Archivio mensile:febbraio 2008

voi siete voi (e loro non sono un….)

Fottiti, povero coglione. A un dipresso è questa la traduzione di quel che ha sibilato Sarkozy a un tale che non gradiva la protocollare stretta di mano di tutte le visite ufficiali di un capo di stato che inaugura un salone, una fiera o presenzia a un congresso. Forse la Bruni non gliel’aveva data la sera prima, scherzerebbe Benigni o qualche altro comico viciniori, ma è certo che un capo di stato dovrebbe esimersi da scambi verbali più consoni a certi nostri forumisti che alla massima autorità di uno stato.

Non era da meno il Nostro, al tempo della sua investitura quale presidente della Comunità, nientemeno. Lui c’era andato pesante, pesantissimo col deputato socialdemocratico che aveva osato contraddirlo, raggelando l’assemblea e costringendo Fini in un’espressione di fastidio prossimo all’odio per il suo essergli vice in quel momento di abiezione e ludibrio.

Morale dell’evento. Se non vi stringono la mano nelle occasioni pubbliche sorridete, fa niente se non vi amano, vi ameranno in un’altra occasione. Voi (presidenti) siete Voi e loro non sono un caxxo, ricordatelo.

Un po’ di stile, che diamine, dall‘alto della vostra carica elettiva!

non è un paese per vecchi

Che ne facciamo dei vecchi? Abbonderanno, a quanto pare, data la tendenza a svecchiare la politica, il mondo del lavoro e delle professioni.

Voi direte: era ora e naturalmente avete molte ragioni valide dalla vostra, ma la vita media inesorabilmente si allunga e tende a parificarsi tra i sessi, -dati i nuovi stili di vita delle donne che le espongono al rischio-stress e malanni collegati e a quelli del fumo.

Quelli di loro più ricchi hanno molta più trippa da mettere nel piatto: viaggeranno o si dedicheranno agli interessi lasciati a causa dell’impegno lavorativo e politico, ma quegli altri, l’immensa truppa degli altri che fa, oltre a intasare le sale del liscio e le panchine ai giardinetti e i bar?

La domanda di lavoro supera l’offerta e, in ogni caso l’offerta è selettiva e privilegia i più giovani.

Il problema del fare cosa è importante; è una disciplina che dovrebbe occupare la mente e impedirle di sbandare. E’ una rotaia che costringe le ruote del vivere in una direzione perché il treno dei nostri giorni e delle nostre menti ha rigidità che non si possono elaborare altrimenti.

Leggevo il libro di un tale, tempo fa, un nobel sudafricano, che aveva a protagonista un professore appena sopra la cinquantina, in crisi di incombente senilità. Il titolo diceva già tutto: ‘Vergogna’. Una storia terribile, di dolore che non si sa elaborare e una violenza assurda intorno e l‘indifferenza e la solitudine tua e quella degli altri a specchio.

Cambiano i rapporti con le donne e con i figli a quell’età, la maledetta età biologica sempre più si discosta da quella socialmente convenuta e ti ritrovi a dover ri-costruire tutto intorno a te stesso come fosse un fortino dove rinchiudersi. Non è un paese per vecchi, un mondo per vecchi questo nostro che abitiamo.

Forse non lo è neanche per i giovani, d’accordo, e per i diseredati in genere. L’umanità esonda nei suoi numeri e nei problemi che ne conseguono.

Kapuscinscki, il grande reporter polacco morto di recente, raccontava di un villaggio africano polveroso, arido, dove la sferza del sole e la miseria costringeva gli abitanti in una apatia priva di orizzonti. Ronzare di mosche e vorticare del vento caldo e silenzio e uomini e donne e bambini seduti a far niente. D’un tratto arriva un tale, uno che girava documentari. Fa scendere la troupe dai pulmini, piazza potenti casse acustiche intorno a uno spiazzo assolato, parlamenta con alcuni adulti e donne e quando parte la musica come d’incanto tutti iniziano a ballare, compresi vecchi e bambini. Una coreografia naturale di movimenti aggraziati, particolarissimi, che quella gente aveva nel sangue.

Tutto dura non più di tre ore. Pura vita, inaspettata, sorprendente, poi lo sgommare dei pulmini e di nuovo l’apatia, il silenzio, il ronzare delle mosche, il sole a picco.

Che ne facciamo di questa umanità apatica, eccedentaria, metafora di tutto un continente disgraziato, si chiedeva Kapuscinsky.

Già, che ne facciamo?

i sogni di un ‘nuovo inizio’

I nuovi inizi hanno la capacità di ringalluzzirci come nient’altro nelle nostre vite. Che si tratti di amori, di progetti di nuove attività lavorative o di cambiamenti nella vita politica e al vertice delle istituzioni.

La campagna elettorale è un periodo spumeggiante nella nostra vita personale e collettiva. Si punta sul proprio campione, lo si gettona, si sognano i ‘nuovi inizi’ relativi alle tassazioni più basse, un nuovo impulso per l’economia e varie altre idealità per chi professa fede di sinistra.

E’ la barca della speranza che ci spinge, adrenalina delle menti e delle vite, ma approderà a un lido di realtà, troverà realizzazioni? Bravi, la risposta ve la siete già data, perché, malgrado la speranza, in voi agisce anche la maledetta serotonina del realismo, la triste constatazione che ‘sono tutti uguali’, che ‘promettono, promettono, ma poi non mantengono’ e via elencando delle note geremiadi di ognuno e tutti.

E’ un po’ come ad ogni anno nuovo; saltano i tappi dello spumante, auguri, auguri, sorrisi e strette di mano, ma dura, hèlas, l’espace d’un matin, quand’è tanto. Nel sapido dialogo tra un venditore di almanacchi e un passeggero, Leopardi ci spiega da par suo qual è il meccanismo e la ‘filosofia’ di questo contraltare di attese ed emozioni che insorgono, presto deluse, a me interessa sottolineare la contraddizione per dire che Cuba si è guadagnata la palma di paese che meglio ha coniugato sviluppo economico e rispetto dell’ambiente – ascoltatevi la trasmissione che ne parlerà diffusamente su radio tre alle ore 10 circa.

La domanda sorge spontanea: uno sviluppo sostenibile e rispettoso dell’ambiente è necessariamente uno sviluppo rallentato, da economia depressa? Mi spaventa lo scenario che si prospetta del dopo-Castro -inteso come inevitabile caduta dei due rocciosi fratelli ormai giunti alla fine del loro percorso di vita.

Mi spaventa la prospettiva di Cuba come 52sima provincia americana, gestita da quegli autentici piranha dei fuoriusciti che rientrano con capitali più o meno puliti e una voglia di rivalsa e di affermazione da paura.

Il capitalismo che sposa sua sorella la democrazia è sinonimo di incesto ed è gravido delle note conseguenze negative; citatemi un solo caso di transizione pacifica e pulita (moralmente ed ecologicamente) dal vecchio equilibrio sociale e politico al nuovo – buona ultima la Russia in ordine di tempo.

Mi spaventa anche perché un mio carissimo amico perderà il suo ‘buen retiro’ e vedrà infrangersi il suo sogno di ‘nuovo inizio’ in quel di Camaguey, suo ultimo sogno di paradiso in terra.

il buio di uno sguardo

Tutti e due sgorgano da un amore per la vita clamoroso, commovente, ma l’uno piegava verso il buio di uno sguardo che si chiude volontariamente, l’altro prende la strada del ri-trovarsi – con l’impeto di uno spavento che annichila – nell’immaginazione e nella memoria. Non diversamente fanno i prigionieri per sopravvivere dentro le strette mura e buie che limitano la loro libertà e il pensiero corre alla povera Betancourt e alla sua tragedia di vita.

L’uno ci parlava pianamente di un ‘Mare dentro’ all’anima -che ancora muove le sue onde e si abbatte sulle spiagge più assolate del nostro vivere con frantumati tonfi di risacca.

L’altro compie un’operazione cinematograficamente incredibile -con movimenti di camera complessi e inizialmente fastidiosi, ma atti a dire (splendidamente, a mio avviso) di una tragedia della vista che poi si scopre essere tragedia di collegamenti mente-corpo.

Entrambi i film parlano della vita osservata dalla parte delle radici: rovesciate all’insù da un improvviso passaggio dell’aratro che ha scavato un solco col prima del nostro corpo e della sua salute e non dà più speranza di un ristabilimento del come eravamo.

Vite nuove, residue, ma vita? Il dibattito è antico e coinvolgente come nessuno altro. Che cos’è veramente vita? Che cosa dà senso ai giorni nostri? Tutto, anche un semplice sguardo annoiato -se ri-visto dalla parte delle radici di chi si sente prossimo al nulla che ci aspetta di là del sonno e del sogno.

‘Lo scafandro e la farfalla’ è un film magnifico e terribile, una storia che ti immerge nel profondo delle viscere nostre esistenziali e strappa alghe lunghe radicate a nostra insaputa. Le strappa una a una, facendoci provare un dolore lancinante, ma lasciando insorgere una dolcezza nuova e sgorgare le lacrime di tutti gli addii di cui siamo stati protagonisti crudeli e parzialmente incoscienti.

Come tutto della luce residua di un giorno ci parla di amore -dato, perduto, ritrovato, vagheggiato!

Come siamo stati insensibili, crudeli,stupidi ! – e ce ne accorgiamo guardando chi torna a trovarci come fosse una prima volta assoluta e tutto fosse miracolosamente ancora possibile e lo è, ma solo nel tempo della memoria e nell’abbandono a quanto di noi sopravvive: l’immaginazione che consente un ritorno al passato e lo rigenera.

Se non otterrà uno o più oscar prossimi venturi vuol dire che ci sono storie davvero straordinarie e bellissime in giro per le sale, ma il mio voto è già assegnato : qui si parla di vita e di morte nel solo modo che i poeti ci dicono degno di essere scritto: con uno sguardo di pietà e consolazione.

la logica dell’inclusione

Il paradosso è dato dalla logica di inclusione. I serbi, cioè, pretendono di dare cittadinanza serba ai Kossovari, in maggioranza albanesi. Grazie no facciamo da soli, ribattono questi e qui salta il tappo e fuoriesce il liquido fermentato nel corso degli anni e dei secoli.

Quella dove abitate è terra nostra, il cuore della nazione serba, il luogo leggendario dei conflitti fondativi della nostra essenza di popolo. Ecchissenefrega, adesso ci stiamo noi, siamo maggioranza, potevate pensarci prima. Questo, in brutale sintesi il nodo della contesa.

Domanda: una terra è di chi la abita o di chi la vagheggia come sua culla storica? Se adottassimo quest’ultimo come principio dirimente i conflitti davanti all’assemblea dell’Onu, dovremmo ridisegnare i confini di buona parte della carta geopolitica planetaria. Molti stati federati degli States andrebbero ai nativi Seminole o Navajos o Sioux o Apaches, gli eredi dei Maya al potere in Centroamerica, via i Palestinesi o gli Ebrei dalla Palestina o dai luoghi dei nomadi Giudei -secondo che si accettino e si giudichino più accattivanti e cogenti i racconti mitici dell’una o dell’altra parte.

Ci sarebbe una terza via, ma, chissà come, nessuno la prende in considerazione: la coesistenza pacifica, normata e supervisionata dalle assemblee e dai trattati internazionali, dagli statuti di coabitazione che fissano diritti e doveri di una parte e dell’altra in conflitto e i rispetti e i riconoscimenti, ma, già, siamo solo nel 2008, queste cose sono di là da venire, sono il futuro che qualcuno dice non essere ancora scritto e foriero di oscuri accadimenti.

più vero del vero

Ho fatto un sogno, stanotte. E chi non ne fa. Sapete, quei sogni che paiono più veri del vero, iperrealistici, si dice. Sognavo che guardavo un film già visto, un film che mi aveva visto emotivamente partecipe e schierato dietro al protagonista che lottava contro un intreccio di cattive cose: gente malvagia, gente che si faceva i fatti propri incuranti del benessere e dei diritti di ognuno e tutti; lottava contro il male, insomma, e io (e tutti a noi) a parteggiare, a dirlo bravo, a incitarlo in silenzio fino alla fine del film, quando, miracolo! egli trionfa e vince e ottiene giustizia e vede i malvagi puniti.

Come succede in (quasi) tutti i films e per (quasi) tutti i bravi spettatori e lettori di storie.

Beh, nel sogno io non ero più io. Non parteggiavo più per il bravo e coraggioso contro il marrano e impunito.

Non mi importava più di giustizia ottenuta e trionfo dei nostri buoni valori comuni. Che si fottano tutti questi eroi positivi di tutte le buone e brave storie del mondo. Chi sta male e peggio di me non sono fatti miei; chi lotterà contro un destino malvagio e rio lo faccia e non rompa le sacrosante scatole all’universo mondo dando troppa pubblicità alla cosa.

Ognuno ha il suo da sbrogliare di negativo, rimboccarsi le maniche e la-u-rare.

Che senso di sollievo usciva da quel mio sogno. Che conforto contro la solitudine esistenziale che schiaccia tutti gli eroi positivi e li condanna a quelle menate del lottare sempre per affermare i ‘valori positivi‘ che danno peso e senso alle vite -come dicono certi fastidiosi grilli parlanti sui giornali.

Che senso di comunanza vivevo in quel mio sogno denso di emozioni segrete che mi vedeva finalmente partecipe di un sentire comune: tutti insieme uniti in quel sano e realistico cinismo che ci fa votare col portafoglio e premiare quei bravi liberali spregiudicati e realistici che sanno come fare per rialzare l’Italia.

Italia in marcia, serriamoci a coorte, il futuro è nostro. Ragazzi, non mi volevo più svegliare…

in t’o culu! direbbe Cetto Laqualunque

Orpo d’un Vandalo!

E chi l’avrebbe immaginato questo tuo cotè fisico-letterario così arguto e sapido sulle leggi dei vasi comunicanti e della materia fecale-non fecale!

Chi vota Berlusconi sa benissimo quel che fa; normalmente ha l’occhio sul portafoglio e qualche casa abusiva da condonare o si attende condoni fiscali e previdenziali.

E’ un concetto di ‘cittadinanza’ tutto di destra; di quella destra becera e ferina che fa coincidere l’idea di dovere/diritto sociale colla strenua e sola difesa della sua roba privata. Il resto che si fotta. E’ solo spesa pubblica da abbattere, -che si tratti di una buona scuola da garantire a tutti o di una buona sanità o di asili nido per le donne che lavorano. ‘In t’o culu!’ direbbe Cetto Laqualunque -la macchietta tragica del politico cdl fatta dal bravo Albanese.

Quel che penso e giudico di quest’umanità e della sua moralità sociale ne consegue strettamente.

La qualità morale del voto ‘cattolico’ che confluisce su Casini non è molto diversa, dati i quattordici di stretta obbedienza berlusconiana e l’ottimo curriculum che Bel-ami ne ha conseguito.

Laureato a pieni voti nella Cdl con l’aggravante di guardiaspalle di Ruini e associati e capirai che bel votare e che bei rappresentanti politici!! Il girone di Satanasso ne annovera già un bel po’ di questi ‘cattolici’ dei nostri stivali e lo stesso Dante ci aveva già mandato un papa e qualche cardinale a rosolarsi i lombi.

Sai bene qual’è la loro morale doppia e la loro ‘valentia’ di cittadini. Decenni di Balena Bianca impantanati poi nelle melme di Tangentopoli dovrebbero illuminarti, ma tu parli, ridicolmente, di ‘rispetto’ per costoro.

Lasciami, per una volta, ricambiare, nella veste di ChiaraLaqualunque: a quel genere di ‘cittadini’ -armati di quella sotto-morale del farsi i fatti propri in barba alla laicità dello stato e dei doveri e i diritti di tutti: ‘in t’o culu!’

 

riferimento : ‘a spasso con la schiaccia’ forum Virgilio

il buco al centro dello schieramento politico

Beninteso, il cambiare idea non è sempre sinonimo di voltagabbana. Se poi è una bruciante ambizione personale a dettare l’agenda tutto si spiega, anche l’auto candidatura , ma quel che proprio non si può accettare -pena essere detti fessi o peggio- è quel suo aver affermato ieri con ridicola fierezza : ‘Non siamo in vendita.’ (!?)

Come ha detto, scusi? Può ripetere?

Quattordici anni sotto padrone a dire e ridire sotto dettatura con la sua bella faccia di bronzo tutte le spaventose cose che abbiamo udito contro i giudici, gli oppositori, le istituzioni repubblicane bistrattate e avvilite dal padrone che fa e disfa a ghiribizzo (e, sempre, in parlamento, voti a favore delle leggi ad personam senza un distinguo degno di considerazione) e oggi ci tira fuori il coniglio dal cappello: una farsesca fierezza di ritorno gettata in faccia agli italiani come se si fossero risvegliati da un sonno lungo tre lustri?

D’accordo che l’autorevole tomo ‘Dei delitti e delle pene’ consiglia di offrire l’opportunità di redenzione ai detenuti di ogni genere e grado, ma c’è un limite alla decenza e bisognerebbe commisurare la pena alla recidività del soggetto nel commettere il reato -con l’aggravante dell’abuso della pubblica credulità, reato gravissimo in politica.

Non so che chance offrirà l’elettorato a questa cosa nuova (!?) che esce dal cilindro di un monsignore in Vaticano : ‘la cosa bianca’, il rinnovato (sic) centro cattolico. Io spero nessuna, ma è lecito dubitare di un popolo che ancora – a grandissimi numeri- si lascia vellicare l’udito dal piffero malefico del Pifferaio televisivo, sempre lui, sempre uguale a se stesso, peto fetido di satanasso.

Probabilmente otterranno una valanga di voti -se si metteranno insieme lui, il Mastella e il Pezzotta- e torneranno a governare alleati col Berlusca -dopo aver patteggiato le solite cose che il Vaticano esige per rispetto della sua dottrina sociale, ma non è un bel vedere, un bel sentire, men che meno un rinnovare.

A dirla tutta, a me questa cosa del centro che ritorna e si ri-propone fa venire in mente una battutaccia sparata in prima pagina su ‘il Male’ -giornaletto satirico di culto di molti anni fa.

Si chiedevano quei buontemponi : ‘C’è un buco al centro dello schieramento politico italiano, che sia quello del .…?

il conforto del moto perpetuo

La terra ruotava troppo lentamente stamattina, ma ruotava, vivaddio. Non c’è niente di più confortante del moto perpetuo. Sapere che presto gireremo la faccia verso la luce del fuoco grande che ci illumina e sarà la notte per quegli altri di là e per noi il giorno, finalmente, un giorno nuovo, altro.

Fiat lux è la frase originaria che dà senso a tutto ciò che è esistito dopo ed esiste. Che cosa faremmo di tutto il tempo che ci hanno messo a disposizione se dalle fessure delle finestre non ci venisse l’avviso che la luce c’è: basta aprire gli oscuri e parteciparne? Che angoscia l’idea di vivere nel Grande Nord della notte sempiterna, dove vivono e lavorano e si amano al buio e la scansione giorno/notte, sonno/veglia è inventata nelle menti delle persone.

Ho fatto sogni confusi, stanotte. Centravano i legami e gli abbandoni e la morte. Sprazzi di un film terribile si mescolavano al mio vissuto producendo brevi incubi inesorabili. Tutto ciò che è inesorabile ci atterrisce, sapere che non puoi farci nulla, ciò che accade deve accadere.

Il film era ‘Prendimi l’anima’, un autore italiano, la storia di una amore proibito, di una sofferenza terribile risolta in amore, ma poi la guerra, i pogrom antiebraici in Russia, la morte di lei. Lui era C.G.Jung; aveva addentato una mela proibita, storia vecchia, lontana, archetipica, storia di progenitori, ma tutto quanto si risolve in amore comporta conforto, consolazione, se Dio vuole.

Anche Adamo ed Eva che si tengono per mano vergognosi fuori del paradiso terrestre è immagine di consolazione. Dannati, ma insieme. ‘Ti avrei avuto accanto,/ mi avresti consolato’ scriveva Ungaretti per consolare il suo strazio.

E’ quando tutto si spezza e si muore dentro che si apre un baratro senza fondo e si annaspa mulinando le braccia fino a che ci si sveglia madidi di sudore. Allora ci si rannicchia sotto le coltri e si ascoltano i rumori del primo mattino e si guardano le fessure delle finestre fino a vedere affiorare la luce.

di donne e di lupi

Era il 1907. Non so bene cosa avvenisse più in basso in quell’anno a New York. Più in basso nella scala sociale, intendo, poiché il bel film ‘La casa della gioia’ (regia Terence Davies, tratto dal romanzo di E.Wharton) sceglie di parlarci di chi stava in alto e per eccesso di virtù e qualche errore di calcolo personali cade e si fa male, molto male.

Forse in basso ci stavano i protagonisti di ‘Gangs of NewYork’ coi loro coltelli e pistole e ferocia di branchi di lupi contrapposti, ma chi stava in alto aveva altri percorsi e altre strade sicure su cui viaggiare e non c’era pericolo di intersecare quei destini di malvagi e poverissimi cristi.

Ogni umana caduta presuppone il dolore, ma quella che ti declassa e ti instilla il dubbio terribile di una tua inadeguatezza lacera una membrana sottilissima eppure essenziale per il buon funzionamento del complesso neuronico delle persone e conseguente benessere dell’io.

In quella storia, la ‘Casa della gioia‘, e buona riduzione filmica, è una giovane e bella donna a fare i conti con gli imperativi sociali dell’epoca e della classe sociale di appartenenza. L’apparato morale e di comportamenti conseguenti ereditato dall’ottocento si sfilacciava nel secolo nuovo e nelle brecce di grande libertà che lasciava intravedere, ma guai a uscire in campo aperto e mostrarsi sguarnite di difese senza prima essersi garantite le spalle da un marito ricco.

L’errore della protagonista e tutto qui: equivoca sull’amore come virtù assoluta e sulla dignità dell’autosufficenza femminile e per una somma di circostanze si ritrova in una camera di pensione a dover provvedere a se stessa e lavorare come modista senza talento : un dolore spaventoso, un addio alle trine e ai merletti da indossare forse più doloroso di una rasoiata ricevuta in singolar tenzone nella guerra tra bande e tra lupi capi-branco di cui dicevamo sopra.

Si muore in entrambi i casi, ma veder morire una persona indifesa e inutilmente virtuosa strazia dentro più del fiotto di sangue che esce dalla gola squarciata di un giovane lupo che ha perso il suo duello e guarda il cielo abbuiarsi.