Archivio mensile:dicembre 2007

ai forum e ai blog unificati

Le mie previsioni per l’anno nuovo le ho già formulate in veste di Otelma, non mi resta che approfittare dei forum e i blog unificati per ammannirvi il mio concione presidenziale di fine anno. (Lo so che ci leggiamo tutti da un forum e da un blog all’altro; di là degli steccati ideologici siamo irresistibilmente attratti gli uni dagli altri. A differenza di quanto crede la stella Aldebaran -implosa per troppa forza auto gravitazionale- il web, questa nostra parte di web, è un paese di molto piccolo dove la gente mormora e maligna).

Il Veneziani -sedicente filosofo della destra- dice che il 2007 è stato un anno stupido e cita tra le stupidità questo governo e il suo agire. Normalmente chi dà dello stupido al mondo trattiene per sé e per la sua parte politica il contrario, ovvero il bell’agire e intelligente e nell’interesse dei cittadini e del paese.

C’è anche chi afferma che chi sputa al cielo gli ricade in faccia, ma sono saggezze di altri tempi, non si può pretendere che i filosofi della destra -coraggiosi avanguardisti da sempre- le conoscano.

‘Ossignur!’, direbbe il nostro Archi. Stai a vedere che la parte politica di riferimento del Veneziani Marcello ha combinato qualcosa di buono che ci siamo persi.

Aiutatemi, amici, vi prego, ad elencarle: le buone e sapide cose dei governanti di destra; chissà che non mi convinciate a voltar gabbana: sport nazionale sovente foraggiato dai soldi del solito noto piuttosto che dalle sofferte convinzioni elaborate appresso agli eventi e al loro svolgersi caotico.

L’anno che si chiude va salutato con i riguardi che si devono al ritorno della politica gridata nell’agone parlamentare e sulle piazze. Abbiamo avuto la piazza della Famiglia -presieduta da notori puttanieri e bellocci in politica pluri ammogliati. Abbiamo avuto la piazza dei ‘vaffanculo’ : gridati all’universo mondo della politica gestita dai Barabba di ogni risma e colore. Avremo, finalmente, quella dei lavoratori e pensionati che scendono in piazza per i propri diritti, la salvaguardia del potere d’acquisto, salari più alti e sicurezza nei posti di lavoro?

Formulo auspici e faccio gli auguri a costoro piuttosto che ai sostenitori di ‘spallate’ e sfondamenti con miserabile base‘giudaica’.

A questi altri, invece, auguro che gli si fratturi l’omero e che un improvviso tracollo finanziario mega galattico gli secchi le casse delle finanziarie di famiglia.

Ricominciare dal lavoro e dalla povertà è il mio auspicio e pazienza se i filosofi della destra lo considereranno una cosa ‘stupida’.

strappati all’amnio caldo

Ho presenziato a un rito civile, stamattina, un funerale.  No, non toccatevi di sotto, la morte fa parte della vita, è annunciata fin dal primo strillo che lanciamo al mondo per protesta di essere stati strappati fuori dall’amnio caldo e materno in cui ci crogiolavamo.

I cortei funebri si incrociavano per le strette vie lastricate del cimitero, tre nella stessa fascia oraria.

Si muore di più a fine anno in questa città brumosa e liquida? Mentre aspettavo l’arrivo della ‘lancia’ funebre mi aggiravo tra gli ossari monumentali, notando strane sculture di apparenza pagana: nudi maschili e femminili effigiati in una danza eterea, fuori del tempo, simili a quelli che si osservano in certe tombe etrusche dell’alto Lazio.

Che idea abbiamo dell’al di là? Credo nessuna. Siamo fermi ai prestiti medievali di Dante, che ha ‘sistematizzato’ e organizzato genialmente le diverse credenze e gli affreschi di orrore che uscivano di bocca ai frati del suo tempo durante i sermoni nelle chiese colme di gente e di odori e afrori di ogni genere.

Perfino la cosiddetta ‘New age’ si appoggia all’idea semplice di una ‘ Grande Luce ’ – qual è quella, impossibile a mirarsi, del Dio fulgente nel sancta sanctorum paradisiaco.

Nella piccola chiesa vicina echeggiavano i salmi di una altro funerale e da sotto la porta uscivano i fumi degli incensi, ma noi eravamo all’aperto, rito civile mal organizzato, nessuno che avesse un discorso da rivolgere ai presenti, molta gente che si guardava in faccia senza saper che dire, abbracci e lacrime tra parenti e amici e conoscenti.

Il morto era un ‘tanghèro’ e noi, membri di questa tribù, abbracciavamo a turno la sua compagna, bellissima e coraggiosa, solo lo sguardo un po’ assente come a cercare un altrove possibile, difficile da immaginare in quei luoghi dove si stivano le nostre salme e, a Natale, risuonano gli orrendi cicalini del ‘tu scendi dalle stelle’.

Un piccolo coro di amici del morto cantava, invece, i canti dell’Alpe e, curiosamente, Dio e la religione hanno fatto capolino anche in quel rito civile in cui ci si guardava spersi, cogli occhi tristissimi, assenti di un conforto ultraterreno, privi dell’idea-cardine di una resurrezione possibile: un’altra vita e luogo in cui ritrovarsi e riabbracciarsi, tornare a vivere e sperare.

Il salmo laico del ‘Signore delle cime’ ha echeggiato lento e gonfio di patos, il patos che tutti noi cercavamo e le lacrime hanno principiato a sgorgare dal ciglio di tutti, finalmente persuasi al dolore ultimo, all’atroce dolore della perdita, del distacco definitivo, irrimediabile.

I sacerdoti – di ogni latitudine, tempo e religione- hanno dalla loro la forza dei riti: sempre uguali, sempre mirati all’al di là della resurrezione sicura, promesse di vita nuova e diversa codificate in preghiere e salmi antichissimi e perciò confortanti: perché fanno aggio sul tempo breve delle vite nostre e rimandano all’eterno della ‘vera vita’.

Un funerale civile, al confronto, non sembra neanche un funerale e tuttavia ci vuole coraggio, un enorme coraggio personale nel decidere di sottrarsi alle benedizioni dei preti e affrontare da soli il viaggio nel ‘grande nulla’ freddo e buio. 

Onore a Umberto, amico nostro laico e sereno, forte nella malattia e disincantato come lo era stato nella buona sorte dei suoi giorni migliori.

Se un’altra vita si darà nella speranza cieca dell’umanità, in quell’altra vita risuonerà un tango caldo e struggente e tutti noi abbracceremo a turno la tua compagna e la stringeremo con amore negli abbracci disperati delle nostre canzoni.

piccolo regalo di Natale per chi passa di qua

Racconto di Natale

 

 

‘E Dio volle farsi uomo per amore delle sue creature e prese corpo di uomo formato nel ven­­tre di una vergine, concepito  per opera dello Spirito Santo….In questo Natale, per troppi uomini triste, il nostro pensiero va a tutti coloro che sono soli, ai poveri, ai diseredati della terra che disperano dell’amore di Dio provvidente. Siate fratelli amorosi, miei fedeli, siate specchio dell’amore di Cristo. Invitate alla vostra mensa un povero, un uomo solo, fategli sentire il legame che tutti ci unisce e ci rende degni dall’amore del Padre….’

 

La bambina, seduta accanto alla madre, sbadiglia vergognosa, abbassando la testa e mettendo entrambe le mani mezzo giunte davanti alla bocca per non farsi scoprire.

 

Ha appena compiuto i sette anni ed é la prima volta che presenzia alla messa di mezzanotte della vigilia di Natale. Il sonno, che già a casa, mezz’ora prima di uscire, aveva dovuto respingere per dar mostra alla madre di saper resistere, la insidia dacche é cominciata la messa, complice il calore di una stufa a cherosene posta a pochi metri da lei.

 

Respinto, il tormento del sonno torna per altra via: ne obnubila i riflessi, le impedisce l’attenzione a ciò che il prete dice: cose importanti per la vita di ogni uomo credente che quel prete segaligno e dagli occhi spiritati da ipertiroideo elenca durante la sua predica. ‘Invitate un uomo solo, tutti gli uomini che sono soli alla vostra mensa…’, registra la mente appannata della bambina e il suo pensiero va alle persone che conosce, ai vicini di casa, ai mendicanti e agli extracomunitari (come le riesce bene pensare questa parola; a pronunciarla, invece, spesso inciampa) che ha incontrato talvolta lungo le strade, quando é scesa in città con la madre a fare la spesa al supermercato.

 

Ne rivede uno con la faccia da zingaro che le tendeva la mano e la guardava con smorfia sapiente di pena, l’angolo della bocca piegato all’ingiù a biascicare le litanie della pietà inascoltata, ai piedi un cartello scritto in cattivo italiano che diceva di una moglie morta e di due figlie ‘picole con malatia di zuchero’.

 

Aveva chiesto alla madre, una volta dentro il supermercato, che cosa fosse la ‘malattia di zucchero’ e si era sentita rispondere che era la malattia dei ricchi, di coloro che mangiano troppi zuccheri fino al punto che il fegato non riesce più a metabolizzarli e alla bambina era rimasta la curiosità di sapere come potevano le due figlie del mendicante lì fuori aver contratto in così giovane età una malattia da ricchi.

 

Anche la stazza dell’uomo la incuriosiva: grasso nel ventre e nel viso a tal punto da far dubitare il compassionevole che si chinava verso di lui con una moneta in mano di un suo vero bisogno alimentare.

 

Scartato quel mendicante, data la relativa lontananza del supermercato da casa e il dubbio che la madre non fosse troppo disposta ad accogliere l’uomo zingaro in casa per il pranzo dell’indomani(l’aveva udita una volta dire che agli zingari non si doveva aprire la porta di casa perché rubavano) restavano i conoscenti, i paesani.

 

Non c’era che l’imbarazzo della scelta: il paese, borgo medievale arroccato sul cocuzzolo del basso monte, era popolato in maggioranza da vecchie persone, molte delle quali vedove.

 

 

 Non appena di là del grande portale della chiesa la sferza del gelo la riscuote, la riporta a galla, fuori del liquido amnio del sonno che già l’aveva avvolta dentro la chiesa. La bambina si guarda attorno. E’ contenta di essere sveglia oltre la mezzanotte.

 

E’ la sua prima volta e non sarà l’ultima. La mamma non si é accorta del suo torpore degli ultimi minuti. Nevica e i fiocchi di neve spessi e curiosamente grandi sfarfallano tutt’attorno al suo viso sospesi e sospinti dal lieve vento della notte che ne rallenta la caduta.

 

Vi é una sorta di alone nel cielo, una luce residua, opaca, forse quella della luna piena nascosta dietro la coltre delle nubi o forse il rimando delle luci della cittadina nascosta sotto le balze del monte e riflesse dal biancore delle nubi basse.

 

Non sono molti i paesani che hanno raccolto l’invito del parroco di presenziare alla messa della mezzanotte nella bella chiesa medievale del paese. Non sono molti neanche i miei paesani, pensa mentre li osserva sfilare lentamente fuori della chiesa lasciando le loro orme lungo il cammino che tracciano.

 

La madre aspetta che la raggiunga una vicina di casa per poter fare la strada assieme.

 

Sta ferma allato del portale accanto a una statua gotica di santo allampanato che da mille anni, imperterrito, guarda il vuoto dritto davanti a sé.

 

Alcuni dei fedeli, quasi tutti uomini, si  fermano a parlare con sua madre pronunciando gli auguri di buon natale o complimentandosi per la bella figlia che tiene per mano.

 

La bambina sorride a quei complimenti, ma solo per compiacere la madre.

 

Le hanno insegnato, a scuola, a diffidare di chiunque sia troppo prodigo di parole zuccherose con i bambini.

 

Gira gli occhi verso il monte. Uno strano chiarore disegna il contorno di una cima. E’ una notte magica per nascere, pensa, chiunque sia il nato.

by Chiarafede        ‘Sinceri auguri a tutti di buon tutto’

 

previsioni per il 2008

Previsioni per il 2008.

 

 

1.Sarà un anno sabbatico per tutti. Ci rilasseremo viaggiando per ogni dove del pianeta e inventeremo forme nuove di interscambio economico per ovviare alle mancate produzioni di ogni e qualsivoglia prodotto e manufatto e frutto della terra. Se patiremo la fame sarà con la piena coscienza che così andava fatto e non ne potevamo più di tutto quel casino di merci e di lavoro interinale, a cottimo, part time, globalizzato, immigrato ed esportato. Rivoluzione di tutti contro tutto. Incruenta. Sabbatica.

 

Se ci prenderemo gusto verranno convocati gli Stati Generale dell’Umanità e si programmerà di esportare l’invenzione nella galassia dove saranno scoperte forme di vita intelligenti che si congratuleranno con noi per la scoperta – sia pure tardiva.

 

 

2. Il generale Speciale sarà insignito del Nobel per la ‘fedeltà alle istituzioni’. Non volerà mai più con nessun aereo o aliante e l’Alto Adige lo cancellerà dalla carta geografica dopo la condanna che gli verrà inflitta per le spigole cotte a barbecue sui prati con sottofondo di jodel e di muggiti di grasse mucche esentasse.

 

Dirà ai giornali e alla radio che medita di farsi frate trappista e in quella veste si presenterà alle elezioni sotto l’egida del nuovo partito ‘No alla Finanza.-Per le tasse si vedrà’ che raccoglierà legioni di ex leghisti e forzitalioti e qualche commercialista e commerciante di nostra conoscenza.

 

 

3.Il giorno si avvicenderà alla notte per circa 365 giorni. In caso di anno bisesto i giorni mancanti saranno accreditati all’anno che verrà che si annuncia come il più lungo della storia dell’umanità.

 

C’è già chi ventila che il 2012 saranno cazzi nostri per via dell’Acquario e di Nostradamus, ma c’è anche chi lo predice l’anno più noioso dell’umanità perché nessuno si ammazzerà più, Bush risarcirà tutti gli iracheni per i danni di guerra, Putin farà l’elemosina a milioni di poveri nei pressi del Cremlino davanti alle telecamere di tutto il mondo e impartirà la benedizione erga omnes a ceceni e azeri e giorgiani riuniti sotto l’egida del Nuovo Soviet.

 

 

4. L’Incy e la Harvest conviveranno more uxorio alla Bovisa, faranno tre figli e ne adotteranno altri tre di tre continenti diversi. L’Incy scriverà più di economia e meno di Pessoa e si farà revisionare i testi dalla Alde’ prima di pubblicarli.

 

Si prevedono meno bacini adoranti nel forum della Schiaccia e qualche affanculo in più scritto in calabrese stretto.

 

 

Buon 2008 a tutti.

 

 

Chiaraotelma

 

vivre dangereusemnet

Viviamo sulla spinta di cento emergenze, siamo un popolo che ama vivere pericolosamente. L’ultima che ci affanna è questa dei camionisti (cileni?) che paralizzano la vita associata bloccandone i nodi della viabilità -impuniti e impunibili perché il mezzo che possiedono, e usano come un sasso da scagliare in faccia alla collettività, ha dimensioni tali da costituire da solo una barricata, figuriamoci dieci, cento opportunamente parcheggiati nei gangli vitali dei varchi di confine e nodi di intenso transito.

Per anni abbiamo letto e discusso di uno sviluppo assurdo dell’autotrasporto e delle mille strade e autostrade nuove che esigeva come un maledetto Moloch che detta i tempi e le forme del vivere civile.

Il trasporto su gomma è stato privilegiato rispetto a quello su rotaia, più razionale ed ecologico, ma troppo ‘normativo’ e burocratico direbbe il nostro Archi.

Abbiamo pagato prezzi spaventosi di morti sulle strade dovuti all’imponenza dei mezzi e alla serie di fenomeni paralleli che ne conseguono: arroganza e stupidità dei conducenti, troppe ore di lavoro e quindi colpi di sonno inevitabili, inquinamento e blocchi delle tangenziali per l’affollarsi dei mezzi provenienti da tutta Europa.

Oggi abbiamo – di nuovo! – il ricatto intollerabile dei negozi vuoti e la viabilità bloccata.

Ogni intervento di precettazione è irrealizzabile. I maledetti camionisti daranno la spallata a questo governo che non ha saputo dare Berlusconi? La via cilena al golpe di governo verrà da questa riproposizione della paralisi che in Cile determinò la fine di Allende?

Se avessimo un governo forte e capace di imporre le leggi dello stato sui maledetti rivoltosi accetterei perfino il vuoto delle merci per due mesi nei supermercati pur di vederli castigati e imposta finalmente una riflessione sullo sviluppo diverso e sostenibile, ma, ahinoi, è la solita inutile litania di chi è costretto a vivere in questo paese di infami.

se perdiamo la lotta contro il tempo

Se perdi la lotta contro il tempo hai perso tutto. Ogni nostra azione e progetto si misura nel tempo che la delimita, giustifica, le dà senso e ritmo. I velocisti lo sanno bene, ma anche i costruttori che hanno sottoscritto un contratto che li vincola a una data e impone pesanti penali in caso di sforamento.

Forse solo gli artisti possono permettersi di  ingaggiare una lotta vincente col tempo, ma devono avere alle spalle un mecenate o riserve auree che permettano loro di non produrre cose commerciali e di perseguire il sogno di opere d’arte di una bellezza imperitura.

Questa speciale condizione di favore non si concede ai politici. Loro devono sottostare agli umori della massa di riferimento: umori quantomai incostanti, vele leggere che si gonfiano a tutti i venti e portano le barche nelle direzioni più diverse.

Prendete il caso pietoso di quelle due donne eroiche: la Betancourt prigioniera delle Farc, -il sedicente esercito rivoluzionario di quel paese- e la leader democratica birmana che da anni se ne sta rinchiusa nella piccola casa con giardino al centro di Rangoon, praticamente un’aiuola spartitraffico, a riflettere sui dolori che si è auto inflitta per aver voluto essere il simbolo impotente della democrazia negata dai militari oppressori.

Entrambe hanno perduto la lotta contro il tempo. Entrambe mostrano nei visi e nei corpi l’avvilimento di una prigionia che ha annichilito la bellezza del sogno che hanno nutrito senza poterlo affidare al vento della storia.

Entrambe sognano omaggi e osanna che non sono stati, non  hanno trasformato le loro vite nel capolavoro che un pensiero alto poteva creare. Il ‘ciò che poteva e non fu’ della storia le ha confinate nel limbo di un’accidia che è condanna atroce per chi aveva ambizioni di vertice, energie straordinarie oggi anchilosate dalla prigionia.

Chissà se negli universi paralleli del tutto possibile quei due volti di donna avviliti e sconfitti rifulgono dei sorrisi radiosi di chi ha realizzato il suo sogno di riscatto trascinandosi dietro un popolo osannante.