Archivio mensile:giugno 2008

la metafisica coperta di papaveri

 

‘Voi vi chiederete: ma dove sono i lillà?/ e la metafisica, coperta di papaveri?…’

Correva l’anno 1975 e un regista che avevo appena conosciuto, un tal Rizzardini -co-fondatore dell’associazione culturale ‘Il ponte’ -sorta pochi anni dopo la fine della guerra e presto morta-, mi chiedeva di leggere dal palcoscenico del teatro di palazzo Grassi (fu l’ultima volta che quel teatro venne usato in quanto tale) questi aerei versi di Pablo Neruda dentro a un più generale contesto di ‘Homenaje a la Resistencia espagnola’.

Nel corso dei primi mesi delle prove morì Francisco Franco e lo spettacolo venne inglobato nella primavera successiva in un più generale quadro di spettacoli che la Biennale di Venezia dedicava alla Spagna – che ritrovava la sua libertà ed entrava di slancio nel consesso democratico ed europeo grazie all’azione accorta e cauta di Juan Carlos, l’attuale monarca, successore designato dal Caudillo morente. Scherzi della storia. Un delfino tradiva i sogni del patriarca dittatore e apriva al sole dell’avvenire democratico fino a Zapatero. Chi l’avrebbe detto possibile allora?

Ad attrarmi, di quei versi di Neruda, fu l’impudenza della domanda e gli strani paesaggi irreali che evocava.

Come ve la figurate voi una ‘metafisica coperta di papaveri’?

Per dire un verso, dirlo a un pubblico, bisogna sapersi figurare nella mente le immagini che la lingua scioglie nell’aria.

Per lunghi mesi non seppi dire che fosse una metafisica coperta di papaveri.

Ne parlavo con gli altri attori/attrici e mi guardavano strano. Seppi, poi, che loro tiravano a indovinare, che i versi che uscivano fuori dalle loro bocche loro non li avevano mai ospitati nei privati paesaggi della mente. Tiravano a indovinare e ne uscivano toni sbagliati e pause fuori misura e accentuazioni di senso che depistavano gli ascoltatori.

Ecco perchè i registi faticano con certi attori a dare forma ai loro spettacoli, alle loro suggestioni interiori.

La metafisica coperta di papaveri era il sangue dei popoli, il sangue sparso sulla superficie della terra per dare forma visibile alle idee di giustizia.

Di ingiustizia si vive quotidianamente, ma per un’idea alta di giustizia si può morire, dicono i poeti – tutti i poeti, anche coloro che nel 1939 impugnarono le armi e dissero inammissibile al mondo intero che quattro generali felloni guidassero un esercito in armi contro la Repubblica democraticamente eletta.

Migliaia di braccia stese al suolo e teste fracassate e donne violate nutrirono le radici di quei fiori di sangue e la poesia di Neruda chiude il paesaggio d’orrore -evocato con serene immagini floreali- con una doppia perorazione: ‘andate a vedere il sangue per le strade’ ‘andate a vedere il sangue per le strade’ -come se ancora corresse, come se quei morti fossero stati consegnati alla metafisica del mondo malato che uccide i suoi figli senza fornire spiegazioni e dare senso alle vite che durano lo spazio di un mattino.

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i romanzi di formazione

 

Ho scoperto da cosa inizia tutto. E’ colpa dei romanzi ‘di formazione’, delle storie di formazione di ognuno e tutti.

Tutto ha inizio in famiglia e nella scuola, tutto, tutto. E’ lì che si insegna/apprende la tolleranza oppure si è vittime di attenzioni sbagliate, di bullismi non repressi per tempo e si è sommersi o salvati e le vite degli uomini e delle donne prendono certi corsi e ricorsi che poi osserviamo e ci incantano o ci affannano.

A scuola chi non è il più forte fisicamente e attrae l’attenzione e il rispetto degli altri per quella via stimola la sua intelligenza o la simpatia e forma/conforma così l’immagine/identità da offrire al gruppo di appartenenza per l’opportuno e necessario riconoscimento.

Poi ci sono i ‘branchi’ degli adolescenti come quelli dei dingo nel deserto sociale che abitiamo-sempre più numerosi, ahinoi, e sempre più impuniti da ultimo -con tanto di eco gaglioffa e riporto su you tube delle bravate.

Contro di loro non possiamo farci molto, date le troppe licenze genitoriali scambiate per libertà e la rinuncia degli insegnanti ad esercitare l’autorità necessaria per non incorrere in una causa per maltrattamenti intentata dai bravi genitori.

 

E siamo al governo della Repubblica e all’impunità imposta per decreto.

Sospetto che il nostro amatissimo presidente del consiglio dei ministri si sia comprato il consenso dei suoi compagni di classe fin dai tempi lontani del suo privato romanzo di formazione.

Certe tendenze si affermano presto, certe intelligenze capiscono al volo l’aria che tira e qual’è il modo giusto per aprire carriera.

Berlusconi ha fiuto per gli affari e gli affari -da sempre- si fanno oliando qua e là, ammiccando, promettendo.

Pecunia non olet e trovatemi voi qualcosa di più noioso di quelle figure professorali d’antan che a scuola predicavano i ‘valori’ e ‘fare il bene’, ‘lottare contro i violenti e i corrotti’ e via elencando dei vecchi e nuovi Comandamenti che dovrebbero fare il bene e la fortuna dei popoli eletti.

Gli arabi che hanno creduto alle Sure e ai precetti coranici conquistarono un grande impero mediterraneo -da quel coacervo di tribù riottose e litigiose che erano.

Ma erano altri tempi e Maometto sta a Berlusconi come la famosa Montagna che: ‘se non si muove lei mi muovo io e provo a offrirle una parcella adeguata e un posto in parlamento – vedi mai che non si smuova’.

Oggi gli imperi si comprano, le democrazie si modellano e conformano a tavolino dietro le quinte dei reality shows e i gigioni e i piacioni di un tempo lontano sono diventati gli ammazza-giudici di oggi -quelli che decidono che reati sono da perseguire e quali da dimenticare e riprendere, se avanzerà tempo e voglia, fra un anno o giù di lì.

Un popolo di ammiratori entusiasti dei bulli vincenti e dei bullismi promossi ad azione di governo plaude all’umiliazione dei giudici, alla loro sottomissione con gogna al potere politico di un Barabba che si è comprato la democrazia e tutto il cocuzzaro annesso e connesso.

E’ da lì che parte tutto: dai tempi della scuola e dei bullismi che si affermano nel disinteresse o nella incapacità a reprimere degli insegnanti, i nostri primi ‘giudici’ quelli che ci promuovevano o bocciavano secondo merito e profitto.

Tutto comincia con i romanzi di formazione e quando il romanzo è ormai in là coi capitoli non possiamo più farci niente.

Quella è la storia che ci hanno imposto di leggere: passi lunghi e pedalare.

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i forum dei cittadini

 

Frequentando i forum, mi è capitato di osservare la varia fauna che li frequenta e le dinamiche che reggono i rapporti tra le diverse persone.

Il successo dei forum ‘dei cittadini’ è che sono strumenti di interattività e di relazione tra persone diverse e sconosciute (non tutte non sempre) -cosa che non si dà per la televisione dove si può ‘partecipare’ solo se invitati preventivamente a far parte della ristretta platea di un pubblico obbligato al rispetto delle regole convenute.

Ne esce una sensazione di falso, di artefatto, ma l’ ‘essere visti’ dal grande pubblico della televisione fa comunque aggio sulla falsità e l’artificiosità e se sei telegenico o dici abbastanza idiozie in tempi brevissimi la carriera è fulminante.

Nei forum, invece, le regole si patteggiano direttamente in loco coi gestori, ma si stracciano poi facilmente in termini brutali ed ecco gli insulti a raffica e ripetizione, i cloni che violano l’interdetto posto dai moderatori e infine lo status quo medio tollerato dove anche i peggiori bulli da scuola e classe differenziale e/o di caserma trovano lo spazio di condivisione e partecipazione, possono, cioè, ‘postare’ le loro schifezze sui muri in piena libertà.

Nei forum vige una sorta di legge del branco dove c’è il dominante, i gregari, quelli che si accontentano di un posto in periferia e scodinzolano festosi ad ogni nuovo ingresso e i lupi solitari che si azzannano coi dominanti e se gli riesce di assestare il morso alla giugulare è fatta: ne prendono il posto.

E’ una scuola di vita indubbiamente interessante dove trovi stelle di prima e quart’ultima grandezza e stalle fitte di bovi e vitelli capaci di ‘dire la loro’ in qualche modo col magico risuonar dei muggiti sul far della sera: una democrazia caciarosa e tutto sommato inutile sul piano della sostanza della nostra vita nazionale, dato che, prima dell’avvento del Berlusconi Ter, manifestavano quasi tutti un rassegnato disincanto definito ‘antipolitica’, ma poi, ad elezioni avvenute, ecco levarsi una gran ‘ola’ festosa verso il capo-dei-capi-Grande-Statista e pazienza se poi, gettata la maschera, si è rivelato il Caimano di sempre, il Barabba impunito che sempre deve sistemare in primis la sue vicende giudiziarie e, in secundis, quelle relative agli affaracci suoi privati di tycoon e dintorni finanziari dalle Seychelles alle Isole Vergini.

Insomma, i forum dei cittadini dovevano essere la novità del terzo millennio, la scuola della democrazia innovativa della Rete e si sono rivelati essere solo i luoghi di un’eco lontana della cattiva politica di sempre: la piaggeria verso il Vincente, l’osanna del Padrone; che tristezza mortale, ragazzi.

poesia illiberale

 

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di un’ora al tramonto che non so che sia

luci basse di crepuscolo e lampi

che rischiarano le ombre e i pensieri

alfieri di un altrove che qui poggia

le zampe, ma ha testa in universi

paralleli. Dite, ce la faranno

i cloni nostri futuri a reggere

quest’infamia dell’essere, la varia

sottoumanità che ci perseguita

colle stronzate di un presente

fitto di parole in libertà e pensieri

bistrattati da stolti ‘liberali’?

Dateci la capacità di un volo

angeli nostri che ci vegliate

instancabili. Qui nel fetere

di tanto umano merdaio abbiamo

dimenticato le anime:zombies

di un futuro che non ha spirali.

l’autunno del patriarca

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Riferiscono le malelingue dei giornali di destra che il povero Fidel Castro si è ridotto a leggere e ritagliare gli articoli più interessanti (a suo personale avviso) dei giornali indigeni e del mondo vario.

Detto così ci si figura un povero vecchietto curvo e sdentato seduto sulla panchina di un parco che sforbicia inutili pezzetti di carta e li organizza in una sua cartelluccia di carta stracciata.

Ma si può essere più beceri e idioti di così? Leggere articoli di giornali e organizzarli è la cosa che fa il conduttore di ‘Prima pagina’ la mattina per i suoi molti e validi ascoltatori; la fanno gli assistenti (profumatamente pagati) dei managers di grandi aziende, i segretari/e dei parlamentari europei, ma se la fa Fidel Castro, il poveretto diventa un patriarca tremolante e avvizzito e malridotto di cui ci si deve burlare con l’acrimonia e la malafede tipica di quel giornalismo d’accatto.

Lo facessero i nostri vecchi negli ospizi di leggere i giornali e tenere aperti gli occhi della mente sul mondo – partecipassero anch’essi con maggiore cognizione di causa e desiderio di agire politico positivo di tutto quanto di terribile avviene in questa repubblica bananiera dove si distrugge una istituzione e una magistratura della Repubblica per gli sporchi interessi di un solo facendo leva sulle stupidissime ‘paure percepite’ di un popolo adoratore di Magici Pifferai da tre palle un soldo.

I giornalisti famigli che scrivono sui giornali del padrone non perdono un istante a denigrare e modellare fantasiosamente l’informazione pilotandola nel senso unico del Verbo berlusconiano.

Guai ai vinti! è il loro assunto, il Capo lo vuole! Manca un bel ‘eia eia!’ in chiusura di pezzo e ci siamo: il tempo si azzera e gli incubi del passato ritornano, mutatis mutandi (che non vuol dire di cambiarsi le mutande: ‘gnurant!).

Per i giornalisti famigli de ‘il Giornale’, ‘il Foglio’ ‘Panorama’ l’attività intellettuale di Fidel Castro (perchè leggere e sottolineare i passaggi cruciali di un articolo di giornale è attività intellettuale a tutto tondo) si riduce a un taglia e cuci miserello e triste, da autunno del patriarca.

Poco importa a quei dessi che un commerciante di valigie o di preziosi non faccia cose più interessanti dello spostare le merci sugli scaffali e oziare poi lungo la giornata in attesa dei rari clienti.

Denigrate, denigrate, è il verbo degli odiatori professionali della destra.

Ma chi semina vento, brava gente….

è morta la pacatezza, viva la pacatezza

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E’ morta la pacatezza, viva la pacatezza.

Chi ha la pessima abitudine di navigare nei cosiddetti ‘forum dei cittadini’ si è accorto che la cifra stilistica -da una quindicina di giorni a questa parte è l’invettiva, l’insulto.

Ad personam oppure coram populi: secondo la qualità individuale media dei partecipanti ai forum che -in una scala da uno a cento- non oltrepassa mai quota venti con lodevoli e vistose eccezioni qua e là.

L’oggetto del contendere, dovunque, è la legittimità della pretesa del Cavaliere Nero (nell’anima e nei metodi di governo) di affermare la sua impunità/immunità.

E’ un redde rationem che dura da quasi vent’anni – da quando defunse la marcia prima repubblica colle molte putrefazioni e gli olezzi relativi che venivano da Hammamet e dintorni- e adesso siamo al giro di boa.

Sicuramente a Berlusconi riuscirà di portare a termine i suoi piani e far approvare i decreti e i disegni di legge che i suoi avvocati personali (il Ghedini-Mortisia in testa) gli hanno preparato con contorno di profumatissime parcelle e onori parlamentari annessi.

Gli oppositori si affannano -inutilmente- ad osservare che così si calpesta il diritto costituzionale e quella legge fondativa della repubblica che recita ‘la legge è uguale per tutti’ per poi approdare ai marmi sui tribunali che ci coglionano (a noi poveri cristi) con le scritte maiuscole: ‘dura lex sed lex’.

Basta disporre di opportuni capitali, manda invece a dire il Berlusconi Silvio per interposti portavoce (una moltitudine), e la democrazia ve la comprate come ridere e ne potete disporre a piacimento.

E’ questo che non va giù ai suoi molti ed esagitati supporters e fedeli. Che si smascheri questa tragica evidenza della democrazia fragile e tremante -preda facilissima di un qualsiasi stupratore abituale e brigante di passo e di palude.

Eccoli, allora, i destri, affannarsi a dire che no, sono i giudici i golpisti, i maledetti assassini della democrazia – chè, una democrazia che si rispetti è vox populi ‘vogliamo Barabba e a morte Gesù’. Poco importa a quei dessi che anche le piazze del fascismo cogli echi de: ‘volete burro o cannoni?’ fossero piene di genti osannanti al Mascella Volitiva – che di lì a poco iniziò la campagna di Russia e vi spedì in gran numero gli italici sudditi entusiasti.

Macchè: siano maledetti i giudici che non giudicano (per loro colpa?) e guai a chi si oppone alle leggi volute da noi partite-iva innamorate dell’Impunito e vogliose di uguale immunità/impunità.

Non se ne va fuori, brava gente.

I termini della questione sono falsati ad arte e democrazia non è puro e semplice governo di popolo.

E’ un sistema complesso di binari e norme che canalizzano gli spiriti animali delle folle e degli interessi corporativi contrapposti.

Norme e leggi che vanno oltre gli interessi del portafoglio individuale e di categoria produttiva (non tutte produttive, non sempre).

Si prenda esempio dall’Europa, si chieda all’Europa che giudizio dà su quel Tale ostile ad ogni galateo istituzionale, ad ogni rispetto delle istituzioni e dei bilanciamenti necessari fra le diverse magistrature dello Stato.

Senza mai dimenticare che chi inizia una storia di governo dello Stato con un bagaglio così ingombrante di conflitti di interessi e di corruzioni indagate e opportunamente prescritte non è uomo di Stato, né mai potrà diventarlo -ad onta dei gaglioffi e rabbiosi consensi che gli vengono dai suoi scalcagnati supporters.

E’ e resterà nei secoli dei secoli un tragico epigono di prima repubblica, un maledetto caimano di bassa palude italica che azzanna chiunque gli si opponga e gli opponga un’idea alta dello Stato di diritto contro le volgari semplificazioni dei cialtroni di ogni risma – incapaci di intendere che sia il fragile equilibrio di poteri e i doverosi rispetti delle leggi fondamentali e delle norme di una Repubblica degna di tale nome.

per tener desta l’attenzione sui tempi grami

<table width=”425″ border=”0″ align=”left” bgcolor=”#FFFFFF” cellspacing=”1″ ><tr><td valign=”middle”><a href=”http://www.beppegrillo.it/iniziative/passaparola/index.php?s=user” target=”_blank”><img alt=”passaparola” src=”http://www.beppegrillo.it/iniziative/passaparola/immagini/passaparola_travaglio.jpg”  /></a></td></tr><tr><td bgcolor=”#FFFFFF” ><embed src=”http://player.stickam.com/stickamPlayer/175260824-4261034” type=”application/x-shockwave-flash” width=”425″ height=”425″ allowScriptAccess=”always” allowFullScreen=”true”></embed></td></tr></table>

in controtendenza col mondo in cui vivo

 

Sono in netta controtendenza con il mondo in cui vivo. Il mondo ha fame, dicono i giornali, i costi dei generi alimentari schizzano all’insù. Io sono disappetente e spendo meno di quanto spendevo quattro mesi fa.

Sono strano io o il mondo è variamente congegnato. Vivo in una città di mare con pochi abitanti dove la mattina presto, nel silenzio della gente e delle varie attività umane, volano a bassa quota i gabbiani-spazzini emettendo il loro lamentoso richiamo.

Hanno ancora un poco della loro poesia antica questi volatili di mare, volano con eleganza, ma, come diceva Baudelaire degli albatros, sono i larghi spazi liquidi e aerei che conferiscono eleganza al loro essere e librarsi, come per i poeti; se bazzicano per le calli a rompere i sacchetti dell’immondizia coi becchi sono goffi e brutti a vedersi – come i poeti quando non levano alti i loro aerei versi a dire dei mondi possibili e della bellezza che residua negli altrove immaginati.

Non sono in armonia con la mia città, la vorrei diversa, meno appetita dalle folle che a milioni vi si travasano perché è rappresentazione del tempo che è passato ed ha lasciato vestigia di palazzi e chiese; la vorrei meno succube di giovinastri avvinazzati che la sera schiamazzano fuori dai bar col gotto in mano fino a tardi.

Venezia ha perso le sue atmosfere di città del silenzio da molti anni ormai, ma in quest’estate calda e afosa capita di alzare gli occhi sul manifesto di una mostra ospitata in un antico palazzo quattrocentesco e ti viene voglia di entrare e cambiare prospettiva alla tua vita, cambiare il corso e il passo del tempo.

 

La mostra sui Macchiaioli è pressoché deserta, non so perché dal momento che il palazzo moresco è bello come pochi altri in città e i quadri esposti allargano il cuore a vederli.

Fattori, Lega, Mancini, Spadini, Cecioni sono pittori che il mondo dovrebbe invidiarci, le loro pitture calme e inquiete insieme, pervase da febbrili atmosfere sospese non hanno nulla da invidiare alle più famose degli impressionisti francesi.

Promana un senso profondo del tempo che li ha prodotti quei quadri, misurato sui visi e gli abiti di un rosa commovente e un azzurro di cielo e le pennellate sono nervose e sicure, i colori pastosi o sfumati: colorismi arditissimi e geniali che raccontano di soldati a cavallo, tessitrici al telaio, contadine trascinate da un bove infuriato.

Una stessa modella presta il viso a un ‘ritratto con scialle rosa’ e, accanto, diventa ‘La scellerata’ col semplice scurire dell’abito popolaresco e nervose tracce di pennellate rossastre sulle guance.

Vien voglia di immergersi totalmente in quell’Ottocento che incede con passo lentissimo, dove sono carri agricoli e non automobili, la parola ‘discariche’ vi era sconosciuta, la politica riguardava una ristretta classe di aristocratici e borghesi arricchiti e i parvenus arricchiti coll’illecito delle tangenti e della corruzione non avevano lo spazio per diventare presidenti del consiglio dei ministri e inveire contro i giudici che li indagano.

Sono in controtendenza col mio tempo, dicevo, e in queste sale e tra queste pitture misuro la profondità della distanza che mi separa dal tempo in cui vivo.

L’Ottocento del Gran Tour degli intellettuali europei nella cara Italia giardino d’Europa è fissato nelle pitture e nella memoria. Un’Italia di cui non c’è più traccia alcuna nel presente.

Davvero non resta più nulla, qui dove siamo schiamazzanti e incarogniti, di quella bellezza antica e della poesia del vivere e dei silenzi.13f840b5ccd8c66584017b59175e003b.jpg

ai miei cinque lettori…..

….nel caso ve lo foste perso.

 

22/06/2008

L’Opposizione anomala
di Barbara Spinelli

di Barbara Spinelli

Spesso chi ci guarda da fuori dice qualcosa su noi e la nostra storia che è difficile dire a se stessi e perfino pensare. Di questo nostro terzo occhio possiamo risentirci o esser grati: comunque avremo l’impressione d’ascoltare una non improbabile verità. Nel mezzo d’un attonito imbarazzo un ange passe: un angelo passa, dicono i francesi. Accade nella vita degli individui come delle nazioni, e l’Italia non è l’unica a sperimentarlo. La Francia ha iniziato a scrutare dentro il proprio passato fascista grazie allo storico americano Robert Paxton, nel ’66: l’angelo passò e i francesi impararono a vedere nel vasto buio della collaborazione. Chi guarda da fuori non è necessariamente uno straniero: può anche essere un connazionale che riesce a guardare da una certa distanza, che è meno fasciato da bende linguistiche patrie. Così è stato per l’Italia nell’ormai lunga epoca dominata da Berlusconi. La parola che più spesso la definisce è, da anni, «anomalia democratica»: il terzo occhio questo vede, anche quando comprende l’inquietudine della maggioranza che l’ha votata. Sull’anomalia di Berlusconi molto è stato scritto, negarla è difficile. È anomalo il conflitto d’interessi. È anomalo che un governante controlli tutte le tv private e, se è al potere, anche le pubbliche. È anomala la naturalezza con cui, quando è Premier, cura i propri interessi e fabbrica leggi che gli evitino processi. È anomalo il fatto che continuamente si indaghi su di lui per corruzione, anche di giudici. Visti da fuori, i magistrati non sembrano eversori. Tutto questo non sorprende più molto: l’anomalia è nota ai più. Molto meno si è scritto invece sull’anomalia dell’opposizione: anomalia che crea ripetuto sgomento, in chi ci osserva con quel terzo occhio. Un’opposizione così impaurita di sé, così ansiosa d’apparire dialogante e conciliante, si vede di rado nelle democrazie. L’articolo dell’Economist del 12 giugno è rivelatore perché del tutto privo dei nostri infingimenti, come in passato lo è stato su Berlusconi. Questa volta lo sbigottimento si sposta su Veltroni: anche se il leader dell’opposizione ha scelto uno «stile Westminster» (governo ombra, fair play formale) «non c’è assolutamente nulla di britannico» nella sostanza del suo agire. Un’opposizione all’inglese, scrive l’Economist, non avrebbe esitato a indagare su Schifani – dopo le rivelazioni di Abbate e Travaglio – scoraggiando la sua nomina a presidente del Senato. Non avrebbe esitato a denunciare le bugie sulla cordata italiana pronta a comprare Alitalia in condizioni migliori di Air France. Avrebbe alzato una barriera contro il reato d’immigrazione clandestina, il divieto d’intercettazione per crimini tutt’altro che minori, le leggi che sospendono un enorme numero di processi (compresi i processi a Berlusconi; il processo per le violenze contro i manifestanti al vertice G8 del 2001; il processo sulle morti causate dall’amianto). La militarizzazione delle città crea straordinari consensi di italiani, infine, senza perciò divenire ordinaria. Questa fatica-riluttanza a opporsi non solo è poco britannica. È poco francese, tedesca, americana. Perché nessuno, in questi Paesi, teme di apparire quel che è: inequivocabilmente oppositore, portato a dire no e a mostrare sempre quella che potrebbe essere l’alternativa al governo presente. Non mancano naturalmente le eccezioni: nell’emergenza alcune scelte sono condivise. Ma sono eccezioni, appunto: i politici sanno che le emergenze fiaccano la democrazia proprio perché aboliscono il conflitto, deturpano i modi di dire, demonizzano l’opposizione, parlamentare o giornalistica. Vogliono presto tornare a dividersi e appena possono lo fanno. […]

il giudizio di Dio del Cavaliere

 

Stamattina la lettura dei giornali di ‘Prima pagina’ – la bella trasmissione radiofonica della rai- era affidata a Riccardo Barenghi ex del Manifesto oggi alla Stampa.

Ai molti ascoltatori che intervenivano sul conflitto che oppone il premier Silvio Berlusconi ai giudici in una infinita e titanica battaglia all’ultima prescrizione/assoluzione manu parlamentar/militari, il bravo giornalista opponeva uno sconfortato realismo.

Dopo anni di inutili demonizzazioni, diceva in buona sostanza, occorre accettare il fatto che gli italiani vogliono un Barabba al governo e noi non possiamo farci niente, questa è la democrazia.

Più realisti del re, i commentatori/giornalisti di ogni sponda politica hanno gettato la spugna di ogni distinguo sul merito di cosa è una democrazia.

Governo di popolo, si, ma nei binari di una Costituzione, di leggi, di galatei istituzionali, di sensibilità istituzionali che, altrove in Europa, fanno sì che un premier su cui pesi anche solo il sospetto di una indagine in corso e/o annunciata non si presenta alle elezioni o si sospende dalla carica e si presenta spontaneamente ai suoi giudici perché venga riconosciuta la sua onorabilità e gli venga restituito l’onore politico in pubblico e rapido processo.

Il nostro premier, invece, l’onore politico l’ha perduto completamente – anzi! è sceso in politica ad onore già largamente compromesso e per farsi votare leggi ad personam che stravolgono il senso stesso di ‘onore politico’ di cui poco o niente gliene cale -basta verificare la voce ‘Berlusconi Silvio’ e l’elenco dei suoi trascorsi giudiziari su Wikipedia, coll’elenco dettagliato degli esiti dei numerosissimi processi a suo carico.

Ma ai bravi italiani tutto ciò non interessa punto.

Lo vogliamo al governo, lasciatelo governare, non ci importa il discredito europeo e e meno ancora della nostra democrazia malata ormai priva di pesi e contrappesi e separazioni dei poteri e rispetto delle autonomie istituzionali delle diverse magistrature.

Un popolo di anarchiche partite iva rivoltose contro le troppe leggi e tasse fa corpo e legione con il suo Campione e lo istiga alla sfida contro tutto e tutti: una sorta di Giudizio di Dio postmoderno in cui la lancia del Cavaliere Nero si infila nel petto della stessa idea di giustizia e, sopratutto, di una ‘giustizia uguale per tutti’ e che ‘nessuno è al di sopra sopra le leggi’.

Tranne Berlusconi Silvio, beninteso.

Ecco il vulnus più grave dell’idea di democrazia che noi italiani abbiamo offerto all’Europa e al mondo : la possibilità che la si possa comprare a peso d’oro da parte di un multimiliardario che ha fondato un partito di plastica e ha portato in parlamento tutta la sua intendenza televisiva e aziendale -i suoi avvocati compresi e le veline di famiglia- convincendo le folle italiche che la musica del suo magico piffero televisivo è quella giusta per il ‘popolo sovrano’.

Anche in Europa, ha affermato gagliardo qualche giorno fa. ‘Daremo un drizzone a questa Europa sorda e grigia’. Accipicchia.

Giusto in Thailandia si trovano tracce recenti di una simile epopea tragico/ridicola di multimiliardari al governo della nazione -ma lì, almeno, c’è stato l’intervento di un re che ha sospeso per un lungo attimo l’andazzo negativo del paese ed ha impostob74ce23f5768d5b1a5056536bb212bad.gif,manu militari, il ritorno alle buone regole convenute.

Il nostro Napolitano, ahinoi! non è re e, per un di più di tragedia nazionale, è rispettosissimo di un’idea ‘vecchia’ di democrazia evoluta e giustamente bilanciata fra poteri dello Stato quale la si riconosce in Europa.