra l’Odisseo e il Telamonio Aiace è di là da venire.

 

Bisogna convenirne: si battono bene e l’Orda assassina dei maledetti Troiani che allagano le piazze e si rifiutano di indossare le prodigiose ali d’Italia e ognora chiedono soldi all’aulico Sforbiciatore del Capitalismo Compassionevole (‘una manciata di briciole non si nega a nessuno’ è il suo motto di sempre e aggiunge ‘finchè ce n’è’) non li spaventa e sempre respingono di là dei tornelli cogli scudi e le spade i maledetti guerrieri del Disordine Assassino spalleggiati dai Demoni della Sinistra Insania.

Lottano contro una società anarchica che non li ama dappoichè nelle lontane Origini del Mito si racconta che perpetrarono il Grande Furto delle Tasse Malpagate che impoverì i contadini dissecando le zolle e la conseguente Siccità diede inizio ai Tempi Calamitosi della Crisi del Sistema foriera di cento e cento guerre.

Non sono soli, si dice, si racconta. Nell’ombra, una moltitudine di sicari (oltre il settanta per cento delle popolazioni barbare, pare, si mormora) rimpingua le fila e sostituisce i Caduti ad ogni guerra.

Sono i Semidei Ordinatori.

Come Prometeo sulla rocca, si mangiano il fegato strappandoselo ogni mattina colle mani, ma, prodigiosamente gli rinasce ogni notte.

Sono condannati per l’Eternità dei millenni a provarci, a ordinare il poco del paesaggio sociale che lo spaventoso Caos dall’immenso corpo oscuro – che tutto avvolge – consente loro.

Nei sogni, durante il tormentato riposo, uggiolano i loro spaventi per il nascosto terrore di non essere all’altezza del compito, ma al mattino l’urlo di Agamennone sulla spiaggia silente li chiama all’imprenditoriale dovere di combattere.

Contro la Sinistra Insania e i suoi milioni di demoni, miei prodi! all’attacco!uccideteli tutti!

 

 

 

il senso delle cose

 

Se cercate di dare un senso alle cose che vedete e alle vite vostre e le altrui, andate a visitare una mostra di arte moderna. Se possibile, portateci i bambini.

Noi adulti fatichiamo a trovarne (di senso), in quanto ci accade – dalla politica alla famiglia e alla scuola – giunti al fatale mezzo del cammin di nostra vita e l’arte moderna ci è medicina.

Amara, ma medicina. Come dire: questo è quel mondo in cui viviamo e a noi uomini ri-creatori non è dato che di mostrarlo nelle sue filigrane dolorose e insensate.

Noi adulti ci soffriamo, ma i bambini, invece, entrano nelle installazioni, giocano, aprono le ante con gli specchi dentro ai labirinti colorati e, se potessero, toccherebbero tutte le strane cose che si espongono e i colori vivaci, vivacissimi delle polveri stese a terra, e scarabocchierebbero sui quadri e le tele vuote e gli ampi spazi bianchi delle pareti.

Il mondo salvato dai ragazzini, era il titolo di un bel libro di qualche decennio fa.

Forse è perchè il nonsenso del mondo non li spaventa, i bambini: ci sono abituati dalla nascita (ma perchè dare al sole, / perchè reggere in vita chi poi di quella consolar convenga… scriveva il poeta); li abituano i videogiochi che impongono loro gesti compulsivi (come i polli: imbeccati a forza h24 nelle stie degli allevamenti crudeli) e i litigi feroci e insensati dei genitori in famiglia e i bullismi che tocca loro sopportare dei compagni di banco.

 

E’ la ricerca di senso il leit motiv della mostra ‘Italics’ in visione a Palazzo Grassi, ma davvero si fa una gran fatica a trovarne, pur ricorrendo alla lettura delle didascalie che accompagnano le opere e alle cuffie audio.

Morta l’arte di figura, il bel quadro di paesaggio e ritratto, restano questi incunaboli astratti e ‘strutturali’ che scompongono e riducono ciò che abbiamo sotto gli occhi a pure linee e punti, a strutture di ferro scarnificate e disossate, tele di iuta mostrate nella loro semplice trama di tessuto, video di grassi, grassissimi individui che nutrono la loro bulimia e il loro senso di morte prigionieri dell’appartamento dal quale non possono uscire perchè le gambe non gli reggono il peso.

Mairizio Cattelan ci mostra la miniatura della cucina in cui è cresciuto e si raffigura, metaforicamente, come uno scoiattolo morto suicida seduto al tavolo e la pistola in terra.

 

E’ un’orazione funebre questa mostra, un miserere, uno stabat mater; dice il dolore di vivere meglio di quanto fa l’azione di governo di Berlusconi – castigo divino e penitenza dei peccati commessi che dà seguito postmoderno alle sette piaghe d’Egitto.

Se ne esce con un leggero senso di nausea e di spaesamento e perfino la giornata uggiosa e sciroccosa e l’acqua alta che monta impetuosa ci pare un conforto alla tristezza mortale narrata dal concerto di questi artisti italiani che vedono il mondo con occhi straniti e offesi dal troppo di brutto che fa la nostra vita di popolo e nazione.

Atridi

 

Aveva le chiome brune e lunghe che le coprivano le spalle ossute. Una ragazza qualunque tra le tante che camminavano lungo i marciapiedi gettando sguardi distratti alle vetrine e a chi le incrociava. Solo gli occhi mostravano un furore represso, un ardore che un primo piano cinematografico avrebbe esaltato, spaventandoci per l’intensità.

Era lei, Clitennestra, la regina offesa e vilipesa da un marito arrogante e vigliacco al punto da strapparle dal cuore una figlia soavissima, tenera come una cerbiatta neonata.

L’aveva voluta immolare sull’altare eretto sulla spiaggia davanti alle navi ancorate perchè il dio dei mari, il temibile Poseidone, favorisse la navigazione. Guerrieri, uomini d’arme violenti, avvezzi più al sangue di ferite inferte che alle dolcezze del talamo.

A nulla erano valse le grida straziate della madre e il suo accorrere disperato per fermare il coltello che tagliava la gola della vittima tenuta ferma da due soldati.

Spasmi di dolore e di morte offerti a invisibili dei crudeli.

Poi la pira, il furore delle fiamme e il suo furore immoto di madre, – furore e rabbia covata contro gli dei e gli uomini, contro coloro che danno la vita distratti e la tolgono poi sui campi di battaglia e irridono i vinti e stuprano le donne e ammazzano i bambini perchè progenie di future vendette.

 

Era lei, ne sono certo. Clitennestra, la regina dolente che non aveva atteso il marito-padrone di ritorno dalla guerra e, anzi, ne aveva mille volte invocato la morte – mille volte aveva sognato il lampo della spada o il sibilo della lancia di un troiano che gli aprivano il ventre disperdendone il sangue e le viscere sulla rena.

Invece, era disceso dalla nave alto e forte come discendono i re vincitori coll’urlo dei soldati che ne celebrano la gloria. Aveva al fianco la sua schiava, preda di guerra: Cassandra, profetessa di sciagure.

La stuprava ogni notte, ansimandole sul collo il suo rantolo animale e ne riceveva le predizioni oscure del sangue suo che, presto, avrebbe intriso la terra della città su cui regnava.

Rideva, Agamennone, di quelle predizioni che credeva dettate dal rancore che nutre ogni vittima.

Ma non rise, bensì rantolò il suo impotente furore bestiale quando il coltello della moglie gli squarciò il ventre – disteso nella vasca del bagno e il traditore Egisto gli teneva fermi i piedi a fatica e le forti mani battevano l’acqua che lo affogava e il coltello della madre dei suoi figli gli cercava il cuore, gli tagliava la gola, lo macellava colla furia mai sopita della madre che vendicava il suo dolore lontano.

Non per amore di un pallido amante pusillanime uccise Clitennestra, ma per il dolore suo di madre.

 

Era lei, io l’ho vista aggirarsi sperduta per le strade della città moderna.

Guardava le vetrine, ma aveva lo sguardo febbrile pel ricordo di un dolore sordo che attraversava i secoli e i millenni e mi trafiggeva.

Carissimo…..

Benritrovato. Mancavi da un bel po’.

Il tormentone di quanti eravamo e quanti ne può contenere questa o quella piazza è davvero stucchevole e inessenziale.

Una visione aerea avrebbe mostrato che erano strabocchevoli e piene anche le grandi arterie che menavano alla piazza, ma davvero è un dialogo tra sordi e, quanto al negare l’evidenza, Berlusconi e i suoi tragici ‘portavoce’ e reggipalle sono maestri e più realisti del re.

Contarsi, essere in molti, offre suggestioni e alimenta le passioni dell’una e del’altra parte.

E’ il rito/mito della democrazia che si qualifica sui numeri, ma dovrebbe qualificarsi, anche e sopratutto, sui ‘pesi e contrappesi’ e rispetti istituzionali e regole fondative condivise, la prima delle quali è (dovrebbe essere) quella che alla gente di malaffare notoria  non dovrebbe essere consentito di aspirare alle cariche ‘nobili’ del fare politica e sedere in Parlamento.

Nè alle veline compiacenti di aspirare a posti di ministre dopo aver dato i noti ‘exempla’ di ‘pari opportunità’ che all’estero fan tenere la pancia agli spettatori/ascoltatori quando si parla dell’Italia.

Invece, il peggiore degli uomini, -colui che perfino una fragile e soavissima poetessa h1054940575.jpga definito ‘l’essere più abominevole che mai ha partorito ventre di donna’- si è letteralmente comprato la politica, l’ha asservita ai suoi sporchi interessi personali ed ha avviato la più spaventosa e spudorata delle controriforme della nostra storia patria col plauso cinico di una moltitudine di persone che condividono l’adagio ‘chi va al mulino si infarina’ e quest’altro, ancora più ributtante: ‘pecunia non olet’.

Parlare con costoro di futuro delle scuola e dei valori che vi si dovrebbero trasmettere alle future generazioni e con quali strumenti (grembiulini, tagli finanziari?) è tempo perso e avvilente esercizio  di dimenticate ‘virtù civiche’ di una polis ormai incarognita – al punto da consentire a un ex presidente della repubblica di dire le spaventose cose che ha osato dire su infiltrati da infiltrare e manganelli da usare senza parsimonia nelle scuole dei ‘facinorosi’.

‘Facinorosi’, ti rendi conto? Così li ha definiti il Capo-in-testa dei facinorosi della peggior risma che abbiano mai alzato la cresta in questo paese, lanciando i loro osceni ‘chicchirichi’ per ogni dove.

E, se appena osi un diverso parere, ragionato, indignato, opposto, se appena osi andare in piazza per la leggittima regola dell’opposizione che manifesta i suoi dissensi: ‘Zitto tu che il settantapercento degli italiani sono con  noi e il resto sono dei poveri ‘coglioni’, dei ‘sinistrati’, dei ‘water’ – come ama dire il Vandalo e il gregge dei sodali di là che gli tiene bordone senza orripilare nè battere ciglio.

Un ex presidente della repubblica. Questo la dice lunga, lunghissima, sulla storia di infamia e di infami di questo miserabile paese, considerato che a quel soglio aspira anche il Mugnaio-principe di coloro che amano uscire dai mulini ben infarinati.

E poi gli avanza di dire che ho la fissa dell’antiberlusconismo -come se fosse una influenzuccia passeggera questa che viviamo e non la malattia mortale della democrazia e l’avvelenamento dei pozzi cui si abbeverano i cittadini tutti.

Buona settimana.

il futuro alle spalle

 Raramente ‘copioincollo’ testi di altri, ma questo merita di esseere letto per intero. Meditate, gente, meditate.

Barbara Spinelli  (copyright ‘la stampa’)

C’èr qualcosa che stona, nello stupore contrariato con cui si reagisce alle occupazioni di scuole e università. Come se la mente non fosse più capace di cercare le cause, negli effetti che ci si accampano davanti. Come se la storia e la realtà si esaurissero interamente nella parte terminale, e alla sorgente non ci fosse nulla. Come se avessimo disimparato ad agire calcolando le conseguenze, presenti e passate. L’occupazione di un’università è una violenza, certo. Si impedisce a chi partecipa in modi diversi alla vita pubblica di farlo, perché gli spazi comuni non lo sono più. Ci si prende un diritto togliendolo a altri. Spetta tuttavia a chi pensa e governa capire perché questo accade. Se non lo fa, non sentirà attorno a sé che lo strepito degli Uccelli di Hitchcock, e non troverà né i mezzi né le parole dell’azione autorevole.

Ben più intelligibile apparirà la realtà, se non ci si ferma all’ultimo tratto della storia. La rabbia degli studenti non è senza rapporto con l’autunno delle finanze e con il crollo, brutale, di certezze ostentate per decenni sulle virtù autoregolatrici del mercato.

Negli interstizi delle rovine nascono fiori neri che riflettono drammi di ieri e di oggi: sono una nemesi, una sorta di giustizia che colpisce le ingiustizie dei progenitori. Ogni nemesi è poco sottile e corre il rischio di farsi usare da difensori di uno status quo che va comunque mutato; ma essa dice anche che non esiste impunità, né nel pensiero né nella prassi.

Non si può impunemente parlare per anni dell’enorme debito lasciato ai figli, e stupirsi che uno degli slogan studenteschi sia: «La vostra crisi non la pagheremo noi». Una classe politica non può impunemente infrangere la legalità, condonare falsi bilanci o conflitti d’interesse, screditare magistrati, e poi meravigliarsi che la cultura della legalità ovunque si sfibri. Non bastano i grembiuli e il 7 in condotta a restaurare la legge lungamente vilipesa. I manifestanti dell’opposizione, ieri, hanno citato le parole di un grande, Vittorio Foa: «Sono un po’ scettico sul linguaggio dei valori che sento in giro: vorrei vedere degli esempi perché è dagli esempi che può nascere qualcosa». La manifestazione è stata un successo imponente: anche questo non stupisce.

Più fondamentalmente: non si può per decenni ripetere il motto di Margaret Thatcher – There is no alternative, non c’è alternativa alle sregolatezze del mercato – e poi fare subitanei dietrofront senza mettere in questione un’ideologia sfociata in disastro: disastro per tanti, specie per gli studenti che il precariato sentono di doverlo proiettare in un avvenire più buio. Fino a oggi, solo l’ex governatore della Federal Reserve, Alan Greenspan, ha riconosciuto «errori nati da ideologie liberiste» durate quarant’anni.

Il ministro Gelmini ha ragione quando dice agli studenti: «Non bisogna creare illusioni che producono poi cocenti disillusioni»; «Non vogliamo vendere promesse che non possiamo mantenere». Non ci sono soldi nelle casse statali per i sogni: né quelli degli studenti né quelli venduti in campagna elettorale, ed è vero che gli studenti vivono in una bolla. Ma cos’è stata la vita delle generazioni dei padri, se non un succedersi prodigioso di bolle e dottrine indifferenti ai fatti? Perché questo sguardo feroce sull’ultima bolla, senza ricordare le rovinose penultime? È qui che salta il nesso tra causa ed effetto, tra chi ha il futuro alle spalle e chi ce l’ha davanti, ma chiuso.

Non sono i tagli alle spese che colpiscono, nella legge Gelmini. È chiaro che urge spender meglio, creare università d’eccellenza, premiare il merito: molti soldi inutili son stati sperperati. Quel che colpisce è il vuoto di pensiero, su quel che significano per il domani italiano e occidentale l’istruzione come la ricerca. Quel che scandalizza è il parlare dell’istruzione più come spesa che come investimento nelle generazioni nuove. Manca un discorso riformatore che annunci: ho questo futuro da edificare per voi, oltre a tagli alla cieca, grembiulini e 7 in condotta.

Manca poi l’uso appropriato delle parole. Guardando agli atenei occupati, il presidente del Consiglio non vede che facinorosi, e con volto torvo (perché così torvo?) prima comunica l’invio della polizia, poi ritratta. Nel frattempo il governo parla di terroristi e fa salire le angosce, prepara al peggio, resuscita l’incubo di Bolzaneto (secondo governo Berlusconi). Il modello non è Greenspan ma i vocaboli eversivi di Cossiga, un ex capo di Stato, sul Quotidiano Nazionale: «Bisogna infiltrare gli studenti con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine, mettano a ferro e fuoco le città (…) Dopodiché, forti del consenso popolare, (…) le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano» (il corsivo è mio).

La strategia non è nuova: far montare la tensione, creare un’ennesima paura che gonfia i sondaggi di popolarità. È da anni che governanti senza bussola usano la paura come dottrina e come prassi. Non si è sentito mai, ultimamente, un politico che magari rimprovera le occupazioni ma dica: il futuro comunque è nella scuola, nei professori. Non s’è sentito perché tempi lunghi e futuro non sono nel suo dizionario. Anche qui, dopo un dominio sì assoluto del presente, non può che esserci nemesi. Frank Furedi, che studia da anni la paura, sostiene che questa volta la sua natura cambia. Dopo l’11 settembre ci fu paura, ma essa restò in fondo personale, solitaria. Oggi è panico da orda in Borsa, ed è «la prima vera paura collettiva, globale». Gli individui hanno più che mai bisogno di comunità, di non esser soli. Il crollo finanziario sfregia fondamenti esistenziali come la fiducia, il debito, la speranza. Il paradosso è che quando crolli non hai molto da perdere, e smetti la paura. I contestatori italiani sentono questo.

Da due secoli, gli studenti in tumulto sono una premonizione e un cimento per tutti. Confermano contraddizioni spaesanti: tutto è al tempo stesso più connesso e più sconnesso di quanto immaginavamo. Che lo vogliano o no, essi sono la futura classe dirigente, l’avvenire che s’impersona. Hanno la speranza, dunque non considerano la società come statica, fatale. Dicono no pregiudizialmente, ma intanto s’allenano a intervenire sulla realtà. Così nasce l’educazione civica, sostiene Michael Walzer. Così ci si abitua a «pensare alla cittadinanza come a un incarico politico»: a pensare se stessi «come futuri partecipanti nell’attività politica, non meramente come spettatori bene informati» (La Stampa 23-10). Nelle aule occupate è stato visto lo slogan di Obama: yes we can. Obama ha successo perché spezza i recinti della paura e ristabilisce il nesso tra cause e effetti, ieri e oggi, padri e figli. Al famoso Joe, l’idraulico arricchito ostile alle tasse, ha detto: «Tu una volta eri tra i meno ricchi, bisognoso della solidarietà dei più abbienti. Prova a pensare al Joe che sei stato».

La novità è qui, nell’invito a vedere nel futuro il nostro ieri. Obama dice alla società civile: sei una risorsa politica solo se scopri quel che in te è statico, immemore, non responsabile; quel che non funziona in te, oltre che nei governi. Gian Enrico Rusconi dice cose simili, su La Stampa del 24 ottobre, quando rammenta che la società civile, sempre e disordinatamente invocata, contiene il meglio e più spesso il peggio. Gli studenti italiani sono attratti dai giovani americani che dopo anni d’apatia si iscrivono in massa a votare. Pare che quel che piace loro in Obama sia il ragionamento difficile, non la semplificazione. È una novità su cui vale la pena riflettere.

il ponte dei Caduti

 

Il Ponte dei Caduti, già di Calatrava ed ufficialmente ‘della Costituzione’ (per pervicace volontà del sindaco-filosofo) è un bellissimo oggetto architettonico. E’ una sfida arditissima alla teoria della tettonica a zolle perchè -rigido e sinuoso nella sua lunghissima campata- poggia e scarica le tensioni del suo arco su quattro corti perni di metallo infitti nel marmo dei basamenti e già molto si discuteva, prima del suo laboriosissimo innesto, sul movimento occulto delle due rive dal Canal Grando che rischiavano di rovesciarlo di lato al minimo scotimento assassino di nostra madre Terra.

 

Come che sia, ora campeggia alto (ma non troppo) e lunghissimo ed elegante nelle sue costolature scheletriche color del sangue secco e mostra a chi passa sulla riva opposta il fitto formicare dei pendolari p.roma-ferrovia che sfilano coi cellulari all’orecchio (la maggior parte) e cadono per terra a mucchi, a decine, rovinosamente, tanto da averlo ri-nominato, verbo populi, ‘il ponte dei Caduti’.

 

E’ una esagerazione, ovviamente. Se contassimo le cadute accidentali sugli altri ponti della città che non interessano a nessuno (e meno ancora ai giornalisti dei quotidiani locali), supererebbero di molto quelle del ponte di Calatrava, ma si sa che ogni oggetto nuovo e diverso attira le attenzioni malevole di chi gli era contrario che ne distruggono la fama.

Certo è che se l’architetto catalano dovesse fondare la sua fama e il suo futuro operare sul ponte della Costituzione di commesse ne raccoglierebbe ben poche in giro per il pianeta.

E’ un bellissimo oggetto architettonico, dicevo, tanto fragile e prezioso da aver bisogno di un cartello al suo inizio che dà le ‘istruzioni per l’uso’. Niente carrelli pesanti e valigie al seguito che superino i venti chili e fate molta attenzione ai gradini.

Già perchè, per quanto illuminato anche la sera dalle sue luci soffuse, la conformazione dei gradini e il colore della materia pare siano la causa delle molte cadute e a me vengono in mente le irridenti battute dei nonni che, quando andavi a sbattere contro una mensola o uno stipite della porta, ti dicevano: ‘Scantabauchi! Guarda che c’era lì anche ieri!’.

Ma tant’è, complici i telefonini che trasportano le menti dei cellular-dipendenti in un altrove di chiacchiere e desideri alieni, i ‘bauchi’ continuano a incespicare e a cadere a decine.

Si favoleggia anche di una ‘ovovia’ che risponderebbe al politicamente corretto rivolto agli handicappati (che brutta parola) o diversamente abili. A quando gli ascensori sulle più appetite vette dolomitiche per raggiungere più agevolmente le cime? Non costerebbe di meno (e sarebbe meno deturpante per l’oggetto-ponte) organizzare un servizio di navetta acquea per i rari casi di persone bisognose che volessero/dovessero transitare sull’altra riva? Con tutta l’offerta di volontariato che c’è in giro, anche il costo umano del servizio sarebbe ridotto a zero.

 

Un bell’oggetto davvero. Lo guardavo ieri e nei giorni precedenti da un lato e dall’altro e mi beavo delle sue curve sinuose e di come mutava forma secondo le posizioni dell’osservatore. Belli anche i basamenti in marmo: aerodinamici e lisci e caldi e a forma di prua di nave.

Peccato che davanti vi transitino migliaia di persone sempre di fretta perchè la banchina-fondamenta sotto al ponte avrebbe potuto ospitare i poeticissimi barboni che si vedono sui ponti della Senna a Parigi. Ecco un bel suggerimento (dati i tempi di crisi del sistema capitalistico) per chi progetterà il nuovo ponte dell’Accademia di cui già si parla molto in città.

 

Vi è da notare che, per i tanti ‘bauchi’ incantati dalla bellezza della città, le due punte della prua di nave sul lato di piazzale roma sono un ennesimo pericolo, tanto da aver dovuto mettere due vistosi vasi di fiori davanti ad evitare i cozzi – pericolosi più per i marmi eleganti che per le zucche dei ‘bauchi’ cellular-muniti.

 

Insomma, dopo l’enormità dei costi del prodigioso manufatto, anche la grande fragilità di un oggetto la cui estetica fa aggio sulla praticità che deve essere propria di ogni passerella o ponte destinato a un numero grandissimo di persone e alle loro esigenze pratiche.

Suggerivo a un amico di chiuderlo definitivamente e tenerlo chiuso e bello a vedersi a futura memoria – come un inno all’arditezza architettonica e alla insensatezza di amministratori sciupasoldi travolti da un insolito destino sopra un rosso ‘ponte dei caduti’.

 

le onde del Destino

 

Le onde del destino ci sommergono. Onde alte, di burrasca, che neanche i surfers più arditi reggerebbero a lungo sulla cresta. Sono le onde della crisi economica che ci affanna con i picchi delle borse sempre più in giù e gli stati nazionali che non sanno come fare ad arginare i fenomeni negativi connessi.

Chiude i suoi stabilimenti la Renault in Francia, taglia la spesa pubblica Chavez in Venezuela, in seguito al cadere della domanda di greggio. Ristagna e recede la domanda globale, crolla la produzione delle merci.

Mangeremo di meno e ci vestiremo di più per fronteggiare i rigori dell’inverno.

Montano i disordini sulle piazze: l’irrefrenabile allegria caotica degli studenti produce mirabilie di nonsensi e sensi nuovi e i semidei osservano corrucciati il degradare del loro disegno di Ordinatori.

Molti coltivano il sogno fradicio dei manganellatori di ogni tempo e luogo della storia: una robusta razione di legnate, l’olio di ricino che purga e libera dai fiati malefici della rivolta.

 

Ma la protesta degli studenti non è come la monnezza campana: non si può nascondere sotto il tappeto e militarizzare le piazze e le scuole presenta un più alto tasso di rischio di quello affrontato nelle piazze dei paesi che si opponevano alla riapertura delle discariche.

Chissà, forse il vento della rivolta riaprirà anche questo fronte di guerra sociale testè sedato.

Le onde del Destino hanno fragori e forze che ci sono sconosciuti e ci travolgono.

Nessuno degli osservatori di destra ha mai notato l’aspetto inquietante legato al governo del loro campione: la sfiga.

Quando va al governo Lui, caro Lei, succede di tutto e di più.

Crollano le borse e i mercati, cadono gli elicotteri, monta la protesta di piazza, ma, miracolo dell’insensatezza globale, continua a crescere il consenso politico attorno al Pifferaio Habilis.

L’insicurezza ‘percepita’ è malattia neuronica incurabile e si affida ai peggiori ‘guaritori’.

Qualcosa di magico aleggia intorno alla figura dell’Unto.

Come i pazzi nell’antichità, come gli epilettici, si attira la sacra considerazione di chi teme gli dei della grandine e dei fulmini.

E’ uno strano Ordine, in verità, quello che abbiamo sotto gli occhi: è l’ordine dei pazzi che credono di poter ordinare il Caos, di dominare le onde del Destino e sono, invece, fratelli e cugini stretti dei ‘furbetti del quartierino’ -capaci di fabbricare le demoniache pentole, ma incapaci di coperchiarle mentre il liquido infernale ribolle minaccioso all’interno.

i semidei alle prese coll’Unto

 

Che impressione vedere/ascoltare il Premier gigione e che nomina ministre le sue puellae fare la faccia feroce e promettere sfracelli agli studenti e ai professori in rivolta!

Se non ci fosse il precedente del G8 di Genova e la narrazione delle efferatezze e delle torture e della vigliaccheria (evidenziata nelle inchieste e nei processi) di miserabili agenti-squadristi che hanno infierito sulle teste e sui corpi di vittime indifese, potremmo passarci sopra e ritenerle vuote minacce preventive di un personaggio impaurito dal montare di una protesta che può diminuire il suo consenso bulgaro (che i bulgari ci perdonino per questo accostamento con noi italioti che li umilia).

Invece eccolo lì, in video e in voce a reti unificate, il Mascella-volitiva-bis (perdonami l’involontario accostamento, Mellen). ‘Manderemo la polizia nelle scuole e fermeremo la rivolta.’ Uaao! Com’è duro Lui, caro Lei! Forza Premier, facci vedere, fletti i muscoli e i garretti!

Quadrato come le sue legioni di fans e supporters – la maggioranza silenziosa la dicono – e l’accostamento stavolta è con De Gaulle: altro Grande, ma almeno lì la statura – fisica e morale e politica- c’era.

Torna in mente la sfilata impressionante dei francesi e dei quarantamila della Fiat che fanno i miti poveri e asfittici di una destra capace di votare un Barabba qual che sia pur di veder garantito l’andazzo dei privilegi sulle spalle di altre categorie sociali.

Genti che amano l’imposizione dell’Ordine Pubblico col manganello per coprire le proprie rivoltanti private indecenze di evasori plurimi e capitalisti da tre palle al soldo che, alla prima crisi del sistema, squittiscono come topi impossibilitati a lasciare la nave che affonda.

O di genitori che, se il figlio fa il bullo a scuola e viene punito, insorgono contro i professori troppo severi, ma si scoprono ‘educatori’ quando il figlio, per uno strano caso della storia patria, si converte alle occupazioni e si schiera per la protesta.

Poi ci sono quelli che si affannano a mostrare la miseria degli slogans e l’infruttuosità di sempre delle occupazioni e il disordine e lo schifo lasciato da chi occupa le scuole e le università.

Tutto vero, tutto giusto, ma alla base di tutto ci sta un decreto Gelmini non condiviso e se una parte dei manifestanti è ingnorante e lassista e si lascia plagiare, un’altra corposa pars ha le idee chiare e, in ogni caso, è il Caos che impera da sempre nei moti di massa e muove gli animi e le masse nelle loro marcie di protesta.

I semidei ci provano a ordinare il Caos, è la loro condanna storica di figli di Prometeo che hanno ricevuto il fuoco sacro, ma perfino Alessandro il Magno -giunto ai confini dei regni infidi dell’India dei monsoni e zanzare e malaria- dovette ammettere che il Mondo era più grande di Lui che pure si diceva figlio di Zeus e parente stretto di Eracle. Qui, invece, siamo all’Unto del Signore.

Sarà interessante seguire il Declino e la Caduta di quest’altro semidio postmoderno, il Mascella-volitiva, figlioccio di Craxi Bettino a cui si presentava col cappello pieno di soldi in mano perchè gli approvasse il decreto sulle televisioni che fu base della sua Onnipotenza attuale.

Craxi Bettino, chi se lo ricorda più? Era un altro semidio, caduto nell’infamia dell’oblio, e il parallelo tra l’Unto e il Magno Alessandro non sembri troppo irridente.

Semplicemente, si dà il caso che molte delle storie che si ripetono, si ripetono in farsa – scriveva il Vecchio di Chio.

 

caro amico ti scrivo (così mi rilasso un po’)…

 

Mio caro Fabio,

 

ti devo una risposta in seguito alla tua esplicita chiamata di correo fazioso.

Ho avuto molto da fare dopo il mio ritorno e urgeva il riordino delle idee – doveroso dopo un viaggio che ci estrania dalla quotidianità e dalla avvilente italianità dei fatti e degli eventi.

Tu sei uno strano personaggio davvero, una sorta di ircocervo politico e del dibattito nei forum.

Fai ponte di qua e di là, non so se per amore del civile dibattere tra opposti (per me inutile perchè è muro alto con molti di voi destri) o per il puro, vandalico piacere della provocazione.

Certe volte mi sorprendi per come offri sguarnito il destro agli avversari e ti attiri la satira spietata e sapida di Castro (casteldi) e i ripetuti vaffa e i cazzotti virtuali di Creaxx e di Olivi.

Però qualcosa di buono riesco a tirarlo fuori dalle tue provocazioni e agisce nel mio confuso impasto neuronale (chi non è confuso in questi tempi di crolli delle Ataviche Certezze e delle più miserabili banche?).

Ad esempio mi attizza la tua lode del ‘fare’, del ‘decidere’ di questo governo di infami (nel senso dantesco de ‘fama di lor il mondo essere non lassa’).

Va bene il fare (sarebbe andato bene e meglio un ‘fare’ di sinistra se fosse stato nelle corde del precedente governo) ma anche il vostro, odierno mettere la spazzatura sotto il tappeto campano può andare, se di meglio il convento non offre. Le emergenze vanno fronteggiate, ne convengo.

E’ bene notare, però che -con l’agire attuale- il percolato sotto la fragile crosta di terra e tutto ciò che ne consegue in termini di ecosistema falcidierebbe la più resistente forma di vita aliena che visitasse la Terra e, per certo, la sanità di acque e terre e aria in quei luoghi è concetto lontanissimo nel tempo e lo rimarrà a lungo.

Dici che Brescia anela alla spazzatura campana. Passa l’informazione al capo della protezione civile, ma non dimenticare di informare i tuoi concittadini del prossimo passaggio di tonnellate di rifiuti per i giorni e i mesi a seguire l’eventuale decisione. Potrebbero aver qualcosa da ridire.

 

Poi mi dici della lotta alla camorra di questo governo. Lotta a che, Fabio?

Pare, -si dice, si mormora- che un sottosegretario del vostro governo abbia avuto, abbia e, forse, avrà ancora sue speciali ‘relazioni particolari’ con tale sottosistema di governo della vita pubblica (la camorra) e sia indagato dalla magistratura.

Ma, già, a voi governativi della magistratura e della pochissima, vera ‘giustizia’ che amministra poco ve ne cale, – dal momento che avete approvato leggi ad personam per far tornare sulla scena politica e prossimo giudice-capo della Cassazione quell’onesto e perseguitato (sic!) Carnevale che diceva peste e corna e insultava ‘i Dioscuri’ Falcone e Borsellino – dopo che aveva ammazzato con i suoi ‘garbugli’ di virgole fuori posto sentenze a decine che inchiodavano i mafiosi notori alle loro spaventose colpe e omicidi e cadaveri disciolti nell’acido o murati nei piloni di sostegno dei cavalcavia.

Vediti e ascolta le pacate parole di Travaglio in proposito -è un video che puoi trovare sul sito di Micromega- e finiscila, una buona volta, di dire peste e corna e insultare un giornalista coraggioso che, come la Gabanelli, mostra e dice pacatamente tutto ciò che è sano e giusto dire sulle male cose che accadono sulla scena politica e di questo governo di malnati e scalzacani.

 

Come vedi, la mia ‘faziosità’ ha corpose basi e argomenti per non approvare le cose del vostro odierno ‘fare’ e ‘decidere’ e sono ben altri i comportamenti virtuosi che potrebbero sospendere e mutare il mio giudizio di condanna su tutta la linea che vi riguarda.

In primis il correre via e la nessuna vergogna e ‘nostra culpa’ sul fatto che a capo di questo governo di infami vi sia un Barabba notorio che ha inquinato la vita pubblica e perfino l’idea stessa di moralità politica di questo paese e si è letteralmente ‘comprato’ la politica.

Sono le mie giaculatorie di sempre, è vero, ma corrispondono al vero di sempre, al permanere di una spaventosa immoralità politica di base: uno zoccolo duro, durissimo, sul quale avete fondato il vostro ‘fare’ e ‘decidere’ e plaudere al Barabba qualunque cosa dica e faccia.

Da ultimo, a favore dei malnati di sempre: quelli delle banche che hanno privatizzato i profitti e ora pubblicizzano le perdite con l’inaudita minaccia di un crollo del Sistema Capitalistico e ancora gli imprenditori piagnoni – che ognora questuano aiuti di stato e sospensioni degli accordi europei sul clima.

Pollice verso, caro Fabio, pollice verso e via libera ai leoni nel Circo Massimo, se, vivaddio, tornassero di attualità quegli antichi ludi crudeli.

ai gentili visitatori…

ai gentili visitatori….

….di ogni età, censo, religione e convinzione politica.

Come ben sapete, il blog -quasi tutti lo sono- è uno strumento democratico e interattivo. Non ci si può scrivere -se non espressamente autorizzati- ma si può commentare, intervenire, dibattere anche con interventi parecchio lunghi, se credete.

Invito perciò chi di voi lo ritenga interessante e significativo e/o urgente a farlo anche nel mio -di commentare, intendo.

Prometto che mi sforzerò di essere comprensivo, tollerante, a modo, perfino simpatico, se sarà il caso. So di essere piuttosto urticante, ma nella scrittura riesco anche ad emendarmi, se lo voglio. Da un po’ di anni in qua manifesto i sintomi della ‘sindrome di Tourette’ , ma solo in prossimità di una sede di Forza Italia e Lega. Un po’ meno per Alleanza Nazionale.

Il ricorso all’invettiva, in caso di commento indigesto, sarà limitato solo ai cialtroni che sono usi ricorrere all’insulto personale e ai berlusconiani duri e puri che tuttora ritengono la loro parte politica essere una parte e non un tutto – da provarsi a eliminare dalla scena del mondo al più presto e nel modo più acconcio per il generale benessere della popolazione residente e visitatrice.

Non ricordatemi che l’hanno votato in una quantità spaventosa di persone – la malattia di un paese colpisce al modo in cui vengono colpite le persone, a volte in modo lieve, altre volte in modo grave e gravissimo.

Di solito passa, qualche volta si fa ricorso agli antibiotici; altre volte si muore – ma è un ciclo e, come per le guerre e i nazionalismi e i fascismi, il solo ricordo ci fa rinsavire.

Buona serata a tutti.