Archivio mensile:aprile 2008

la poesia di vivere

 

Mercoledì 09/04/2008 Habana – sera e notte

 

La poesia di vivere

 

Il jet lag è di sei ore in avanti e dodici ore di chiappe incollate ai sedili degli aerei e a quelli degli aeroporti di transito esigono una lunga passeggiata prima del sonno ristoratore.

Si cammina lungo il Malecon poco illuminato da rade luci giallastre incontrando gli innamorati al pascolo serale e notturno, ma anche coppie di coniugi anziani che parlano a voce appena udibile sullo sciabordio dell’onda mentre intingono le lenze e gli ami tra le scogliere più sotto.

Le giovani cubane sono come le si descrive: sode, formose e sensuali nelle movenze feline dei corpi freschi di fabbrica.

Di questo popolo che cammina nel semibuio e ti guarda e sorride, colpisce la segreta poesia del vivere – ben espressa in questo passeggiare notturno che sostituisce l’ipnosi televisiva. Poche le televisioni, vivaddio! e, suppongo, pochi canali e trasmissioni di scarso interesse per occhi avvezzi a tutto vedere del troppo offerto dalla post modernità dell’occidente.

Ma questa gente che mi guarda e risponde con sorrisi al sorriso, la televisione in casa non ce l’ha proprio.

Nel ‘paseo’ che conduce al centro città, un ristorante nascosto e con luci basse offre un improvvisato palcoscenico a un gruppo di fanciulle in fiore che abbozzano, incerte, una danza coi ventagli di ispirazione flamenca. L’insegnante le osserva con aria critica, scuote la testa e ri-mostra loro le corrette movenze.

La Cuba ex coloniale è tutta in questo melange straordinario di popoli e culture, in questo ricorrere di gesti magici e mostrarsi di giovani corpi in fiore che rimandano agli amplessi degli antichi padroni spagnoli cogli schiavi neri. Storie e contro storie. La leggiadria delle bis, bis nipoti vendica gli oltraggi lontani subiti dagli avi e riscatta l’abominio delle loro storie di schiavitù.

I lampioni sono posizionati a larghe campate e parzialmente oscurati dagli alberi frondosi ed è un camminare ombra tra le ombre, ma non ci si impaura: l’atmosfera è distesa e, di quando in quando, si mostra un uomo in divisa e ti fa cenno col capo. Un cielo fitto di stelle e il falcetto della luna si mostrano limpidissimi nel cielo tropicale.

Lo scarso inquinamento luminoso di questa città città consente la visione di universi lontani che noi occidentali abbiamo dimenticato. Davvero pochissimi gli echi delle televisioni dalle finestre aperte e, invece, scoppi di voci e risa.

Lo sviluppo economico negato è in qualche modo ripagato da questo vivere al modo degli avi nostri. Qualcuno ricorda di quando la televisione (un solo canale e il bianco e il nero) andavamo a vederla coi genitori nell’unico bar aperto fino a mezzanotte e il dopo guerra si annunciava dolce di attese? Alcune deluse, è vero, altre tradite.

Ecco, è questo che intriga di questa gente al primo sguardo e ascolto: stanno bene in salute, alcuni perfino impinguano al volgere della seconda età, giocano a scarabeo lungo il viale, ci si sorride e riconosce parte di un tutto comune. E’ un posto dove vivere è bello, malgrado l’evidenza di quella che i ‘destri’ nostrani più trucidi indicano, impietosi, come la ‘miseria’ degli illusi comunisti.

Dite un po’: che ve ne fate delle vostre pezzenti ricchezze se avete dimenticato la poesia del vivere, se i vostri cuori sono aridi e vuoti di emozioni?

Dovremmo riuscire a coniugare la poesia collo sviluppo economico e se Cuba ha qualcosa da insegnarci è in questa attesa di un miracolo che non si compie, che forse non si compirà, ma è bello credere che potrà compiersi ad onta dei moltissimi miscredenti.

In fin dei conti, anche da noi c’è ancora chi crede nello scioglimento del sangue di san Gennaro e, di contro, fatica ad accettare le predizioni scientifiche dello scioglimento a breve dei ghiacci del polo a causa del caotico sviluppo economico planetario.

la guerra è finita

 

Habana – Cuba 09/04/2008 ore 19.00

 

 

La sera incombe. L’aria salmastra e umida che viene dal Malecon (il lungomare di questa città) informa l’olfatto dell’elemento primario che ha nutrito, nutre e difende/ha difeso questo popolo nel corso della sua storia, più che mai nel corso della sua storia recente.

Sbarcare su una riva, una spiaggia, è il momento più tragico per un esercito; lo sapevano bene i generali degli Alleati che, nel corso dell’operazione cento volte pianificata, cambiarono più volte il giorno, l’ora, il luogo designati, ma lasciarono comunque galleggiare sulla battigia centinaia e migliaia di morti ammazzati.

E’ un mare-oceano quieto come un lago di monte quello di stasera che il crepuscolo ingoia fino all’ultimo scintillio della luce residua.

La città che vi si affaccia sembra in guerra col mondo – uscita da poco da una guerra che l’ha ridotta qual’è: edifici sventrati, muri crollati, diroccati in tutto o in parte: una Sarajevo dei Caraibi.

Non sono stati gli obici delle navi di un nemico mille volte maledetto a ridurla così, bensì il fiato sempre più scarso di una città sotto assedio da un tempo immemorato dalle sue generazioni ultime.

‘Cuba o muerte’, ‘patria o muerte’ è il grido e il groppo ormai secco dell’aver vissuto gli ultimi sessant’anni come vivevano in antico gli abitanti di una città assediata.

Le molte domande che mi pongo non hanno una risposta plausibile, immediatamente utilizzabile. L’embargo mercantile imposto dal nemico americano, il vicino odiatissimo che protende la penisola della Florida a un braccio di mare da qui, ha le sue colpe indubbie, gravissime.

I paesi geograficamente a noi vicini sono i naturali importatori/esportatori di merci, materie prime, tecnologie nuove, ma qui è un medioevo di ritorno, la negazione del futuro plausibile a causa delle ideologie contrapposte e nemiche da sempre.

Cuba odora il futuro del mondo per il tramite degli ignari e sciatti ambasciatori turistici, ma vive nel ghetto di un ostracismo economico umiliante, avvilente.

C’è il petrolio del Venezuela, è vero, ma prima di Chavez non c’era e il poco petrolio che Cuba estrae di suo è sulfureo, necessita di lavorazioni particolari per renderlo utilizzabile.

Cuba non ha una adeguata flotta di navi per l’esportazione dei suoi prodotti, né sufficienti aerei-cargo.

Il resto del mondo e il futuro annesso è un suo sogno e la sua dannazione, finché dura l’embargo e l’ostracismo ideologico.

Il socialismo in un solo paese qui ha avuto il suo battesimo del fuoco, il più duro e sofferto.

I governanti cubani hanno dovuto varare piani di sviluppo autoctono, dopo la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’Urss, e dire fame e negozi vuoti è dire poco del suo dramma.

‘Sviluppo della domanda interna’ poteva essere la risposta degli economisti (quelli occidentali), ma a redditi piatti e risorse agricole centellinate per tutti, nessuno escluso, la domanda interna navigava a quota zero e il poco che si produceva di ‘agropecuario’ era appena sufficiente a sfamare gli affamati.

Se l’iniziativa privata si castiga per le teoriche ragioni dell’ideologia e la casa in cui si abita non è di proprietà, non si fa strada, non si restaura il patrimonio immobiliare e il tempo, si sa, è assassino: corrode ogni manufatto dell’uomo, lo costringe a una costante manutenzione.

‘Raul moderniza.’ mi dice il tassista che sfreccia lungo i caldi chilometri di una strada a doppia corsia.

Il traffico è scarso e passano, sbuffando fumo nero, i vecchi carrettoni delle Buick, le Cadillac a larghe code, le Dodge, dei film della nostra giovinezza. Il futuro, a Cuba, è un ritorno al passato, un segno circolare, un cane che si morde la coda. La ‘modernizacion’ di Raul Castro ha l’aspetto di un autobus cinese, poi un’altro, doppio, uno all’ora.

Prima, era uno ogni due ore, ma ancora gruppi di cubani pazienti attendono lo sfilare dei taxi ‘collectivos’ e dei camion con posto sui cassoni, affidandosi a un un incaricato del governo in divisa gialla che smista gli aventi diritto secondo il bisogno: prima le donne e i bambini, poi i vecchi.

L’impresa che possiede il taxi che ci ospita è statale e il nostro tassista (tutti i tassisti) è un privilegiato. Garantisce 120 pesos cubani al giorno (poco più di cinque dollari) al datore di lavoro per l’utilizzo del mezzo e il resto è suo.

Per dirvi il guadagno: dall’aeroporto a Downtown fanno pagare 25 dollari, i malnati, un prezzo europeo. Diseguaglianze sociali si affermano che già puzzano di un futuro post ideologico.

La modernizzazione di Raul la paghiamo per intero noi europei e i rari viaggiatori degli States.

Il cambio della moneta è forzosamente rivalutato di un minimo dell’otto per cento, metteteci le tasse di imbarco, gli alberghi di proprietà statale con prezzi da Hilton, le compagnie di noleggio macchine e le agenzie turistiche a prezzi occidentali e il conto è presto fatto.

Una pacchia, una ‘risorsa economica’ che dura da almeno quindici anni a cifre sempre montanti ad ogni anno nuovo.

Dunque si poteva, si ‘doveva’ fare di più e meglio. Un governo socialista lo doveva fare, per coerenza coi propri slogans e principi etici.

Majakovki scriveva, dopo la rivoluzione d’ottobre e all’avvio dei primi piani di sviluppo economico, che ogni uomo e gesto produttivi ed efficienti sarebbero state le sole, vere elegie della rivoluzione, prodromi di un futuro radioso del comunismo da realizzare, ferro e fuoco delle acciaierie, telai solidi di uno sviluppo economico che avrebbe umiliato il capitalismo.

Qui ad Habana, Cuba, le sole elegie sono state e sono gli slogans scritti sui muri delle case e dappertutto, le arringhe autocelebrative dei capi-in-testa sui giornali e le piazze; ma troppe parole senza costrutto annoiano, infine, e la ‘revolucion’ è avvizzita, invecchiata irrimediabilmente come i suoi leaders.

E di futuro ancora si parla come di un ritorno. Un ritorno al passato che non muore, un appello incessante alla fierezza di un popolo assediato che vive in case che sembrano le occhiaie vuote degli obici di un nemico che se ne è andato, ha vuotato le spiagge occupate dagli accampamenti dei guerrieri senza neanche lasciare il simulacro di un cavallo cavo con dentro gli spietati assassini guidati da un furbo Ulisse redivivo.

Sarebbe stato un alibi e, forse, un più degno finale per una mitologia rivoluzionaria che si celebra ad ogni passo con cartelli e scritte guerriere : ‘Hasta a la victoria, siempre, companeros’.

 

il marasma che verrà

 

Il marasma che verrà si annuncia col caratteristico grido di ‘al lupo, al lupo!’ del solito noto. Le schede sono confuse, dice il Nostro. Sono fatte in piena conformità alla legge votata nel 2006 dal parlamento berlusconiano, risponde il ministro degli interni.

Giudicherà chi deve e gli elettori, in ogni caso. Già in altre elezioni, comunque, abbiamo avuto ‘lenzuolate’ particolarmente complicate che non hanno impedito il corretto manifestarsi della ‘volontà popolare’.

Ma intanto il sasso è stato lanciato e allargherà i suoi cerchi nel dopo-elezioni, consentendo a un Berlusconi in affanno per un eventuale pareggio al Senato della Repubblica di gridare ancora una volta ‘ai brogli, ai brogli!’.

Dire oggi: ‘Ve l’avevo detto, era facile profezia’ è di poca soddisfazione e allora non chiudeva la bocca a coloro che, un giorno si e l’altro pure, gridavano e scrivevano sui forum on line e sui giornali di famiglia: ‘Elezioni! Elezioni!’ con foga degna di miglior causa e cecità partigiana e voluttà anti-tasse e anti-Visco.

 

La cifra stilistica del marasma istituzionale, del ‘muoia Sansone con tutti i Filistei!’ è caratteristica nota del Nostro e gli servirà, forse, chissà, a patteggiare un ‘governo istituzionale’ con Veltroni, a minacciarlo di sfracelli se non accetterà di concordare riforme comuni.

Succederà come nel 2006? Si era votato il giorno prima del mio ritorno da un lungo viaggio e la hostess del volo che ci ospitava raccontava al gruppo di italiani allibiti e increduli del risultato del voto a grandisssimo rischio per Prodi e i suoi e dei sondaggi traditi da ciò che poi venne denunciato da ambe le parti come ‘brogli’ e, di contro, il ‘furto delle schede bianche’.

Lo ricordate il libro e annesso dvd di quel giornalista che si è incaricato di raccontare al popolo bue l’assoluta anomalia italiana della scomparsa delle schede bianche?

Non se ne seppe più niente -come quasi sempre accade quando ci si affida alle sentenze della giustizia italiana e il Nostro continuò a raccontare nei comizi pre-elettorali di questi ultimi due anni di vita pubblica che era lui la vittima dei brogli e non il carnefice delle schede bianche che chiamava a rapporto ad Arcore il ‘suo’ ministro degli interni.

‘Al lupo, al lupo’, come volevasi dimostrare.

Siamo davvero un popolo di simpaticoni, santi e navigatori e abbiamo la classe politica e i leaders che ci meritiamo, indubbiamente.