Archivio mensile:gennaio 2008

predellini,sciacalli,tragedie,metafore

Insomma, sei una brava persona, a leggere le tue risposte, come quasi tutti noi che qui scriviamo.  Perfino terzomondista , ma certo non filopalestinese, a giudicare dal bel dibattito aperto da  Geigei nei giorni scorsi.

Peccato che, malgrado i bei pensieri di tutte le brave persone terzomondiste, le cronache che ci vengono da quelle parti facciano accaponar la pelle e ci facciano riflettere sullo stato (pietoso) della nostra umanità complessiva.

Per quanto è della malattia berlusconiana che dico ‘devastante’ la definizione non è mia bensì di un galantuomo passato a miglior vita: quell’Indro Montanelli che ancora si rivolta nella tomba a leggere gli articoli e gli editoriali che vengono scritti sul suo ‘Giornale’.

Anche di lui si dice e si è detto un gran bene in finale di partita, ma pochi ricordano il titolo canagliesco con cui apriva la sua prima pagina il giorno che una luce livida illuminava il fiume di fango e detriti e cadaveri del Piave a valle della diga del Vajont.

‘Sciacalli!’ titolava ed era riferito in primis a quella coraggiosa giornalista di fede comunista che per anni aveva denunciato le follie e la perseveraza nel male e nell’errore dei tecnici e degli ingenegneri e dei dirigenti dell’allora Enel che quella diga avevano voluto in spregio di ogni allarme e avviso di catastrofeogni mese più forte e chiaro.

Ri-vediti il commovente (e benissimo documentato) spettacolo che è stato recitato nell’anfiteatro della tragedia da Marco Paolini.

La malattia-Berlusconi ha svariati sintomi: dal disprezzo di ogni passaggio istituzionale (che è caratteristico di certo fascismo nostrano) al populismo da tre palle un soldo con il quale condisce le sue lectio magistralis ritto sul predellino di una mercedes attorniato da una folla adorante fino alle sette reti unificate dei suoi discorsi agli italiani di quand’era presidente del consiglio dei ministri -bestemmia massima della storia di questo paese che tutt’ora mi incanta per il suo essere  palcoscenico di assolute bestialità.

Ricorrere alla metafora della fiaba del Pifferaio, credimi Fabio, è davvero volere un gran bene a coloro che quella metafora rappresenta. Come diciamo da queste parti: ‘per dirghene poche e trattarli anca ben’. Abbraccione.

riferimento: ‘a spasso con la schiaccia’ virgilio forum 

non c’è limite al peggio, caro Emilio

Lo può, lo può, caro Emilio, lo può. Può tornare ai condoni erga omnes e ai conti dello stato allo sbando.

Non mi stupirei se lanciasse anche un referendum sull’uscita dell’Italia dalla zona-euro, conoscendo il pifferaio.

E so che, come nella fiaba, una gran folla lo seguirebbe fin sull’orlo del fiabesco abisso dove precipiterebbe, ma tutti con il sorriso sulle labbra. Chi per Berlusca muor vissuto è assai.

Resta il ‘positivo’ che -non avendo il Prodi e i suoi sodali al governo toccato la Sua roba: conflitto di interessi e legge sulle televisioni e libertà d’antenna- quantomeno non sentiremo più parlare di leggi ad personam. O sono un inguaribile ottimista al proposito?

Comunque, chi vivrà vedrà e i caxxi (o erano cocci?) sono nostri.

Se il centro-sinistra è morto celebriamone i funerali alla svelta e senza troppe lacrime sciocche.

L’unica realtà di rilievo di questa legislatura, a parte la lotta all’evasione che a te non piace e non ti ha convinto, è la nascita del Pd che correrà da solo e, spero, raccoglierà consensi sufficienti a costituire il baluardo contro la disgregazione della politica che costringe a guardare il particulare ridicolo dei singoli partiti(ni)e non il generale del governo della repubblica e l’interesse dei cittadini tutti.

Vedi, Emilio, il caos degli eventi che ci vorticano intorno è tale che può essere rilassante stare seduti sulla riva del fiume e contare i cadaveri che passeranno: alcuni gonfi e già putridi per il lungo essere stati a marcire sul fondale, altri più freschi e ancora riconoscibili. Hanno vissuto tempi migliori, dirò pietoso.

Ho una piccola richiesta da farti e al team dei moderatori -suggeritami dal nostro Pontifex: evitate di accodare/pubblicare post dove si offendano (anche per le vie traverse della deformazione del nick-name o altre stupidaggini a voi note) le persone o si ingaggiano ridicoli duelli all’ok corral.

Eviteremo il ritorno all’antico dei ricorrenti addii sdegnati e ci concentremo di più e neglio sulla sostanza del dibattere e dialogare. Abbraccione.  (riferimento: forum ‘a spasso con la schiaccia’ su Virgilio)

ogni momento è strutturato

C’è un pianeta nascosto, a milioni di chilometri dalla nostra galassia, dove vivono strani esseri saggi e smagati che non si pongono troppe domande inutili sul male perché c’è e agisce tra noi o sul tempo che va in una sola direzione.

Al terrestre in visita guidata che chiede lumi, rispondono che ‘ogni momento è strutturato in se stesso’ e così va la vita. Sul tempo che va solo in avanti, rispondono che ogni momento -presente, passato e futuro- coesiste cogli altri senza contraddizione e interdizione. Quando qualcuno muore, guardano il cadavere e dicono di colui che ha vissuto e continua a vivere momenti migliori. Differenziare gli sguardi sul tempo onnipresente è il segreto di una vittoriosa battaglia contro il male e il dolore che ne segue.

Chi scrive queste cose è un americano dal nome decisamente tedesco: Kurt Vonnegut. Nel suo libro parla del bombardamento di Dresda, del suo essere stato prigioniero dei tedeschi nel ‘mattatoio numero 5’ (è il titolo del libro); va da sé che veder piovere dal cielo migliaia di bombe alleate e vedere rasa al suolo una città che la fiaba della storia aveva costruito e preservato per secoli induce ragionevolmente a pensare che gli abitanti del pianeta Tralfamadore ci prendano per matti e giustamente rinchiudano alcuni nostri esemplari in uno zoo dove vengono a osservarci stupiti e divertiti a migliaia.

Credo che anche per quanto è della nostra crisi di governo e delle aspettative di un governo prossimo venturo a guida del solito noto tycoon dalla mascella volitiva gli abitanti di Tralfamadore abbiano una loro chiosa divertita.

Cose da pazzi del pianeta terra, visita guidata allo zoo-Italia, sguardi divertiti, ma poi subito avviliti e perplessi.

Abbiamo sicuramente vissuto tempi migliori e -per chi ritiene saggi e realisti i tralfamadoriani- continuiamo a viverli in un altrove che non esiste solo per  alcune decine di migliaia di stupidi terrestri.

ogni momento è strutturato

C’è un pianeta nascosto, a milioni di chilometri dalla nostra galassia, dove vivono strani esseri saggi e smagati che non si pongono troppe domande inutili sul male perché c’è e agisce tra noi o sul tempo che va in una sola direzione.

Al terrestre in visita guidata che chiede lumi, rispondono che ‘ogni momento è strutturato in se stesso’ e così va la vita. Sul tempo che va solo in avanti, rispondono che ogni momento -presente, passato e futuro- coesiste cogli altri senza contraddizione e interdizione. Quando qualcuno muore, guardano il cadavere e dicono di colui che ha vissuto e continua a vivere momenti migliori. Differenziare gli sguardi sul tempo onnipresente è il segreto di una vittoriosa battaglia contro il male e il dolore che ne segue.

Chi scrive queste cose è un americano dal nome decisamente tedesco: Kurt Vonnegut. Nel suo libro parla del bombardamento di Dresda, del suo essere stato prigioniero dei tedeschi nel ‘mattatoio numero 5’ (è il titolo del libro); va da sé che veder piovere dal cielo migliaia di bombe alleate e vedere rasa al suolo una città che la fiaba della storia aveva costruito e preservato per secoli induce ragionevolmente a pensare che gli abitanti del pianeta Tralfamadore ci prendano per matti e giustamente rinchiudano alcuni nostri esemplari in uno zoo dove vengono a osservarci stupiti e divertiti a migliaia.

Credo che anche per quanto è della nostra crisi di governo e delle aspettative di un governo prossimo venturo a guida del solito noto tycoon dalla mascella volitiva gli abitanti di Tralfamadore abbiano una loro chiosa divertita.

Cose da pazzi del pianeta terra, visita guidata allo zoo-Italia, sguardi divertiti, ma poi subito avviliti e perplessi.

Abbiamo sicuramente vissuto tempi migliori e -per chi ritiene saggi e realisti i tralfamadoriani- continuiamo a viverli in un altrove che non esiste solo per  alcune decine di migliaia di stupidi terrestri.

fortuna che c’è il papa…

Fortuna che c’è il papa che catalizza tutti gli umori mefitici scagliati contro il governo; fortuna che il desolante panorama del pubblico asservimento di una folta schiera di atei ai chierici devoti è compensato dal caos degli altri eventi che, soli, si incaricano di sbeffeggiare l’italico coro dei coscritti dell’Angelus.

Se aspettiamo che a farlo sia l’intelligenza degli uomini sulle cose di casa nostra stiamo freschi.

‘Quante divisioni ha ‘sto Papa?’ chiedeva Stalin perplesso a chi lo ragguagliava sulla potenza di  fuoco vaticana -la stessa che ispirava slogan rimasti famosi come ‘in cabina elettorale Dio ti vede e Stalin no.

Eccole riunite all’abbeverata di piazza san Pietro le devote legioni di coloro che scambiano un passo indietro di sua Santità come un affronto alla sua maestà e al suo diritto di parola urbi et orbi.

Ma quando mai?! Ma in che mondo vivete?! Attentato al diritto di parlare sua Maestà/Santità quello della Sapienza? Giustamente, scrive Colombo (Furio), che al confronto con le esternazioni/omelie papali il presidente degli stati uniti fa la figura di un monaco votato alla clausura.

Un minimo di dignità, bella gente, benedetta gente, un minimo di dignitoso senso comune aiuterebbe il vivere e il dibattere comuni.

Comunque grazie per le crasse risate.

sogni e storie

La forma del viso é data per prima, é il viso di un uomo robusto, dai lineamenti forti, volgari, i capelli sono lunghi, come usava al tempo della sua prima esistenza in vita, é spettinato come dopo una tenzone con la spada o una cavalcata furiosa, gesticola e pronuncia frasi concitate, rabbiose, apre le grosse labbra come per pronunciare invettive, mostra i denti anteriori visibilmente cariati, un canino é mancante, ride, sarebbe più giusto dire sghignazza, é un primo piano a definirlo fuori dell’ombra nebbiosa della creazione virtuale, potrebbe essere uno scudiero male in arnese e il luogo della sua apparizione un’osteria di piccolo borgo medievale, ma alle sue spalle appare il muro in mattoni di una stanza in penombra di un antico maniero e l’uomo si mostra vestito di una cotta di metallo coperta da una corta tunica bianca da crociato. 

Il  viso  é quello di un cavaliere, forse di un re appena tornato dalla sua missione di conquista delle sante terre della cristianità, urge dargli un pubblico, un interlocutore o una folla che egli arringa e   alla  quale  ordina di adunarsi e prendere le armi.

Cosa sta costruendo il mio cervello, che uomo inesistente si é impadronito del    mio  sogno, chi sto sognando, cosciente di sognare, prossimo al risveglio, creatore di immagini e storie prese dal passato o proiettate nel futuro?

Io sono l’Uno e i molti e, ne sono certo, i molti saranno l’Uno, il futuro é storia collettiva, umanità nel suo farsi, disfarsi e ricomporsi. L’umana creazione possibile é racchiusa nei sogni; adesso é questo cavaliere che si agita e sbraita il suo furore non ancora definito, ma posso dar vita a chiunque, creare i personaggi di una qualsiasi storia.

Questa mia capacità é magia antica; la Creazione é stata un sogno sognato alle origini da un Progenitore mitico, da lui discende una storia primaria e, a cascata, tutte le storie possibili che si affacciano nei sogni e si agitano nella realtà dei giorni presenti e dei futuri.

Il Cavaliere nel suo maniero ora é a figura intera, una lunga spada é appesa alla cintura, in mano stringe un pugnale insanguinato, la croce nera che orna la sua tunica é macchiata del sangue che gocciola dal pugnale appena intinto nel corpo vivo di un uomo o di un animale, dice parole terribili: tradimento, offesa lavata col sangue, a terra giace una dama dai lunghi capelli neri distesi a raggiera, il bel viso è contratto in un rantolo di sofferenza, la sua tunica di lino di colore chiaro é macchiata all’altezza del fianco, una larga chiazza di sangue va estendosi oltre la sua mano stretta sulla ferita, pronuncia parole di perdono con voce fievole, si dice innocente.

Nella stanza entra d’improvviso un giovane uomo alto e pallido, grida il nome della donna stesa a terra, madre, la chiama, accorre a sollevarle il capo.  Non toccarla, intima all’assassino con occhi dilatati dal furore. Il giovane uomo afferra il polso che impugna il coltello e, con gesto improvviso, furioso, lo piega e lo spinge verso il ventre dell’assassino colpendolo più volte.

Muori, grida, assassino! tu non sei mio padre, non sei più mio padre, non lo sarai mai più, che l’inferno ti inghiotta, progenie di malvagi! Il Cavaliere giace e terra accanto alla sua sposa, rantola, ha gli occhi spenti, ma un’ultima scintilla di vita gli fa stringere la mano che la donna gli sfiora, gira il viso verso di lei, pronuncia il suo nome, muore.

L’immagine del sogno sfuma, si fa nebbia delle storie sognate, storia avvenuta nel tempo passato che cerca la sua nuova rappresentazione, fantasmi insepolti che si agitano nella coscienza dolorosa dell’umanità, costretti a rivivere ognora la loro tragedia, a farsi rappresentare nei sogni pallidi dei risvegli ormai prossimi.

Che ore sono, le otto del mattino, una campana batte l’ora, che giorno é oggi, un giorno del futuro o del passato che si decompone dal suo presente labile effimero, buongiorno cara, che strano sogno ho fatto, non lo ricordo bene…..

il mondo rotto

‘Per stupire mezz’ora basta un libro di storia’, dice il verso di una canzone di De’ Andre, elaborata su un poemetto dall’Antologia di Spoon River di E.L.Master e finiva: ‘Io cercai di imparare la Treccani a memoria…’

L’io narrante della canzone e annesso poemetto era uno che ci aveva perso la testa nel tentativo, che vogliamo farci, così è la vita.

Per stupire in continuazione, invece, basta aprire Internet e vedere le offerte di aggiornamento su quanto accade nel mondo dei vari portali. C’è chi bacia un serpente  e chi si offre sessualmente senza veli e senza tema di metterci la faccia, il pudore e l’onorabilità personali cercano altre frontiere, il mondo è rotto, è in pezzi e Internet è il suo profeta, il trovarobato (vecchio termine in uso nei teatri) del(la) varietà del vivere volgare e dello svilire e avvilire chi del mondo selezionava solo ciò che meritava di essere visto, amato e condiviso.

Non dico di fermarsi al verso di Saba: ‘ …coniugai la rima fiore/amore, la più facile/difficile del mondo’. Questa frontiera poetica è stata bypassata da mo’;  adesso la rima che si coniuga è tra violenza/oscenità e gratuità, la più ardua e stupida dell’universo.

Inutili  tutte le precauzioni offerte ai genitori per sbarrare le porte all’osceno del villaggio globale; gli adolescenti le aprono tutte, se non in casa a casa dell’amico/a.

Dovremmo chiederci come finirà con tutta questa libertà che non riconosce più censure, limiti, esclusioni e selezioni, quale sarà l’antro-tipo del futuro prossimo e remoto e se avremo ponti e sentieri che ci consentiranno di connetterci e comunicare in modo decente  e proficuo con lui/loro.

Perché cercare gli alieni nella Galassia di riferimento e fuori? Li abbiamo in casa, ci stanno crescendo accanto, li stiamo (dis)educando noi stessi a stupire il nostro presente e affrontare il futuro con strumenti che non sappiamo a che servano davvero e quale sarà il loro scopo ultimo e orizzonte di riferimento.

Sono i nostri figli e i nipoti gli alieni, i mutanti e condividiamo con loro una curiosità malsana su un mondo rotto e sui suoi pezzi che volano impazziti per ogni dove. Un mondo di macerie?

ma quando mai! ma dove vivi!

Dovremmo smettere di indignarci per la politica impazzita e autoreferenziale, che applaude da spellarsi le mani un ministro- ‘tengo famiglia’ e non si perita di confessarlo ‘core in mano’ ai suoi fan  -da sempre strenui sostenitori dell’impunità per gli eletti del popolo e avversi alla magistratura ‘rossa’.

La magistratura è rossa ormai per definizione, perché fa arrossire gli imputati pizzicati in flagranza di dichiarazioni telefoniche luciferine o avvilenti per la pubblica morale e i Barabba che rivela, da noi eletti al Parlamento della Repubblica – nostro specchio infamante e luogo di riconoscimento di ‘quel che vorremmo e non siamo’.

Dovremmo accettare che è questo il nostro dna: un popolo di fantasiosi e queruli sostenitori della fantasia al potere, poco importa se malata di corruzione, affarismi e malaffare, politica come luogo di ‘prendi e scappa’ -siano pensioni d’oro dopo una sola legislatura o altre intermediazioni non troppo limpide e nobili.

Siamo fatti così: spazzatura campana e applausi a scena aperta al Mastella di turno che, accorato, si dice vittima di una casta impazzita che ha il difetto di credere ancora che – dopo Tanassi, Craxi, Berlusconi- sia ancora praticabile una politica intesa come ‘spirito di servizio’, servizio puro e limpido ai cittadini elettori. 

Ma quando mai! Ma dove vivi! In Italia, credo. Appunto.

autunni e inverni

Autunni e inverni si succedono da sempre, ma c’è un momento nelle vite nostre in cui questo avvicendamento si stiracchia, non ha più la nettezza di un tempo -come le stagioni che non son più le stesse, cara lei.

Le mezze stagioni, dunque, o le stagioni che si attorcolano tutte dentro una lunga stagione indefinibile: il caldo e il freddo, le piante che non si decidono al letargo e noi, che al mattino ristiamo tra le coltri senza aver voglia di alzarci, schiavi di un sogno dove la colpa e la sanzione si tramutavano nell’incubo di un assassinio  -commesso per, inutilmente, sottrarsi a quella.

Autunno espiazione, quindi, del male di vivere, della somma dei dolori che prendono il sopravvento sulla gioia del giorno nuovo:

‘quest’autunno indicibile che lentamente ci dice addio’ – oppure :

‘les sanglots longs des violons de l’automne/ blessent mon coeur d’une languer monotone.(…) Tout suffoquant et bleme, quand sonne l’heure, je me souviens de jours anciens et je pleure…

Autunni e inverni e ancora autunni. La primavera e l’estate si sono perse in un altrove lontano, parte di un sogno che non sappiamo più sognare.

un paese di merda

Le generalizzazioni non esauriscono la complessità.

Dire’un paese di merda’ libera per un breve momento la mente dall’affanno in cui è costretta dall’assedio delle news ricolme del pattume campano e del resto che gli va dietro -compresi i commenti dei giornali di destra: capaci di speculare sulla tragedia storica del nostro meridione per miserabili fini di parte.

Sappiamo bene tutti che c’è un paese che funziona e sa riciclare le schifezze che produciamo e trasformarle in ‘oro’, ma c’è quest’altra parte del paese che si dibatte e annaspa nella propria merda senza saper da che parte cominciare a smaltire le troppe deiezioni.

Difetto d’acume storicamente dato a sud del Lazio? Questa piace ai leghisti che ci legano insieme la camorra e la mafia e una macina al collo di tutti i meridionali -di ogni stirpe e paese- per buttarli a mare. ‘Forza Etna’, gridavano in coro a suo tempo.

Capisco da quale putrolente foiba del cervello ‘nordista’ esce quest’altra generalizzazione, ma trovo più interessante il cercar di capire, il trovare il bandolo della matassa che ci porta a intelligere e spiegare perchè siamo arrivati a tanto: a questa tragicissima metafora di una regione e del suo popolo che affogano nella propria merda.

Ci ha provato ieri Saviano su ‘la Repubblica’ e poi altri, ma non ne veniamo a capo. Napoli e il suo circondario sembrano non sapersi liberare dalla condanna storica di essere l’ano del paese, il pertugio immondo da cui escono le flatulenze politiche più appestanti e la marea di deiezioni che lo soffoca.

Eppure, scrivono ancora i giornalisti, Napoli ha visto giorni migliori. Durante il G8 del mai dimenticato Berlusconi è stata il centro del mondo col corollario di mandolini e lacrime napuletane al chiaro di luna, ma temo che avessero fatto come quando un papa o un re annunciano la visita: si ramazza e si colora lungo il tragitto della visita; le vie parallele restano uguali a se stesse pronte a riprendersi il controllo della situazione non appena ‘passata la festa e gabbato lu santu.’

Io continuo a credere nelle cesure nette. Credo che dovremmo appaltare il governo della nazione, che so, ai tedeschi, agli svizzeri, agli austriaci per un paio d’anni, anche ai lituani o ai finnici. Appaltarlo dietro adeguato compenso, naturalmente, o dichiarato ‘ritorno economico’.

Passata la sbornia anti austriacante e antitedesca che ha portato all’unità del paese, un’esperienza di governo dato in appalto a chi è diverso da noi per tradizioni storiche e altro potrebbe insegnarci qualcosa.

Potremmo, umilmente, dirci ‘apprendisti’ di un migliore modo di gestire la cosa pubblica, compresa la merda della iperproduzione industriale e artigianale che ci affanna e dell’iper consumo individuale.

Poi, piano piano, faremmo carriera in azienda (l’azienda Italia) e diventeremmo operai apprezzati e perfino dirigenti e manager, in una parola: diventeremmo ‘europei’ – mettendo fine alla tragica esperienza storica che ci differenzia e ci dice ‘figli di un dio minore’ (diversamente abili non si può dire; in un luogo sperduto della Toscana e alla Baggina c’è chi si offende, chissà perchè).