Archivio mensile:settembre 2008

i topi che abbandonano la nave

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Ma che razza di rivoluzione è mai questa che abbiamo sotto gli occhi?

Una rivoluzione silenziosa, – giusto i bip dei computers e il trillo dei cellulari dei giovani brokers licenziati su due piedi che aggiornano al ribasso i picchi e gli abissi delle borse e anche il numero dei crack e dei fallimenti a catena e tutto l’avvitarsi degli altri eventi, (compresi i topi-deputati repubblicani che abbandonano la nave e in Parlamento fanno fallire il Grande Piano di Rinascita varato dalla Fed americana con mille dubbi e atroci incertezze).

Diceva ieri un deputato repubblicano che i suoi elettori hanno scelto la libertà (di rifiutare il Piano) al posto del pane. Beati loro che se lo possono permettere – e anche in questo si riscontra l’anomalia rivoluzionaria con i Sanculotti che, più saggiamente, chiedevano pane e a corte meditavano di rifilargli le brioches della colazione della regina.

 

Che razza di rivoluzione e Crollo del Sistema è questo, se neanche c’è una piazza della Bastiglia dove radunarsi con picche e fucili caricati a sale: da scaricare nel sedere dei ‘Padroni dell’Universo’ (la definizione è di Tom Wolf, l’autore de ‘il Falò delle Vanità) – quelli che con un semplice click del mouse trasferivano capitali immensi da un fondo all’altro, da una banca all’altra di là dell’Atlantico e si fottano gli imbecilli-sedicenti-risparmiatori che compravano le azioni e obbligazioni piene di spazzatura finanziaria qui in Europa e in Asia e all over the world?

 

Crolla il tempio americano di Wall street, ma Sansone-Bush continua a scuotere le colonne ancora in piedi perchè vengano giù anche le consociate economie europee e mondiali. Comincia un’altra era economica e dovrà risorgere da queste macerie, da questi fallimenti di cui si vede solo la prua che si inabissa, ma il resto della nave seguirà con lo scenografico splash finale del Titanic e chissà se basterà il numero delle scialuppe e chi riuscirà a salirci dentro.

 

Quel che è certo è che i ‘managers’ e i ‘padroni del mondo’, che tutto sapevano e tacevano e che hanno incamerato i profitti e ottenuto liquidazioni miliardarie anche in finale di partita, come ladri, come assassini, si sono dileguati alla chetichella in qualche paradiso tropicale o isolata villa del Montana, – magari sotto falso nome e a noi neanche resta la soddisfazione di tirar sù la ghigliottina e mandare le guardie della Rivoluzione ad arrestarli e sottoporli a pubblico processo e provare a recuperare almeno le briciole dei soldi che hanno sottratto al resto del mondo con l’abituale destrezza dei capitalistici ladri.

Sottratti agli ultimi della terra, a quelli che faticano ad arrivare alla terza settimana del mese – che continuano a leccarsi le ferite e non hanno una piazza dove radunarsi e le mura di una qualsiasi Bastiglia da abbattere ed espugnare.

beato lui che vive di ricordi

 

Da dove viene tutto questo piangere e intristire, gli ho chiesto, questo miagolare alla luna dei violini e lo strascicato del bandoneon che li accompagna. E’ una storia vivente del tango e dell’Argentina, questo vecchio ‘maestro’ che mi parla e che ascolto con l’attenzione che si riserva alla storia.

Parliamo di Peròn – che iniziò carriera quando lui ebbe il diritto di voto la sua prima volta – e di Evita, la sua donna. Dice di lei che girava con le borse piene di denaro, – da consegnare personalmente ai poveri di città e paesi che la inneggiavano come una santa dispensatrice di carità.

La politica è anche questo: illusione e miracolismi da un tanto al chilo, come per la religione e i pretesi miracoli dei santi e dei beati.

Parla dei ‘camperos’ il maestro, della loro musica rustica e semplice e del loro incontro con le polke ritmiche degli emigrati del sud Italia -lui stesso ha nonno italiano- dice delle solitudini di quegli uomini, della disparità, nell’Argentina di inizio secolo, tra uomini e donne: uno a sette, ma a ranghi invertiti.

Sette uomini per una donna e le milonghe che straboccavano di uomini soli che ballavano tra di loro e i coltelli che si mostravano di fuori, perchè conquistare una donna, allora, in quei contesti e con quei numeri, era questione di vita o di morte.

Un po’ come nei branchi dei cervi l’incrociare le corna e ferirsi dei maschi o i morsi mortali dei lupi che madre natura costringeva alla lotta per la perpetuazione della progenie,

Bei tempi! penserà qualche pulzella di oggi.

 

Il tango nasce da quelle commistioni lontane: e c’erano i neri coi loro ritmi africani, il candomble e il cangenghe e tutto si mescolò e si unificò nella magica parola: tango, simbolo di meticciato musicalmente riuscito, riuscitissimo, felicità dei passi e delle emozioni di queste milonghe dove le donne sono regine sognatrici che girano e si avvitano felici negli abbracci.

Parla della sua vita di tecnico del suono, negli studi fonici e nei teatri e si guarda intorno con lo sguardo un po’ perso, – come se niente di quel che dice trovasse sponda nella sala dove poche coppie ballano la suggestione e la tristezza (ma anche una sotterranea allegria di naufragi) del tango che ha nutrito i giorni della sua vita.

Buonasera, maestro, lo omaggia chi entra e saluta e prende posto allato. Buonasera. E il suo sguardo avvolge le creature nuove e belle che gli sorridono e mi parla di sue seduzioni lontane nel tempo, di donne amate, dei segreti maschili che insegnano a catturare una donna e sedurla nel tango.

Come se fosse facile: una cosa che si può sintetizzare in un bignami delle seduzioni possibili e praticabili. Non è così. La seduzione è una lotta quotidiana e una conquista che affatica e delude e, talvolta addolora.

Beato lui che vive di ricordi.1277370084.jpg

che dirti e dire

 

Che dirti e dire? dire e non capire

se ciò che abbiam vissuto ha un senso

un qualunque senso che ci conforti

e il correre dei giorni e i nostri torti,

le colpe che imputiamo all’egoismo

e se l’egoismo è un torto o condizione

ferrea dell’essere. Ma l’amore, poi,

l’amore pone condizioni? e quali

e quante e sottostarvi e sognar l’ali,

un battito d’ali che il dolor sovrasti

di non più saper l’amare e l’invecchiare

e il peso dei ricordi e tutto quanto pesa

nell’anima offesa dal suo pianto.

Oh, quanto amaro nelle vite nostre

che non son vite più, ma ombre svilite,

ombre di ciò che amammo e ci percuote…

 

 

 

incipit

 

La terra friabile sotto le ruote si sgretolò dal lato del maggior peso dovuto allo sbandamento e franò giù, lungo la scarpata. Dallo specchietto retrovisore vidi una nuvola di polvere levarsi da sotto la ruota e la ruota galleggiare sul vuoto.

Non realizzai subito il pericolo. Se solo ne avessi avuto un’intuizione, avrei sterzato di colpo a sinistra raddrizzando il peso della bestia meccanica, ma non lo feci. Mi sentii sollevare verso l’alto insieme alla cabina dove stavo seduto.

Fu come se il grosso mezzo che guidavo fosse stato improvvisamente sollevato da mille angeli burloni e poi lasciato cadere. Con gli occhi sbarrati vidi il camion scivolare piano e poi più forte giù per la scarpata, in quel punto profonda almeno trecento metri. Uno sguardo eterno, fisso sull’ora e sul paesaggio della mia morte che ingrandiva nei miei occhi aprendosi sulla distesa di alberi e cespugli e rocce che sporgevano aguzze, – annuncio della durezza dello schianto del mio corpo su di esse e su quelle che si mostravano sul fondo colorate del mio sangue.

Fu proprio uno di quegli angeli, colto da improvvisa pietà per l’espressione di terrore che avevo dipinta in viso e per la paralisi che aveva colpito i miei arti e il mio cervello ad aprire d’improvviso la portiera e inclinare il camion di lato.

Il mio corpo immobile riprese d’un tratto vita e movimento. Precipitai giù dal sedile nel vuoto del vano miracolosamente aperto e poi richiuso pel rigirarsi del camion in discesa libera sull’altro lato. Un rovinoso, libero volo della bestia meccanica felice del suo librarsi sgraziato a portiere aperte e richiuse e dello schianto che la riconsegnava al caos di un informe grumo di lamiere dal quale aveva avuto nascita.

Vidi con la coda dell’occhio il suo volo lungo la scarpata, e udii l’enorme rumore dello schianto col viso girato di lato, io sospeso con entrambe le braccia a una grossa radice sporgente in fuori quel tanto che consentiva alle mie mani una presa sicura, seppur disperata.

Ero vivo, vivo! sfuggito alla morte per decisione divina, destinato ancora alla luce che dardeggiava su di me colla forza dell’ora del meriggio e sembrava onda che si compenetrava alla tensione dei miei muscoli tesi nello sforzo di sollevarmi al di sopra del radice per poter poggiare il ginocchio o il piede e sollevarmi poco più sù, sulla sporgenza di terra e rocce da cui il ramo fuoriusciva….

sermone del mattino

 

E’ un’osservazione che mi è capitato di fare molti mesi fa. Viaggiavo in treno lungo la val Pusteria. Scompartimenti mezzi vuoti e solo il rumore dello sferragliare del treno. Le poche persone parlavano a voce bassa, niente trilli di cellulari, un gioioso saluto alle stazioni intermedie tra chi scendeva e chi saliva. A Monguelfo salirono due uomini di pelle scura e sguardo di arabi mediterranei. Si sedettero composti, parlavano a voce bassa, mezzo nella loro lingua e mezzo nella nostra. Si scambiarono informazioni sul lavoro reciproco e ne uscirono critiche dei rispettivi datori di lavoro, ma anche apprezzamenti moderati per il lavoro che c’era, i colleghi corretti, la casa di abitazione che avevano trovato con l’ausilio degli amministratori cittadini.

A Bolzano salirono degli studenti delle superiori e il tono generale delle voci nello scompartimento salì e ancor di più a Trento: trilli di cellulari e voci che facevano a gara per superarsi e affermarsi sulle altre. Benvenuti in Italia.

 

‘Abbiamo gli extracomunitari che ci meritiamo e che sappiamo educare coi nostri comportamenti.’ fu il pensiero che mi illuminò e ne ho conferma da quanto scrive un giornalista su ‘Il Giornale’.

Dice l’articolo che gli inquirenti campani hanno scoperto una banda di neri africani che operava con sistemi uguali a quelli della camorra. Perchè sorprendersi? Chi vive nell’ambiente dei lupi si adegua e si relaziona a quel modo di predare.

A un tal proposito, mi sovviene lo studio di alcuni ricercatori d’oltreoceano che riscontravano -nei quartieri di media degradazione urbana delle città oggetto dello studio- una tendenza al peggioramento dei comportamenti e un aumento del degrado, se l’amministrazione cittadina non interveniva a riordinare e contrastare la tendenza al disordine urbano: cassonetti in disordine, sporcizia per le strade, cestini ogni tot lampioni mai svuotati e debordanti, ecc..

Tendenza inversa, invece, in quelle zone urbane dove lo sforzo costante degli amministratori di intervenire induceva a comportamenti vieppiù virtuosi gli abitanti.

 

Dunque, una sorta di legge di Pavlov agisce e condiziona i comportamenti degli uomini e delle donne al di là della loro appartenenza etnica, cultura, religione, ecc.

Entrare in una biblioteca dove ti fanno ‘ssshh’ non appena tamburelli colla matita sul tavolo induce ad allinearsi al comportamento dominante e così dovunque una qualità e cultura della vita e dei comportamenti si afferma e sanziona, -direttamente o con sguardi severi e parole acconce- i devianti e i ‘maleducati’ di ogni risma, etnia e condizione sociale.

Dite che potrebbe funzionare anche nei forum?

Meditiamo, fratelli e preghiamo per i reprobi le cui pulsioni e le sinapsi neuronali sono fuori controllo.

 

Chiarabuonpastore

la destra e la ‘pietas’ (in morte di Abdul)

 

E’ la ‘pietas’ che fa la differenza, caro Mellen.

Al di là dei dati di cronaca, dell’essere deliquenti dichiarati o avere trascorsi penali di più o di meno di quelli che ti sprangano e ti uccidono per uno strano accanimento, per un particolare quid di ‘accanimento terapeutico’ – se il ‘nemico’ che ti fronteggia e ti provoca e ti ha rubato dei biscotti e ti sfida è nero di pelle o giallo o color caffellatte.

E’ questo che fa la differenza tra uno sguardo ‘di destra’ e uno di sinistra: la ‘pietas’ – che mai hanno avuto gli sprangatori in vita loro e non hanno i forumers che – tutti insieme appassionatamente- hanno ‘promosso’ un post (e le relative ‘re’) che meritavano il sipario e un imbarazzato silenzio e l’avvilimento per un ‘mio dio quanto siamo caduti in basso’ da quando c’è Lui, caro Lei.

Il verbo di destra è sbrigativo, taglia via secco, con l’accetta, non coglie le sfumature di senso e di colore e si infastidisce se qualcuno glielo fa notare; ma una visione di pietà umana permette di cogliere meglio e con più precisione di colori e linee di demarcazione le fragilità dei viventi e le terribili ‘verità’ insite nell’una parte e nell’altra in conflitto tra loro.

Stavolta il morto è nero; potrebbe essere che in una italica futura ‘rivolta delle banlieues’ i morti avranno un colore di pelle più chiaro e l’accanimento degli assassini avrà ragioni storiche più o meno condivisibili e tuttavia orribili a vedersi e udirsi, a metabolizzarsi e incorporare nel cesto di ciò che fa la nostra umanità di viventi.

Certe volte, una riflessione aggiuntiva di persone intelligenti, una pausa di riflessione prima di dire e scrivere, aiuta a migliorare la nostra umanità.

riferimento : ‘invece forum’ su Virgilio community

dalla platea al loggione

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La mezzanotte era alle spalle da un pezzo e quei due stavano seduti sui gradini più bassi del ponte a menarsela con voci altissime, incuranti del sonno dei giusti di coloro che hanno le finestre della camera da letto su quel lato.

Non gliene frega più niente a nessuno del sonno dei giusti, di questi tempi, del rispetto delle sacrosante esigenze del nostro prossimo.

‘Io sono io e voi nun siete un cazzo’ scriveva il Belli, ma lo diceva del Papa-re e ne avea ben donde – dati i tempi grami e le oppressioni/repressioni che ne derivavano al popolino.

 

Siamo forse diventati tutti dei re, ciascuno di un proprio regno-universo sganciato dal resto di ciò che esiste, senza confini (e gli obblighi e le cautele che impone ogni confine) cogli altri regni di coloro che ci vivono accanto e rivendicano i diritti naturali di una coesistenza pacifica?

Fatto sta che se la menavano come fossero a teatro e dovessero far udire le voci fino all’ultima riga delle poltrone di platea e sù nel loggione.

‘Lo so che mi odierai per il resto dei nostri giorni per quello che ti dico, lo so! Ma non posso farci niente, è così, è quello che sento dentro e non posso mentirti!’ diceva commosso il giovinotto-capelli neri-e-corti-non bello e con la voce pure un po’ fessa (ma con indubbio polso e sapienza di teatralità).

Oh, Romeo! sarebbe stata la giusta risposta della pulzella seduta affranta.

Invece, ne uscì una lagna incomprensibile di recriminazioni miste a singhiozzi indegne di tanto pubblico teatro e pubblica piazza-udite-udite ( i banditori incuranti della mezzanotte e del silenzio).

‘Mi odierai, lo so, ma cerca di capire, ascoltami! (Oh Romeo!) – tornò a dire il desso, intanto che mi avvicinavo e li superavo, uno scalino dopo l’altro e uno sguardo (negletto) di commiserazione mista a divertimento sui due poveri amanti sofferenti.

In altri tempi sarebbero volate ciabatte dai balconi aperti e sbattuti all’infuori con rabbia o secchiate d’acqua sui due teatranti fuori tempo e misura, invece niente. Silenzio assoluto della città intorno e quel dialogo surre(n)ale di mezzanotte e passa che rimbalzava sui masegni e muri e acqua immota del canale.

Eppure sono sinceri, mi dicevo avvicinandomi a casa – cogliendo gli ultimi scampi di quell’improvvisata tragedia dell’amore non corrisposto; e tu sei un maledetto cinico, vecchio e ormai insensibile agli ardori/furori dell’amore che va e lascia strascichi e allumacature di dolore nelle anime di questi nuovi giovani incuranti del riposo di chi la mattina si alza presto.

 

E’ vero, avrei dovuto avere animo e orecchio più pietoso, ora lo so, ma il cattivo teatro di quei due poveri amanti mi aveva disturbato non poco (e la mezzanotte passata anche di più).

Avrei dovuto pensare alle poesie di Prèvert che singhiozzavano in sintonia cogli amanti della Rive gauche che si amavano all’ombra dei portoni (presumo in silenzio o solo con i giusti ansimi e paroline del caso nelle orecchie).

Avrei dovuto ri-dirmi i versi de : ‘les amants qui s’aiment / s’embrassent debout contre les portes de la nuit…’ e commuovermi che ancora ci sia qualcuno in giro che grida il suo amore/dolore oltre la mezzanotte, ma il fatto è che, di questi tempi, ognuno di noi (di ogni età e condizione sociale) dà sfogo alle sue esigenze e privati desideri come cazzo gli pare -incurante dei tempi e dei modi ‘giusti’ e del giusto teatro-che-non-guasta – come ben sapeva fare il giovinotto crudele che continuava a dire ‘lo so, lo so che mi odierai…’ e la poveretta giù in fiumi di lacrime.

Oh Romeo! (E dillo! cazzo, che aspetti?!!)

una intelligenza diffusa e nascosta

 

Che cos’hanno in comune persone così diverse tra loro come Domenico Starnone, Patrizia Valduga e Vandana Shiva?

Sicuramente non molto, ma tutte e tre hanno partecipato -insieme a un gran numero di altri scrittori e saggisti e ‘opinionisti’ a Pordenonelegge(.it) .

Vedere una tranquilla e sonnacchiosa cittadina frulana linda e pulita (Venezia al confronto avvilisce e irrita per l’irrimediabile e vergognosa sporcizia diffusa) piena di gente che andava e veniva lungo i corsi e le vie principali, di palazzo in palazzo e di piazza in piazza con il programma delle letture/interviste in mano mi ha divertito e incuriosito come non mi accadeva da anni.

 

Ma allora esiste una ‘intellighentsia’ diffusa, una più che modica quantità di persone che legge e ama ritrovarsi con gli autori e discutere e aggiungere lumi a ciò che un libro dice e raffigura e rappresenta!

Erano centinaia, migliaia, forse, a giudicare dalle code fuori dai portoni e, girandomi a guardarli nelle sale, vedevo brillare la luce dell’intelligenza, della passione che si faceva applauso – a sottolineare i passaggi salienti, le affermazioni condivise – oppure insorgeva quando un giovane islamico (garbatamente e con buone argomentazioni) contestava la ‘predicazione’ accorata di un convertito come Magdi ‘Cristiano’ Allam che, come tutti i convertiti, spezzava fior di lance e spade a favore di questo papa e della buona novella cattolica che arranca allato della postmodernità con mille irresovibili contraddizioni.

 

Domenico Starnone ci ha parlato della sua-nostra scuola, la scuola italiana, ha ricordato i ‘racconti’ che scriveva su ‘il Manifesto’: di insegnanti non all’altezza, allievi reprobi e somari, ministri dell’Istruzione pubblica che si rifiutavano di convertirsi alla coltivazione biologica delle patate – attività in cui avrebbero dato il loro meglio (forse), evitando i guasti e i danni inferti alla collettività dei cittadini.

Mi è piaciuta di lui la definizione di ‘racconto’, il senso che lui gli attribuisce.

Dice che ‘raccontare’ è provarsi a dare ordine al caos in cui siamo immersi e mai affermazione è stata più cogente per la scuola italiana e la società in generale e mai più commovente l’inutile tentativo che facciamo noi uomini e donne di ordinare, trovare il bandolo della matassa, ‘venirne a capo’, come si dice.

Il Caos è il nostro Fato e il brodo di coltura delle nostre vite, l’onda marina che tutti ci infrange e abbatte ogni tot secondi sulla sabbia della battigia o sugli scogli e poi ci raccoglie storditi e ci risolleva per nuovamente infrangersi e rompersi spumeggiando.

Margherita Oggero, allato di Starnone, ne ha contestato alcune affermazioni (ognuno ha la sua di esperienza e ne trae le diverse conclusioni) ed ha raccolto applausi prolungati quando ha ricordato che troppo pochi sono gli insegnanti e i professori che, a un genitore malmostoso che li rimprovera di aver impedito a un allievo l’uso del cellulare in classe, rispondono a tono, rifiutando l’intimidazione perchè convinti del loro aver ben operato.

 

Vandana Shiva è una ‘fisica’ e un’economista indiana – a torto ritenuta (solo) vessillifera di posizioni politiche ‘no global’. Parlava del suo libro ‘India spezzata’ (divided).

Vandana è sicuramente ‘contro’ un sacco di cose storte che fanno il tessuto caotico del nostro vivere sulla crosta del pianeta – ciascuno con i suoi interessi privati che si prova a imporre agli altri disprezzandoli, sovente, o non curandosi delle ragioni del prossimo; ma lei ci ha parlato anche (con ottima conoscenza di cause ed effetti) dei costruttori di dighe, dei pericoli e delle conseguenze – a volte drammatiche, drammaticissime – che comporta questo genere di colossali interventi per la vita delle popolazioni e dei territori allagati e dei villaggi evacuati a forza.

La questione dell’acqua, – il suo possesso e l’idea di un prezioso bene comune da salvaguardare e amministrare – diventerà sempre più un’idea ‘fondante’ la vita dei popoli e delle nazioni che ne soffrono scarsità nel futuro prossimo e remoto.

Ha raccolto applausi a scena aperta, Vandana Shiva, per il suo essere ‘contro’ gli interessi forti delle grandi aziende che agiscono in regime di monopolio e con lo spudorato aiuto di governanti corrotti e il popolo dei lettori di ‘Pordenonelegge’ – non tutti ‘di sinistra’, non tutti allineati e pregiudizialmente schierati – l’ha promossa e premiata anche per il coraggio ‘politico’ che si aggiunge alla sua perizia di saggista e scrittrice.

 

Patrizia Valduga è un personaggio. Ama mostrarsi e offrirsi al suo pubblico con una certa teatralità. Ieri era in nero -svelta e aggraziata figuretta di donna ancora giovane e bella- con un largo cappello di uguale colore.

Il presentatore era suo amico e le reggeva il gioco di seduzione che Patrizia ama fare nei confronti di chi la ascolta – molti estasiati per la sua ineguagliata bravura di poetessa e traduttrice e lettrice esperta di poesie altrui.

Coniuga volgarità e sublimità con uguale perizia di parole e immagini la brava, bravissima (e bella e seducente) Patrizia. Ha scherzato a proposito del suo sedere bello e rotondo (di vent’anni fa) – da includere nel patrimonio dell’umanità – e degli odierni apprezzatori del medesimo impuniti ‘gaffeurs’, ma ha anche recitato (a memoria) la Pentecoste del Manzoni, parlandoci delle ‘gabbie’ del linguaggio e della scrittura poetica che ‘liberano’ i pensieri meglio di quanto fa il verso libero e sciolto dei poeti ‘modernissimi’.

E’ stata una violenza terribile dover uscire prima della fine della sua recitazione e meravigliosa offerta di sè : dei suoi ‘Dolori e Incantamenti’, ma il treno era in orario e il successivo, ahimè, tre ore più tardi.

Ti amo Patrizia, come si ama chi ci incanta e ci allarga il cuore e illumina i sensi; tutti sensi – quelli dell’anima in primis.

 

il futuro rischiarato

 

C’è un luogo di incontro tra le culture che ‘armonizza’ i suoni, i sensi, le emozioni.

Lo trovate su radiotre intorno a mezzodì.

Potete ascoltare melodie scritte nel Due/Trecento in Spagna, luogo di incontro/scontro tra popoli e culture opposti, ma che, insieme, hanno scritto una storia di fantasie e armonie e provvisoria quiete di emozioni comuni che niente hanno da spartire con lo scontro e il conflitto tra le ‘culture’ islamiche e cristiane che, altrove, producevano capestri, patiboli, scimitarre e spade infitte nei corpi dei guerrieri che si fronteggiavano sui campi di battaglia.

Ecco, è questo piccolo momento di quiete ‘culturale’ che si proietta sul futuro e lo qualifica e ci da speranza.

‘Cantares’ di ispirazione sefardita scritti da ‘cristiani’ che prolungano le note musicali in un fiato di speranza e arditissimo crinale di convivenza possibile.

Il futuro è fatto anche di questo: un fiato sospeso, un’armonia che s’invola sui campi di battaglia e li tacita e accoglie il respiro dei morenti e li riscatta.

Culture che si incontrano e piangono il sangue e struggono e muovono il pianto per il troppo di insensatezze che prevale e ci pare oscurare il futuro.

cazzi vostri

 

La cronaca delle catastrofi non è quasi mai interessante. Si sa tutto di quel che è accaduto, bastano i titoli e l’immaginazione nostra fa tutto da sola.

Se crolla un condominio in seguito a un violento scoppio e ti dicono che è stato a causa di una fuga di gas, tu che ascolti ‘vedi’ il grumo delle macerie, la pietra sbriciolata, i muri sbrecciati e una mezza facciata che ancora sta miracolosamente in piedi colle finestre annerite dal fuoco e la gente tutt’intorno al perimetro della disgrazia che commenta e guarda e intralcia l’ordinato lavoro di scavo dei vigili del fuoco prontamente intervenuti.

L’abbiamo visto al cinema e in televisione già molte volte e le ‘merlettature’ dei giornalisti della carta stampata non aggiungono niente di più interessante al film.

Così è per uno tsunami, l’onda assassina che tutto copre e affoga del brulicare della vita sulle basse isole coralline e sulle coste sabbiose e il correre della marea melmosa porta con sè i detriti, i tetti in paglia delle povere abitazioni, i cadaveri gonfi delle mucche e dei corpi umani che galleggiano – costellando il paesaggio di quei segni d’orrore e di morte che dilaga e pareggia le vite con un semplice fiato e sussulto della crosta assassina del pianeta.

 

Ma questa crisi del capitalismo finanziario che si fa crisi dei mercati tout court è tutta da ascoltare, esplorare, osservare con attenzione per quel tanto di misterioso che contiene e che fa dire ai più: io di economia non ci capisco, ma capisce che le borse tracollano, l’inflazione va sù, il denaro compra meno merci e, insomma, siamo tutti più poveri e si paventa una ‘crisi del ’29’ – anno mitico di rivolgimenti economico-finanziari che precipitò il mondo (?) in un buco nero di interscambi tutti al ribasso, aziende fallite, produzioni clandestine, protezionismi e via elencando dell’etereo e misterioso (ai più) mondo della produzione di merci e finanze e mercati globali.

 

Di libri sulla crisi del capitalismo e sul suo crollo prossimo venturo ne sono stati scritti molti.

Dai tempi di Marx ed Engels e del proletariato che spezza le sue catene è stato tutto un fiorire di oroscopi su come e quando il sistema sarebbe esploso o imploso a cause delle sue evidenti e laceranti contraddizioni, ma sono passati i decenni e i secoli e ancora ci rigiriamo il giocattolo tra le mani e lo osserviamo stupiti recto e verso e la ricchezza del capitale ha prodotto risultati visibili e fin spaventosi come i grattacieli delle metropoli, le limousines degli arricchiti in fretta e male e ‘per speculum’ gli ‘slums’ delle periferie urbane, le immense baraccopoli dei poveri che – come topi, come scarafaggi – girano intorno alla forma del formaggio provando ad assaggiarne una briciola gettata con noncuranza dagli epuloni.

 

Così oggi non sappiamo come evolverà questa bolla speculativa che gli ‘esperti’ in televisione e sui giornali ci dicono che sarà peggio di quella del 29. Magari esagerano e dopodomani nessuno ne parlerà più.

Tanto, noi poveri restiamo al palo di sempre, non ci siamo mai mossi da lì e, sono sicuro, nei villaggi del Gujarat, India, neanche si sono accorti che in America , nel 29, impazzava il proibizionismo e i gangsters la facevano da padroni nelle città violente.

Il capitalismo fa danno, cantano i Gotan Project in un loro tango ‘argentino’ (gli argentini di crisi economico-finanziarie se ne intendono), ma non così evidente da muovere la curiosità dei poveri di sempre – che sanno nuotare benissimo perchè l’acqua all’altezza del culo ce l’hanno da un sacco di quel tempo che neanche se lo ricordano. Cazzi vostri, cari.