Archivio mensile:luglio 2008

i viaggi intergalattici

Caro Fire,

     i miei sogni intergalattici sono facilmente smontabili, poichè sono riferimenti approssimativi (e puramente retorici) di quanto avverrà alle future generazioni costrette ad abbandonare un pianeta invivibile alla sua sorte di distruzione per le cause che già sono state predette e si predicono.

Anche sui corpi ‘virtuali’ hai ragione.

Avremo (avranno) bisogno di corpi straordinariamente leggeri i bis bis nipoti dei viaggi in un cosmo da colonizzare per poter compiere viaggi intergalattici con qualche speranza di successo.

I loro corpi nelle astronavi (anch’esse leggere) già prefigureranno quelli che saranno eterni – dopo che avranno ridotto le leggi cosmologiche a vangelo umano e solo umano: semidei capaci di dar vita virtuale alle persone del passato in transito verso il futuro sempre desiderato.

Questa è l’eternità possibile per via di scienza e realistica predizione e ancora una volta ti rimando al bel libro di J.Tipler ‘La fisica dell’immortalità’ (che, sicuramente, non hai ancora letto – prova a cercarlo su internet) che tratta di tutti questi argomenti con piglio sicuro e credibilissimo e sfida la comunità degli scienziati a dargli torto.

Grazie dell’attenzione. Abbraccione.

ai miei adorati lettori

 

 

 

Ecco perché il blog non è solo uno strumento del comunicare, ma è una potente metafora del nostro presente in rapida trasformazione e un simbolo anticipatore del nostro futuro. A farne un mito d’oggi è proprio la sua capacità di dirci qualcosa di profondo su noi stessi, di mostrarci con estrema lungimiranza ciò che stiamo per diventare anche se ancora non lo sappiamo con precisione. Nei grandi cambiamenti epocali il mito, la metafora, il simbolo si assumono proprio il compito di lanciare dei ponti verso quelle sponde del reale che ancora non vediamo ma, appunto, intravediamo. Anche se abbiamo già cominciato a viverci dentro istintivamente. In questo senso i comportamenti del popolo dei blog ci aiutano a cogliere quanto stiano di fatto mutando le stesse categorie di identità e di appartenenza: sempre meno materiali, sostanziali, fisse e sempre più fluttuanti, mobili, convenzionali.

E come sia cambiata la stessa nozione di luogo di cui viene oggi revocato in questione il fondamento primo, ovvero l’idea di confine naturale, in favore di quella di confine digitale. Il blog anticipa una realtà che non è più quella del paese, della città, del quartiere, della classe d’età, della famiglia, della parrocchia, del circolo. I bloggers si rappresentano come una comunità di persone che si scelgono liberamente e su scala planetaria. E in questa dimensione extraterritoriale intessono un nuovo legame sociale.
Comunità senza luogo? Niente affatto. È la vecchia nozione di luogo ad essere inadeguata. E assieme a lei quella apparentemente nuova di non-luogo che della prima non è che la figlia degenere. Perché è fondata su una idea pesante, solida, ottocentesca del luogo e della persona.

Tratto da un articolo di Marino Niola – la repubblica.it di oggi

 

 

Miei adorati lettori,

 

sottopongo alla vostra attenzione questo stralcio dell’articolo di Niola che ci riguarda e ci dice ‘chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo’ – i fondamenti del nostro vivere ed esserci (qui e ora).

L’immaterialità dei luoghi e delle persone è, dunque, il nostro destino ultimo, il nostro paradiso futuro, il ‘peripatos’ digitale dove ci aggireremo felici dei dialoghi e degli incontri.

Il dramma è che non avremo un corpo visibile (oppure si?) e tutte le beate cose che conosciamo legate ai corpi saranno, ahinoi, lettera morta.

Quando le parlo di queste cose una mia cara amica che col suo corpo ha un ottimo rapporto esclama: ‘Che tristezza!’ e neanch’io mi sottraggo a un cotal moto dell’animo (o del corpo?) accarezzando con sguardo evidentemente desiderante le sue impavide curve.

E difficile fare a meno di queste protesi ingombranti che chiamiamo ‘i corpi’.

Così difficile che le leggende religiose -quella cristiana in primis- ci hanno consegnato le leggende di una resurrezione (quando si farà quell’ora) con i corpi e tutto l’ambaradan delle nostre identità trascorse.

A sentir loro, i cristiani, nella valle di Giosafatte ci saremo in anima, corpo e memoria e hai voglia di trovar spazio a tutte quelle persone che hanno abitato la Terra nei diversi secoli e millenni.

Giustamente chiosava Benigni, fingendosi Dio, in uno dei suoi spettacoli lontani nel tempo: ‘…gli indiani di qua, i padani di là, Ferrara (Giuliano) spostati! che lì ci devo mettere i cinesi…’

Beh, riflettiamoci sopra su tanta questione, il tempo non ci manca, dappoichè lo dilatiamo digitalmente a piacimento. L’eternità è a un passo da noi e una capatina io ce la farei, curioso come sono da sempre.

Questo è quanto avevo in animo di segnalarvi, arrivederci e grazie.

la solitudine dei numeri primi

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La solitudine dei numeri primi

 

Rubo l’espressione al bravo e pluri premiato Paolo Giordano per dire di gente strana che balla ogni lunedì in un locale dell’isola al centro di Monaco, la Praterinsel dove l’Isar – il forte fiume che attraversa la città – si divide placido per ritrovare la sua unità di acque e forze più avanti.

E’ gente strana la gente del tango e qualcuno mi dirà; ma non lo siamo un po’ tutti?

Vero, ma quelli del tango argentino lo sono in quel modo categorico e indiscutibile che è contenuto nella filosofia della sua disciplina di passi complicati e ‘attorcolati’ (come dice una mia cara amica dei suoi segreti pensieri e soggiunge – tristemente compresa dell’inquietante epifenomeno – : ‘la mente mente’ Ohibò! ma allora come facciamo a capirci?).

 

Lo dico o non lo dico? Lo dico: il tango argentino è un ‘pensiero triste che si balla’.

Si osserverà che l’espressione è abusata. Vero anche questo, ma lo è alla pari con altre – ad esempio quella che vuole che il battito d’ali di una farfalla delle giungle della lontana Malesia abbia relazione caotica e in qualche modo causale con un tornado in formazione nel golfo del Messico. Sarà vero? Può darsi.

In ogni caso suona bene e tanto basta a perpetuare queste intriganti stupidaggini del postmoderno come quella che afferma che : ‘ ci vuole un grande caos dentro di noi per poter vedere una stella danzante’.

Fateglielo dire alla ministra Carfagna in una sua prossima apparizione televisiva a reti unificate seduta accanto al suo mentore e datore di lavoro e ci sbellicheremo dalle risate.

 

Solitudine dei numeri primi, dicevamo. E’ quanto derivo dall’osservazione di queste persone che vanno e vengono attraversando il locale. Un grande locale con una pista centrale all’aperto, un portico dove suona i suoi tanghi un’orchestrina parecchio brava e una grande sala all’interno – dove ci si rifugia quando il vento umido delle piogge recenti rinfresca la strana estate di Monaco fino a raffreddarla.

Una vera milonga, un luogo di solitudini accertate e palesi: gente che si cerca, che attende, che si guarda intorno e si scruta e spera non si sa cosa e che paventa un rifiuto, se osa invitare al ballo una sconosciuta.

Un luogo dove ci si mette in discussione, insomma, e talvolta si rischia di uscirne con le ossa rotte per un rifiuto bruciante e la piaga dentro di sempre che ognora si riapre: la nostra interna solitudine.

 

Perché numeri primi? Perché ‘si avvolgono su se stessi’ ogni volta che raggiungono i multipli di un determinato numero ‘n’ detto modulo.

Una cosa complicata, – roba buona per matematici insigni alla Gauss (Carl Friedrich), ma non qui: in questa milonga estiva fradicia di umidità dove ci si avvolge in se stessi e dentro il proprio multiplo: l’altro/a da noi che abbracciamo e ci contiene tra le sue braccia nell’illusione di un amore transeunte che si balla – come i pensieri tristi delle nostre notti estive, come la fame dell’altro/a da noi che abbiamo dentro e non basta un tango o una ‘tanda’ (tre di fila) per dirci non più soli, non più numeri primi avvolti in noi stessi.1353443488.jpg

il segno che da forma al mondo

 

Il gesto architettonico che inventa il mondo e gli da forma è gesto di creazione, gesto di semidei.

In principio era il segno (della matita, del carboncino) e il segno era presso l’Uomo e il segno era l’Uomo.

Nella Pinakothek der Moderne c’è un padiglione dedicato ai disegni e progetti – realizzati e no – di Alvar Aalto, il grande architetto finnico.

Non tutti mirabili, non sempre il sogno di dare forma visibile al mondo – e il disegno che ne è prova – raggiungono un’idea di bellezza universalmente condivisa.

Mi incantano specialmente alcuni dei suoi schizzi che con semplici tratti di carboncino danno forma a una sorta di tomba circolare, una collina-mausoleo al centro della quale si disegna una gradinata semicircolare – simile ai teatri elladici delle città-stato.

Dallo schizzo che osservo non è possibile immaginare il progetto finale, la costruzione che ne uscirà, ma non è quello che mi incanta, bensì il suo gesto semplice creatore su un foglio: quel tirar linee e ombreggiare prossimi a scarabocchi infantili, ma che rompono il vuoto, danno forma originaria al caos che paralizza le menti nostre di profani e, subito dopo, segno su segno, le costringe all’ammirazione di una forma, di un paesaggio, di una prospettiva di edificio e/o giardino ‘in fieri’.

Non diversamente il Dio delle nostre fantasie religiose impastava dal fango una forma umana e insufflava la vita e la agiva e dava binari di comportamento morale e comandamenti alle sue creature.

Tirare fuori dal vuoto una forma, sia essa scrittura, disegno, nota musicale, è l’impresa che ci trasforma in semidei capaci di disegnare il mondo e le nostre vite e le storie.

Onore e plauso ai creatori di forme – colla sola raccomandazione agli architetti non di genio di astenersi, se possibile, dal disegnare nuove periferie urbane massimamente degradate intorno alle metropoli come capita (troppo spesso) a noi viaggiatori di osservare.1763489.jpg

Monaco per noi (che non veniam dalla campagna)…

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Bisognerebbe visitare e/o abitare brevemente le metropoli europee più di una volta per ridare smalto e senso alle vite che consumiamo nelle città e nei luoghi di appartenenza, le nostre private Heimat (patrie, ma anche case, luoghi natali o che ospitano i nostri Lari).

Monaco è città bella nel suo insieme e nei suoi particolari: belle le piazze storiche, Marienpaltz in primis, belli i palazzi gotici e le chiese, ricostruite dopo i devastanti bombardamenti della seconda guerra mondiale, bello aggirarsi a tempo perso fra le bancarelle del Viktualien Markt dove si comprano ‘le cose per la vita’ – come dice nel suo italiano evoluto ma ancora non del tutto flessibile il mio amico Wolfgang.

Le ‘cose per la vita’ per noi sono le cose importanti, che so: metter su casa e arredarla, comprare dei libri che ci affascinano e ci fanno riflettere sulle multistorie dell’umanità, sui conflitti e le guerre e le pene d’amore e gli squarci di felicità che -raramente, ahinoi!- ci illuminano i visi.

Nell’area del Viktualien Markt si comprano, invece, cose da mangiare: appetitosissime olive farcite , pane bianco e nero e variamente ricoperto di semi, wurstel di ogni foggia e dimensione e colore e ci si può sedere sulle panche e bere grossi calici di birra corposa, densa degli umori vegetali del luppolo e del malto e osservare gli abitanti di Monaco ragionare e discutere e ridere tra di loro. Bella gente, aperta, cordiale, spiritosa.

Ma quanti clichè stupidi ci siamo trascinati nei cantoni poco puliti della mente noi italiani su questo popolo che ha largamente riscattato le tragedie della prima metà del secolo scorso ed ha pagato prezzi altissimi al delirio e alla follia che ha annichilito le vite dei nonni e bisnonni.

 

L’area prossima alla Karolinen Platz assomiglia a un pezzo dell’Atene classica dei tempi di Pericle.

La definiscono su tre lati tre ‘templi’ postmoderni con timpani e colonne monumentali e sculture che ricordano il frontone del Partenone.

E’ un’area museale che può occupare le tue giornate per settimane e settimane di visite ripetute e puoi erudirti sulla cultura dell’antica Ellade come meglio non saprebbero i libri di una fornitissima biblioteca.

Proseguendo lungo la Bayerstrasse capiti nell’area espositiva della Alte Pinakothek – una delle più ricche d’Europa, alla pari con quelle di Dresda e Berlino per quantità e qualità di capolavori esposti- e della Pinakothek der Moderne, dove ho trascorso oltre sei ore di una mia giornata a beare gli occhi e la mente del ‘design’ dei moltissimi oggetti di ‘modernariato’ esposti.

Un bagno commovente nei ricordi degli anni della nostra vita trascorsa tra i Brionvega di quadrate plastiche colorate e i ‘pick up’ portatili della Philips o della Phonola con radio incorporata di ogni foggia e dimensione – passando per un ‘toaster’ che sembra l’oggetto misterioso di certi giochi a quiz e solo la lettura della didascalia ti spiega, infine, cos’è.

 

L’albergo che ci ospita è prossimo alla stazione centrale, un quartiere di antica residenzialità di immigrati turchi che si sta trasformando in multietnico, con vistose presenze di donne in nero iraniane e Medioriente vicino.

Strana gente in canottiera e moglie sfatta di fronte ascoltano una loro radiolina portatile seduti a un bar che ricorda le viuzze dell’angiporto di Atene di qualche decennio fa. Fumano entrambi come due turchi, una via l’altra.

Lui parla in greco e lei risponde in turco, poi trilla il telefonino e lui ingaggia una conversazione dai toni duri e imperativi. Forse è la sua ‘postazione di lavoro’, chissà.

Vengono in mente le scene dei film delle bande etniche contrapposte e dei gangsters nella New York degli anni trenta e quaranta.

I negozi di generi alimentari sono gestiti da turchi e qualche iraniano e pachistano e i costi delle merci sono incredibilmente inferiori a quelli dei nostri ipermercati e ‘discount’.

L’insieme dei passaggi e dei cori delle voci e dei richiami da impressioni di variopinta coesistenza pacifica e di tranquillo futuro multietnico.

Niente a che spartire con ‘l’emergenza nazionale’ lanciata dai ministri del nostrano governo di infami giusto ieri.

il nido delle aquile

 

Il nido delle aquile è nascosto dalle nuvole. Appare e riappare negli squarci delle nuvole in movimento. Piove. Una pioggia come di primavera, continua, a piccole gocce fitte e l’erba del grande giardino tutto intorno alla casa stampa la tua impronta, ma subito la cancella al passaggio.

La bassa Baviera ha fascini ambigui e ricordi ingombranti per la nuova Europa in cui ci riconosciamo a fatica – cittadini ancora fermi alla preistoria degli Stati-nazione, ancora aggrappati agli egoismi di popolo. Il mio ospite è persona affascinante e gentilissima e la vecchia casa in cui abita ed ha restaurato di recente meriterebbe la recensione sulla nota rivista AD – le belle case della vecchia Europa.

Passo di stanza in stanza e mi siedo sulle diverse poltrone e sedie e immagino la vita di questa famiglia, il punto di vista di ognuno, il loro diario segreto, le aspirazioni, le frenesie, i segreti rancori, le speranze.

Ne abbiamo tutti e non li/e raccontiamo, ma sono scritti/e nelle cose, negli oggetti, nelle espressioni del nostro viso e anche nei vuoti sulle pareti e delle stanze.

Il resto è fantasia di aspiranti scrittori: ri-costruzione di una verità difficile perché occulta già un attimo dopo essere stata rappresentata nelle nostre vite e averle segnate.

Come per i delitti – che nelle aule dei tribunali non si riesce quasi mai a dimostrare e un bravo avvocato riesce a cancellare e/o sbiadire fino all’assoluzione ‘per mancanza di prove’.

Più rare quelle per ‘non aver commesso il fatto’ perché i fatti si commettono e ci restano appiccicati addosso e se i ricordi sbiadiscono ci pensano gli storici a dirci che sono accaduti: chi i responsabili, quali le vittime. E sono rare anche le espiazioni -sempre allontanate come gli amari calici e che non bastano mai a illuminare il futuro.

 

La sera, attraversiamo la regione a fari accesi, la cui luce frantuma e schiaccia le gocce della pioggia ostinate. Siamo diretti a Salisburgo, preistorico borgo del sale, che ospita una milonga: piccola, intima, ma capace di atmosfere quant’altre mai.

Bella musica, belle donne, sorrisi, emozione degli abbracci.

Il tango contiene tutto questo come una verità inutilmente negata.

E’ fuoco di segreti languori e talvolta infiamma e divampa – com’è nella natura di ogni fuoco.

Ma visto dall’esterno è eleganza di giri e perizia di passi arditissimi e chi balla è solo comparsa di una sacra rappresentazione: quella dell’amore che si desidera e non si ha, un pensiero triste che si balla.

Al ritorno ancora gocce di pioggia e silenzio della campagna e nuvole scure a coprire le stelle e la luna, che pure ci sono, lo sappiamo che ci sono -come l’amore che esorcizziamo rappresentandolo, come i vuoti che abbiamo dentro e proviamo inutilmente a riempire.

 

 

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caro, vecchio Robyn, amico mio….

4448bb447d19c2a3d3d1820ef6b60006.jpgCaro, vecchio Robyn, amico mio,

   ci accomuna una vita di disincanti e disillusioni, una dietro l’altra e di che peso! dalle rivoluzioni tradite alla caduta dei muri fino alle follie degli esodi forzati dalle città imposti da Pol pot e tutte queste tragedie si tengono per mano come le figure in controluce del film di Bergman ‘il settimo sigillo’.

Una danza della vita consegnata alla morte e quel paesaggio più vero del vero in cui tutti camminiamo legati con la Morte in testa. Tutti: buoni e malvagi, sciancati e bellissimi, fortunati e disgraziati, poveri e ricchi.

E’ l’effimero dei sogni nostri che chiamiamo ‘vita’ a tenerle insieme tutte quelle figure e siamo al punto del tempo nostro in cui non sai più il senso di tutto ciò: per cosa, alla fine di tanti anni, abbiamo lottato e vissuto.

Forse ci siamo illusi di lottare; ‘andava par lottare ed era morto’ -scriveva un grande poeta, descrivendo un suo guerriero lunare.

Ma ne è valsa la pena, se il pensiero di fondo è che di tanti sogni e ideali e speranze di miglior vita ‘finisce tutto a puttane e berlusconi’?

Hai ragione a sentirti stanco.

Stanco di vuote parole, di toni di contese inutilmente alti, -quando l’alto è costituito dall’attesa di una normalità democratica semplice semplice e il basso, ahinoi! sono le flatulenze verbali a ciclo continuo del Nano malefico e varia compagnia assoldata di ballerine-ministro e avvocati fatti parlamentari ai noti fini de ‘li cazzi sua’, di sua maestà il Satanasso.

Dicono che il peggio non è mai morto, ma davvero fatico a pensare un peggio rispetto a quanto ci avviene intorno: malnati, suonati di vario tipo e genere, un’arca di Noè delle tipologie umane negative nella vita e nei forum.

Gli amici di Trafalmadore -il nostro pianeta gemello- dicono che è una fase astrale inopinatamente lunga, che viviamo, noi terrestri, in una sorta di culo di sacco cosmico in cui siamo andati a finire – come pesci dentro a una rete a strascico trascinata nel mare della Storia rassegnati a un destino cinico e baro.

Non ci resta che sperare in quell’altra vita -quella che sognamo migliore e non più ancorata ai limiti della Storia scritta e del Tempo unidirezionale tiranno.

Ti abbraccio forte, amico mio.

riferimento: forum Vigilio ‘il caos del mondo – noi hutu e i tutsi’

giustizia, per giove! giustizia!

A volte mi chiedo se lo fai o lo sei, Geibi.

Poi mi dico che lo fai, so per certo che lo fai per provocare.

Credere che lo stato della giustizia italiana sia fallimentare a causa della presunta dedizione complottarda dell’intera magistratura contro Berlusconi è da idioti, da Homine abilis anatrensis e tu idiota non sei, anzi! sei Sapiens-sapiens a pieno titolo – col di più di un intelligenza sarcastica e una fantasia non comuni!

Perchè vi compiacete, voi destri di intelletto, di assecondare e ripetere in coro questo ridicolo refrain berlusconiano: che i giudici sono rossi e comunisti (ma solo quando rivolgono la loro attenzione alla sua pervicace vocazione a delinquere) e che una riforma della giustizia si impone?

Ha ragione Calderoli. Prima il federalismo -coinvolgendo, se possibile il Pd- poi, con tutta calma, il resto.

Dovremmo esserci abituati a non avere giustizia in questo paese. E’ uno stato di cronicità che dura da quarant’anni e i primi beneficiari sono stati gli imputati eccellenti che ottenevano palate e vagonate di sabbia sulle inchieste che li riguardavano da parte dei vecchi parrucconi di obbedienze democristiane che dirigevano i famigerati’ porti delle nebbie’, te li ricordi quei fatti e quegli eventi?

Poi venne Tangentopoli e un parte del popolo bue applaudì i magistrati coraggiosi, ma durò poco.

Prese il sopravvento la folla dei beoti, quelli degli applausi ai Barabba danarosi, quelli delle ‘maggioranze silenziose’ che -non appena gli metti a disposizione un forum qualunque, diventano queruli rompicoglioni capaci di postare solo le loro stupide idiosincrasie contro la sinistra.

E siamo all’oggi.

Certo che una riforma della giustizia ci vuole, ma gliela fai fare proprio a un Berlusconi e compagnia assoldata? Sicuro che ne uscirà qualcosa di decente, qualcosa di più nobile di un sistema giudiziario da repubblica delle banane? Il Barabba dei barabbi che riforma la giustizia! Roba da: ‘la sai l’ultima?’

Da tenersi la pancia, caro Fire, da scompisciarsi dalle risate – se non fosse tutto tragicamente vero, tutto tragicamente italiota.

Perfino i militari birmani, se gli appaltassero la redazione di un disegno di legge ad hoc sulla giustizia italiana, farebbero meglio, credimi.

dell’intelligere ed opporsi

Fire, la tua intelligenza ha un limite che, secondo me, sei in grado di superare – a differenza degli altri destri ‘di là’.

Il limite è quello di cercare di demolire le persone a legnate per affermare il concetto basico delle tue argomentazioni.

Non hai bisogno di dire peste e corna di Fo o di altri che ‘percepisci’ come ‘nemici’. Non è necessario.

Non cambia una virgola dello stato delle italiche cose pestare alla cieca sul passato di simpatie fasciste del bravo Fo.

E’ come sputare su Gunther Grass e dire che è una merda di uomo o di romanziere perchè la sua storia giovanile è stata segnata dal nazismo e dalle tragiche conseguenze di appartenenza di vita che ciò ha comportato.

Questo genere di cose lascialo fare agli Homine habilis e ai Vandali e/o Longobardi prima della loro redenzione e assimilazione nel Codex Iustinianum.

Tu sei capace di ben altro, Geibi, hai fantasia e intelletto.

Lasciati alle spalle la sciocca acrimonia verso le persone e valuta, piuttosto, le conseguenze di una diversa ‘democrazia’ e/o ‘dictablanda’ quale sta impostando il tuo Campione di denari, – quali le ricadute future, quali il senso del convivere e l’eventuale ricorso alle armi (perchè, quando le armi della critica si spuntano, lo sai, si ricorre necessariamente alla critica delle armi, come già è accaduto in questo paese).

E’ su questo genere di dialogo che mi piace incrociare i ferri con te, non con l’invettiva e il sarcasmo spuntati da una faziosità che ci è arcinota e ci oppone.

E perchè mai ti vorrei bene e ti sentirei affine, se no?

Abbraccione (attento al mio coltello nascosto tra le dita!).

 

riferimento: forum Virgilio ‘il caos del mondo – noi hutu e i tutsi

ma pensi, Contessa….

a00d0bef6e620954893bc0ed4db5e66e.jpgContessa,

    si è spiegata benissimo.

Ma temo che il rispetto delle forme del dire oggi faccia a pugni -pugni duri, uppercut e diretti al mento-colle necessarie cose da dirsi e da farsi per arginare la fetida ondata marrone che rischia di travolgerci più di quanto abbia fatto fin qui.

Da Tangentopoli a seguire, in Italia abbiamo il terreno politico e sociale più fertile dell’universo, tanta è stata la concimazione. Il dramma è che non crescono fiori, bensì strani frutti rigonfi che quando li apri olezzano dell’uguale fetore del concime con cui è stato concimato il terreno. Da lasciarci pascolare i maiali.

Le trascrivo il pezzo centrale della lettera di Travaglio per sottolinearle il mio perfetto accordo con quanto egli espone:

‘Come mai allora questa percezione non è emersa, nemmeno nei commenti delle persone più vicine, come per esempio te e Furio? Io temo che viviamo tutti nel Truman Show inaugurato 15 anni fa da Al Tappone, che ci ha imposto paletti (anche mentali) sempre più assurdi e ci ha costretti, senza nemmeno rendercene conto, a rinunciare ogni giorno a un pezzettino della nostra libertà. Per cui oggi troviamo eccessivo, o addirittura intollerabile, ciò che qualche anno fa era normale e lo è tuttora nel resto del mondo libero (dove tra laltro, a parte lo Zimbabwe, non cè nulla di simile al governo Al Tappone). In Italia lelenco delle cose che non si possono dire si allunga di giorno in giorno. Negli Stati Uniti, qualche anno fa, uscì senzalcuno scandalo un libro di Michael Moore dal titolo Stupid White Man (pubblicato in Italia da Mondadori), tutto dedicato alle non eccelse qualità intellettive del presidente Bush. Da dieci anni lex presidente Clinton non riesce a uscire da quella che è stata chiamata la sala orale. In Francia, la tv pubblica ha trasmesso un programma satirico in cui un attore, parodiando il film Pulp Fiction in Peuple fiction, irrompe nello studio del presidente Chirac, lo processa sommariamente per le sue innumerevoli menzogne, e poi lo fredda col mitra. A nessuno è mai venuto in mente di parlare di antibushismo, di anticlintonismo, di antichirachismo, di insulti alla Casa Bianca o di vilipendio allEliseo. Tanto più alta è la poltrona su cui siede il politico, tanto più ampio è il diritto di critica e di satira e anche di attacco personale.’

Questo per dirLe che la satira – fin dai tempi dei buffoni alla corte dei re- è terreno di piena libertà convenuta e necessaria ed ogni restrizione e/o distinguo pelosi altro non dicono se non la cattiva coscienza di coloro che sono bersaglio delle frecciate e delle carezze fatte con la carta vetrata a grana grossa -com’è tradizione della vera satira, quella che fa male.

Si ascolti le ragioni di Dario Fo dette nel video che troverà sul sito di Micromega. Meglio non si può dire a proposito della ‘satira insultante’ – a meno che non si voglia dir niente o fare carezzuole lievi che è quanto vogliono i servi di corte di sua maestà Berlusconi-il-Breve.

O il ‘politicamente corretto’ oggi vogliamo imporlo anche alle piazze dell’opposizione – giusto mentre è in atto il più spaventoso tentativo di scardinamento istituzionale mai tentato dal dopoguerra?

A la guerre comme à la guerre, ma chère.

Le piazze di destra, ch’io sappia, non sono così pudiche e politicamente corrette come vorrebbero lorsignori che fossero le nostre e durante il breve governo di Prodi di cose turche ne abbiamo ascoltate a iosa e fino al rovesciamento dello stomaco da parte degli evasori notori e recidivi e dei pirlotti che gli vanno dietro che -come ridicole mosche cocchiere- vanno scrivendo nei forum di destra che loro ‘parlano di politica’. Maddechè, aho!?

Il fatto è, cara Contessa, che ci hanno espropriato anche dell’unico terreno che ci apparteneva, la satira, appunto.

Perchè la fanno loro, tutti i santi giorni che Dio manda in terra e l’unica vera satira che ci è dato di osservare è quella dei blob: satira iperrealistica, –  la pura riproposizione di quanto è avvenuto il giorno prima.

Oggi dovremmo attrezzare i cannoni e i mortai da 120, cara Contessa, non proporci di indossare i guanti bianchi e preoccuparci se le odierne Pompadour ne escono santificate di riflesso da una seduta di satira. Non sono i suoi difensori di ufficio il nostro ‘target’ di riferimento.

Abbiamo un’altra sensibilità noi, un’altra cultura istituzionale -le mille miglia diversa dalla loro: quelli degli avvocati di fiducia chiamati a fare le leggi per il Padrone di denari, quelli delle veline elette alle Pari Opportunità. Crede che l’abbiano capita la bestialità, l’insulto a viso aperto e impunità annessa fatto a tutte le donne?

Chi lo capisce sta da una parte sola e chiara: contro il mille volte maledetto Caimano e le spaventevoli schifezze di lotta e di governo che propina ai suoi pifferati e maggiordomi e vari sostenitori dell’Uomo della Provvidenza.

Non mi preoccupo più di quanti siamo e dove siamo.

Siamo dove ci ha portato Lui, il Malnato, e da queste trincee dove siamo confinati è necessario sparare ad alzo zero e fuoco a volontà.

La democrazia che vogliamo difendere è altra cosa dal peana ributtante dei soldati che si sono messi in fila dietro al Cavaliere Nero-Unto dal Signore.

Usciti dal Ventennio dei nonni e dei padri ci credevamo vaccinati, ma la memoria delle generazioni è davvero fragile cosa se siamo tornati a combattere una tal guerra.

‘Noi che volevamo apprestare il terreno alla gentilezza/ noi non si potè essere gentili…’

Buona giornata, cara, e non dimentico la rosa.